Mi ritorni in mente, ep. 44

Il mese di Maggio è ricco di nuove uscite interessanti è gli album da ascoltare si accumulano di settimana in settimana. Oltre alle nuove uscite ci aggiungo qualche album degli anni passati e stare al passo è impegnativo ma piacevole. Oggi mi prendo una pausa e torno alla mia rubrica a pubblicazione casuale.

Tra la tanta musica che non ha trovato spazio su questo blog lo scorso anno c’è un EP d’esordio della cantautrice inglese Janileigh Cohen. Nel 2015 ha pubblicato As A Child, un piccolo gioiellino di musica folk composto da cinque canzoni. La straordinaria voce della Cohen rende ogni canzone a suo modo speciale e poetica. Su tutti la title track As A Child , Old Friend e Same Old Road. Vi invito ad ascoltarlo per intero qui: janileighcohen.bandcamp.com, se volete passare qualche minuto in tranquillità e serenità in una domenica come questa.

Serenate per sognatori

Quando si tratta di un album di debutto non posso certo lasciarmelo scappare. Soprattutto dopo aver partecipato alla campagna di crowdfunding. Questo metodo di finanziamento si sta diffondendo sempre di più tra gli artisti che non godono di un pubblico vasto e che vogliono continuare a fare ciò che amano senza piegarsi alle leggi del mercato. Emily Mae Winters ha potuto così dare alla luce Siren Serenade, album di debutto che segue l’EP Foreign Waters uscito lo scorso anno. Le premesse di un debutto di tutto rispetto erano racchiuse in quell’EP e nelle canzoni che hanno anticipato l’album, che si è rivelato una piacevole sorpresa.

Emily Mae Winters
Emily Mae Winters

La traccia di apertura è la malinconica Blackberry Lane che ci introduce nelle sonorità folk della Winters. La sua musica è un buon mix tra il folk tradizionale e americano ma con un approccio contemporaneo. Un inizio che affascina e cattura fin dalle prime note. La successiva Anchor è una delle canzoni più emozionanti di questo album. La musica delicata accompagna la meravigliosa voce della Winters. Un crescendo inteso che mostra il lato più folk legato alla tradizione. Fiddlers Green è una canzone popolare irlandese e non nascondo che è tra quelle che più mi ha impressionato in questo album. Non tanto per la canzone in sé, il folk irlandese è sempre benvenuto, ma soprattutto per l’interpretazione della Winters e l’uso che ne fa della voce. Il finale strumentale è pura gioia per le orecchie. La title track Siren Serenade è quella canzone che non ti aspetti. In questo brano vengono fuori le sfumature soul nella voce delle cantautrice inglese. Ritmo e melodia di sole voci si fondono, creando un piccolo gioiellino all’interno di questo album. As If You Read My Mind è una bella ballata pop nella quale spicca il suono del pianoforte. La musica accompagna la voce della Winters, sempre intesa e calda. Una canzone breve che conferma la purezza del talento di questa cantautrice. Hook, Line and Sinker è una canzone orecchiabile che richiama alla tradizione del country americano. Davvero molto bello poter ascoltare canzoni con stili diversi nello stesso album ma tutti accomunati dall’ottimo lavoro della Winters e della sua band. La successiva Miles To Go è carica di speranza e buoni sentimenti. Una canzone che nella quale si assapora il gusto del folk americano, grazie all’immancabile e caratteristica steel guitar. The Star è un affascinante canzone dai tratti misteriosi. La voce della Winters di muove sicura e potente tra gli archi e il pianoforte. In questo album è la canzone più imponente, a tratti epica, che si possa ascoltare. The Pirate Queen è ispirata alla figura della pirata irlandese Anne Bonny. Lo stile della canzone è quello tipico delle canzoni marinaresche, che ci fanno venire voglia di imbarcarsi. I pirati hanno da sempre un fascino del tutto particolare e questa canzone riesce a catturarlo alla perfezione. Down By The Sally Gardens è una canzone ispirata al poema omonimo del poeta irlandese William Butler Yeats. Qui c’è tutta l’atmosfera delle canzoni popolari irlandesi, romantiche e malinconiche. Chiude l’album la teatrale Reprise. Emily Mae Winters esprime al meglio il concetto di folk contemporaneo, con un brano etereo e sognante. La sua voce è morbida quanto basta per dare quel fascino misterioso a tutto il brano.

Siren Serenade è un album di debutto che racchiude tutto il talento di Emily Mae Winters come cantautrice, supportata da musicisti che con il loro accompagnamento lo arricchiscono. Il principale punto di forza di questo album è sicuramente la capacità della Winters di spaziare dal folk irlandese a quello inglese, passando per quello americano. Un viaggio tra stili diversi che permette, a chi ascolta, di trovare in ogni canzone qualcosa di speciale. Alcune canzoni sono più pop e perfino soul, rivelandoci di cosa è capace Emily Mae Winters. Se in un album di cover e inediti fai fatica a distinguere gli uni dagli altri, se non le conosci, allora il gioco è fatto. L’album è già un classico. Ed ecco che Siren Serenade si propone come candidato tra i migliori album di debutto di quest’anno, un album da ascoltare e riascoltare, trovandoci ogni volta un motivo per sorprendersi e sognare.

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Gli altri siamo noi

Come è già successo qualche tempo fa, ho voluto approfondire la conoscenza della musica di un artista, non limitandomi ad un solo EP, quello più recente, ma mettendone insieme un paio. Questa volta è successo con due EP della cantautrice inglese Emma Ballantine che recentemente ha pubblicato Somebody’s Story che raccoglie quattro canzoni ispirate ad altrettante storie vere. In precedenza avevo avuto il piacere di ascoltare due sue canzoni come The Love I Seek e Perfect Crime. Ero rimasto davvero impressionato dallo stile e dalla voce della Ballantine, così ho messo insieme, per questa recensione, l’EP Tourist del 2015 e il più recente Somebody’s Story.

Emma Ballantine
Emma Ballantine

Tourist si apre con la bella The Love I Seek, una canzone intensa sulla forza dell’amore. Fin dai primi ascolti, cattura grazie alla sua energia e quella chitarra che ha un ritmo spagnolo. Da ascoltare, “Weigh up the pros and cons / I see your calculation but your answer is wrong / And I’m not an equation or a final exam / Why can’t you love me as I am?“. La successiva Perfect Crime è una vibrante canzone dalle sfumature rock, che trova la sua forza nella voce della Ballantine. Una voce versatile che sa trasmettere, in questo caso, un senso di urgenza e tensione. Una dimostrazione di talento, “The perfect crime / The perfect crime / The scars are out, are out of sight / My eyes are blind / My hands are tied / Your victim is in my mind“. Tourist è una canzone poetica e intensa. Il ritornello è gioia per le orecchie, Emma Ballantine tira fuori il meglio di sé. Una delle canzoni più emozionanti di questo EP, “Cause ooh, I’m just passing through / We barely met at all / So I’m barely leaving you / Tell me this before I go / Is your heart built for this? / For falling in love with a tourist“. Segue una bella cover, The Queen & The Soldier di Suzanne Vega. Una versione non lontana dall’originale, solo dalle sonorità più folk, “A soldier came knocking upon the queen’s door / He said, “I am not fighting for you any more” / And the queen knew she’d seen his face someplace before / And slowly she let him inside“. Chiude Fall, che affascina per le sue atmosfere delicate e malinconiche. Una canzone che, con la sua semplicità, esalta il talento di questa cantautrice, ricordandomi un’altra artista come Hattie Briggs “I was born in September when the leaves were turning brown / Halfway between the summer and the wintertime / And that may be why I never make up my mind, who knows?“.
L’EP Somebody’s Story inizia con l’ottima Secret Tunnel. C’è stata un’evoluzione musicale che ha portato Emma Ballantine verso uno stile più moderno ma ugualmente efficace. Questa canzone è ispirata dalla storia di Lisa, che dopo anni di abusi subiti dal padre, trova una nuova famiglia pronta a difenderla. La successiva è la triste Harmonise, ispirata alla storia di Brian che fino all’ultimo, a dispetto della malattia, ha continuato a suonare per amore della musica. Astronaut racconta la storia di Vicki che, negli anni ’50 lascia la sua casa in Inghilterra per raggiungere e sposare Jack, di stanza in Kenya. Il messaggio è semplice, l’amore abbatte i confini e le distanze. Through Your Eyes si ispira alla storia di James, affetto da autismo, che riesce a vedere il mondo in modo diverso, trovando la gioia nelle piccole cose di questo mondo distratto. Tutte le storie complete si possono leggere qui: somebodysstory.com

Emma Ballantine riesce, attraverso le sue canzoni, ha esprimere il meglio del cantautorato femminile inglese degli ultimi anni, spaziando dai brani più acustici e folk, passando per il rock fino al pop. Tourist rappresenta al meglio questa caratteristica, facendo emergere il suo aspetto poetico e musicale. Il recente Somebody’s Story, invece sorprende per la sensibilità di Emma. Mettere in musica storie che non la riguardavano direttamente non è cosa semplice. Scrivere una canzone cercando ispirazione nelle storie altrui è una responsabilità importante che necessità di una buona dose di sensibilità e una capacità di immedesimazione non banali. Emma Ballantine è una cantautrice che fa quello che tutte le cantautrici, e cantautori, dovrebbero fare: rendere eterne e vicine le emozioni, che siano esse le nostre o quelle degli altri.

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Sulla buona strada

Tra le uscite dello scorso anno che ho mancato di riportare su questo blog per una banale questione di tempo c’è un album intitolato Good. Hayley Reardon, ventenne cantautrice americana agli esordi, è una di quello scoperte che ho fatto attraverso NoiseTrade, un ottimo sito per scoprire nuova musica e sostenere gli artisti. Questo suo album ha fin da subito attirato la mia attenzione, in primo luogo perchè è il suo esordio, e poi perchè il suo stile a cavallo tra pop cantautorale e folk americano è nelle mie corde. Senza pensarci troppo mi sono buttato su Good certo di trovare al suo interno qualcosa di buono, good, appunto. Questo è il risultato.

Hayley Reardon
Hayley Reardon

La title track Good ci introduce nel delicato mondo della Reardon. C’è la tenerezza di un amore giovane e quella traccia di malinconia che dà forma ai sentimenti. Una canzone che mette in luce il suo talento cristallino, “People do crazy things / Try everything / Just to be who they think the should / But you, you do it ‘cause you’re good, good, good / Don’t let nobody tell you you aren’t good / You are good“. La successiva Would You Wait ha tutto il gusto del pop adolescenziale ma con una sensibiltà matura. La voce della Reardon è giovane ancora da scoprire ma le potenzialità ci sono e questa canzone ne dà prova, “I’m begging trying to tell you / That my head is like a city some days / Only when we’re laying in our whispers / Do I start to hear the street noise fade / I could come along fine“. C’è il fascino del folk americano nella bella Ghost. Una delle canzoni più mature dell’album, un’interpretazione intense e delicata allo stesso tempo, “Speak my words under water to make sure you hear / ‘Cause you live underwater on black coffee, burnt fear / And they all say they told me, but nobody told me / I guess you don’t know, don’t know, don’t know / Until you know“. Paper Mache ha quel tocco blues che la rende una delle canzoni più orecchiabili dell’album. Qui la Reardon è a suo agio, giocando con la voce e ammaliando l’ascoltatore. Ben fatto, “When everybody’s taking their hearts out to be framed / Here I am pulling at my edges hoping my name fades / From this paper, paper, paper mache / Leave my paper heart to blame / I’ll build it better when I’m better one day“. Con The Going si ritorna alla semplicità di un pop folk carico di sentimenti. C’è sempre quella malinconia di fondo, un tratto che è caratteristico di quest’artista e di tante altre della sua generazione. Una generazione di talento, “Does it hit you in your bones like seasons / Your finger ache with reasons / Why its getting too still here to breathe when / You’re face to face with your life for a second“. The High Road è destinata a rimanere nella vostra testa per un po’. Il ritmo si alza e la voce della Reardon è irrestibile nel ritornello. Un’ottima prova di songwriting, “At least I only want / What I say I do / I may be last to dance / But hell I’m first to move / And if I ever tried to pull off / All the crazy things you do / I’d want you to skip the high road too“. Segue la triste ballata Fourth Grade, davvero notevole per la dolcezza e sensibilità con la quale è stata scritta e cantata. La voce della Reardon si fa calda e confortante e rende questa canzone una delle migliori di questo album, “I met a girl today in fourth grade / It’s her first year with a locker / And a teacher with a first name / She’s smiling as she tells me / Weekend homework isn’t easy / But she can’t wait to be as old as me“. When I Get To Tennessee è un’altra canzone che con semplicità sa creare la giusta atmosfera un po’ malinconica ma positiva. In queste canzoni viene fuori la giovane età di questa artista ed è un bene, “But every time I get two hundred dollars and a brand new dress / I’m gonna fly you to the city just to catch my breath / It’s gonna be hard not to hold your hand / But we’ve still got a world to share when we can / When we can, when we can, when we can“. Con Count si abbassano le luci e si spande nell’aria una ballata romantica e solitaria. Una canzone che scalda il cuore, “And oh, when you’re looking from the last round / You’re laying with your head down / You’ll say it only mattered cause we made it / It only mattered cause we made it home“. Holes In Your Pocket è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente e ancora una volta basta un chitarra per fare una canzone. Canzoni come queste arrivano dritte, lungo strade larghe e pianeggianti, “I could sew the holes in your pockets / I’m only scared of the ones in your hands / How much do you lose when you’re walking / How much more do I not understand / Because I want all of you, all of you, all of you / I want all of you“. Chiude l’album Work More che ne racchiude i suoi aspetti migliori, “A world where we dance like Steinbeck writes / Where the dust lines the floor like lights / Where the songs don’t say get rich or die trying / ‘Cause you build the paper life and the paper still goes flying“.

Hayley Reardon con questo suo Good si presenta come una cantautrice che ama la semplicità nelle sue canzoni. Chitarra e voce sono spesso sufficienti per dare forma a questi brani. Questo è un buon esordio dove ancora si sente quella maracata sensibilità che i giovani cantautori sanno trasmettere attraverso le loro canzoni. Un esordio che mi ha incuriosito e mi ha convinto a mettere Hayley Reardon tra gli artisti da tenere d’occhio per il futuro. Good è un ottimo compagno per i freddi pomeriggi d’inverno e la sera che arriva presto.

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Caramelle gommose

Quando pensi che un’artista che segui abbia trovato la sua strada, ecco che questa si trasforma e cambia. Se nell’ultimo Light Up The Dark del 2015 vincevano sui colori il bianco e il nero, nel nuovo EP intitolato Miss You sono proprio i colori a prendersi una rivincita. Gabrielle Aplin è una giovane cantautrice inglese che seguo fin dai suoi esordi e al termine dello scorso anno ha pubblicato un nuovo EP che potrebbe significare un nuovo inizio per lei. La scelta di fare un EP di tre inediti (più una versione acustica) potrebbe servire a sondare il terreno per un futuro album che strizza l’occhio ad un pop mainstream. Questa svolta, anche se per ora limitata a questo Miss You, mi ha fatto inizialmente storcere il naso ma io non volto le spalle ad un’artista così facilmente. Gabrielle Aplin non fa eccezione.

Gabrielle Aplin
Gabrielle Aplin

La title track Miss You simboleggia questa svolta pop. Niente più chitarre, nè pianoforte ma si vive a colpi di beat. La Aplin non perde il piglio da cantautrice e in questa forma appare più accattivante anche se forse meno originale. Resta comunque un brano più che piacevole da ascoltare, “So what were we thinking? / You got me cab and we said we were done / And I thought I was fine / But the days were so long and they rolled into one / And I, I couldn’t believe you were taking it in your stride / Then you tell me that you miss me and I’m like“. La successiva Night Bus è un pulsante pop dalle atmosfere notturne. La voce della Aplin si sposa bene con le nuove sonorità, trovando i suoi spazi senza che sia assorbita troppo dalla musica. In questo caso si intravedono degli ottimi spunti per il futuro, “Suddenly I know / That I’m on my way home / To you for the last time / It’s not what you wanted / But I know you got this / And you’re gonna be fine“. Il terzo inedito è Run For Cover. Delicata e sognante, ha inizio soft ma la canzone cresce lentamente. Il ritornello è orecchiabile e la produzione non eccessiva. Qui i fan di vecchia data troveranno una Gabrielle più vicina alle ultime sue creazioni, “I’ve already packed my promises / They’re waiting by the door / The house is burning / Better run for cover / Run for cover“. Chiude l’EP un riproposizione di Miss You suonata al pianoforte. La canzone c’è e questo fa ben sperare.

Miss You è forse un EP che lascia aperto qualche interrogativo ma la sua ridotta durata lo fanno scivolare via senza intoppi. Gabrielle Aplin prova qualcosa di diverso, e le riconosco il coraggio, ma forse questa scelta la avvicina troppo a qualcosa di “già sentito” che se da un lato funziona dall’altro allontana chi vorrebbe un pop più cantautorale e genuino. Apprezzo la scelta di pubblicare Miss You prima di un eventuale terzo album che, se dovesse proseguire su questa strada, sarebbe una svolta importante ma non necessariamente sbagliata o vincolante. In definitiva Miss You si lascia ascoltare e toglie quello sfizio, quel bisogno di pop quasi fosse una caramella.

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Come piace a me

Prima che quest’anno finisca (come tutti gli altri) c’è spazio ancora per qualche recensione. Tra gli ultimi ascolti c’è l’interessante EP Fly della cantautrice gallese Danielle Lewis pubblicato lo scorso novembre. In realtà mi ero già appuntato il suo nome diverso tempo fa ma solo in occasione di questa nuova uscita, ho voluto approfondire la sua conoscenza. Così ho voluto ascoltare insieme due EP, Fly appunto, e Dreams Grow uscito lo scorso anno. Si tratta quindi di una doppia recensione nella quale ho potuto notare quanto è cresciuta quest’arista in un anno. I due EP insieme contano undici canzoni, un album insomma. Come piace a me.

Danielle Lewis
Danielle Lewis

Dreams Grow si apre con l’omonima canzone dalle atmofere indie pop. Carica di vita e positività, questo brano, rappresenta il volto più pop della Lewis che mette in luce più il suo songwiting che le doti vocali. In canzoni come la successiva I’ll Wait, Danielle sfodera la sua meravigliosa voce. Una voce angelica e cristallina, che viene perfettamente dosata in una canzone folk come questa, “Just like the tide you’d been and gone / Just like the sunset lost in the horizon / As I felt the wind come running round / It took my heart right from the ground“. La bella Dawnsio At Eich Galon è cantata in gallese. L’uso di questa lingua conferisce un tratto particolare a questa canzone, soprattutto per chi come me, non capisce una parola. Ma io sono convito che la musica è in grado abbattere qualsiasi barriera linguistica. Love Live Life mostra ancora tutta la vitalità e gioia di quest’artista. Un ritornello orecchiabile e buoni sentimenti fanno di questa canzone una delle più accessibili di Dreams Growi che si chiude con la straordinara Aros. La scelta di cantare ancora in gallese dà un fascino quasi fiabesco a questa canzone nella quale torna a farsi sentire la voce Lewis in tutto il suo splendore. Davvero un’ottima canzone.
L’EP Fly, comincia con la bella West Coast Sun. Melodie celestiali fanno da contrasto ad un ritornello accattivante. La voce della Lewis è delicata e irresistibile. Una canzone ispirata dalla sua terra. Meravigliosa, da ascoltare, “Looking over New Quay / From the window I grew in / Tracing out a path down to Cardigan Bay / Will you keep me warm, / When I’m back in old South Wales“. Along This Time è una malinconica ballata folk, nella quale Danielle Lewis ci culla con la sua voce. C’è qualcosa di magico nell’aria, l’immagine di una notte d’inverno. A me fa questo effetto al di là del significato della canzone, “Songs fade into sound turn into rain / The sunlight on the ground has washed away / Remember how my laugh would make you smile / The little things we did along the way“. La title track Fly è un canzone intima e sognante. La voce è incantevole e pura, il talento come cantautrice è un dono. Leggera come il vento, questa canzone, scivola via lasciando solo buone sensazioni, “Let this river, lead us where we’ll lay / The tide will take me / Hold me so I’ll stay / It’s almost day / I’ll fly ‘til I find another sky / I’ll fly, remember these wings, I’ll fly high“. Un richiamo all’indie pop ascoltato in precedenza lo troviamo in Belong. In questo caso Danielle Lewis presta più attenzione al testo, lasciando comunque trasportare dai sentimenti, “All the trees they shed their leaves / And every season has it’s way to be / Dancing under the scorching sun / Or getting drenched under the pouring rain“. Anywhere Is Home è un bel pezzo folk dai mille colori. La voce dà forma alla canzone, arricchita da un ritornello orecchiabile. Un’altra dimostrazione di talento della quale esiste anche una versione in gallese intitolata Cartref Yn Mhob Man, “A life is a canvas we can paint what we want / Make it fun, make it happy / Always do what you love / The sky is always blue“. Chiude l’EP la meravigliosa Hiraeth. Nella prima parte c’è solo la voce angelica della Lewis che ammalia e incanta. La seconda parte si trasforma in un folk delicato, essenziale e nostaligico come vuole il titolo. Bellissima, “Ble aeth y golau’r haul / Does dim bywyd yn y ddail / Yn edrych lan i’r awyr lwyd / i dod o hyd i fy ffordd / Mae’n diwrnod hir / Yn fy meddwl i“.

Ascoltare due EP come questi, uno dopo l’altro, dà l’idea di come un’artista, in questo caso Danielle Lewis, possa crescere e migliorare in poco tempo. Dreams Grow è ricco della vitalità e della vocalità di questa artista ma nel più recente Fly si trova quella poesia e fascino che pochi sanno tirare fuori dal nulla come lei. Avere una bella voce non è abbastanza per fare belle canzoni, bisogna saperle scrivere ma soprattutto saper trasmettere quell’emozione, quella sensazione che solo con la musica si può condividere. Danielle Lewis ha tutto questo ma soprattutto sa creare canzoni meravigliose che passano dalla sua voce angelica e pulita.

Un milione di occhi

Le settimane passano veloci e i tre anni di distanza dall’ultimo album della cantautrice danese Agnes Obel, sono passati altrettanto velocemente. Aventine è un album di quelli da ascoltare con attenzione, senza distrazioni o pensieri. In realtà tutta la musica della Obel è così. Quest’anno è tornata con Citizen Of Glass, titolo che è la traduzione letterale dal tedesco “gläserner bürger”, termine che viene usato per indicare il livello di privacy dei cittadini, oggi molto basso. Agnes Obel prende spunto da questo concetto per mettere in piedi un ritorno atteso, dove ritrova slancio e nuove idee. L’attesa è finita. Finalmente, cara Agnes, ci rincontriamo.

Agnes Obel
Agnes Obel

Stretch Your Eyes ci accompagna in punta di piedi nelle atmosfere eteree e magiche di questa cantautrice. Tutto questo è ciò che ci si aspetterebbe dalla Obel, che tra gli archi, la sua voce suona come uno strumento musicale. Nulla è lasciato al caso, “Gates of gold / In your head you hold / A kingdom molten / May the gods be on your side / You can give to my heart / Thousand words or more / You can give to my heart / Thousand words or more“. Il singolo Familiar è il brano più orecchiabile dell’album, nel quale si intravede l’approccio più moderno alle canzoni. Nel ritornello la Obel canta con la sua voce modificata di tono che  ne amplifica il mistero, “We took a walk to the summit at night, you and I / To burn a hole in the old grip of the familiar, you and I / And the dark was opening wide, do or die / Under a mask of a million ruling eyes“. Il primo brano strumentale è Red Virgin Soil che prende il titolo dal nome di una rivista letteraria sovietica del 1920. La Obel è capace di incantare anche con la sola musica e lo ha dimostrato più volte anche in passato. La successiva It’s Happening Again riporta alla mente il precedente Aventine nel quale la cantautrice danese riesce dare forma ad una semplice melodia attraverso le parole e il canto. Perfetta, “No future, no past / No laws of time / Can undo what is happening / When I close my eyes / And with the stars and the moon / I woke up in the night / In the same place / To save me for my eyes“. Anche in Stone la voce si trasforma in strumento, portandoci lontano, là dove la straordinaria Riverside ci aveva portati. Una delle canzoni più intense di questo album ma allo stesso tempo delicata, quasi fragile, “Oh how the birds forget to sing / Do they know where I have been? / Oh how I will leave you there again / Deep within my head of stone / Could I be, of stone, could I be, of stone, could I be / You are my only one“. Trojan Horses è un piccolo capolavoro. Agnes Obel sembra sfuggire, appare e scompare. Un’inafferabile voce angelica insegue un ritmo incalzante e sinistro, “I tell myself I wanna hide / I tell myself I wanna be lied to / Silent reader of my mind, do you know what i will ask of you? / Tell me if you wanna hide / Tell me if you wanna be lied to“. La title track Citizens Of Glass, la Obel ritorna ad una purezza e semplicità disarmanti. Tutto è al suo posto, come fosse sempre stato così. Una piccola magia, “Rend a black drop from my heart / With the weight of days / The end of time has just begun / I hear it call your name“. Golden Green è una delle sue canzoni più belle. Un fascino irresistibile pervade la musica e la Obel come un elfo, si muove leggera in un bosco di note. Da ascoltare, “All my eyes can see is / Born out of your imagery / It’s coming at, it’s coming at, it’s coming at my heart / To scorch the earth with fire / Tell me who you really love / Tell me who you really love / Tell me who you really love“. La successiva Grasshopper è l’altro brano strumentale dell’album. Si respira sempre un’aura di mistero nella musica della Obel che, con eleganza e sapienza, viene evocata nella sua forma migliore. Con Mary cala il sipario sull’album. Ritroviamo la Obel degli esordi, voce e pianoforte. Un’atmosfera malinconica scorre in questa ballata che ricalca alla perfezione lo stile della musicista danese, “In my house the silence rang so loud / Under doorways, through the hallway down / Waiting for the secret to grow out / Oh what we do when no one is around“.

Citizen Of Glass ci mostra una Agnes Obel in gran forma, profondamente ispirata che non vuole lasciarsi alle spalle il passato. Un’artista vera, della quale fidarsi sempre perchè la sua musica è sempre sincera ed elegante. C’è solo più ritmo in questo terzo lavoro rispetto ai precedenti ed è questo particolare che dà all’album una marcia in più. Agnes Obel riesce ad arricchire di dettagli le sue canzoni senza in alcun modo appesantirle. Questo è il segno evidente di un duro lavoro che avrà sicuramente ripagato lei e ripaga noi ascoltatori che abbiamo atteso a lungo questo momento. Ora che l’anno sta finendo, Citizen Of Glass si può mettere nella lista dei migliori, dove già gli avevo riservato un posto.