Qualcosa di lento e dolce

Questo blog ha seguito la carriera artistica di Lily e Madeleine Jurkiewicz fin dal loro esordio nel 2013 con The Weight Of The Globe (Realtà e promesse sulla nuova strada), seguito lo stesso anno dal primo album omonimo del duo, Lily & Madeleine (Misteriose sparizioni). L’anno successivo è il turno di Fumes (Conigli, lupi e mentine) nel quale si intravedeva un progressivo distaccamento dalle sonorità folk in favore di altre più pop. Nel 2016, le due sorelle americane, tornano con Keep It Together (Luci e ombre) che conferma la loro svolta pop. Lo scorso mese è uscito il quarto album, dal titolo Canterbury Girls, nel quale scoprire l’ulteriore passo in avanti di queste due giovani cantautrici. Le premesse, ovvero i singoli che hanno preceduto l’album, rivelavano una sostanziale riconferma delle loro recenti scelte musicali, non senza qualche gradevole sorpresa.

Lily & Madeleine
Lily & Madeleine

Self Care è un splendida ballata pop soul, guidata dalla voce di Madeleine. Le difficoltà in amore sono da sempre fonte di ispirazione e le due sorelle sanno come metterle in musica. Un inizio che richiama gli esordi, soprattutto per la scelta del pianoforte, “I don’t need this to feel / Like I’ve become something real / Your beautiful eyes and your blank stare / I can’t make myself care“. La successiva Supernatural Sadness vira in direzione delle tranquille acque del pop, già esplorante in precedenza. In primo piano ancora l’amore, questa volta non è finita bene, che traccia una melodia malinconica e vagamente psichedelica, “Heavenly host, body’s a ghost / Isn’t it nice not to feel? / Supernatural sadness / Only ever brought me down with you / Magnetic madness / Vision of a heartbreak coming true / And I won’t be around / No, I can’t help you out / Supernatural sadness“. C’è ancora del soul in Just Do It. Questo sound è la vera novità di questo album e Lily & Madeleine dimostrano di trovarsi comunque a proprio agio, “A little less talk, a little more actin’ on it / Got no satisfaction, I don’t want it / I can’t stay too late / Enough is enough, no, I can’t quit / Too much wasted time, got it coming / I can’t wait, time to play“. La title track Canterbuty Girls è una delle canzoni più belle di questo album. Forse una delle canzoni più mature del duo, capaci di creare un’atmosfera notturna ed attraente. Triste al punto giusto, dove le voci leggere delle ragazze si fondono con una musica più grave. Da ascoltare, “Dancing moonlight muses all this time / I know there’s a limit but I don’t feel it, not tonight / Soaked in sunshine, don’t know where to be / But if you’re doin’ what I’m doin’, then we’re free“. Eterea e leggera la bella Bruises. La musica riecheggia sullo sfondo sul quale scivolano, morbide le voci delle sorelle Jurkiewicz. Un brano che ricalca le atmosfere del precedente album, “Looking at my skin, I can feel the imperfections / Tryna be with you and I see all my projections / I didn’t wanna be the only one who gets ya / But now you’re holding me, telling me I’m no better“. Ispirata da un viaggio a Tokyo, Pachinko Song è una bella cavalcata pop dalle tinte notturne. Si percepisce la sintonia della coppia ed una ritrovata ispirazione, “I’m scared my bitterness, written all over my face / Takes over everything / I ran through Tokyo hoping to find the place / Where only I could be, but I never found it“. Circles è una ballata che ricorda molto quelle di inizio carriera. Il pianoforte guida le due voci angeliche e calde delle ragazze. Ancora un amore difficile è protagonista di una canzone di questo album, “Got my body in a trance / Holding onto things I can’t stand / I’m tangled in a dance with the man I hate / Oh, faith isn’t my friend“. Il pezzo forte, anche il brano più pop, è Can’t Help The Way A Feel. Trascinante pop anni ’60 piuttosto inedito per la coppia. Una canzone orecchiabile non a caso scelta come singolo, “Something ‘bout you makes me wanna give you more than I ever gave / I try to keep myself together but I’m losing it anyway / I change my clothes and my hair / My friends tell me that I shouldn’t care, but I / Can’t help the way I feel“. Analog Love esprime il desiderio di una relazione vera, faccia a faccia, in un’era invasa dai rapporti vituali. Trovo bello che due ragazze giovani esprimano il desiderio di abbandonare, anche solo per qualche tempo, il mondo digitale, troppo freddo per far crescere un amore, “I want an analog love / Something slow and sweet / Give me an analog love / Wanna feel the Earth underneath our feet / ‘Cause nothing ever seems like it will last / With every passing day moving too fast / I want an analog love“. La ballata conclusiva, initolata semplicemente Go, è malinconica e poetica. Il pianoforte torna protagonista, la voce delle ragazze sempre spendida e melodiosa, cos’altro chiedere di più? “I let the flowers die / He said good things come in time / But good things never seem to comfort me / Even removed I say I’m sitting next to you / Like running isn’t part of my identity“.

Canterbury Girls è l’album che racchiude questi sei anni di una carriera appena iniziata ma già delineata da quattro album sempre ottimi, caratterizzati dallo stile unico della coppia Lily & Madeleine. Qui potrete trovare le loro ballate, le variazioni pop e un pizzico di soul che era mancato finora. Queste due sorelle sono molto giovani e hanno davanti a loro ancora molto tempo per osare qualcosa di diverso. In realtà, ascoltando il loro esordio si può percepire che questo cambiamento è già avvenuto, in maniera così graduale che è stato quasi impercettibile in questi anni. Ma Canterbury Girls sembra voler tirare una riga e delimitare il passato dal futuro del duo, un album di transione come di usa dire. Chissà cosa ci riserveranno nei prossimi anni ma ciò che ci fa ben sperarare è la perfetta affinita di sorelle e l’innato talento che entrambe posseggono. Tutto il resto è da scoprire e io non mancherò di esserci quando un nuovo passo sarà compiuto dalle sorelline Lily & Madeleine.

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Nei sogni più selvaggi

Mentre Francia e Italia stanno passando una piccola crisi diplomatica, questo blog nel suo piccolo, e del tutto casualmente, prova a riconciliarsi con i cugini francesi. Il mese scorso infatti è uscito l’album di debutto della cantautrice francese Amelie McCandless intitolato The Stranger e quale occasione migliore per farne una recensione? Questa ragazza ha scelto il cognome di Christopher McCandless, protagonista della storia vera narrata nel libro Into The Wild di Jon Krakauer, per esprimere il suo amore per tutto ciò che riporta alla bellezza e libertà della natura. Il suo EP Wild Memories pubblicato nel 2013 anticipava le sonorità di un album che si è rivelato poi molto interessante.

Amelie McCandless
Amelie McCandless

Il singolo Neil In Boredomland è un brillante folk pop, venato da una vaga tristezza nella voce della McCandless. Si delineano subito le caratteristiche principali di questa artista, compresa una particolare attenzione alle scelte musicali, “Carry on, Carry on, Fly straight away / Carry on, / No need for maps or compass. / Carry on, Carry on, Fly straight away / Carry on, / Time over there doesn’t exist. / Carry on, Carry on, Carry on, Carry on, / Fly straight away“. La successiva Skipping Stones è un poetico folk carico di immagini di una natura incontaminata, convogliate da una musica affascinante e misteriosa. Una delle canzoni più belle dell’album. Da ascoltare, “When I go for a walk beside the lake / The skipping stones I make sound like heart beatings / Faster and stronger; like heart beatings / When you come next / All the things I’ve built for you / All the things you meant for me / All the things I did for you / Lost in dark blue“. A Dark Secrets è uno splendido pezzo folk rock, illuminato dalla voce della McCandeless. Trascinante ed orecchiabile, questa canzone mette in luce tutto il talento di questa cantautrice, “In the whole silence of the plain, we sometimes hear rustles…carried by the wind. / A secret…A dark secret… / When the dark side of the moon comes out… / The Unfortunates Animals Company, ghosts or survivors, about a long gone story…“. La title track The Stranger vira verso un territorio più rock, vicino a quello dei Cranberries. Un alone di misterioso fascino pervade il brano lungo tutta la sua durata, avvolgendo l’ascoltatore. Lost Falling Leaf rallenta il ritmo e si affida ad un folk guidato dal suono della chitarra. Amelie McCandless si immerge in un folk moderno ed elegante di grande impatto. La successiva Sleepless Night si apre con un coro che introduce il canto solista dell’artista francese. La seconda parte della canzone è caratterizzata da cambi di ritmo e di sonorità che virano verso un incalzante indie rock. Beyond Your Wildest Dreams ritorna ad un folk immaginifico condotto dal suono etereo della chitarra. Un richiamo ancora al rock anni ’90, sulla scia di un nuovo revival portato avanti da molti artisti. Foggy Song è una delle canzoni probabilmente più originali dell’intero album. Il suono delle chitarre e del banjo accoglie il canto della McCandless. Segue un ritornello supportato da un coro di voci di bambini che segna uno dei punti più curiosi e affascinanti di questo esordio. Breaking Bad continua sul sentiero folk tracciato in precedenza. Una canzone orecchiabile che coniuga testo e musica nel migliore dei modi, dove ancora una volta si è scelto di spezzarla in due parti. Chiude l’album Under The Big Three ballata folk dalle tinte scure accompagnata dalle note ipnotiche di una chitarra acustica. Amelie McCandless gioca con il suono delle parole del ritornello, dando vita ad una deliziosa melodia.

The Stranger è un esordio maturo e ispirato, che nonostante la natura folk racchiude al suo interno numerose varanti al genere. Amelie McCandless si rifà a sonorità anni ’90 grazie anche ad una incredibile somiglianza della sua voce con quella della compianta Dolores O’Riordan. Anche se molte canzoni hanno sonorità rock, il procedere dell’album è volutamente lento, diverse raggiungono i cinque minuti e mezzo, quasi a sottolineare la lenta potenza della natura che tutto pervade. Non è facile inquadrare The Stranger ed è per questo che ad ogni ascolto si possono cogliere nuovi particolari che depongono a favore del talento di cantautrice di Amelie McCandless e non la ingabbiano nei cliché di un genere ben definito. Libera, insomma, come la natura a creato ciascuno di noi.

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Qualcosa in più

Proprio sul finire dello scorso anno mi sono imbattuto nell’album Strata della cantautrice scozzese Siobhan Miller (Una buona occasione), rimanendo affascinato dalla sua voce. Quell’album raccoglieva un mix di canzoni tradizionali, cover e brani originali scritti dalla stessa Miller. Esattamente un mese fa è uscito il suo seguito intitolato Mercury, composto esclusivamente da canzoni originali. Siobhan Miller prova a introdurre sonorità contemporanee negli schemi del folk tradizionale affidandosi alla sua voce morbida ed educata. Non è sempre facile lasciare il terreno sicuro della tradizione e, farlo significa voler, prima di tutto, mettersi in gioco. Mercury è dunque qualcosa in più del suo terzo album, è un nuovo inizio e una conferma di una delle voci più apprezzate del panorama folk.

Siobhan Miller
Siobhan Miller

L’album si apre con la  title track Mercury. Subito si ritrovano tutte le caratteristiche della musica della Miller. Un accompagnamento ricco che si distacca dalla tradizione, così come era già successo in passato, e sostiene le sue indiscutibili capacità vocali. Sorrow When The Day Is Done esplora sonorità jazz per uno dei brani più accattivanti dell’album. Siobhan Miller illumina il brano con un’interpretazione brillante e pulita. Un esempio perfetto di come questo album sia influenzato da più stili musicali diversi. Strandline è una ballata al pianoforte, gentile e triste. Un pizzico di pop cantautorale si aggiunge con il suono delle chitarre, lasciando alla voce il compito di unire le sue varie sonorità. The Western Edge si rifà alla stile più vicino a quello abituale della Miller. Una vibrante sensazione di positività percorre la canzone, spiccando sulle altre. Tra le mie preferite c’è la bella ballata Slowest Days. La voce della Miller è così delicata e melodiosa da sembrare ancora più eterea. Una canzone ben scritta e realizzata in ogni suo aspetto, caratteristiche non sempre facili da trovare oggigiorno. Da ascoltare. La successiva Carrying Stream torna verso qualcosa di più vicino al folk. Siobhan Miller dimostra quanto di buono ha imparato nel corso degli anni. The Growing Dawn si ispira, in alcuni passaggi alla poesia The Bird That Was Trapped Has Flown del poeta scozzese James Robertson. Una canzone che non tradisce le atmosfere positive di questo album. Siobhan Miller riesce sempre a dare qualcosa in più ad ogni canzone. Keep Me Moving On è probabilmente la canzone più pop di Mercury. Ancora una volta sono i sentimenti più positivi a trovare spazio nelle canzoni della Miller, facilitata dalla sua voce. Losing rallenta il ritmo e si affida alla melodia. Una bella canzone molto vicina ad altri canzoni della Miller, profondamente ispirata dal folk tradizionale. Chiude l’album Let Me Mean Something accompagnata dal suono delle chitarre. Una canzone che ha tutte le caratteristiche per sciogliere anche il cuore più duro.

Mercury fa entrare, in modo più netto, Siobhan Miller nella categoria delle cantautrici. Non più quindi solo interprete di cover o ballate tradizionali ma autrice dei suoi stessi brani. Questa ragazza riesce a sfruttare la sua esperienza musicale e le sue innate doti vocali, per confezionare un album di ottima fattura. Ogni aspetto è curato nei dettagli ma è l’insieme di queste dieci canzoni a sorprendere maggiormente. La sua velocità è costante, l’atmosfera sempre positiva, a volta malinconica ma mai troppo, e la voce della Miller sempre perfetta e educata. Se siete amanti dei virtuosismi o delle voci graffiate, questo album non fa per voi. Se amate il rassicurante timbro vellutato e le interpretazioni sempre pulite e corrette, Mercury, ma in generale qualsiasi album di Siobhan Miller, è quello che state cercando.

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Il nome di un fiore

Il suo EP del 2015 intitolato The Tides, da un paio di anni fa parte della mia collezione ma per qualche motivo non è mai comparso su questo blog. Forse l’ho semplicemente messo da parte in attesa dell’album, che è prontamente uscito la scorsa settimana ed è intitolato Azalea. L’album di debutto della cantautrice americana, di stanza a Nashville, Lydia Luce non si allontana dalle sonorità del folk americano del suo EP ma riserva delle sorprese. Non riponevo grandi aspettative in Azalea, ma non posso fare a meno di continuare con la discografia di un’artista agli esordi, ed ecco quindi che sono incappato in uno degli album più sorprendenti dell’anno. Sì, Lydia Luce mi ha colto alla sprovvista come non succedeva da un po’ di tempo. Ed è una bella sensazione.

Lydia Luce
Lydia Luce

Helen apre l’album introducendoci nella musica melodiosa della Luce e il suono della sua viola. La sua voce è come uno strumento che va a mescolarsi all’accompagnamento di archi. Sarà una delle caratteristiche principali di questo album. La successiva Like You Do è una malinconica canzone dai tratti delicati. Come in precedenza, Lydia Luce dosa con attenzione la voce, creando contrasti in bilico sulle note della musica, “But I am always reminded of you / When the birds are singing / They don’t sing like you do / Oh I, get lost in my thoughts of you / When the moon is glistening / It don’t shine like you do“. In Tangerine calano le luci della sera, componendo un brano più scuro e profondo. La voce della Luce si fa meno luminosa. Un altro brano di grande impatto, ben scritto ed interpretato. Where I Lay vira verso un folk che prende qualche spunto dal country, abbandonando per un attimo il suono degli archi. Lydia Luce continua però a tenere alto il livello dell’album con un’altra canzone di ottima fattura. Tra le canzoni che preferisco c’è sicuramente la splendida Sausalito malinconica canzone con una splendida melodia. Qui si può notare tutto il talento, non solo come cantautrice ma anche come musicista della Luce. Ancora una volta musica e voce si fondono alla perfezione. Da ascoltare. La title track Azalea si avventura in territori pop rock. Non a caso è stata scelta come singolo di punta dell’album. Posto proprio a metà di esso, offre una variante al mood principale. Una scelta azzeccata nella quale Lydia Luce dimostra di trovarsi comunque a suo agio anche con uno stile differente dalle altre canzoni. More Than Heartbreak ritorna su melodie delicate e nostalgiche. Gli echi country delle chitarre si possono cogliere in una musica che si ispira ad un pop d’autore, sorretta da un testo anch’esso ispirato, “Oh, I don’t know what it takes to fall / How to fall off but I’ll give it a try / Why can’t I sit idly by / ‘Cause it’s more than heartbreak this time / I’ll give it time“. My Heart In Mind conferma le atmosfere malinconiche dell’album, dove ancora in suono della viola prevale sugli altri strumenti e divenendone una sua caratteristica costante e gradita. Covered Up è un’altra variazione sul tema principale. Qui più che la melodia, ha prendere il sopravvento è il ritmo. Un bel ritornello, orecchiabile, rende questa canzone una delle più immediate dell’album. Scende la sera con Strawberry Moon. Di nuovo la musica si affida al suono della viola riproponendo le sonorità di questo album, sempre con grande sensibilità e talento, “I go swimming, drown out all the noise / I float in solitude, staying is by choice / Well there are times that I’m longin’ for you / But you’re unattainable and no one else will do / No, no one else will do“. Chiude l’album una bellissima versione strumentale di Sausalito. Non semplicemente una versione “solo musica”. La voce di Lydia Luce lascia il posto al suono caldo e avvolgente della sua viola. Il risultato è davvero notevole. Un gioiellino da ascoltare.

Azalea è un album, come ho già scritto, sorprendente. Lydia Luce ha fatto grandi passi in avanti come cantautrice, riuscendo a far convivere, in modo armonioso, il suono della viola con le sue canzoni. Ogni brano è parte di un insieme ben concepito e frutto di un lavoro ispirato. Si respira aria di libertà e malinconia ma senza un sentimento di tristezza così marcato da non lasciare alcuna speranza. Azalea è un ottimo esempio di come una musicista riesca ad essere efficace sia con il suo strumento, sia con la voce che con la scrittura. Lydia Luce propone una visione differente del folk americano, inserendo elementi di estrazione più classica ma non escludendo variazioni rock e pop. Un debutto eccellente per ispirazione, esecuzione e talento.

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Mi ritorni in mente, ep. 50

Piccola pausa prima di riprendere con le consuete recensioni e per l’occasione vado a ripescare una canzone tratta da un EP uscito lo scorso anno. L’artista in questione è Sophie Morgan, giovane cantautrice inglese, al debutto lo scorso anno con Annie, composto da quattro canzoni. Voce morbida e innocente che richiama alla memoria le sonorità tipiche che del cantautorato pop inglese. Tra queste quattro canzoni spiccano l’originale Hey Annie e la cover di una canzone dei The Waterboys intitolata The Whole Of The Moon. Tutto l’EP viagga sulla stessa lunghezza d’onda, lasciandoci la curiosità di scoprire qualche sfumatura in più nella sua musica magari in un prossimo album.

Mentre io mi preparo alle nuove uscite del mese di marzo, non sono poche e anche piuttosto interessanti, vi lascio ascoltare Hey Annie.

Due cuori ribelli

Sono passati otto anni dall’esordio delle First Aid Kit, intitolato The Big Black And The Blue. Il successo lo hanno trovato però due anni dopo con The Lion’s Roar segnando, di fatto, una pietra miliare nel panorama folk di nuova generazione. Le sorelle Söderberg, Johanna e Klara, originarie della Svezia, hanno dato nuova linfa al country folk americano nella Vecchia Europa, spingendo altri giovani artisti a seguire le loro orme. A quattro anni di distanza dall’ultimo Stay Gold, che le vedeva alle prese con un sound più pop, le First Aid Kit hanno pubblicato lo scorso mese il nuovo album, intitolato Ruins. Un atteso e gradito ritorno che si preannunciava come decisivo per la crescita delle due sorelle e così è stato.

First Aid Kit
First Aid Kit

L’album inizia con Rebel Heart, un brano che ricalca lo stile unico delle First Aid Kit ma che allo stesso tempo introduce nuovi elementi nella loro musica. Unica costante l’inimitabile voce di Klara, “I don’t know what it is that makes me run / That makes me wanna shatter everything that I’ve done / Why do I keep dreaming of you? / Why do I keep dreaming of you? / Is it all because of my rebel heart?“. Il singolo It’s A Shame è una colorata cavalcata folk pop. Le due sorelle cantano all’unisono, dando vita ad una delle canzoni più godibili di questo album. Una riflessione sulla vita e sul passato, nella quale si intravede la sopraggiunta maturità del duo, “Tell me it’s okay / To live life this way / Sometimes I want you to stay / I know it’s a shame / Shame / Shame“. Spazio al romanticismo con la bella Fireworks. Johanna e Klara si alternano nel canto, intessendo un lento d’altri tempi. Una canzone malinconica e disperata, realizzata splendidamente, “I could have sworn, I saw fireworks / From your house, last night / As the lights flickered and they failed / I had it all figured out“. Con Postcard, le First Aid Kit ritornano al loro primo amore, il country folk. Un brano c’è cattura per la sua leggerezza e sincerità, con quella vena triste che dà quel qualcosa in più, “I wasn’t looking for trouble but trouble came / I wasn’t looking to change, I’ll never be the same / But that’s not what you make it, baby“. La ballata To Live A Life esprime tutta la forza della loro musica. Per quasi tutta la sua durata è accompagnata da una chitarra acustica che priva il brano di qualsiasi distrazione, lasciando spazio alla voce magnetica di Klara, “Well I’m just like my mother / We both love to run / Chase impossible things / Or unreachable dreams / Lie awake in the night / Thinking this can’t be right / But there is no other way / To live a life alone / I’m alone now“. My Wild Sweet Love le sorelle Söderberg ripropongono le trame delle loro canzoni migliori. Lo fanno senza ripetersi, forti di essere oramai una certezza è non più delle esordienti, “Will I know what this all means / When we’re a hazy memory / With all the colors of a dream / My wild sweet love / My wild sweet love“. Distant Star è un altro pezzo folk pop nelle loro corde. C’è come un scambio di luce ed oscurità nelle melodie di questa canzone, oltre alla consueta sintonia tra le due sorelle, “You’re a distant star / My darling you’re so far away / You were never meant to stay / I reached out to see / If you’re still here with me / Maybe we could have made it easy / Could we“. La title track Ruins è un brano sulle difficoltà dell’amore. Una canzone dalle melodie morbide e tristi nella quale si mescolano le due voci, “Ruins / All the things we built assured that they would last / Ending months ticket stubs, and written notes and photographs / Where are you and here somewhere I cannot go / I’m sorry / I am / But I don’t take it back“. Hem Of Her Dress è una canzone scritta di getto, ispirata dalla musica dei Neutral Milk Hotel. Le First Aid Kit sono riuscite a coglierne la spontaneità, tratto distintivo della band di Jeff Mangum, “So I am incomplete / So loud, and so discreet / You tried to pinpoint me / I guess that was your mistake / Too much whiskey / Too much honey, too much wine / I learned some things never heal with time“. Nothing Has To Be True chiude l’album con le consuete atmosfere accorate e intense. Una ballata rock, impreziosita dalle voci delle sorelle. Un testo maturo, una riflessione sulla vita, “Now I feel so far away / From the person I once was / I thought love was enough / You can tell yourself so many things / And nothing has to be true“.

Ruins è un album che guarda al futuro ma che lascia anche spazio al passato della band. Un album nel quale le due sorelle Söderberg si dimostrano donne, nei testi più maturi e nelle scelte musicali. Per questo album si sono circondati da musicisti del calibro di Peter Buck (R.E.M), Glen Kotche (Wilco), McKenzie Smith (Midlake) ed Eli Moore (LAKE). La voce di Klara appare più libera, meno rigida che in passato, meno in contrasto con quella della sorella Johanna. Ruins vede le First Aid Kit allontanarsi e riavvicinarsi, come un pianeta intorno al suo sole, al folk americano degli esordi. Nuove soluzioni musicali le spingono in territori più pop ma le melodie e l’anima di queste due ragazze resta legata al country. Ruins si candida come uno dei migliori di quest’anno, consigliato anche a chi non conosce ancora questo duo svedese.

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Nuvole viola

Dopo il buon esordio Gentle Heart (Cor gentile) dello scorso anno, questo Ottobre è tornata con un nuovo album la cantautrice inglese Saskia Griffiths-Moore. Composto da dodici canzoni, Night And Day segna un nuovo inizio per quest’artista. Un passaggio importate alla ricerca di una maggiore visibilità e un pubblico più ampio. La strada intrapresa da Saskia è stata quella di arricchire il suo sound, proponendo un folk rinnovato e più moderno. Per sottolineare questa sua volontà alcune canzoni di Night And Day erano state già pubblicate anche nel suo esordio ma in una veste decisamente diversa. Incuriosito da queste novità non potevo perdermi il suo secondo album ed eccolo qui ad allietare questo mio autunno.

Saskia Griffiths-Moore
Saskia Griffiths-Moore

L’iniziale All For You è un’orecchiabile folk pop nel quale si sente tutta la rinnovata energia di Saskia. Una riflessione sulla sua nuova vita come cantautrice, la sua scelta di dedicare la sua vita alla musica, “Two years. Forty cities. A couple of meltdowns. Especially in the first few months. / Strange behaviour. I’ve lost my flavour mmm, I can’t recover, the pictures of the past“. Il singolo Write Me A Song è un epico pezzo folk, con venature rock. Un altro ritornello che si lascia ricordare facilmente, impreziosito dalla sua voce unica. Il testo è una dimostrazione di talento, “Jenny, Jenny, would you write me a song? / Coz it’s been years since I’ve felt at home, or where I could belong, / And I haven’t met a single man who would put down his guns, / So, Jenny, would you write me a song? / David, David here I wrote you a song“. Hiding è accompagnata da un pianoforte e riprende le sonorità del precedente album. Un viaggio, fatto di immagini, nella Londra notturna, una poesia in musica. Una delle canzoni più belle di questo album, “But all I feel is you, / right up in the blue, / Hiding in the wind, / I see you still“. Wash It Away viene riproposta in una nuova versione meno marcatamente folk. Saskia arricchisce la sua tavolozza di colori grazie alla sua band. Un passo avanti davvero apprezzabile, “Like a flower that blooms once, in life’s enormous dace we will be washed away. / And once is all that’s needed on this joyus earth we’re breeded and then washed away“. La title track Night And Day è la canzone più oscura dell’album. Essenziale e sfuggente, sorretta dalla voce di Saskia che dà prova di maturità, “By your side or far away. / In dark of night or joyful day. / And even if you pass away. / I’m with you night and day“. La successiva After è un brillante folk dalle sfumature americane. Con questa canzone Saskia prova ad alzare l’asticella e il risultato è ottimo, “Purple clouds and rainbow skies. / This colourless place, free of time. / Let the shadows coming rolling on by. / And feel the power running deeply“. Anche In Time è riproposta in una versione completamente rinnovata. Inutile dire che la scelta è più che azzeccata. Saskia migliora sotto ogni aspetto, “Stop fooling child, you’ve many years before you / Many transitions to go through, / nothings the same don’t you know / That most of us here / have spent the whole of our lives / desperately trying to find / our ways back in time“. Joy Of Defeat è un melodioso folk pop carico di buone sensazioni. Un’altra canzone che definisce il nuovo corso di questa cantautrice, “Only you’ll know when you reach the end, / Still I don’t want to lose you my friend. / And I know that it’s not my place now to offer help, / But know that I would if I could untie your rope“. Con Falling, Saskia prova con un pop cantautorale elegante e misterioso. Si tratta di una delle canzoni più affascinanti di questo album, “What’s that on the table? Over there, by the door / Are you coming with me, or do I leave you here, burning by the door?“. Gone è un poetico folk con uno dei testi più belli dall’album. Una canzone ispirata che riscalda il cuore. Ogni cosa è al suo posto, tutto è perfetto, “And so they wail in despair! They cry ‘it’s utterly unfair’ / That one should leave this little town, but I can hardly hear them now. / Out and running with the wind I feel the rain over my skin. / It’s storms out in the wild. I feel I’m burning from inside“. Chiude l’album White Mountain Thyme è una canzone tradizionale scozzese. Saskia ne fa una versione delicata e malinconica davvero eccezionale, “Oh the summertime is coming / And the trees are sweetly blooming / And the wild mountain thyme / Grows around the purple heather / Will ye go, Laddie go?“.

Saskia Griffiths-Moore con Night And Day compie un importante passo in avanti nella direzione giusta. Una produzione più ricca dà maggiore risalto alle capacità di questa cantautrice, sia vocali che di scrittura. Night And Day porta Saskia verso un cantautorato folk più moderno, che unisce la tradizione all’accessibilità del pop. Le buone impressioni del suo esordio sono state nettamente superate da questo album, che mi ha sorpreso cogliendomi del tutto impreparato. Saskia ha una voce unica, del tutto particolare e questo album ne valorizza il talento, facendoci scoprire una cantautrice di sicuro interesse.

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