Sotto lo stesso cielo

Questa non è una recensione come le altre. Ho atteso questo momento per cinque anni, tanto è il tempo passato da Life In A Beautiful Light, terzo album della cantautrice scozzese Amy Macdonald. La scorsa settimana è uscito Under Stars, il suo nuovo album dopo un’interminabile attesa. Se ho iniziato ad ascoltare musica così tanto come in questi anni lo devo, in qualche modo, al lei. Se questo blog è andato avanti per tutti questo tempo, lo devo a questi cinque anni passati ad aspettare questo album. Per ingannare l’attesa ho ascoltato altro ma non ho mai dimenticato Amy Macdonald. In cinque anni sono cambiate parecchie cose ma neanche poi tante. Mi ricordo quando ascoltavo Life In A Beautiful Light in treno, di ritorno dai primi giorni di lavoro, in una calda estate. Il lavoro è lo stesso e il treno anche. Io e Amy siamo più vecchi di cinque anni. Questo Under Stars si è fatto attendere ma alla fine è arrivato. La domanda che è naturale porsi è: ne è valsa la pena? Per scoprirlo non resta che ascoltarlo. Nella versione deluxe naturalmente.

Amy Macdonald
Amy Macdonald

Il singolo Dream On apre l’album e ritroviamo subito il pop rock accattivante e orecchiabile della Amy di sempre. Un ritornello che è finito per girarmi in testa per settimane e continuerà a farlo, un buon segno ma sopratutto un buon inizio, “Live on and dream on / I’m on top of the world and I’m on the right track / I’m on top of the world and I won’t look back“. La title track Under Stars è un trascinante pop che ci ricorda che siamo tutti sotto lo stesso cielo, nonostante le distanze. Una delle mie preferite di questo album e sono tante, “In life you gotta find your feet / In life you gotta dare to dream / Don’t worry / We still love you / You still feel it even when we’re miles apart / You’re living under Stars and Stripes“. Con Automatic, Amy Macdonald condivide con noi le emozioni di viaggiare per i mondo con sincerità e semplicità. Qui, come in altri brani, si sente tutta l’influenza di Bruce “The Boss” Springsteen, “Feeling sadness, feeling shame / I’ve taken the easy way out over and over again / Open road, I’m coming home / I’m free to live, I’m free to roam“. La successiva Down By The Water ci fa ascoltare una Macdonald inedita quasi soul. A sottolinearlo c’è la partecipazione della cantate soul Juliet Roberts. Uno dei suoi brani più toccanti e in questo album non il solo, “I tried to call you but you didn’t hear / Darkened feeling what you’re doing here / Where’s your baby? Where’s your girl? / Out in the water, out in the world“. Segue la bellissima Leap Of Faith dove tutto è perfetto. Melodia, ritmo ed un’interpretazione carica di energia. Mi piace cercare canzoni che rappresentano al meglio un album, ecco, questa potrebbe essere una di quelle, “I don’t know, if it’s Yes or No from me, but / All You do is hold me back / Standing on the water’s edge / Dreaming of a better place / I’d feel the air again / I’d feel the air again“. Amy Macdonald con Never To Late mette a segno un colpo basso per i nostri deboli cuori. Senza dubbio una delle sue canzoni più emozionanti. Un canzone di speranza e conforto, una di quelle canzoni che ti portano altrove, “Ain’t no use in sitting around / Waiting for the world to change / Never too late to stand your ground / Do what it takes to make them proud / And never too late the change your mind / The book has not been written / The page is blank, the scene is set / Let’s start at the beginning“. Si ritorna al pop rock con Rise & Fall. Ispirata al personaggio di Frank Underwood, questa canzone sarà in grado si scaldare il pubblico durante i concerti. Amy sa bene come si fa, “Everything must come to an end / Don’t rely on the trust of men / Remember how it used to be? / People helping those in need“. Un po’ di USA nella successiva Feed My Fire, una canzone d’amore come sempre carica di energia e buoni sentimenti, convogliati dalla voce inimitabile della Macdonald, “Picking up the pieces of the heart you left behind / Put me back together this new love I’ve found / Basking in the glory, masking out the pain / These memories in my head will never be the same again“. The Contender è un altro bel pezzo pop rock con un ritornello che ti fa venire voglia di correre. Una canzone che trasuda libertà e sacrificio, una Amy Macdonald in gran forma, “And I’ve got the scars to prove I’ve been there / I’ve got the marks from when I tried / I’ve covered miles and miles to get here / Only for you to cast me aside“. Prepare To Fall è, secondo me, la canzone che più rappresenta la crescita di quest’artista. Una canzone matura, quel genere di canzone mi sarebbe piaciuto trovare nel nuovo album ed eccola qui. Mi piace. Tutto qui, “Come rain, come shine / You’re happy all the time / Your dreams they didn’t come true / What the hell happened to you / Are you waiting for the call / I guess they didn’t get through it all / Be like me / Prepare to fall / Prepare to fall“.  Chiude l’album la splendida ballata From The Ashes, riflessione su tempo che passa e l’incertezza del futuro. Un bel modo per salutarsi, ancora una volta, “All my hopes and memories are blowing in the wind / I started off with nothing and I’m back her once again / The little things in life are free / The simple things like you and me / And like love, like love, like love, like love“. Prima dei titoli di coda c’è ancora qualche canzone riproposta in versione acustica e una bella (e immancabile) cover di I’m On Fire, del mitico Boss.

Under Stars arriva dopo anni passati ad ascoltare le nuova canzoni dai video di qualche concerto in giro per l’Europa. Ora trovo quelle canzoni sotto un unico nome, tutte insieme, nella loro forma migliore. Sotto quel sorriso e i suoi occhi azzurri (e qualche tatuaggio in più) ho trovato una Amy Macdonald ispirata e con tanta voglia di fare bene. Non esiste un album più bello dell’altro ma Under Stars è sicuramente quello nel quale le canzoni vanno ad incastrasti una con l’altra, c’è maggiore coesione tra loro che in passato. Si tratta del primo album dove Amy Macdonald a non ha scritto tutte le canzoni da sola e questo ha reso più ricca la tavolozza di colori a sua disposizione. Under Stars andrà a ripetizione per il resto dell’anno e oltre. Spero solo che il prossimo album non si faccia attendere come questo. Ma per ora mi godo il ritorno di un’artista alla quale sono legato particolarmente. Mi sono posto una domanda all’inizio di questo post e la risposta è una sola: sì.

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Mi ritorni in mente, ep. 41

Tra i primi articoli di questo blog compare un post che raccontava la mia scoperta della cantautrice scozzese Amy Macdonald nel 2011. Quel momento ha rappresentato un punto di svolta nella mia ricerca musicale essendo stata la prima donna ad aggiungersi alla mia musica preferita. Da quel momento ho iniziato il mio consumo di musica che chi legge questo blog ben conosce. Il primo This Is The Life non restò a lungo da solo e qualche settimana dopo ascoltai A Curious Thing. L’anno successivo Amy Macdonald pubblica Life In A Beautiful Light e io prontamente l’ho ascoltato e recensito. Dal quel momento è iniziata l’attesa per il quarto album. Ci sono voluti quattro anni per poter tornare ad ascoltare Amy Macdonald con una nuova canzone.

Ecco dunque che questa settimana ha annunciato Under Stars, il nuovo album che sarà pubblicato il 17 Febbraio dell’anno prossimo, a cinque anni di distanza dall’ultimo Life In A Beautiful Light. L’annuncio è accompagnato da una versione acustica di Down By The Water. Per quello che ho potuto ascoltare dalle registrazioni live di questi anni e da questo nuovo brano, mi sembra di notare la un maggiore maturità con la quale la Macdonald affronta questo ritorno. Down By The Water mi piace e sono convinto che questo album possa essere un passo in avanti per una delle artiste per le quali da sempre ho un debole. Bentornata cara Amy, spero che Under Stars questi cinque anni di attesa li valga tutti. Sono sicuro di sì.

Questi sono i giorni

Tra i ritorni più interessanti di quest’anno si è aggiunto anche il terzo album della cantautrice americana Angel Olsen, intitolato MY WOMAN. Proprio all’inizio di quest’anno ho pubblicato la recensione del suo album d’esordio Half Way Home del 2012. Ho voluto ascoltarlo per completare così la sua discografia, insieme a Burn Your Fire For No Witness del 2014. Angel Olsen mi è sempre piaciuta perchè è in grado di trasmettere, attraverso le sue canzoni, emozioni intense sia quando ha un piglio più rock piuttosto che uno più folk o pop. Un cantautrice di razza che non si è posta il problema di come piacere a tutti e questo MY WOMAN portebbe rappresentare uno spartiacque della sua carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Intern apre l’album con il suono dei synth che qui sono l’eccezione. La voce della Olsen è elegante ma intensa, così come ci ha da sempre abituati. Qualche brivido ci ricorda che è tornata con tutta la disperazione del suo animo, “I don’t care what the papers say / It’s just another intern with a resumé / I am going to fall in love with you some day / I’m gonna fall in love and run away / I’m gonna fall in love and run away“. La successiva Never Be Mine è un bel rock dal sapore d’altri tempi. Angel Olsen riesce ad incantare con le chitarre, una bella melodia e il ritmo. Una delle migliori dell’album, una triste canzone d’amore, “He wants to know why / He wants to know why / I only want to know you / I want to tell him / I know the feeling / This time I swear that I do“. Shut Up Kiss Me è il primo singolo dell’album, un’accattivante pezzo indie rock carico di energia. La Olsen non è nuova a queste cose e dimostra di sentirsi a suo agio sempre e comunque, “I could take it down to the floor / You don’t have to feel it anymore / A love so real that it can’t be ignored / It’s all over baby but I’m still young / I’m still young“. Anche Give It Up è della stessa pasta. Sembra che la Olsen voglia richiamare alla memoria un rock che non esiste più ma che piace ancora, “In my arms and fast asleep / In my arms and all my dreams / Where you are is where I want you / Where you are is where I want to / Where you are is where / I want to be / I want to be / I want to be“. La prima metà dell’album, quella più rock, termina con Not Gonna Kill You. Qui si sente tutta l’influenza del rock americano della musica della Olsen, fondendo sapientemente il suo passato e il suo presente, “My watch is blurry when I look down at my hands / I’m just another, alive with impossible plans / I turn the lights low but we both know where we are / And when it’s over, what becomes of your pure heart?“. La seconda parte dell’album è dedicata alle ballate, malinconiche e tristi, che non possono mai mancare. Heart Shaped Face fa da contrasto e riapre le porte alla Olsen degli esordi. Qui i tempi cominciano a dilatarsi così come il ritmo, “I never wanted to be someone who had to leave it all behind / Even still there is no escape for what I face, I faced before / Have whatever love you wanna have / But I can’t be here anymore“. Ma forse è Sister che conserva tutta la poesia e la drammaticità dello suo stile. Per quasi otto minuti Angel Olsen ci rapisce con un’interpretazione al limite delle lacrime. Ecco l’altro lato di quest’artista che amo, “Everywhere I go / I can see your face / Alive and gone at once / Hey, that’s the way I see this place / And though this blessing was a curse / Before I opened up my heart / You learn to take it as it comes / You fall together, fall apart“. Those Were The Days ha un’atmosfera romantica e sfocata. La Olsen sfodera una voce sussurrata e sensuale come non mai, “See how you’re laughing with those you don’t know as well / I hear you saying I’m the one but I wish I could tell / Funny how time can can make you realize and realize / And then realize“. In Woman risiede l’anima di questo album. Un’altra ballata, personale e sentita. Un’interpretazione eccezionale, “You can leave now if you want to / I’ll still be around / This parade is almost over / And I’m still your clown“. Pops chiude l’album trasformando Angel Olsen in una sorta di Lana Del Rey. Ma in realtà sotto l’apparenza c’è un forte richiamo alla Olsen degli esordi, disperata che da sfoggio alla sua voce che io definirei “lacrimosa”. Sì, credo sia il modo migliore per definire la sua voce, “All those people, they don’t see me / Baby, don’t leave / Please believe me / Couldn’t love ‘em if I tried to / No one understands me like you“.

Angel Olsen continua il suo percorso musicale con questo MY WOMAN nel quale non ci sono strappi con il passato. Tutto cambia ma lentamente e Angel Olsen non rinnega sé stessa ma si mette in gioco, dimostrando sempre più di essere un’artista ormai matura. Abbiamo di fronte una cantautrice che non si lascia trasportare facilmente dalle mode del momento e questo, si sà, divide il pubblico e la critica. Io trovo MY WOMAN un album intenso e senza scampo, come i due precedenti. Mi rendo conto che Angel Olsen non è quel genere di artista che può piacere a tutti, ma vi invito ancora una volta ad ascoltare un suo album per intero. Perchè sono sicuro che vi piacerà almeno una canzone. Anzi, ne sono convinto.

Anima immortale

Sono passati quasi cinque anni da quando scrissi per la prima volta su questo blog riguardo alla band canadese Wintersleep. Sono molto legato a questo gruppo e ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta il loro brano più conosciuto Weighty Ghost. Ho dovuto aspettare quattro anni prima di poter ascoltare un nuovo album. Infatti il loro quinto album Hello Hum è del 2012 e dopo qualche ripensamento e il cambio di etichetta discografica ha visto la luce The Great Detachment, sesta fatica del gruppo canadese. Il titolo è già eloquente di per sè ma bastano pochi secondi per cogliere il rinnovamento di questo gruppo ormai attivo da quindici anni.

Wintersleep
Wintersleep

Si comincia con Amerika energico inno rock dove ritroviamo la chitarra di Tim D’eon e Loel Campbell, alla batteria, in gran spolvero. C’è sempre la voce di Paul Murphy, più calda e meno distaccata rispetto alle uscite precedenti. Bentornati, “What am I trying to find? / Are you alive, oh my Amerika? / Perennial with the Earth And freedom, love, and law, and life / Perennial with the Earth / My freedom, I don’t wanna die“. Segue la trascinante Santa Fe, che accelera il ritmo. La voce distorta, le chitarre e la batteria si fondono esplodendo in un ritornello rock accattivante. I Wintersleep virano verso sonorità quasi pop rock ma con la loro esperienza e mestiere, riescono a non rendere banale una canzone, che in mano ad altri, sarebbe potuta esserlo. Lifting Cure è un altro inno indie rock, vibrante e colorato. Murphy se la cava bene anche con il falsetto sequito a ruota dalla chitarra di Tim D’eon. I Wintersleep sembrano avever abbandonato le tonalità scure del passato ma le sorprese devono ancora arrivare. La successiva More Than è forse il brano più debole dell’album ma nel quale si possono ritrovare i Wintersleep del procedente Hello Hum. C’è anche un finale da cantare tutti in coro, “I read your letter, printed it up, / Crumpled up the paragraphs so that / I could fit it in my mouth / The words you said / That you were meant for / That despite everything you said before / I’m still in your head / And I love you more / More than I said then / More than I said / More than I ever felt before“. Il gruppo canadese torna alle origini con la cupa Shadowless. Al centro c’è la voce di Murphy, la musica è essenziale ed eterea. Sempre alla ricerca di una melodia, di un ritmo che finisce per crescere d’intensità nella seconda metà. I cari vecchi Wintersleep fanno centro ancora infilando anche un finale da brividi. Sulla stessa frequenza la bella Metropolis, un viaggio nottuno tra i volti e i pensieri di una grande città. Paul Murphy è ispirato e guida i suoi lungo strade buie, a dare il passo ci pensa i buon Campbell, sempre presente, pronto a lasciare il segno. Tra le migliori dell’album, “A full-grown man, / Man casually dressed / Caught a thought in a plan / In a busy metropolis / Hold tarot cards held to tightly to his chest / As if to protect / As if his life depended on / His way to work / Some other more adventurous“. Spirit è una pulsante canzone originale e viva. Qui si nasconde il titolo dell’album e “il grande distacco” si sente nella rinnovata energia di questo gruppo che non finisce mai di stupire. A darne prova ci pensa Freak Out. Indie rock dal sapore americano, veloce e divertente. Loel Campbell ci da dentro senza sosta e gli altri non faticano a stargli dietro, ormai lo conoscono bene. Attenzione, ritornello appiccicoso. Love Lies è un passo indietro verso i suoni elettronici di quattro anni fa. Un’atmosfera fumosa e sfuggente si forma lentamente intorno noi fino a trovare una via di fuga in una melodia e un ritornello prepearati con cura. L’esplosiva Territory vede la preziosa partecipazione di Geddy Lee, bassisita del gruppo rock canadese Rush. Un mix perfetto tra musica e testo, dove Murphy appare rigenerato e ispirato. Chiude The Great Detachment la sorprendente Who Are YouI Wintersleep scelgono un indie pop dal sapore dolce e spensierato. Sono capaci anche di questo, lo hanno dimostrato in passato e continuano a farlo.

I Wintersleep sono un gruppo in continuo movimento. Cambiano sempre, anche a costo di perdere l’etichetta di band indie rock. Sono un gruppo sottovalutato a mio avviso ma che il recente riscontro che sta avendo il singolo Amerika, dimostra il loro straordinario talento. Un gruppo che sembra avere un’anima immortale, un marchio di fabbrica che non cambia mai. Questi tre amici, Paul Murphy, Tim D’eon e Loel Campell sono il cuore pulsante del gruppo, accompagnati come sempre da Jon Samuel e Mike Bigelow. The Great Detachment è un album che rilancia i Wintersleep sotto una nuova forma ma con l’anima intatta.

Pour une fois

Un paio di mesi fa scrissi su questo blog un post sull’EP d’esordio della cantautrice canadese Rosie Valland, che pochi giorni dopo ha rilasciato il suo album d’esordio intitolato Partir Avant. Ha causa delle tante nuove uscite tra settembre e ottobre, ho rimandato l’ascolto di questo album fino ad oggi. Rosie Valland canta in francese, dimostrando agli scettici, come me, che la lingua non rappresenta una limitazione. Quest’artista sa catturare l’attenzione dell’ascoltatore con la sua voce ruvida e disperata, senza mai rischiare di risultare in qualche modo patetica. Ancora una volta la lingua francese mi ha catturato, mi ha sorpreso e spero che sia così per chiunque voglia ascoltare questo Partir Avant, anche solo per soddisfare la sua curiosità.

Rosie Valland
Rosie Valland

Si parte con Oublier che anticipa le sonorità dell’album. Subito la Valland si rende protagonista con un’interpretazione intensa, aiutata dalla sua voce addolcita dalla lingua francese, “A lune est claire / Ta chambre noire et nos corps / Qui essaient de s’aimer / Mais là tu penses à ses yeux verts / Mais là tu penses à ses yeux clairs“. Ha tutta l’aria del singolo, la successiva Robound che si arricchisce di sfumature pop rispetto alla precedente. Qui si può apprezzare meglio la chitarra della Valland che sosterrà la sua voce in più di un’occasione. Una bella canzone che ci fa apprezzare l’impegno e la sincerità di questa ragazza, “Je connais le chemin vers le bas / Il fait trop chaud ou bien trop froid dehors / Il fait trop chaud ou bien trop froid / J’ai besoin d’un abri“. La titletrack Partir Avant è ipnotica ed eterea, cresce piano piano trascinandoci in un turbine di musica e voce. Una canzone di rara intensità per un esordio, complimenti, “Tiens-toi droit / Pour une fois / Car tu perds plus que tu te bats / Et dis-le moi / Où tu vas / Car j’irai loin de là / T’as pas reçu assez d’ennuis / Pour assumer que l’on t’envie / T’as pas reçu assez d’ennuis / Pour partir avant“. Il singolo di punta si presenta sotto il nome di Olympe, orecchiabile e irresistibile. Una delle migliori canzoni dell’album dove la voce della Valland è più dolce e malinconica. Una canzone per certi versi perfetta, un ottimo biglietto da visita, “T’arrive-t-il de pleurer? / T’arrive-t-il de pleurer quand tu nous / Vois oublier ton nom sur l’échafaud / Quand tu nous vois oublier ton nom? / Olympe / On te doit nos vies et nos corps / Olympe / On te doit tous ces croix sur ce papier / Pour lequel tu as perdu la tête / Olympe“. Minimale e oscura è la successiva Nucléaire che si rivela essere, non solo per il testo, la canzone più matura di questo album, “Au lieu de faire des plans pour une fin du monde / Je devrais brûler mon corps, en faire un flambeau / Un flambeau qui distinguerait le ciel de la mer / Mon corps est un chemin que les hommes prennent encore / Nos voix sont des armes nucléaires“. Quebec City è la più rock dell’album, chitarre distorte accompagnano la voce ruvida della Valland. Un canto disperato, uno sfogo, “Ne me touche pas / J’ai peur de toi / Ne t’approche pas / J’ai peur de toi / Car on ne sert à rien / Sauf à s’haïr / Mais dis-le moi sans boire / Mais dis-le moi encore / Que tu rêves d’un matin / Où le soleil te réveillera“. Noyer è più riflessiva e pop. La Valland gioca con la voce, alla ricerca di un’emozione, apparendo sincera e a suo agio. Questa è un’altra di quelle canzoni che dimostrano tutta la bravura e il talento di quest’artista. Straordinaria, “J’oublie comment me faire aimer / Tu m’as montré à danser / Je t’ai marché sur les pieds / Tu m’as montré à plonger / J’ai voulu te noyer / Ton corps est ton corps / Me répétais-tu sans cesse avant / Mais depuis / Mais depuis / J’oublie trop souvent“. Forse la più positiva e luminosa è St-Denis nella quale la Valland ci delizia con la sua voce. Un ritmo dolce ci culla lungo tutta la canzone. Un’altra bella prova che contrasta, per atmosfere e sonorità, con il resto dell’album, “Je veux quitter le centre-ville / Aller me perdre sur ton toit / Les lumières du stade rétablissent / Mon karma / Et je joue mal dans ces nuits“. Chiude l’album Finalement che ci riporta nel animo tormento espresso dalla giovane cantautrice. Un pezzo indie rock da artista consumata ma carico di energia di chi vuole mettersi in gioco. Un bel modo per chiudere l’album, “Et j’ai brûlé tes champs / Dans ma tête hier soir / Car je ne veux plus jamais / De tes misères d’enfants / Et j’ai regardé dans l’eau / Pour voir si tu avais tombé / Et j’aurai pris le temps / Pour rien finalement“.

Ancora una volta le canzoni in lingua francese mi sorprendono e Partir Avant è anche, al di là della lingua, un ottimo esordio. Rosie Valland ha la capacità di trasmettere emozioni contrastanti grazie ad una voce sempre intensa e un attento uso della musica. Difficile associargli un genere o uno stile preciso ma se proprio di deve fare allora si potrebbe dire che il suo è pop rock e indie rock allo stesso tempo. Rosie Valland sfrutta il francese per dare sia asprezza che morbidezza alle parole accompagnandole spesso con il suono distorto della chitarra. In definitiva un esordio di tutto rispetto che rischia di rimanere nascosto al di fuori dei paesi francofoni ma alla ragazza basterebbe solo un po’ di pazienza e costanza per vedere i risultati che la sua musica le può dare. Da ascoltare se siete curiosi come me, in fatto di musica.

PS Il caso ha voluto che scrivessi proprio oggi questo post di musica in lingua francese, che ci fa tornare in mente a tutti la Francia e di conseguenza quello che è successo ieri a Parigi. Non aggiungo altro perchè non ci sono parole e ogni parola sarebbe superflua in momenti come questo…

Dolce far niente

Ricordo ancora quando ascoltai per la prima volta Gabrielle Aplin qualche anno fa. Questo blog mi ricorda che sono passati esattamente tre anni (Ogni cosa a suo tempo). La sua Home, nella versione del 2011, pose la giovane cantautrice di Bath (allora diciannovenne) tra gli artisti da tenere d’occhio nel futuro. Nel 2012 ha pubblicato il suo album d’esordio English Rain che tutt’ora ascolto volentieri. Quest’anno la bella Aplin è tornata con la sua seconda fatica, intitolata Light Up The Dark. Nel suo esordio si potevano trovare canzoni un po’ adolescenziali e altre più mature, generando un album diviso in due parti. Questo Light Up The Dark nasce tutto d’un pezzo e potrebbe rappresentare una pietra miliare della sua discografia. L’impressione è che quest’artista abbia scelto la sua strada. Ancora una volta Gabrielle Aplin mi ha affascinato, come tre anni fa, con un album più che convincente. La versione deluxe con diciotto brani, la dice lunga sulla vena creativa di questa cantautrice alla quale avevo promesso, tempo fa, di correrle accanto. Lo seguita per tre anni ed eccoci qui di nuovo fianco a fianco. Bentornata Gabrielle.

Gabrielle Aplin
Gabrielle Aplin

L’album si apre con la titletrack Light Up The Dark che ci introduce nel nuovo sound della Aplin. Un pop rock chiaroscuro, vibrante ma addolcito dalla sua voce. La canzone è orecchiabile, d’impatto e siamo solo all’inizio, “There’s so little I’m afraid of when it comes to an end / But I can’t leave you on your own / When the chaos turns to silence and your enemies your friends / I will run away the storm“. Skeleton è ancora più rock e oscura. Chitarre distorte e batteria pesante compongono uno sfondo musicale complemetare alla voce della Aplin, che appare fragile ma ferma e energica. Da mettere tra le migliori dell’album, “There’s nothing I’m your skeleton / Your heart is gone / You’re acting like you doesn’t even matter / Like I don’t even matter / The way you work the rush of lights / You can’t make it out loud / You’re acting like you doesn’t even matter / Like I don’t even matter“. La successiva Fools Love è ancora una volta piena di energia e con un tocco soul che risentiremo più avanti. Forse non brilla di originalità ma è comunque una bella canzone, “You know I’m not sleeping / Black coffee in the evening / Hands ticking past midnight / I even miss the fighting /I know you’ve denied that / You’ve done this before and  /Why can’t you feel guilty? / You find it all too easy“. Rallenta il ritmo con Slip Away. Calda e morbida è la voce della Aplin ma nel ritornello esplode. Come da titolo la canzone scivola via ma non lascia indifferenti. Questa cantaurice inglese sembra sempre a suo agio e ha altre occasioni per dimostrarlo,How could you do this to me? / It’s getting harder to breathe / Can’t hold me down, can’t drown me out / Cause I’ll slip away slowly / The closer you hold me“. Sweet Nothing è un bel pezzo pop, fresco e più in linea con l’album procedente. Anche questa volta la ragazza ha fatto centro con una canzone irresitibile. Da ascoltare, “I feel your arms around me / You say you feel the love / And oh I feel alone / You think you understand me / But I don’t even understand me at all / I feel alone“. La nostra Aplin si fa seria e si prende la scena in Heavy Heart. C’è ancora una venatura soul in questa canzone, la più cupa di questo lavoro. Qui si percepiscono i passi avanti che questa cantautrice ha compiuto in questi anni e la sua sopraggiunta maturità, “I got a heavy heart / Too much for you to hold / We always come apart / And then I treat you so cold“. Tra le più belle (e non sono poche) non si può escludere Shallow Love. Si sente tutta la purezza della voce della Aplin che regna incontrastata. Una canzone che ricorda le atmosfere dell’ultimo album, catturando ancora con il suo ritornello. Brava, “Give me a reason to let you go / Cause I am drowning in your shallow love / Give me a reason, won’t you let me know? / This heart of mine is sinking like a stone / Shallow love, let me go / Shallow love, let me go“. Anybody Out There non è da meno. Un pop rock accattivante, illuminato dalla voce della Aplin. Una canzone che si unisce al gruppo delle migliori perchè qui è condesata l’anima dell’album, “There might as well be space / Right outside my window / Is there anybody out there? / Anybody out there? / I’m followed by your ghost / I’m stepping on your shadow / Is there anybody out there? / Anybody out there?“. Hurt è semplice ma intensa. Atmosfere di malinconia e di dolore riempiono l’aria e trovano sfogo nel ritornello. Non c’è altro da aggiungere, Gabrielle continua a stupire, “Oh, you are so good, I know that this is gonna hurt / I don’t think we should, you know it’s never gonna work / There’s things that you can’t see / You’re way too close to me / This one is gonna hurt“. Segue Together, indie pop squisito ma forse un po’ abusato. C’è di buono che la Aplin è inappuntabile quando ci mette questa energia a cantare. Un momento di svago e leggerezza in un album che concede poco spazio alla spensieratezza, “I’m not looking for redemption / I don’t wanna see the light / All I want is your attention / All I want, all I want is love / I don’t think you can deny me / Let’s go smoke and make a fire“. What Did You Do? è un altro momento alto dell’album. Qui si passa al pop folk corale perchè non c’è limite per quest’artista. Ti viene voglia di cantarla insieme a lei. Irresistibile, “I’m in the dark / I’m such a mess / Wherever we are. Here in this now / So look what you’ve done wasn’t my fault / You’ll see the worst if you stick around“. Chiude l’album, in versione “base”, la toccante A While. Solitaria ballata per pianoforte che mette in luce la dolcezza consolatoria della voce della Aplin. Cos’altro chiedere di meglio, “There be nothing left to talk about / No one left to hear / and a while we’ll put water on this aches and this walls will disapear / For a while, we’ve been coring the cold light of day“. Si aggiunge Don’t Break Your Heart On Me, un folk sussurrato che non poteva rimanere nascosto chissà dove. Non è la prima volta che Gabrielle ci riserva belle canzoni nelle tracce bonus, “We can’t always grow / From the seeds we sow / But still you watch them from your window / There’s no wounds to heal / No pain to kill / Don’t you break / Don’t break your heart on me“. Così come per The Side Of The Moon, ondeggiante pop rock, “And I swear he brings it on himself / He’s the reason that you make me melt / I am done with this fighting / I need to break it down“. La sorpresa arriva con Coming Home. Brano folk dal sapore americano che per ora rappresenta un’eccezione nella sua musica, “Coming home, coming home / Standing underneath the sky / With nothing of my own / I’m here picking flowers / But all my seeds are left unsown / Better off if he was coming home“. Si prosegue ancora con la bella Letting You Go. Gabielle sembra non fremarsi mai, “The harder you hold / The higher you go / The further you fall / Breaking your bones / It’s time to let go / The harder you try to follow the light / The brighter it shines / Burning your eyes / It’s time to let go“. The House We Never Built è sembra condita con quel soul che da corpo ad una delusione d’amore, “Tell me you love her / And I’ll be gone / Tell me you love her / And my heart was simply wrong / Just say the words and I’ll turn around / I’ll be gone without a sound / And burn this house to the ground“. Ultima ma non ultima, You Don’t Like Dancing, brillante canzone pop, un’esplosione di colori. Brava Gabrielle, non so più come dirtelo, “You don’t like dancing / But don’t you every say / We’re going nowhere? / There’s always somewhere we can be“.

Arrivati in fondo a questo Light Up The Dark, che sorpassa l’ora di una manciata di minuti, si ha sensazione di aver ascoltato un piccolo capolavoro. Non è certo un album rivoluzionario, né una pietra miliare in assoluto ma potrebbe rappresentare un punto di svolta molto importante nella carriera di questa cantautrice. Gabrielle Aplin non si è posta limiti e ha scritto diciotto canzoni incredibili per la sua età ed esperienza, dimostrando di non essere più una ragazzina. Con questo album sembra voler rivendicare un posto nel pop che conta, se non internazionale, quantomeno britannico. Light Up The Dark si è rivelato al di sopra di ogni mia aspettativa e la mia fame di musica è più che soddisfatta. L’ispirazione non gli è mancata e con un paio di canzoni in più e avrebbe potuto fare un doppio album che a ventitre anni non è cosa da tutti. Un album più che consigliato se volete ascoltare del buon pop in tutte le sue forme e conoscere un’artista che si appresta a diventare un nome importante del pop cantautorale internazionale.

Langage universel

A volte succede che le strade che mi conducono verso un nuovo artsita abbiano origine da un’altro artista. Sono arrivato a Rosie Valland partendo da Cœur de pirate. O almeno credo. Devo esserci arrivato leggendo un articolo che consigliava alcuni giovani artisti canadesi da tenere d’occhio per il futuro. Tra questi c’era appunto Rosie Valland, cantautrice ventiduenne di Montréal. Nonostante sia prossima l’uscita del suo album d’esordio Partir Avant, il 18 di questo mese, sono voluto partire dal suo primo EP, pubblicato lo scorso anno, intitolato semplicemente Rosie Valland. Come forse avrete probabilmente già intuito, la ragazza canta in francese. Già mi sorprendevo che mi piacessero le canzoni in francese di Cœur de pirate ma mai avrei pensato di trovare un’altra artista francofona nelle mie corde. Eppure è successo. Questo EP mi ha sorpreso e non vedo l’ora di mettere le mani sull’album d’esordio.

Rosie Valland
Rosie Valland

Si parte con Mon Parfum, intensa ballata oscura. La voce della Valland è graffiante, tormentata ma sincera. La senzazioni si confermano con la successiva Apprendre à Tomber. Ancora la Valland appare tormentata ma la sua voce è più dolce. C’è da rimanerne incantati. Una canzone davvero molto bella, la migliore di questo EP. Mets Des Pierres viaggia sulla stessa lunghezza d’onda della precedente. In questa occasione però, Rosie sfodera una voce melodiosa che caratterizza il ritornello. Il brano che rimane in testa più facilmente, immediato nonostante sfiori i cinque minuti. Chiude questo assaggio della sua musica, Demande-moi Pas. Un’altra bella canzone eterea e dolce. La Rosie Valland graffiante dell’inizio appare più timida ma ancora tormentata. Una lunga poesia in musica, leggera e sfuggente.

Nonostante siano solo quattro canzoni, Rosie Valland, dimostra talento nel mettere in musica le emozioni. Davvero un peccato non aver trovato i testi, il francese proprio faccio fatica a capirlo. Ma la musica è un linguaggio universale e comprendere i testi non è poi così necessario. Se questo è solo una parte di quello che questa giovane artista sa fare, allora non posso fare altro che aspettare l’album d’esordio. Ancora una volta la lingua francese si rivela un valore aggiunto ma il caso ha voluto che le due uniche artiste francofone della mia collezione siano canadesi e non francesi. Questo non so cosa possa significare ma è così.