Nuvole viola

Dopo il buon esordio Gentle Heart (Cor gentile) dello scorso anno, questo Ottobre è tornata con un nuovo album la cantautrice inglese Saskia Griffiths-Moore. Composto da dodici canzoni, Night And Day segna un nuovo inizio per quest’artista. Un passaggio importate alla ricerca di una maggiore visibilità e un pubblico più ampio. La strada intrapresa da Saskia è stata quella di arricchire il suo sound, proponendo un folk rinnovato e più moderno. Per sottolineare questa sua volontà alcune canzoni di Night And Day erano state già pubblicate anche nel suo esordio ma in una veste decisamente diversa. Incuriosito da queste novità non potevo perdermi il suo secondo album ed eccolo qui ad allietare questo mio autunno.

Saskia Griffiths-Moore
Saskia Griffiths-Moore

L’iniziale All For You è un’orecchiabile folk pop nel quale si sente tutta la rinnovata energia di Saskia. Una riflessione sulla sua nuova vita come cantautrice, la sua scelta di dedicare la sua vita alla musica, “Two years. Forty cities. A couple of meltdowns. Especially in the first few months. / Strange behaviour. I’ve lost my flavour mmm, I can’t recover, the pictures of the past“. Il singolo Write Me A Song è un epico pezzo folk, con venature rock. Un altro ritornello che si lascia ricordare facilmente, impreziosito dalla sua voce unica. Il testo è una dimostrazione di talento, “Jenny, Jenny, would you write me a song? / Coz it’s been years since I’ve felt at home, or where I could belong, / And I haven’t met a single man who would put down his guns, / So, Jenny, would you write me a song? / David, David here I wrote you a song“. Hiding è accompagnata da un pianoforte e riprende le sonorità del precedente album. Un viaggio, fatto di immagini, nella Londra notturna, una poesia in musica. Una delle canzoni più belle di questo album, “But all I feel is you, / right up in the blue, / Hiding in the wind, / I see you still“. Wash It Away viene riproposta in una nuova versione meno marcatamente folk. Saskia arricchisce la sua tavolozza di colori grazie alla sua band. Un passo avanti davvero apprezzabile, “Like a flower that blooms once, in life’s enormous dace we will be washed away. / And once is all that’s needed on this joyus earth we’re breeded and then washed away“. La title track Night And Day è la canzone più oscura dell’album. Essenziale e sfuggente, sorretta dalla voce di Saskia che dà prova di maturità, “By your side or far away. / In dark of night or joyful day. / And even if you pass away. / I’m with you night and day“. La successiva After è un brillante folk dalle sfumature americane. Con questa canzone Saskia prova ad alzare l’asticella e il risultato è ottimo, “Purple clouds and rainbow skies. / This colourless place, free of time. / Let the shadows coming rolling on by. / And feel the power running deeply“. Anche In Time è riproposta in una versione completamente rinnovata. Inutile dire che la scelta è più che azzeccata. Saskia migliora sotto ogni aspetto, “Stop fooling child, you’ve many years before you / Many transitions to go through, / nothings the same don’t you know / That most of us here / have spent the whole of our lives / desperately trying to find / our ways back in time“. Joy Of Defeat è un melodioso folk pop carico di buone sensazioni. Un’altra canzone che definisce il nuovo corso di questa cantautrice, “Only you’ll know when you reach the end, / Still I don’t want to lose you my friend. / And I know that it’s not my place now to offer help, / But know that I would if I could untie your rope“. Con Falling, Saskia prova con un pop cantautorale elegante e misterioso. Si tratta di una delle canzoni più affascinanti di questo album, “What’s that on the table? Over there, by the door / Are you coming with me, or do I leave you here, burning by the door?“. Gone è un poetico folk con uno dei testi più belli dall’album. Una canzone ispirata che riscalda il cuore. Ogni cosa è al suo posto, tutto è perfetto, “And so they wail in despair! They cry ‘it’s utterly unfair’ / That one should leave this little town, but I can hardly hear them now. / Out and running with the wind I feel the rain over my skin. / It’s storms out in the wild. I feel I’m burning from inside“. Chiude l’album White Mountain Thyme è una canzone tradizionale scozzese. Saskia ne fa una versione delicata e malinconica davvero eccezionale, “Oh the summertime is coming / And the trees are sweetly blooming / And the wild mountain thyme / Grows around the purple heather / Will ye go, Laddie go?“.

Saskia Griffiths-Moore con Night And Day compie un importante passo in avanti nella direzione giusta. Una produzione più ricca dà maggiore risalto alle capacità di questa cantautrice, sia vocali che di scrittura. Night And Day porta Saskia verso un cantautorato folk più moderno, che unisce la tradizione all’accessibilità del pop. Le buone impressioni del suo esordio sono state nettamente superate da questo album, che mi ha sorpreso cogliendomi del tutto impreparato. Saskia ha una voce unica, del tutto particolare e questo album ne valorizza il talento, facendoci scoprire una cantautrice di sicuro interesse.

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Buoni consigli

Quando ho ascoltato per la prima volta una canzone di questo duo canadese, mi hanno ricordato le Lily & Madeleine degli inizi. Per questo non ho esitato ad ascoltare il loro nuovo album. Hannah Walker e Jamie Eliot si presentano sotto il nome di Twin Bandit, il loro Full Circle è uscito il mese scorso. Si tratta del loro secondo album e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla loro musica, che spazia dal country al folk con un approccio alternative fresco e positivo. Full Circle è un album che ho deciso di ascoltare quasi “alla cieca”, spinto dalla curiosità e dalla volontà di ritrovare quelle atmosfere che mi hanno fatto scoprire, più da vicino, il mondo della musica folk.

Twin Bandit
Twin Bandit

Everything Under The Sun apre l’album, introducendoci nelle sue atmosfere delicate guidate dalle voci morbide di queste due ragazze. Un folk americano caratterizzato da una sensibilità pop che porta con sé buone sensazioni. La successiva I Try è cantata a due voci, in perfetta sintonia tra loro. Qui le due ragazze si rifanno alle First Aid Kit, ripiegando però su tonalità più leggere e armoniose. Una canzone ispirata, tra le più belle dell’album. Con Never Quite The Same vira verso un folk più scuro e maturo. Questa è una delle canzoni che preferisco di questo album, per la sua intensità e per le emozioni che riesce ad esprimere. Da ascoltare. Segue Gotta Make Sure che riprende le sonorità più luminose dell’inizio dell’album. Il testo dimostra tutto il talento delle ragazze e il ritornello è semplice e si finisce per canticchiarlo in men che non si dica. Un ottimo lavoro, davvero. Little Big Lies prosegue sulla stessa strada, scegliendo sonorità più country. Le voci delle Twin Bandit cantano all’unisono, strette l’una all’altra in un legame profondo. Hard To Know è una di quelle canzoni che scaldano il cuore, capaci di sorprendere ad ogni ascolto. Una canzone sincera e luminosa, come il resto dell’album, capace di trasportati altrove, un posto sicuro e migliore. So Long è un poetico alternative folk, arricchito da una chitarra graffiante. Le voci delle due ragazze lavorano insieme, in una confortevole armonia. To Stay è tra le migliori canzoni di questo album. Tutto è in precario equilibrio. Voce e musica si sostengono l’una con l’altra, delicate ed eteree. Un ottimo esempio di come nella semplicità spesso si nasconda la bellezza. La successiva Spell It Out è una bella canzone dalle tinte indie pop. Anche questa volta ii ritornello è orecchiabile e l’accompagnamento musicale è molto piacevole. So That’s Just The Way è un gioiellino folk. Una canzone che più di tutte richiama le sonorità delle sorelle Jurkiewicz e le loro atmosfere distese e confortanti. Per chiudere c’è Six Days To Sunday un’evanescente poesia folk, essenziale in ogni suo aspetto. Un buon modo per concludere l’album.

Full Circle si va ad aggiungere alle sorprese di questo 2017 che deve ancora finire. Hannah Walker e Jamie Eliot dimostrano una complicità perfetta, canzone dopo canzone. Un album dove ogni singolo brano trasmette sicurezza e positività. Non c’è volontà di forzare troppo la mano sulla malinconia o su sentimenti contrastanti. Full Circle è un insieme di canzoni fatte per convivere, per essere ascoltate una accanto all’altra. Le Twin Bandit sembrano cantare con il sorriso, appena accennato, di una gioia sincera. Non è facile scegliere quale canzone farvi ascoltare per convincervi che questo Full Circle merita ben più di un passaggio durante la vostra giornata.

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Se una notte

Non è raro che basti una canzone per conquistare la mia attenzione. Un sound che fa per me e una voce elegante sono più che sufficienti. Tanto è bastato per portarmi alla scoperta di Marie Danielle. Questa cantautrice americana, originaria della Pennsylvania, ha pubblicato lo scorso anno il suo album d’esordio intitolato Hustler. Il suo è un indie folk dal gusto americano, caratterizzato dalla sua voce calda e avvolgente che non può lasciare indifferenti. Un album scoperto quasi per caso, come spesso mi succede, ma nel quale ho trovato quello che cercavo.

Marie Danielle
Marie Danielle

Tinseltown apre l’album, accogliendoci con una chitarra acustica che accompagna la voce straordinaria di Marie Danielle. Bastano poco più di due minuti e già l’atmosfera dell’album si fa malinconica e intensa. Si accendono le luci con Soldier, un brillante country folk,  che vede la partecipazione dei The Felice Brothers. Presenza non causale dato che Simone Felice è anche produttore dell’album. La title track Hustler mette in luce tutte le caratteristiche di questa cantautrice, a partire dalla capacità di songwriting. Il ritornello orecchiabile funziona ed è perfetta per rappresentare l’album. Dreary Hands ha un fascino d’altri tempi. Una canzone che scaccia ogni pensiero e che ci trascina lentamente in un lungo viaggio. One Night Stands è un brano che ha il profumo della notte. Marie Danielle riesce ha trasmettere quell’indescrivibile sensazione che si prova dopo una dura giornata. Da ascoltare. White Shoes è una cover dell’originale di Conor Oberst. Una delle canzoni più belle di questo album, molto diversa dall’originale e un raro caso in cui una cover è migliore. Un tocco personale e la voce calda sono tutto quello che serve a Marie Danielle per rendere una canzone speciale. One Of My Kind è un altro brano orecchiabile ma non banale. Marie Danielle sfodera ancora la voce nella sua versione migliore, delineando sempre un suo stile personale e sempre più riconoscibile. Un triste country folk si cela sotto il titolo di Slave Ships. Un’altra dimostrazione di talento e sensibilità che mette in primo piano la storia. La successiva Fun With Us è un rock lento e notturno. Di nuovo la voce di Marie Danielle è l’anima del brano. La conclusiva All Road Lead Home aggiunge un po’ di blues all’album, ricalcandone perfettamente le sue atmosfere.

Hustler è un debutto solido che ci fa conoscere una voce davvero interessante. Marie Danielle spazia tra le varie sfumature del folk americano, esplorandone lo spettro delle emozioni che sa dare. Ad ogni ascolto emergono sempre di più le sfumature delle canzoni, le sue atmosfere intense ma mai eccessivamente scure. Marie Danielle ha una voce che porta conforto e cattura l’attenzione, dando profondità a ciascun brano. Hustler è un album che mi auguro possa rappresentare l’inizio di una carriera ricca di soddisfazioni per una cantautrice di sicuro interesse nel panorama folk americano.

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Stormo

Quando voglio ascoltare qualcosa di nuovo basta che vado a cercare nella mia wishlist di Bandcamp. Come è successo altre volte, in quella sempre più lunga lista di album, trovo sempre qualcosa di buono. Come, ad esempio, From The Skein di Jenny Sturgeon, rimasto fin troppo tempo là dentro. Qualche settimana fa l’ho estratto dal mazzo, semplicemente affidandomi alla mia buona memoria in fatto di musica e forte del mio crescente interesse verso il folk tradizionale d’oltre Manica. From The Skein, uscito lo scorso anno, si è rivelato molto di più di un album folk nascondendo al suo interno suoni e idee davvero interessanti proposte da questa cantautrice scozzese.

Jenny Sturgeon
Jenny Sturgeon

Maiden Stone è ispirata alla leggenda legata ad una pietra che si trova nella regione scozzese Aberdeenshire. La storia è quella di una giovane donna che perde una scommessa con il diavolo. Per salvarsi scappa ma il diavolo quasi la raggiunge quando Dio la salva trasformandola in pietra, “In panic she ran for the hill / And in fury he turned her to stone / And she’s still there now, the Maiden Stone / At the back o’ Bennachie“. La successiva Raven è una delle più belle di questo album. Il ritmo sostiene la voce della Sturgeon, che si muove tra violini e chitarre. Una canzone folk ma dal piglio moderno, “The frost she settles on the web / The doe she shelters from the cruel, cruel wind / Roots find a home in the smallest gap / They grow and I carry them on my back“. Running Free è una delle canzoni che preferisco. Il suono della fisarmonica e il crescendo delle chitarre danno un fascino del tutto particolare ad una canzone che esprime libertà e voglia di vivere, “Wide eyes are looking high up where the branches sway / With dappled light upon your face / And touch is like a textbook of the things you learn / Absorb and nourish in your stride“. Selkie trae ispirazione alla leggende di queste creature fantastiche che la notte sono donne e di giorno foche. L’unico modo per non farle tornare nel mare e nascondere loro la pelle di foca. Interessante la scelta di inserire una seconda voce dai colori orientali, “Once my pelt was in your hands / And I a prisoner of the land / Until I stole my soul back from you / Now I have the ocean wide“. Nowhere Else I’d Rather Be è una canzone molto poetica. La voce della Sturgeon ferma ma morbida, dà un tratto particolare alle canzoni e a questa in modo particolare, “A meeting in the sun / On the meadows how the time goes fast / The past a tale of how we met / And look where we have come“. Il mare scozzese fa da sfondo a Honest Man. Una canzone che parla d’amore con semplicità e malinconia. Da ascoltare, “Down at the shore / He meets her once more / Searching her eyes / For a tell-tale sign / She smiles at him and his heart starts to sing“. Cùlan è una variazione di una canzone tradizione che racconta la storia di una sorella, promessa sposa di un uomo, che viene annegata per invidia dalla sorella maggiore. Il testo contiene una frase in gaelico che svela come la giovane, trasformatasi in un cormorano, sveli a tutti il crimine della sorella, “One sister she was dark of heart / The other she was full of grace / Seinn sgarbh le sgrios gu’n ribhinn ròn / de’n cràdh un cùlan gu dilinn ‘dàil“. Ancora influenze orientali in Linton, ispirata alla figura di Hercules Linton che progettò la Cutty Sark, una delle ultime navi veloci, “Sails like clouds pick up the wind / Heavin’, haulin’, bound away / ‘Weel done, Cutty-Sark’ he called out / To speed away, she’ll speed away“. Harbour Masters è un’istantanea delle coste della Scozia, tra gabbiani, porti e il lento andare e venire della marea, nella quale si può apprezzare tutta la sua abilità di cantautrice, “The chimney shrubs and the mossy gutters / The whirling swifts too high to see / Where nature meets the harbour master / On her own territory“. Tra le canzoni che preferisco di questo album c’è sicuramente JudgementSolo voce e nient’altro. Una canzone asciutta e diretta, di poco più di due minuti, “You make your judgements first / But you don’t hear me / All I want is to stand on my own two feet / These notes and letters / Support the words I speak / So read what’s on that page / Don’t write me off“. The Honours prende ispirazione dalla storia di due donne che falsificarono le Insegne di Scozia, ovvero i gioielli reali composti da una corona, uno scettro e una spada, “With honours three they made their flight / Bridgin’ the Fiddle Heid / Smuggled oot in broad daylight / To keep the honours three“. L’album si chiude con Fair Drawin’in. Una canzone che si rifà ad un detto locale ‘The nights are fair drawin in’, usato per descrivere le giornate che si accorciano sul finire dell’estate, “The sun sets on the hills of home / The nights are fair drawin’ in now / The leaves are turning, turning o’er / And like the swifts they’re gone now“.

From The Skein è qualcosa di più di un album folk.  Ci sono aspetti del folk tradizionale ma altri più moderni, ben mescolati con influenze di terre lontane. Jenny Sturgeon è un’abile cantautrice che trova i suoi punti di forza nei testi e nella musica. L’aspetto musicale resta uno degli aspetti più affascinanti, in grado di dare spessore e vita alle immagini evocate dalle parole. Alcuni brani hanno una copertina diversa che ritrae ciascuna un uccello, sottolineando la passione della Sturgeon per questi animali. Sono contento di aver recuperato questo album dalla mia lista e ancora una volta, mettermi a scriverne a riguardo, mi ha fatto conoscere qualcosa in più. Ogni volta che ascolterò una di queste canzoni non potrò fare a meno di pensare alla storia che si cela dietro al testo e alla musica.

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Numeri primi

È solo una questione di numeri. The Lingering del 2015 (Tesoro sepolto) era composto da sette tracce e non si poteva considerare un debutto vero e proprio. Non è il caso di The Nordic Mellow, formato da dieci canzoni e uscito quest’anno. Siv Jakobsen, cantautrice norvegese, si può ammirare in un vero album, atteso da me con un certo interesse, dopo le buone impressioni di The Lingering. La sua copertina mostra la neve delle fredde terre nel nord e il vento che le attraversa. Siv Jakobsen era stata in grado di racchiudere nelle sue canzoni queste immagini, attraverso una poesia triste e dolce, pervasa da un senso di malinconia. Per scoprire se la magia si è ripetuta non resta che abbandonarsi all’ascolto di The Nordic Mellow.

Siv Jakobsen
Siv Jakobsen

To Leave You è un bella canzone che vuole trasmettere un senso di solitudine. La voce della Jakobsen è meravigliosamente melodiosa e morbida. Il testo è poetico ed evoca immagini nitide, supportato dagli archi e da suono della chitarra, “I don’t know for who I’m longing / Is it you or your reflection in my mind? / But I know now, what I am hoping for / Building cages ‘round my chest to leave you out / To leave you, to leave“. La successiva Change segue senza soluzione di continuità. Una canzone di amore e odio, un’attesa silenziosa nella quale si cerca cerca un cambiamento. Una canzone breve ma intensa, “Burning in my mouth / Words that can’t escape my tongue / Clogging up my throat, withering my inside / So I am peeling off my skin / And pulling all my seams apart / I am doing all I can to keep my mouth from letting loose on you“. Si cambia ritmo con Shallow Digger. Un’introduzione epica apre la strada alla voce, questa volta più fredda, della Jakobsen. Un testo criptico e ossessivo, da vita ad una delle canzoni più immediate dell’album, “Shallow digger I am hunting gold, want it all, give me more / Shallow digger I am hunting gold, want it all, give me more“. In Crazy, la cantautrice norvegese, canta aprendo il suo cuore. Un’intesa dichiarazione d’amore, segnata dalla necessità di condividerlo attraverso la musica e la poesia, “I’m up and off the wall for you, crazy / Writing songs for you / I’m up and off the wall for you, crazy / ‘Cause I don’t, I don’t, I don’t, I don’t know you“. Quando scrivevo qui sopra delle atmosfere del nord, mi riferivo a quanto si può ascoltare in Blanket. Siv Jakobsen traccia con la sua voce scie di luce nel aria pervasa dal suono degli archi. Da ascoltare, “‘Cause in the mornings, in the evenings I would wait / But my patience would spill on the floors and on the ceilings / Through my mouth as I called for you / I called, called“. In Like I Use To, la voce della Jakobsen resta vellutata ma attraverso il testo, esprime emozioni forti e contrastanti. Una rara abilità che è frutto di un talento sempre in crescita, “So I stick my brain in the sand / Watch me fold, watch me wither / I stick my brain in the sand / Watch me fold, watch me fold, watch me fold“. Not Alone è una struggente poesia in musica. La volontà di restare soli ma di non sentirsi tali. La bellezza della solitudine non è compresa da molti ma sono anche io tra quelli a cui piace stare solo. Ed evidentemente è così anche per Siv, “I’m not cold, I feel it all / But I am bold, I take control / ‘Cause life is short / And love is rare“. Si accende di vita Berry & Whythe. Una canzone che mette il luce un lato più positivo e meno solitario ma ugualmente poetico, “On my bed we lived alone / Under my sheets you’d hide and I just lie there / Waiting on you to come back / But you made a a big black hole to bathe in through the night / With me at your side“. We Are Not In Love ha un titolo eloquente. Un amore che non è amore, una canzone profondamente malinconica e forte, “There’s an outline on your chest / From my fingernails from every time you’ve left / Every day and night for a year / I waited for you, dear / I could feel it in my bones / But my heart is made from stubbornness and hope“. Space è l’ultima canzone di questo album. Siv Jakobsen canta sulle note di un pianoforte, esplorando nuove vie, dando più spazio alla musica e usando la voce come uno strumento musicale, “In the night by your side on the bed / We are mighty, we are lust we are, we are light / Bring me in on your skin, trace me down“.

The Nordic Mellow è un eccezionale esordio, naturale seguito del suo predecessore. Siv Jakobsen incanta dalla prima all’ultima nota, calcando spesso le orme di Laura Marling. Come quest’ultima, si affida ad un accompagnamento musicale ben collaudato ma di sicuro effetto. La costante presenza degli archi dà maggiore profondità alle canzoni, a scapito della varietà di esse ma questo non è per forza un difetto. L’album infatti appare coeso, uniforme ma ad un ascolto superficiale e distratto potrebbe apparire monotono. Non fermarsi alle apparenze è la prima regola da seguire per non abbandonare un album. Siv Jakobsen ha anche il pregio di non dilungarsi troppo, contenendo la maggior parte delle sue canzoni intorno ai tre minuti, sottolineando così la loro natura sfuggente ed eterea.

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Finale di stagione

Ufficialmente l’estate è finita, perciò mi sembra corretto chiudere la stagione con l’ultimo album che mi ha tenuto compagnia durante le vacanze. Sempre seguendo le tracce del folk tradizionale inglese, sono giunto ad ascoltare la voce di Rosie Hodgson. Originaria di Midhurst, un caratteristico paese del West Sussex, questa cantautrice mi ha incuriosito già lo scorso anno con il suo album d’esordio, Rise Aurora. Solo qualche settimana fa però ho ritrovato questo album nella mia, ormai sconfinata, wishlist di Bandcamp e non ho saputo resistere. Ecco dunque un altro album folk che si aggiunge ad un bel gruppetto formatosi quest’anno del tutto spontaneamente.

Rosie Hodgson
Rosie Hodgson

L’album si apre con la bella Path Into The Woods. La voce delicata e melodiosa della Hogson è complementare al violino di Rowan Piggott. Una triste storia di passione e tradimento, ispirata alle vicende di Tristano e Isotta, “Well last night I dreamed / Of a kingdom upon its knees / And you and I, my love, will bear the blame, / But let the kingdom fall / Let the walls crumble around me, / And my sweet sinner, give me my sin again“. Bee-Boy’s Song è una poesia di Rudyard Kipling messa in musica e cantata a due voci, nella versione di Peter Bellamy del 1972. Una canzone davvero riuscita, con un’atmosfera carica di magia e tensione, “Bees! Bees! Hark to your bees! / Hide from your neighbours as much as you please, / But all that has happened, to us you must tell, / Or else we will give you no honey to sell!“. La title track Rise Aurora è una delle più belle canzoni dell’album. La note del violino sono come una seconda voce e insieme ci accompagnano in mare. Una canzone di amore e speranza, delicata e sognante, ispirata della storia della sua famiglia, “Rise Aurora, Aurora rise, / Cast around your golden rays, / So I may to the harbour fly / For to feel his warm embrace“. Woman Of The Woods è il canto di una signora che vive in un bosco e dai lei vanno donne e uomini alla ricerca di consigli e aiuto, “There’s many who’d shun a woman like me, / Though many I have had hand in helping, / When times are hardest or hope nearly lost, / It’s into the the woods they come calling“. Un’altra canzone folk tradizionale si cela sotto il titolo The Cuckoo. Quasi esclusivamente sorretta dalla voce cristallina della Hodgson, questa versione è davvero eccezionale ed essenziale, “Oh the Cuckoo is a pretty bird she sings as she flies, / She brings us good tidings she tells us no lies, / She sucks the little birds’ eggs to keep her voice clear / And when she cries “cuckoo” the summer draws near“. Un intro di violino dà inizio a Footsteps In The Snow, una canzone che racconta la storia di un marito partito per la guerra e sua moglie rimasta sola con i sui figli, “And your daughter, you’ve barely seen her / And yet still she asks about you all the time. / And you may as well have been a stranger, / But you’re that stranger in her prayers every night“. Hush è la storia un un uomo che corrompe il padre di una ragazza pur di averla per sé. La voce della Hodgson è sempre perfetta e melodiosa, “Lovely lady fair and bright, / Will you lay with me tonight? / And let you down that golden braid, / In my arms ‘til morn will stay“. Hetty’s Walz è ispirata alla storia d’amore dei suoi nonni ed ad essi è dedicata. Una storia d’amore nata a bordo un autobus, “Let’s take the 10.50 right past the Minster, / A tower so proud reaching right to the sky.” / Joe says to Hetty, “Love, I’ll make you a wager: / There’s no-one in this wide world as in love as I… / “. Come è giusto che sia in un buon album folk, bisogna rendere omaggio a Robert Burns. Per farlo Rosie Hodgson sceglie Westlin Winds. Una poesia cantata a due voci che rende giustizia al bardo scozzese, “The partridge loves the fruitful fells, / The plover loves the mountain, / The woodcock haunts the lonely dells, / The soaring hern the fountain, / Through lofty groves the cushat roves / The path of man to shun it, / The hazel bush o’erhangs the thrush, / The spreading thorn the linnet”. In buona parte degli album folk che ho ascoltato quest’anno c’è una versione della ballata tradizionale di William Taylor. Qui la Hodgson ne propone un’altra carica di tensione, intitolata Willy Taylor, “If you’re in search of your true lover, / Pray come tell to me his name.” / “Willy Taylor they do call him, / But Fitzgerald is his name”. Chiude l’album la ninnananna Liverpool Lullaby, che sembra essere una canzone tradizionale ma in realtà è stata scritta dalla Hodgson all’età di quattordici anni. Una dimostrazione di talento, “When you’re not tired / But are tucked up in bed, / When you want to dance / But have to go to sleep instead, / When you need help drifting off / Please just close your eyes / And I’ll sing to you the sweetest / Of the Liverpool Lullabies“.

Rise Aurora è un album composto per la maggior parte da canzoni originali scritte da Rosie Hodgson ma che mantengono fede alla tradizione, così tanto da sembrare esse stesse tradizionali. La chitarra della Hodgson e il violino di Piggott sono i due strumenti che accompagnano le canzoni dell’album, creando un’atmosfera di intimità e confidenza con l’ascoltatore. La capacità di questa cantautrice di scrivere canzoni è davvero notevole, un talento naturale assolutamente da non sottovalutare. Rise Aurora mi ha accompagnato nei pigri pomeriggi d’estate, deliziandomi (non trovo altra parola migliore) per tutta la sua durata e accompagnami sempre più dentro il bosco incantato del folk tradizionale.

 

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Mi ritorni in mente, ep. 47

Scoprire nuova musica è sempre una cosa piacevole, oltre che uno dei miei passatempi preferiti. Ascoltare nuovi artisti e aggiungere alla propria collezione nuovi album è l’obiettivo del fine settimana, così come scrivere una loro recensione. Questo è solo un lato della medaglia. L’altro lato legato alla triste verità che il tempo passa inesorabile e nuovi album escono e io continuo ad accumulare album. Succede che devo sacrificare qualche uscita in favore delle novità del momento. Gli album vengono pubblicati più velocemente di quanto io riesca a scrivere. Ma nulla andrà perso! Questa rubrica è una buona occasione per recuperare.

Questa volta è il turno di Robyn Stapleton, cantante scozzese, che porta avanti la canzone tradizionale scozzese, inglese e irlandese. Il suo primo album s’intitola Fickle Fortune ed è stato pubblicato nel 2015. Dodici canzoni nel pieno rispetto della tradizione, legate tra loro dalla voce melodiosa della Stapleton. All’inizio di quest’anno ha pubblicato il suo secondo album, The Songs of Robert Burns una raccolta delle più belle composizioni del noto poeta scozzese Robert Burns, vissuto nella seconda metà del ‘700. Fickle Fortune è un album che ho apprezzato molto per la sua purezza e poesia. La voce della Stapleton è davvero eccezionale e paladina di quel “bel canto” che nonostante tutto ancora resiste. Giusto per citare le mie preferite, The Two Sisters, The Shuttle Rins, Bonnie WoodhallJock Hawk’s Adventures in Glasgow, The Lads That Were Reared Amang Heather. L’album The Songs of Robert Burns è nella mia personale wishlist da quando è uscito e sarà mio appena possibile. Nel frattempo concedente un ascolto a The Two Sisters. Non costa nulla.