L’amore è una malattia curata dal tempo

C’è qualche artista che in questi momenti ha deciso di andare contro corrente. Mentre altri posticipano le loro nuove uscite, in attesa di tempi migliori, c’è chi ha scelto di anticipare il suo nuovo album. E anche di molto a quanto sembra. Laura Marling ha scelto di essere vicina ai suoi fan in questi giorni difficili e rivelare il suo settimo album, Song For Our Daughter. A tre anni di distanza dall’ottimo Semper Femina, il prodigio del folk inglese è tornato, attirando su sé tutta l’attenzione di pubblico e critica. Una carriera da far invidia a chiunque, che la vede a trent’anni, alle prese con un desiderio di maternità e una nuova visione del mondo. Ecco come si presenta questo disco, ecco a voi il ritorno di Laura Marling.

Laura Marling
Laura Marling

Alexandra dà il via questo album così come la Marling ci ha abituati. La chitarra in primo piano e la sua voce melodiosa stupiscono sempre e non stancano mai. Una donna è protagonista di questa canzone e sembra legarsi al filo conduttore del precedente album, “Alexandra had no fear / She lived out in the woods / She’d tell you what you’re doing wrong / If she thinks she’ll be understood / Pulls her socks up to her knees / Finds diamonds in the drain / One more diamond to add to her chain“. Il singolo Held Down anticipa il mood dell’album. Un bel rock d’autore fa da sfondo alle confidenze della Marling che, che sempre, non ha paura di nascondersi. Il lato più forte di quest’artista prende il sopravvento, “I woke up, it was four in the morning / Clear as all hell that you’d already gone / Your note said, ‘Dear, you know I hate to disappear / But the days are short and the nights are getting long’“. Strange Girl spalanca le porte ad una positività vista raramente nelle canzoni di questa cantautrice. Una canzone ribelle, che prende spunto dai conflitti che ogni giorno vivono dentro di noi e ne sono di fatto una parte essenziale per renderci quello che siamo, “Woke up in a country who refused to hold your hand / Kept falling for narcissists who insist you call them ‘man’ / You work late for a job you hate that’s never fit the plan / Stay low, keep brave“. Solo Laura Marling può fare canzoni come Only The Strong. Ballata triste e scarna, dove la sua voce tratteggia una melodia solitaria. Si resta affascinati da come la semplicità, anche solo apparente, renda queste canzoni così profonde, “Most I have forgot are all very fine / Love is a sickness cured by time / Love is a sickness cured by time / Bruises all end up benign / Love is a sickness cured by time“. Quando pensi che sia difficile trovare un’altra canzone così in questo album, ecco che arriva Blow By Blow. Messa da parte la chitarra per un momento, ci sono le note di un pianoforte ad accompagnare la Marling in una delle sue canzoni più belle, “I don’t know what else to say / I think I did my best / Momma’s on the phone already talking to the press / Tell them that I’m doing fine / Underplay distress / I’m working out a story and there’s so much to address“. La title track Song For Our Daughter non riserva sorprese ma ci permette di ascoltare una Marling accorata ed emozionante. Siamo di fronte ad una riflessione sulla vita, il tempo e la maternità. Temi di una maturità che quest’artista sembra avvertire come non mai, “Lately I’ve been thinking about our daughter growing old / All of the bullshit that she might be told / There’s blood on the floor / Maybe now you’ll believe her for sure / She remembers what I said / The book I left by her bed / The words that some survivor read“. Fortune è forse la canzone più poetica tra queste. Una melodia meravigliosa, svela una serie di immagini di grande espressività che non ci possono che far amare ancora di più questa artista unica, “You spent all that money that your momma had saved / Told me she kept it for running away / Never quite found the right way to say / I’m sorry, my darling, my mind it has been changed / Release me from this unbearable pain“. The End Of The Affair, la fine di una storia, è a partire dal titolo, una triste ballata, tratteggiata dalla voce sincera della Marling. Tutto è così delicatamente bilanciato tra ragione e sentimento, “Threw my head into his chest / I think we did our best / But now we must make good on words to God / And sit with a weary breath / No need to say the rest / I fear that we’ve been lost here for to long“. Hope We Meet Again è una canzone nel classico stile della Marling dove vince la nostalgia. Ancora una chitarra e poco altro, bastano per mettere in piedi una canzone meravigliosamente essenziale ed efficacie, “Home, this is not a home anymore / You just threw your pieces, they washed up on my shore / I have not lived any other way / It is my right to wander, I might choose to stay“. Si chiude con For You. Un’altra canzone dalla quale emerge un sentimento positivo. Un modo per lasciarsi con un bel ricordo di questo album, “I thank a God I’ve never met / Never loved, never wanted (For you) / I write it so I don’t forget / Never let it get away / I wear a picture of you / Just to keep you safe“.

Song For Our Daughter non troverete una Laura Marling inedita o ad un punto di svolta della sua carriera. No, troverete Laura Marling nella sua forma più semplice e sincera. Non è il momento di sperimentare o di cercare nuove vie espressive, qui questa cantautrice entra in un territorio sicuro nel quale emerge con forza la volontà di entrare in una nuova fase della sua vita, irrimediabilmente legata alla musica. Un album che, in generale, appare più positivo rispetto a ciò che ci ha abituato la Marling in questi anni, ma che non manca di momenti di insicurezza e malinconia. Song For Our Daughter non sorprende per molti aspetti, ma è forse proprio questa marcata volontà di non ricercare qualcosa di speciale o più complesso, che lo rende sincero, avvicinandoci ancora di più ad un’artista che spesso poteva apparire un po’ distaccata.

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Mi ritorni in mente, ep. 68

Mentre il mondo la fuori si è fermato e chissà quando tornerà ad essere più o meno come prima, mi fermo anche io con le consuete recensioni e mi prendo un po’ di tempo per ascoltare gli album usciti nelle scorse settimane. Un po’ mi mancano i viaggi in treno ad ascoltare musica e leggere libri. Sto cercando di ritagliare nuovi spazi per queste due cose e so che dovrò abituarmici. In aiuto arrivano gli EP, questi brevi assaggi di musica, che spesso sono preludio ad un album ed altre volte no, come nel caso di Sophie Morgan. Questa giovane cantautrice inglese è al suo terzo EP intitolato Marmalade. Quattro canzoni davvero molto belle che hanno fatto fare il salto di qualità a quest’artista.

Oltre alla title track Marmalade, una romantica canzone d’amore, e la nostalgica Bar To Bar, che trovate entrambe su YouTube accompagnate da altrettanti videoclip, c’è una canzone che più di tutte mi è piaciuta. Si tratta di On Fire che potrete ascoltare qui sotto. Ma già che ci siete ascoltate anche Old England, l’ultima delle quattro canzoni che compongono questo EP e non ne rimarrete delusi.

Nostalgia di casa

Lo scorso mese di marzo è stato davvero ricco di uscite discografiche interessanti e tra queste il ritorno della cantautrice canadese Basia Bulat. Confesso che non sono un suo fan di lunga data, l’ho riscoperta solo di recente con il suo album Good Advices del 2016, ma ho segnato fin da subito sul calendario la data di uscita del nuovo Are You In Love?. La copertina di questo album, ad opera del pittore Kris Knight, è la prima cosa che colpisce di questo album. Non ho mai visto un dipinto così soleggiato, primaverile. A differenza dei libri, le copertine dei dischi dicono molto di quello che nascondono al loro interno. Dunque Are You In Love? è quello che sembra?

Basia Bulat
Basia Bulat

A svelarsi per prima è la title track Are You In Love?, una ballata pop che parla d’amore. La Bulat sembra volerci rivelare i segreti di questo sentimento che da sempre ispira la musica più di ogni altro, “Oh and somehow you knew / If you let go of your ruse / If you believe it / You go back to childhood mystery / Wearing it like your mother’s jewelry / Sweetness on earth / Did it still make a fool of me?“. Electric Roses è un affascinante canzone dalle sonorità indie delicate e leggere. Le immagini vivide ma misteriose si inseguono nella mente di chi ascolta e la voce ci guida con sicurezza in questo mondo, “It feels so funny / I think I’ve been here before / The faces seem the same / Not quite forever young / Violets in the snow / They wanted electric roses / Practicing your pose / They wanted electric roses“. La successiva Your Girl nasconde sotto un ritmo spensierato, la storia di un amore a pezzi. La Bulat tira fuori la sua abilità nello scrivere canzoni orecchiabili che sono un piacere da ascoltare, “Did you let down your girl / All ‘cause you couldn’t face your heart again? / Let your temperature rise and then / Let your anger strike your love away?“. Light Years ci riporta a sonorità folk care a questa artista. Qui è il tempo che risveglia sentimenti malinconici dalle notte della vita. Una ballata molto ispirata e toccante, “Suddenly you’re light years / Light years from your hometown / Light years from a road / Going anywhere you know / Someday when you’re light years / How long were you falling? / Light years shine you on / And you will still belong“. Chissà quanti, in questo periodo hanno nostalgia di casa. Homesick parla di questo e Basia Bulat lo fa con la sua consueta sensibilità pop ed energia, “Oh take my heavy heart and drive me north / What I’m looking for / It has no end at all / Oh, take my heavy heart and drive me north / We can talk about those memories we lost / And if I cry / Oh, I won’t remember why“. Hall Of Mirrors è una bella canzone dai colori pastello. Un pop rarefatto e luminoso che sa di primavera. Basia Bulat fa ancora centro riuscendo sempre ad incantare con la sua voce,”Now it’s been so long since I have heard you / Singing your own song / You walk in a hall of mirrors laughing / On and on and on / You sing, “oh oh oh oh oh, baby” / Baby, baby, baby / Are you lost?“. I Believe It Now è un breve intermezzo sognante che ci introduce nella seconda metà dell’album, “Breathe in, breathe out / The future is a game for us / Never plays out the way it was / I believe it now / I believe it now / I believe it now“. No Control riprende proprio dalla traccia precedente per poi trasformarsi in un pop rock che parla d’amore. La speranza è l’ultima a morire anche in questo caso, l’energia nell’interpretazione della Bulat dice tutto, “But when a tide turns on me / Turns against me and I fall / Fall into the unknown / Nowhere I have been before / All I want is to hold on / I swear that I can make it gold / I keep trying to hold on / To my love with no control“. Segue Pale Blue che risveglia sentimenti di tristezza e malinconia. Si possono sentire gli echi lontani della musica folk, sapientemente mescolati ad un indie pop fresco e leggero, “Pale blue glow / Under the shade / You try to hide a bruise / In your eyes / I recognize the hue / Oh keep on running / I believe in you / Believe in you“. Already Forgive è una delle canzoni più potenti e belle di questo album. Una splendida melodia ci conforta e ci culla in un mondo di sogno che vorremmo non finisse mai, “I want to leave my mind and let my old ways fall / They took shapes I could not have foreseen / And in my hands this time / I don’t know what I hold / But I know you’re already forgiven / Already forgiven“. Con The Last Time si torna ad un indie pop dolce e delicato, sostenuto dalla voce calda della Bulat, che finisce per esplodere in un accorato rock, “Please don’t wait / I know you’ll be gone for a while / Plans you made / Now I’m in the way of the ride / Keep on singing softly to me / I won’t hold on tight / This might be the last time“. Fables è una canzone sincera che ci confessa come le cose cambiano crescendo. Un accompagnamento essenziale ma efficacie, lascia spazio alla voce confortante della Bulat, “All fables fail you when you’re older / And still the mirror on your wall / Keeps you from staring into the darkness / What vision’s keeping you awake? / In fairytales you try to stay / They echo back at you like a chorus“. L’album si conclude con Love Is At The End Of The World, una canzone che suona come una preghiera si speranza, nella quale l’amore è ancora il protagonista. Un procedere lento e fragile ci rassicura che alla fine andrà tutto bene,”I’m at the end of the world / Another end of the world / Love is at the end of the world / Love is at the end of the world / You fall apart when you fall into it / Love is at the end of the world“.

Are You In Love? ci regala un album perfetto per questo periodo dell’anno. Da una parte i colori della primavera e l’ottimismo derivato da un nuovo inizio, dall’altra i pensieri che affollano la nostra mente e fatichiamo a tenere lontani come vorremmo. Basia Bulat bilancia con talento questi sentimenti contrapposti, trovando nella musica pop i colori più accessi e positivi, e nel folk quelli più malinconici e riflessivi. C’è coesione tra le tracce di questo album, la si intravede nelle scelte stilistiche e nei temi trattati, facendo così evolvere ciò che aveva avuto inizio con il precedente Good Advices. Basia Bulat si dimostra un’artista di talento, incapace di sbagliare, e tanto basta per rendere Are You In Love? uno degli album che si faranno ricordare in questo turbolento 2020.

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E sognerò il mare

Il primo album di questa cantautrice danese è uscito dieci anni fa e, anche se io l’ho scoperta l’anno successivo, è incredibile pensare che lei ci sia sempre stata con la sua musica. Mi ricordo quando ascoltai per la prima volta Philharmonics, rapito da quelle melodie magiche ed evocative. Quello era solo l’inizio della luminosa carriera di Agnes Obel, arrivata lo scorso febbraio al suo quarto album intitolato Myopia. Il suo percorso artistico è sempre stato in evoluzione, lasciando meno spazio alle parole e più alla musica, esprimendosi più come compositrice che come cantautrice. Ogni suo album è avvolto da un alone di mistero e di fascino, che sono pronto ad affrontare anche questa volta.

Agnes Obel
Agnes Obel

Si comincia con Camera’s Rolling dove ritroviamo le atmosfere tanto care alla Obel. Un brano etereo e sfocato, intriso di mistero che poggia sulla sua voce. La voce che è anch’essa uno strumento musicale che va oltre al significato delle parole, “The script is burning / On heavy fuel / No time to lose / What will you do? / Camera’s rolling / What will you do? / What will you do? / That you can’t undo?“. La successiva Broken Sleep è più sperimentale e vi fa entrare in un mondo notturno e fatto di sogni. La voce si trasforma, si sdoppia, intrecciandosi come spire di fumo. La Obel qui si mostra in una delle sue forme migliori, “I would like to fall, silence every call / (Will you level me with a dream?) / If I could fall, fall / I would like to fall (fall asleep), silence every call / (Will you level me with a dream?) / If I could fall, I would like to fall“. Island Of Doom è il primo singolo che ha anticipato l’album e la scelta è stata perfetta. Qui la voce della Obel si pone in primo piano, tornando in parte alle sonorità degli esordi. Ma è il ritornello a sorprendere, dove la sua voce alterata forma un coro a tre di grande impatto. Espediente già usato nel precedente album e che dimostra la volontà di creare e sorprendere di quest’artista, “Destiny made her way and found you in a room / They told me, they told me / To undo the rule of mind and body / And nature laughed away as their voices grew / They told me, they told me / Clean out the room and bury the body“. Roscian è un intermezzo esclusivamente strumentale, in linea con sui precedenti lavori. Ritroviamo il suono del pianoforte in perfetto stile Obel, che traccia un fil rouge lungo questi dieci anni. La title track Myopia è una delle più affascinanti dei questo album. Melodia e ritmo si incontrano, avvolti dalla voce morbida e impalpabile della Obel. Una discesa nel buio, nelle profondità più recondite dell’animo, “Your god is some one / Who would glow when you go along / Through so many eyes / In the dark with someone / Will you go, will you go along? / Like fire runs“. Ancora un brano strumentale, intitolato Drosera. Il titolo fa riferimento ad una pianta carnivora e il brano parte lento e poi va in crescendo, quasi a sottolineare la sua lentezza e letalità. Cant’ Be è un’altra affascinate prova del talento compositivo della Obel e della sua band. Siamo ancora attratti e trascinati in un sogno senza fine, incomprensibile e sfuggente, di rara bellezza che ha solo bisogno di essere ascoltato, “I can’t be, I can’t be / Keep digging, keep digging deep / Can’t keep me calm / Can’t keep me whole, can’t keep me whole / Can’t reach the sun“. Parliament Of Owl è un’altro brano strumentale. Il pianoforte apre e gli archi tessono una melodia triste ma profondamente epica. Un senso di nostalgia e quella strana sensazione di vedere attraverso la musica prendono il sopravvento. Uno dei momenti più belli e classici di questo album. Promise Keeper è un altro gioiellino della Obel. Essenziale e sognante, lascia l’ascoltatore in sospeso tra la notte e il giorno, cullato dalla voce unica di quest’artista, “Dream away, dream away / A game of numbers, will take us under / You would leave me under oath / Blazing thunder at all / Leave me under the sun / And I’ll / Dream of the sea / Dream of the sea“. Questo meraviglioso viaggio si chiude con Won’t You Call Me. La voce calda della Obel ci accompagna una ballata delicata ed elegante. C’è tutto quello che ho amato di quest’artista ed è bello ritrovarlo intatto in canzoni come questa, “No one knows what the devil did / What disguises hid from our eyes / So don’t burn your fire for their sake / Miracles of fate got no enemy but time“.

Con Myopia, Agnes Obel ci prende per mano e ci accompagna in un mondo notturno, fatto di sogni ma anche di incubi e insicurezze. Forse l’album più sperimentale di quest’artista che però non rinuncia ai suoi strumenti preferiti, pianoforte ed archi. La voce, mai come in questa occasione, è il veicolo per il suono delle parole più che per il loro significato. Agnes Obel dà prova, ancora una volta, del suo talento come compositrice, continuando ad affascinare con eleganza ma senza rinunciare a sorprendere come fece dieci anni fa. Myopia rinnova il legame tra me e quest’artista che è, e resterà, a mio parere, una delle più misteriose e talentuose degli utimi anni. Myopia è un album da ascoltare in religioso silenzio, quasi fosse un messaggio proveniente da una dimensione a noi sconosciuta, che si rivela con immagini evocate dal potere della musica.

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Bel tempo si spera

Il nome di Josienne Clarke non è certo un nome nuovo nel panorama della musica folk e il suo ultimo album in coppia con Ben Walker, è da parecchio tempo nella mia wishlist di Bandcamp. Sul finire dello scorso anno, però, questa cantautrice è tornata alla ribalta, in questa mia lista, con il suo nuovo album da solista, intitolato In All Weather. Resomi conti che perfino il precedente One Light Is Gone del 2010 era stato oggetto del mio interesse in passato, non potevo tardarmi oltre. Dovevo affrontare e conoscere la musica di Josienne Clarke prima che finisse tra quegli artisti che “mi piacerebbe tanto ascoltare ma che probabilmente non avrò il tempo per farlo“. Ecco qui In All Weather, che dà il via alla mia personale scoperta di questa cantautrice scozzese.

Josienne Clarke
Josienne Clarke

Si comincia con la canzone che dà il titolo all’album (Learning To Sail) In All Weather e che introduce le tematiche di questo album. La vita, con i suoi momenti difficili, è un viaggio alla ricerca di risposte che forse non arriveranno mai. La voce della Clarke è drammatica e triste, in una parola: perfetta. Seconds è una riflessione sul tempo che scorre inesorabile. I secondi diventano minuti sempre e comunque, non c’è niente che possiamo fare. Un folk moderno, semplice e delicato, con un testo sincero. The Drawing Of The Line continua sulla stessa strada, con un tono più poetico ma più scuro. La voce della Clarke appare fragile ed indifesa contro le tempeste del mare della vita. Intima ed essenziale è la successiva Leaving London. Anche qui tutto è leggero e sfuggente ma con la costante presenza di qualcosa, come di un peso. Però c’è anche la volontà e la speranza di un cambiamento. My Love Gave Me An Apple sembra aprirsi verso un cielo più luminoso. Forse quella tempesta sta passando ma la voce della Clarke non ci fa illudere, continuando ad essere tanto melodiosa quanto triste. Segue If I Didn’t Mind che con il suo piglio più rock delle precedenti, spazza via qualche nuvola. Il suono della chitarra traccia una linea che corre lungo questa canzone, che svela un punto di svolta all’interno di questo album. Host finisce però per riaffondare in una vaga disperazione. Le chitarre graffiano la superficie ed evocano una rabbia che stenta a venire fuori. A contrastare la ricaduta del buio, ci pensa Slender, Sad & Sentimental. Josienne Clarke tira fuori dal cilindro uno dei brani più luminosi di questo album. Un indie rock brillante che spicca su tutte per orecchiabilità e immediatezza. Season And Time prosegue sulla strada tracciata per questo album. Una musica, ridotta ai minimi termini, accompagna la voce della Clarke che vuole sembrare meno fragile. Walls & Hallways è una delle canzoni più belle di questo album. Josienne con la voce traccia una melodia malinconica e toccante. Tutta la poesia e il talento di questa cantautrice brillano in questo breve brano. Si gioca con la voce in Fair Weather Friends. Le parole di accavallano l’una sull’altra ma tutto dura un minuto e lascia spazio a Dark Cloud. Si ritorna sulle atmosfere buie e opprimenti che hanno caratterizzato parte di questo album. Il canto della Clarke però riesce però a stemperarle, come un raggio di sole in mezzo alle nuvole nere. Tutto si conclude con Onliness. La solitudine è un tema che ogni cantautore deve affrontare e Josienne Clarke lo fa con grazia e semplicità. Una canzone triste e solitaria ma allo stesso tempo elegante e poetica.

In All Weather è un album che ci invita a riflettere, mettendoci di fronte canzoni affatto leggere e spensierate ma mai troppo drammatiche o malinconiche. In italiano usiamo la parola tempo per riferirci indistintamente al meteo e al tempo che passa, quasi fosse scontato che le due cose sono legate l’una con l’altra. Qui Josienne Clarke sembra fare la stessa cosa. La vita è un susseguirsi di stagioni, il cielo cambia in fretta ma, come si dice, c’è sempre il sole sopra le nuvole. Josienne Clarke scrive canzoni sincere, dove la musica non prende quasi mai il sopravvento e lascia spazio alla sua voce unica, esprimendosi sempre in canzoni piuttosto brevi (solo in un paio di casi sopra i tre minuti). Sono rimasto sorpreso da questo album e da questa cantautrice, anche se non dovrei esserlo perché il suo talento è già noto da tempo. Ma questo non vale per me, ed è sempre bello quando succede.

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Di velluto e di pietra

Nel corso dello scorso anno sono state numerose le uscite discografiche che sono riuscito ad ascoltare e non tutte hanno trovato spazio in questo blog. La scorsa estate mi ero appuntato l’uscita di un interessante album d’esordio, omonimo della band inglese Velvet & Stone ma solo poco tempo fa ho avuto il piacere di ascoltarlo. Il duo, capitanato da Lara Snowdon e Kathryn Tremlett, si rifà alle sonorità folk della tradizione inglese e americana ma con un approccio alternative e moderno. Non c’è voluto molto per conquistarmi e abbandonarmi all’ascolto di questo album, sapendo già che avrei trovato ciò che stavo cercando.

Velvet & Stone
Velvet & Stone

Fisherman’s Blues apre l’album traendo ispirazione dal folk inglese. In primo piano il violino della Tremlett che guida la voce della Snowdon. Una ballata che evoca i paesaggi del Devon, la contea d’origine della band, con un bel finale strumentale che si lega alla successiva Oh Boy. Qui le sonorità si fanno più oscure e moderne. Il folk rock di questo brano è trascinante, voce e musica si rincorrono. Un crescendo che mette il luce le capacità della band e lascia incantato chi ascolta. Anche Lay Her Down preferisce il fascino del folk rock. Il violino continua a tenere le redini della musica e lascia che la voce della Snowdon si prenda la sua parte. Tanta energia anche in questo brano ma con una particolare attenzione alla melodia. Breath rallenta e offre una versione più riflessiva e intima della musica di questa band. Ci sono richiami al folk inglese e alla sua controparte americana, qui ben mescolate insieme. Una delle canzoni più belle di questo album. La successiva Walls è un’affascinante canzone nella quale la voce traccia una melodia misteriosa, supportata dal consueto suono del violino. Tutta la band spinge nella stessa direzione e il risultato è ancora una volta eccezionale. Si vira verso qualcosa di più leggero e libero con By The Water. Una progressione che sfocia verso un brillante folk pop, punto dal suono delle chitarre. Anche in questo caso, questa band dimostra di non aver nulla da invidiare al altri colleghi più in vista, confezionando una canzone orecchiabile e ben scritta. Am I Dreaming? vira verso un folk pop sognante ed etereo. C’è la volontà di sperimentare qualcosa di diverso, uscendo dai consueti binari del folk. Qui è la voce della Snowdon a prevalere su tutto e attirare su di sé, l’attenzione di chi ascolta. Una performance solida e di mestiere. Forget About The Rain è una dolce ballata, luminosa e leggera. Il violino torna a rischiarare l’album e la voce, calda e confortante, va a completare una delle sue canzoni più magiche. Tra le mie preferite c’è la conclusiva I’ll Dream Of You Tonight. La melodia del violino, tradizionale e trascinante, mi ha conquistato fin dal primo ascolto. Nel finale tutta la band è per Kathryn Tremlett è il suo strumento. Bellissimo modo di terminare un album.

Velvet & Stone è un album che racchiude anni di carriera passati prevalentemente a suonare dal vivo. Si percepisce l’affiatamento tra tutti suoi componenti, in particolare tra le due leader Lara Snowdon e Kathryn Tremlett. Laddove la prima porta il canto e le parole, l’altra porta l’inconfondibile e intramontabile fascino del violino. Velvet & Stone propongono un folk alternativo ma non lontano dalla tradizione, sia essa americana o inglese. Questo è un album da ascoltare tutto d’un fiato, che incanta per le sue atmosfere che cambiano e si trasformano, pur mantenendo un filo conduttore. Un esordio davvero ben scritto e realizzato che incuriosisce e affascina, facendoci scoprire le mille sfaccettature della musica folk.

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Mi ritorni in mente, ep. 66

Questa canzone intitolata Infamous mi aveva subito catturato quando l’ascoltai la prima volta nel 2016, anno di pubblicazione di Good Advice. Il nome di Basia Bulat è sempre stato lì, nella mia lista delle cose da ascoltare prima o poi. Ed ecco che finalmente questo album è mio, e la sua Infamous non è più da sola. Questa cantautrice canadese con questo album, il quarto della sua discografia, ha intrapreso un decisa svolta verso un sound indie pop. Non so come siano i suoi album precedenti ma Good Advice mi piace, è orecchiabile, originale e per nulla scontato.

Quest’anno, il prossimo 27 marzo uscirà Are You In Love? il nuovo album della Bulat, appena in tempo per godermi il precedente e risalire, poi, la sua discografia. Tutto è partito, anni fa, da questa bella Infamous.

Non mi giudicate – 2019

Un altro anno è passato e sono qui per fare il punto su quanto di meglio è passato per le pagine di questo blog. Ogni anno è sempre più difficile fare delle scelte ma è bello poter passare in rassegna i dischi ascoltati e i libri letti. Ecco qui sotto, le mie scelte. Chi è rimasto fuori lo potete trovare comunque qui 2019. Ho aggiunto una nuova categoria per gli album esclusivamente strumentali, che quest’anno si sono aggiunti alla mia collezione.

  • Most Valuable Player: Rachel Sermanni
    Con il nuovo So It Turns questa cantautrice scozzese ritrova ispirazione e cresce sotto ogni aspetto, come artista, come donna e soprattutto come madre. Un ritorno che mi è piaciuto molto, nel quale ho ritrovato un’amica.
    Rachel Sermanni – What Can I Do
  • Most Valuable Album: Designer
    Fin dal primo ascolto non ho esitato a definire Designer come l’album dell’anno. Aldous Harding raggiunge la perfezione nell’equilibrio tra il suo folk acustico dell’esordio e l’astrattismo moderno. Consigliatissimo.
    Aldous Harding – Zoo Eyes
  • Best Pop Album: Norman Fucking Rockwell
    Lana Del Rey non sbaglia un colpo e non vuole fare la pop star. Sempre più lontana dall’apparire come una femme fatale, questo album racchiude uno spirito poetico trapiantato in un presente decadente e alla deriva.
    Lana Del Rey – Fuck it I love you / The greatest
  • Best Folk Album: Enclosure
    Le sorelle Hazel e Emily Askew realizzano un album che attraverso brani tradizionali lancia un messaggio attuale. Attraverso un accompagnamento musicale essenziale e la voce di Hazel, le Askew Sisters ci fanno riflettere.
    The Askew Sisters – Goose & Common
  • Best Country Album: The Highwomen
    Il supergruppo con Amanda Shires, Natalie Hemby, Maren Morris e Brandi Carlile sia aggiudica il premio con un mix di canzoni dall’anima country ispirata dai maestri del passato. Il tutto segnato da un’ispirazione femminista.
    The Highwomen – Redesigning Women
  • Best Singer/Songwriter Album: Lucy Rose
    Il suo No Words Left è un album difficile da affrontare. Così personale ed intimo che lascia l’ascoltatore un senso di impotenza. Lucy Rose riesce più di tutte a trasmettere sé stessa attraverso le sue canzoni.
    Lucy Rose – Treat Me Like A Woman
  • Best Instrumental Album: The Reeling
    La giovane musicista Brìghde Chaimbeul con la sua cornamusa ha incantato tutti riuscendo a mescolare tradizione e modernità. Questa ragazza nel suo piccolo sembra avere tra le mani il futuro della musica folk.
    Brìghde Chaimbeul – An Léimras / Harris Dance
  • Rookie of the Year: Jade Bird
    Come poteva essere altrimenti. Jade Bird con il suo esordio si è rivelata una delle promesse più lucenti del panorama musicale inglese e non solo. Una ragazza che punta alla sostanza e rifiuta le mode passeggere. Da non perdere.
    Jade Bird – I Get No Joy
  • Sixth Player of the Year: Emily Mae Winters
    Premio dedicato alla sorpresa dell’anno. In realtà il talento di questa cantautrice inglese era già emerso fin dal suo esordio folk, a sorprendere invece, è la sua scelta di virare verso un sound più americano. Coraggiosa e vincente con High Romance.
    Emily Mae Winters – Wildfire
  • Defensive Player of the Year:  Janne Hea
    Questa cantautrice norvegese ritorna dopo tanti anni con Lost In Time e lo fa riproponendo la sua formula vincente: semplicità, sincerità e poesia. Ho ritrovato un’artista che ho ascoltato per anni, in attesa di questo ritorno.
    Janne Hea – Lost In Time
  • Most Improved Player: Joseph
    Le sorelle Closner con il loro Good Luck, Kid brillano per energia e affiatamento. Un album pop curato nei dettagli che oscilla tra passato e presente, portando le Joseph ad un livello superiore rispetto a questo fatto sentire finora.
    Joseph – Green Eyes
  • Throwback Album of the Year: Savage On The Downhill
    Ho inseguito questo album della cantautrice americana Amber Cross per anni. Non mi ha deluso. Per niente. Tanta buona musica country folk, diretta e sincera. La voce della Cross è unica e non vedo l’ora di ascoltare qualcosa di nuovo da lei.
    Amber Cross – Trinity Gold Mine
  • Earworm of the Year: Benefeciary
    Il ritorno della band canadese dei Wintersleep con In The Land Of è un davvero un bel album. Ogni singola nota è ispirata dall’amore per il nostro pianeta. Questa canzone in particolare ci ricorda che siamo beneficiari di un genocidio.
    Wintersleep – Beneficiary
  • Best Extended Play: Big Blue
    Bess Atwell ritorna con un EP che rinfresca il suo sound in attesa di un nuovo album che spero arrivi presto. Questa cantautrice inglese conferma con questo disco tutto il suo talento e la sua voce unica.
    Bess Atwell – Swimming Pool
  • Most Valuable Book: Infinite Jest
    Non ci poteva essere che Infinite Jest come libro dell’anno. Il capolavoro di David Foster Wallace ancora oggi, a distanza di mesi, mi ritorna in mente con le sue storie assurde, tristi e tragicomiche.

collage

Dove vanno le anatre?

Prima che si concluda questo anno, c’è ancora tempo per consigliare un po’ di buona musica. Your Company è uscito lo scorso 29 novembre, a tre anni di distanza da Staring At The Starry Ceiling debutto delle due sorelle Mabel e Ivy Windred-Wornes, che insieme formano il duo Charm Of Finches. Queste due giovani cantautrici australiane con il loro folk delicato e sognante mi avevano fatto una buona impressione fin da subito e non avevo mancato di riportarlo, a suo tempo, su questo blog. La notizia di un loro nuovo album mi ha incuriosito e, desideroso di scoprire l’evoluzione della loro musica, mi sono precipitato subito ad ascoltarlo. Ecco dunque uno degli ultimi di dischi dell’anno, che va ad aggiungersi alla mia collezione.

Charm Of Finches
Charm Of Finches

The Bridge va a rispolverare le sonorità del suo predecessore. Un Natale triste e chiari rifermenti ad una vita spezzata, ci fanno apprezzare i temi più maturi affrontati dalle sorelle. Un inizio davvero eccezionale, “You once told me you wondered what it would be like to fly / You once told me you wondered what it would be like to die / Taken to the air / You began your endless flight“. Il singolo Lies si poggia sulla due voci che si rincorrono l’una con l’altra. Una canzone essenziale ma capace di suscitare immagini complesse e sensazioni contrastanti, in un delicato folk dalle tinte scure, “I do hope the clouds will blow over soon / So you will abide by my every rule / You’ll find someone to crawl into their empty heart / Whisper in their little ear / Tell to them your little lies and all their fears“. La successiva Fish In The Sea percorre le stesse strade affrontando un doloroso abbandono. Un indie folk dalle influenze moderne ma non lontano dallo stile classico delle Charm Of Finches, “Well I was just some other fish in the sea / And you’d find some other better than me / And when the sunlight faded I was just as grey / As anybody else you’d see any day“. Her Quiet Footsteps è la mia preferita di questo album. Una canzone malinconica con una melodia perfetta, supportata dalle voci delle due ragazze cresciute non solo artisticamente. Anche qui un approccio moderno le aiuta con esiti ancora migliori, “Was I ever the fighting one? / I couldn’t say that I feel that way / I am only the healing one / Holding my own hand / With shaking arms“. Segue Paint Me A Picture, guidata dal suono di una chitarra. Le due voci si uniscono e cantano un altro triste ritornello, esempio perfetto della loro musica, “So paint me a picture and I’ll tell you what I see / I see the pain in your eyes when you’re staring back at me / And oh how could I break it, trust built from the bone / And now I know your side of the story I struggle to see my own / I struggle to see my own“. In The Gloaming ci fa sprofondare ancora di più del notturno mondo della coppia. Qui le due ragazze evocano la sfuggente bellezza della notte e del suo regno di sogni e inquietudini, “Fingers on the cold glass / Frosted over now that summer’s passed / Lengthened shadows in the gloaming / Oh your body chills me to the bone“. Con I’ll Wonder le Charm Of Finches riscoprono i loro modelli, in primis le First Aid Kit, che qui sembra quasi di sentirle. Uno dei brani che si fa apprezzare anche per la particolare cura della parte strumentale, “I know that we’re both aching to run away from all that’s held us back / Was just a matter of time till we were forced to wear the courage that we lack / Fear of the unknown and being left alone“. Slip Like Water ci da la prova definitiva delle maturità di queste due sorelle. Ancora un abbandono fa da sfondo ad una delle canzoni più ispirate e ben scritte di questo album, “Despite your ability to please her / You won’t find her smiling / Pleading to stay quiet / But you tell her it’s worth it / We’ll all watch in silence / Feeding you with confidence / You hold her future in your bare hands“. Where Do The Ducks Go? è una domanda che sorge spontanea quando ci si trova di fronte allo scenario di un lago ghiacciato. Un’occasione per porgersi delle domande che forse non troveranno mai risposta, “When it gets so cold that the lake turns to glass’ / Oh where do the ducks go? is all I ask / And what do the fish do? / Are they frozen in?“. Good Luck On Your Own, che vede la partecipazione di Cian Bennet, trova nuove soluzioni musicali che ricordano un Bon Iver degli inizi. Ancora una prova di maturità ed attenzione ai dettagli, “Guess I have to go good luck on your own / Oh the tears that flow from your face of stone / Oh the storm in you hidden from all view / Try to find the calm that lies before you“. L’album si chiude con la title track Your Company. Il suono di un banjo accompagna le voci delle ragazze che fanno della semplicità il loro punto di forza, sapendo tracciare delicate melodie, “Now, now that all’s been said and done / And the battle’s lost and won / And you who’ve lent us your ears / Do forgive our frailties / And if you like you’ve slumbered here / Songs but drifting on the air“.

Your Company ci presenta delle Charm Of Finches decisamente cresciute sotto ogni aspetto. Dalla musica ai testi, passando da una produzione più ricca e dettagliata. Le sorelle Windred-Wornes fanno un grande passo in avanti, lasciandosi pian piano alle spalle le sonorità di quegli artisti che le anno ispirate. Qui trovano una identità meglio delineata, scegliendo un naturale profilo malinconico ed oscuro, profondamente sincero. Non c’è spazio per canzoni leggere o troppo positive. Your Company affronta temi toccanti, carichi di sentimento, senza essere stucchevole o ripetitivo. Le Charm Of Finches possono considerarsi soddisfatte di questo album e ripagate dello sforzo. Questo è solo l’inizio di una carriera sempre più da tenere sott’occhio.

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Qualcosa di lento e dolce

Questo blog ha seguito la carriera artistica di Lily e Madeleine Jurkiewicz fin dal loro esordio nel 2013 con The Weight Of The Globe (Realtà e promesse sulla nuova strada), seguito lo stesso anno dal primo album omonimo del duo, Lily & Madeleine (Misteriose sparizioni). L’anno successivo è il turno di Fumes (Conigli, lupi e mentine) nel quale si intravedeva un progressivo distaccamento dalle sonorità folk in favore di altre più pop. Nel 2016, le due sorelle americane, tornano con Keep It Together (Luci e ombre) che conferma la loro svolta pop. Lo scorso mese è uscito il quarto album, dal titolo Canterbury Girls, nel quale scoprire l’ulteriore passo in avanti di queste due giovani cantautrici. Le premesse, ovvero i singoli che hanno preceduto l’album, rivelavano una sostanziale riconferma delle loro recenti scelte musicali, non senza qualche gradevole sorpresa.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

Self Care è un splendida ballata pop soul, guidata dalla voce di Madeleine. Le difficoltà in amore sono da sempre fonte di ispirazione e le due sorelle sanno come metterle in musica. Un inizio che richiama gli esordi, soprattutto per la scelta del pianoforte, “I don’t need this to feel / Like I’ve become something real / Your beautiful eyes and your blank stare / I can’t make myself care“. La successiva Supernatural Sadness vira in direzione delle tranquille acque del pop, già esplorante in precedenza. In primo piano ancora l’amore, questa volta non è finita bene, che traccia una melodia malinconica e vagamente psichedelica, “Heavenly host, body’s a ghost / Isn’t it nice not to feel? / Supernatural sadness / Only ever brought me down with you / Magnetic madness / Vision of a heartbreak coming true / And I won’t be around / No, I can’t help you out / Supernatural sadness“. C’è ancora del soul in Just Do It. Questo sound è la vera novità di questo album e Lily & Madeleine dimostrano di trovarsi comunque a proprio agio, “A little less talk, a little more actin’ on it / Got no satisfaction, I don’t want it / I can’t stay too late / Enough is enough, no, I can’t quit / Too much wasted time, got it coming / I can’t wait, time to play“. La title track Canterbuty Girls è una delle canzoni più belle di questo album. Forse una delle canzoni più mature del duo, capaci di creare un’atmosfera notturna ed attraente. Triste al punto giusto, dove le voci leggere delle ragazze si fondono con una musica più grave. Da ascoltare, “Dancing moonlight muses all this time / I know there’s a limit but I don’t feel it, not tonight / Soaked in sunshine, don’t know where to be / But if you’re doin’ what I’m doin’, then we’re free“. Eterea e leggera la bella Bruises. La musica riecheggia sullo sfondo sul quale scivolano, morbide le voci delle sorelle Jurkiewicz. Un brano che ricalca le atmosfere del precedente album, “Looking at my skin, I can feel the imperfections / Tryna be with you and I see all my projections / I didn’t wanna be the only one who gets ya / But now you’re holding me, telling me I’m no better“. Ispirata da un viaggio a Tokyo, Pachinko Song è una bella cavalcata pop dalle tinte notturne. Si percepisce la sintonia della coppia ed una ritrovata ispirazione, “I’m scared my bitterness, written all over my face / Takes over everything / I ran through Tokyo hoping to find the place / Where only I could be, but I never found it“. Circles è una ballata che ricorda molto quelle di inizio carriera. Il pianoforte guida le due voci angeliche e calde delle ragazze. Ancora un amore difficile è protagonista di una canzone di questo album, “Got my body in a trance / Holding onto things I can’t stand / I’m tangled in a dance with the man I hate / Oh, faith isn’t my friend“. Il pezzo forte, anche il brano più pop, è Can’t Help The Way A Feel. Trascinante pop anni ’60 piuttosto inedito per la coppia. Una canzone orecchiabile non a caso scelta come singolo, “Something ‘bout you makes me wanna give you more than I ever gave / I try to keep myself together but I’m losing it anyway / I change my clothes and my hair / My friends tell me that I shouldn’t care, but I / Can’t help the way I feel“. Analog Love esprime il desiderio di una relazione vera, faccia a faccia, in un’era invasa dai rapporti vituali. Trovo bello che due ragazze giovani esprimano il desiderio di abbandonare, anche solo per qualche tempo, il mondo digitale, troppo freddo per far crescere un amore, “I want an analog love / Something slow and sweet / Give me an analog love / Wanna feel the Earth underneath our feet / ‘Cause nothing ever seems like it will last / With every passing day moving too fast / I want an analog love“. La ballata conclusiva, initolata semplicemente Go, è malinconica e poetica. Il pianoforte torna protagonista, la voce delle ragazze sempre spendida e melodiosa, cos’altro chiedere di più? “I let the flowers die / He said good things come in time / But good things never seem to comfort me / Even removed I say I’m sitting next to you / Like running isn’t part of my identity“.

Canterbury Girls è l’album che racchiude questi sei anni di una carriera appena iniziata ma già delineata da quattro album sempre ottimi, caratterizzati dallo stile unico della coppia Lily & Madeleine. Qui potrete trovare le loro ballate, le variazioni pop e un pizzico di soul che era mancato finora. Queste due sorelle sono molto giovani e hanno davanti a loro ancora molto tempo per osare qualcosa di diverso. In realtà, ascoltando il loro esordio si può percepire che questo cambiamento è già avvenuto, in maniera così graduale che è stato quasi impercettibile in questi anni. Ma Canterbury Girls sembra voler tirare una riga e delimitare il passato dal futuro del duo, un album di transione come di usa dire. Chissà cosa ci riserveranno nei prossimi anni ma ciò che ci fa ben sperarare è la perfetta affinita di sorelle e l’innato talento che entrambe posseggono. Tutto il resto è da scoprire e io non mancherò di esserci quando un nuovo passo sarà compiuto dalle sorelline Lily & Madeleine.

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