Mi ritorni in mente, ep. 40

Anche se questo anno deve ancora terminare, sì può già cominciare a segnarsi sul calendario qualche uscita interessante. Primo, in ordine di tempo, il nuovo EP della cantautrice country Whitney Rose intitolato South Texas Suite. Sei canzoni che anticipano molto probabilmente un nuovo album, che fa seguito all ottimo Heartbreaker Of The Year. Il nuovo South Texas Suite vedrà la luce il prossimo 27 Gennaio ed è anticipato dal singolo My Boots. Whitney Rose ricomincia laddove aveva finito, dal suo country, un po’ blues, un po’ vintage.

La loro ultima pubblicazione risale al 2013 e consisteva in un EP dal titolo The Boatswain’s Refuge in seguito i Patch & The Giant anno saputo farsi apprezzare da tutti, raggiungendo anche l’Italia con una manciata di concerti. Per la band inglese è arrivato il momento del grande salto, l’album d’esordio è infatti previsto per il 20 Febbraio ed è intitolato All That We Had, We Stole. Tra inediti e vecci successi, questo album si preannuncia molto interessante ed è anticipato dalla bella Flowers, in perfetto stile Patch & The Giant.

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Dietro quella barba

Keaton Henson è un artista speciale. Ogni suo album è una porta aperta sulla sua anima, fragile e sensibile come la sua voce. Il nuovo Kindly Now, si può considerare il suo sesto album dopo lo sperimentale Behaving, presentato sotto lo pseudonimo Behaving per l’appunto, e la raccolta di inediti 5 Years. L’artista londinese non è un semplice cantautore ma anche un poeta sempre alla ricerca della via migliore per esprimere il mondo che ha dentro. Keaton Henson come sempre si presenta in punta di piedi, si mette in un angolo e canta le sue canzoni. Kindly Now ripropone la stessa formula collaudata ma sempre sincera ed emozionante.

Keaton Henson
Keaton Henson

Apre l’album la sperimentale March, composta da frammenti delle canzoni dell’album, mixate in modo da farne una canzone a sé stante. Bentornato Keaton. Segue il singolo Alright. Emozionante ballata al pianoforte dalla quale emerge come sempre la fragilità del suo interprete ma questa volta c’è voglia di riscatto. Il velo della timidezza sembra essere stato tolto, “You’ll be alright / Come and see me in the morning / I’ll be in the sunrise / Hoping that it’s rays don’t / Burn a hole in my eyes / You know me, I worry / Could always use some pity“. La successiva The Pugilist è il trait d’union con il precedente Birthdays. Una canzone personale, una confessione intensa che ci invita a non dimenticarlo. Non lo faremo, caro Keaton, “Well I’m a self-centered writer / Loving myself to sin / Stay away from me / Don’t find a way to get in / I care only for art and career / So scared of death that I try to leave part of me here / I am lonely / Lonely in the fact that I need to be loved / And told I am deserving“. Breve intervallo strumentale con NW Overture prima di ricominciare con la straordinaria No Witnesses. Uno truggente Henson, nella sua forma più ispirata e intensa. Tutta la fragilità e l’irreparabile tristezza sono la forza di questo cantautore, “So I wrote down a list of all the things / We’ve never spoken of / And I wrote “Man, I hate Los Angeles” / And I’ve never been in love“. Con Good Lust, Keaton Henson sembra togliersi di dosso quel senso di inadeguatezza che lo contraddistingue, ritrovando quell’energia spesso sopita. C’è un sentimento di rabbia in questa canzone, “And in the weak hours when we’re fighting asleep / Longing for each others teeth / Longing for the things we think we need / To make it through“. Qualche venatura rock con Confortable Love che da sfogo ancora ad una rabbia repressa e mostra un altro volto del cantautore inglese. Non è nuovo Keaton Henson a queste divagazioni rock e ogni volta il risultato è sempre convincente, “I’m in bad love, don’t be sad, love / I’m amazed that you ever loved me / Imma lay low ‘til my heart glows / Please don’t wait up, don’t wait up for me“. Ma il nostro non sa resistere al fascino di una bella ballata. Ecco che ne sfodera una di tutto rispetto come Old Lovers In Dressing Rooms. Keaton Henson è sempre alle prese con il suo cuore spezzato. Un incontro con un amore del passato che deve fare i conti con il tempo. Un bel pezzo autobiografico, “‘Is it really you behind that beard?’ / I say I think so and we count the years / We tell stories and we sort of laugh / And then she jokes she wants my autograph“. Polyhymnia prosegue sulla stessa strada ma questa volta c’è di mezzo la fine di un amore. C’è anche un po’ di jazz nell’aria che arricchisce la musica del buon Henson. Ancora una volta ci sono riferimenti al suo essere artista, “Drive me out of my mind / I’ll be yours and you’ll be mine / Baby haunt me when you die / Just give me time, just give me time / I need pain for my art / Take my lungs, break my heart“. Un altro breve intermezzo strumentale intitolato Gabe ci conduce verso la fine dell’album. Holy Lover si appoggia inizialmente solo sulla voce di Keaton Henson, mixata una sopra l’altra trasformandosi poi in un pezzo pop romanticone, piuttosto diverso da quanto ci ha abituati di solito, “Oh holy lover / I’ll be the colors / I can’t see / And I will try harder / Avail my father / Live every need / And I’ve been so lonely / Oh, please just hold me / So I can sleep“. L’ultima canzone è How Could I Have Known l’ennesima ma essenziale ballata di un cuore infranto. Keaton Henson sembra non trovare mai pace e ancora una volta proviamo compassione per lui, “I’m out in the cold / Baby come hold me close / Please don’t let me drown / Woman I love the most / My holy ghost / Goddamn“.

In questo Kindly Now, Keaton Henson si trova di nuovo a fare i conti con sé stesso. Questa volta però c’è di mezzo la celebrità e la consapevolezza di essere un artista. La timidezza degli esordi si sta disperdendo ma non c’è ancora pace nel suo cuore. Keaton Henson non cambia mai e resta una sicurezza, un porto sicuro nel quale rifugiarsi. Questo ragazzo, l’ho già scritto, è un poeta dei nostri tempi che riesce sempre a trasmettere un’emozione forte attraverso le parole e la muscia. La capacità di Henson è quella di non forzare o fingere sentimenti che non prova davvero ma trovare sempre ispirazione nelle piccole cose. Forse non tutti apprezzeranno la sua musica ma io mi trovo da sempre in sintonia con lui e mi sento di consigliarvi questo artista ancora una volta.

Al momento giusto

Inesorabilmente ci stiamo avvicinando alla fine dell’anno, già si sentono le prime avvisaglie dell’inverno. In autunno le giornate si accorciano e favoriscono l’insorgere di malattie come la nostalgia e la malinconia. Per chi come me ne soffre tutto l’anno, non solo d’inverno, non esiste una cura definitiva. Si possono alleviare i sintomi con la musica e Courtney Marie Andrews è un’ottima medicina. Questa cantautrice americana, nonostante i suoi venticinque anni, ha già alle spalle ben sei album e questo Honest Life, pubblicato quest’anno, è il settimo. Mi sono bastate due sue canzoni per capire che la musica di Courtney Marie Andrews faceva per me e le ottime recensioni che l’accompagnavano hanno fatto il resto.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

Si comincia con Rookie Dreaming dalla quale emerge tutta le sensibilità della Andrews. Forte è l’influenza del folk americano ma altrettanto forte è l’espressività che hanno le sue canzoni, “I was on the hunt for visions out of reach / All those daydreaming mornings / All the wishful goodnight thinking / I have steared through every dark alley / In hopes of a light at the end I could see“. La successiva Not The End è una bella canzone d’amore che va a colpo sicuro, toccando le corde giuste. L’interpretazione della Andrews è sempre pulita e precisa ma, allo stesso tempo, emozionata ed emozionante, “So many nights we’d spent / In our little basement room / A part of you became a part of me then / And I know you feel it to / I’m so far away now / In this empty hotel room / Trying to dream up every memory / So I can feel closer to you“. Il singolo Irene è il fiore all’occhiello dell’album. Questa canzone mi ha portato verso quest’artista e dentro questo album. Orecchiabile e intelligente, che mette in luce tutto il talento della Andrews, “Fare well, Irene / Where your dreams are bound and / I just can’t tell / But we both know, Irene / They won’t come true at the bottom of a well“. How Quickly Your Heart Mends è un ottimo country folk che si porta dietro con sé tutta la malinconia di questo genere musicale. Una delle migliori canzoni dell’album, senza dubbio. Da ascoltare, “The jukebox is playing a sad country song / For all the ugly Americans / Now I feel like one of them / Dancing alone and broken by the freedom“. Let The Good One Go è una triste ballata di pianoforte. Qui gioca un ruolo fondamentale la voce della Andrews, che sfodera una performance intesa e toccante, “Where are you tonight? / Do you think of me when you close your eyes? / Do you wake up and reach for me / By your side? / They say good things never die / Well if that’s true our loves still alive / If that’s true it’s safe to say / It will never die“. Segue la titletrack Honest Life, una riflessione sulla vita che segna il punto più alto dell’album nel quale si scorge tutta la maturità di questa cantautrice. Davvero una bella canzone sotto ogni aspetto, soprattutto per il testo, “All I’ve ever needed is a little time to grow / A little time to understand that things that I know / So that I can listen to you lovingly / Instead of getting up to go / Some people take a little more time to grow“. Anche Table For One ha un ruolo centrale in questo album. Qui la solitudine e la malinconia sono evocate con sapienza e attenzione, un talento raro e prezioso. Courtney Marie fa un lavoro eccezionale sul testo e la musica, raccontando le sue esperienze di vita, “Cause i’m a little bit lonely / A little bit stoned / And I’m ready to go home / You don’t want to be like me / This life it ain’t free / Always chained to when I leave“. Put The Fire Out è un altra canzone che vi farà saltare sulla sedia. C’è tutto il buono delle ballate americane, tutto il buono delle cose belle, “A few more hours feels like forever / Here’s my chance I want to get better / I want to pick up the phone and return your calls / Tell you how much I love you all“. La successiva 15 Highway Lines affronta il tema del viaggio che tanto è caro ai cantautori di ogni generazione. La Andrews non sbaglia un colpo, confermandosi particolarmente ispirata, “You were my only friend / Time has taught there is no way to bend / It to back when I knew you then / To you all the love I send / From this long mile from this passenger bed“. Prima di finire però c’è ancora una sorpresa. L’ultima Only In My Mind è un’eccezionale ballata al pianoforte che non esito a definire strappalacrime. Un’interpretazione straordinaria ed un testo poetico e profondo. La canzone più emozionante dell’album senza dubbio, “In my mind love was easy / A dreamy happy ending / Full of passion never fleeting / Full of feeling and surprise / In my mind love was unchanging / Every demand was worth meeting / Every bad day worth defeating / Love made every wrong seem right“.

Honest Life è l’ennesima sorpresa di quest’anno. Courtney Marie Andrews si aggiudica un posto d’onore tra la mia musica e mi costringe ad approfondire la sua conoscenza completando la sua discografia. Ma come sempre, per il momento voglio godermi Honest Life. Un album che consiglio vivamente a chi vuole ascoltare del buon folk americano, dal gusto classico ma sempre attuale. Chi soffre di nostalgia o di malinconia o di tutte due le cose assieme, troverà un po’ di conforto in queste canzoni ma sopratutto scoprirà un’artista che non si nasconde. Mette a nudo la sua anima, riusciendo in un’impresa che pochi sanno portare a temine con constanza e sincerità.

Questi sono i giorni

Tra i ritorni più interessanti di quest’anno si è aggiunto anche il terzo album della cantautrice americana Angel Olsen, intitolato MY WOMAN. Proprio all’inizio di quest’anno ho pubblicato la recensione del suo album d’esordio Half Way Home del 2012. Ho voluto ascoltarlo per completare così la sua discografia, insieme a Burn Your Fire For No Witness del 2014. Angel Olsen mi è sempre piaciuta perchè è in grado di trasmettere, attraverso le sue canzoni, emozioni intense sia quando ha un piglio più rock piuttosto che uno più folk o pop. Un cantautrice di razza che non si è posta il problema di come piacere a tutti e questo MY WOMAN portebbe rappresentare uno spartiacque della sua carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Intern apre l’album con il suono dei synth che qui sono l’eccezione. La voce della Olsen è elegante ma intensa, così come ci ha da sempre abituati. Qualche brivido ci ricorda che è tornata con tutta la disperazione del suo animo, “I don’t care what the papers say / It’s just another intern with a resumé / I am going to fall in love with you some day / I’m gonna fall in love and run away / I’m gonna fall in love and run away“. La successiva Never Be Mine è un bel rock dal sapore d’altri tempi. Angel Olsen riesce ad incantare con le chitarre, una bella melodia e il ritmo. Una delle migliori dell’album, una triste canzone d’amore, “He wants to know why / He wants to know why / I only want to know you / I want to tell him / I know the feeling / This time I swear that I do“. Shut Up Kiss Me è il primo singolo dell’album, un’accattivante pezzo indie rock carico di energia. La Olsen non è nuova a queste cose e dimostra di sentirsi a suo agio sempre e comunque, “I could take it down to the floor / You don’t have to feel it anymore / A love so real that it can’t be ignored / It’s all over baby but I’m still young / I’m still young“. Anche Give It Up è della stessa pasta. Sembra che la Olsen voglia richiamare alla memoria un rock che non esiste più ma che piace ancora, “In my arms and fast asleep / In my arms and all my dreams / Where you are is where I want you / Where you are is where I want to / Where you are is where / I want to be / I want to be / I want to be“. La prima metà dell’album, quella più rock, termina con Not Gonna Kill You. Qui si sente tutta l’influenza del rock americano della musica della Olsen, fondendo sapientemente il suo passato e il suo presente, “My watch is blurry when I look down at my hands / I’m just another, alive with impossible plans / I turn the lights low but we both know where we are / And when it’s over, what becomes of your pure heart?“. La seconda parte dell’album è dedicata alle ballate, malinconiche e tristi, che non possono mai mancare. Heart Shaped Face fa da contrasto e riapre le porte alla Olsen degli esordi. Qui i tempi cominciano a dilatarsi così come il ritmo, “I never wanted to be someone who had to leave it all behind / Even still there is no escape for what I face, I faced before / Have whatever love you wanna have / But I can’t be here anymore“. Ma forse è Sister che conserva tutta la poesia e la drammaticità dello suo stile. Per quasi otto minuti Angel Olsen ci rapisce con un’interpretazione al limite delle lacrime. Ecco l’altro lato di quest’artista che amo, “Everywhere I go / I can see your face / Alive and gone at once / Hey, that’s the way I see this place / And though this blessing was a curse / Before I opened up my heart / You learn to take it as it comes / You fall together, fall apart“. Those Were The Days ha un’atmosfera romantica e sfocata. La Olsen sfodera una voce sussurrata e sensuale come non mai, “See how you’re laughing with those you don’t know as well / I hear you saying I’m the one but I wish I could tell / Funny how time can can make you realize and realize / And then realize“. In Woman risiede l’anima di questo album. Un’altra ballata, personale e sentita. Un’interpretazione eccezionale, “You can leave now if you want to / I’ll still be around / This parade is almost over / And I’m still your clown“. Pops chiude l’album trasformando Angel Olsen in una sorta di Lana Del Rey. Ma in realtà sotto l’apparenza c’è un forte richiamo alla Olsen degli esordi, disperata che da sfoggio alla sua voce che io definirei “lacrimosa”. Sì, credo sia il modo migliore per definire la sua voce, “All those people, they don’t see me / Baby, don’t leave / Please believe me / Couldn’t love ‘em if I tried to / No one understands me like you“.

Angel Olsen continua il suo percorso musicale con questo MY WOMAN nel quale non ci sono strappi con il passato. Tutto cambia ma lentamente e Angel Olsen non rinnega sé stessa ma si mette in gioco, dimostrando sempre più di essere un’artista ormai matura. Abbiamo di fronte una cantautrice che non si lascia trasportare facilmente dalle mode del momento e questo, si sà, divide il pubblico e la critica. Io trovo MY WOMAN un album intenso e senza scampo, come i due precedenti. Mi rendo conto che Angel Olsen non è quel genere di artista che può piacere a tutti, ma vi invito ancora una volta ad ascoltare un suo album per intero. Perchè sono sicuro che vi piacerà almeno una canzone. Anzi, ne sono convinto.

Il tempo passa

Questo è l’anno degli EP. Ne ho ascoltati diversi quest’anno e non tutti sono finiti tra le pagine di questo blog. Troverò l’occasione per rimediare magari quando traccerò il bilancio di questo anno ricco di musica. L’utimo EP della lista è Nice Kind Of Pain della cantautrice australiana Kathleen Mary Lee. Il suo nome compariva già nel mio personalissimo elenco degli artisti da tenere paricolarmente in considerazione ma solo quest’estate ha pubblicato questo suo EP d’esordio. Il suo delicato folk acustico e semplice è stato per me come la luce con i moscerini.

Kathleen Mary Lee
Kathleen Mary Lee

The Goodby Song ci introduce nella musica triste e delicata della Lee. Una canzone senza tempo che sembra venire dal passato, una cantilena irresistibile che fa fatica ad uscire dalla testa, “And over the rooftops / High in the air / They’ll meet and they’ll greet / And they’ll fall in love there / And us with our bodies / Here in this room / Beneath all the ceiling and beneath all the gloom“. Più scura della precedente, Fine Times, è la storia di un’amore finito. La gentilezza nei tratti della musica di questa cantautrice è palpabile. Tutto appare fragile e distaccato, quasi irragiungibile, “And anyway it’s alright / Because time will pass anyway / It might not be so bright / But it’ll move on just the same / And there’ll be fine time / Kind times / And time will get along / Without you“. Il punto più alto dell’EP è, a mio parere, la bella My Attemps, sintesi perfetta della musica di Kathleen Mary Lee. Un’interpretazione toccante che fa salire qualche brivido lungo la schiena. Da ascoltare, “But then the day gets warm / The clouds are high / Makes me want to do something kind / Like let you pass by / Stop trying to mark you with my time / Just let you go / Unaffected by my attempt at love“. Hours Gone By è un’altra delicata ballata che ci culla dolcemente con semplicità. È incredibile come queste canzoni siano così piacevoli da ascoltare, “Ah but now when we meet I can’t always find / Our kindest moments in your high blue eyes / Despite all our words, despite all our time / I think you just might have let them pass by“. Anche Nice Kind Of Pain non è da meno anche se questa volta la melodia è più luminosa e positiva. Suona quasi come una via di mezzo tra una filastrocca e una ninnananna, “So let it swell in me / It’s a nice kind of pain / It stretches out into the sea / And it lengthens my days“. Hey Very Good Friend è la somma di questo EP dove il canto e i testi sono più importanti della musica, “Hey, very good friend / I think that I’ve spoiled the time / Yhat i know you wouldn’t have given to me / If you’d seen what i’d done to our future with my mind“.

A termine di Nice Kind Of Pain vi sentirete avvolti in una nuvola di malinconia. Kathleen Mary Lee incanta con la sua voce tanto fragile quanto lontana, come se provenisse da qualche tempo remoto. Proprio per questo tutte le canzoni suonano come qualcosa di già sentito e proprio per questo appaiono rassicuranti e confortanti. Un EP che traccia le caratteristiche di questa interessante artista, chiamata a confermarsi in futuro con un album. Kathleen Mary Lee dovrà essere capace di attirare l’ascoltatore a sè, portandolo in quel spazio-tempo lontano dal quale proviene al sua musica. Questo Nice Kind Of Pain è un biglietto di andata e ritorno.

 

Io lo so che non sono solo

Era una calda estate di due anni fa quando con un paio di auricolari mi mettevo all’ascolto di Native Dreamer Kin esordio delle tre sorelle americane Allison, Meegan, e Natalie Closner che si presentavano sotto il nome di Joseph. Una band che mi attirò perchè molto vicina, come sonorità, alle The Staves, altro trio di sorelle. Da allora c’è stato un cambio di casa discografica che le ha portate verso un approccio più pop alla loro musica. Mi sono fatto trovare pronto per questo secondo album intitolato I’m Alone, No You’re Not, che ha confermato le mie sensazioni ma allo stesso tempo mi ha sorpreso per la crescita che hanno avuto queste tre ragazze.

Joseph
Joseph

Si inizia con Canyon che richiama alla memoria l’esordio delle Joseph. È bello sapere che poco è cambiato d’allora, anzi c’è qualcosa in più. La produzione è più ricca e restitusice intatta l’energia di questa canzone. SOS (Overboard) è il singolo di punta dell’album. Qui la trasformazione pop si fa sentire ma non è così forte da snaturare l’identita delle tre sorelle. Una brano che ha il sapore degli anni ’90 e mi fa piacere che questo decennio sia rivalutato, “Screaming under water (SOS) / Can you hear me calling (SOS) / Did it to myself, now I need your help / Alone and overboard yelling SOS“. Più contemporanea, l’affascinante Blood & Tears, che riempie l’aria grazie alle calde voci delle ragazze. Una delle canzoni più belle e potenti di questo album. Da ascoltare,”Could we ever leave each other? / Maybe the valley’s wider / Maybe it’s longer than we thought / Even though we just got started / I know there’s a hundred mountains / It’ll take more than we’ve got“. Hundred Ways è una bella canzone pop notturna nella quale le Joseph sfruttano appieno la loro intesa. Una canzone orecchiabile, carica di quell’immancabile energia che riempie questo album. Più delicata e romantica è la successiva Planets. L’intro è magnifico, le voci delle Joseph sono lasciate libere in un vortice di musica e canto. Una canzone breve ma tra le più affascinanti di questo album, “I am a planet turning ‘round the sun / with a billion blaze and glory / it heeds everyone / I am a comet flying through the stars / with a trail, a tail of mystery / I travel very far“. I Don’t Mind è un ritorno alle prime sonorità della band, caratterizzate da quelle atmosfere un po’ malinconiche ed toccanti. Davvero un bel brano che mi ricorda perchè mi piace la musica delle Joseph,”I will love you anyway / With all your demons in the way / Nothing can keep us apart / I’ll walk through walls into your heart“. Whirlwind riesce a riempire l’aria, merito soprattutto delle tre voci perfettamente in sintonia tra loro. Una canzone che potrebbe rapprestare il futuro della band, grazie al mix di sonorità che riesce a mettere assieme con successo,”Whirlwind / Let me breathe you in. / Whirlwind, this is where you start to pull me in. / I hear a voice that is whisperin’ / from the whirlwind. / Let it be.“. L’altro singolo è White Flag un inno pop, trascinante e carico di vitalità. Qui si nota maggiormente la svolta pop ma queste ragazze sanno come non cadere in un pop troppo scontato e questa canzone lo prova,”I’ll be an army, no you’re / Not gonna stop me getting / Through / I’ll sing a marching song and / Stomp through the halls louder than / You / I could surrender but I’d / Just be pretending, no I’d / Rather be dead than live a lie / Burn the white flag“. La successiva More Alive Than Dead è sorretta dal pianoforte sul quale le tre ragazze costruiscono un’affascinante trama di voci. Si sente la notte in questa canzone, un’immagine nitida e sorprendente,”Put your arms around / Put your arms around / Something breathing / I am here with you / But so is our present, past / We tried escaping“. Segue la bella Honest. Un’altra ballata che scalda il cuore e dà il titolo all’album. C’è qualcosa di famigliare e confortante in questa canzone. Non so se è merito delle voci delle sorelle Closner o della musica ma non importa. Mi piace, “I can’t say a true thing / It’s hard to be that honest / I know you’re not asking / But I told you that I’d promise. / There’re always two thoughts / One after the other / I’m alone. / No, you’re not / I’m alone / No, you’re not.“. Forse il brano che merita più attenzione sta in fondo all’album. Sweet Dream, come da titolo è sognante e eterea. Un’altro passo avanti per questa band, che dimostra una crescita artistica importante e cosciente. Un bel modo per salutarsi.

In I’m Alone, No You’re Not le Joseph trovano una carica e un’ispirazione che le proietta verso un futuro ricco di soddisfazioni. La svolta pop più marcata in realtà si ferma ai singoli mentre il resto delle canzoni non si allontana troppo dal precedente Native Dreamer Kin. Credo che le Joseph con questo album abbiano dimostrato di avere talento più di quanto erano riuscite a fare nella precedente occasione. I’m Alone, No You’re Not è un buon album che migliora ascolto dopo ascolto e che trasmette buone sensazioni. Posso dire di essere soddisfatto di questo album perchè mi ha dato un’impressione positiva e adesso posso dire di sentirmi un po’ meno solo.