Le ultime luci della sera

Ora che le giornate estive sono più lunghe e la sera scende lentamente è bene accompagnarla con della musica appropriata. Arriva giusto in tempo tra nella mia collezione un album uscito lo scorso Aprile. El Coyote è l’album omonimo di una band canadese capitanata da tre ragazze, Angela Desveaux, Katie Moore e Michelle Tompkins. La scorsa settimana ho pubblicato la recensione dell’ultimo album di Erin Rae ed è proprio lei che ho risentito nelle canzoni di El Coyote. Fin dalle prime note ho capito che questo era uno di quegli album che avrebbe necessitato qualche ascolto in più del normale per essere apprezzato al meglio. A mio parere questo è un pregio per un album, sempre.

El Coyote
El Coyote

L’album si apre con la bella Come Around che subito ci porta nelle rilassanti atmosfere della loro musica. Un mix di voci e un accompagnamento essenziale ma ricco sono la ricetta di questo gruppo, “But you’re always going and darling you don’t stop. / We all need some time and a moment to figure it out. / Getting lost in a daydream. Awake and wandering around / See I know you’ll come around when you want to“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Only Temporary, una riflessione sulla precarietà della vita e sulle cose belle che ci riserva. Tutto è così leggero e confortevole, ogni nota e ogni parola sono al posto giusto, “They’ll be no talk of wasted time, / no talk behind our backs, / The plans we had and lovers at hand, a place they’ll all soon have. / It’s only part of living life, / And soon you’ll be freed of, / The good, the bad, the nothing at all, / Embrace the ones you love, / ‘cause they’re only temporary too“. Vale lo stesso per la successiva By The Gate. Una triste canzone d’amore che affonda a piene mani nella tradizione americana, deliziandoci con la sua delicatezza, “How long must I wait, how long til I hear back from you? / Too late to save face, in their whispers I hear the word “fool.” / Days flow, the rains fall, can’t make out one drop from another / Oh as I wait for my falsehearted lover“. Lighten Up Diane è un invito ha prenderla alla leggera. Una ballata dalle distese sonorità country che ci culla dolcemente con l’intento di scacciare qualche pensiero di troppo, “Lighten up you say. Have a drink on me, / Come on, lighten up Diane. / And as the jukebox plays and the lovers sway / It’s here I realize you don’t give a damn“. Another Day è ancora una riflessione sulla vita e sul tempo che passa. El Coyote mantengono lo stesso passo, come in una lenta danza che allevia il peso di un’altra giornata, “Another day later / Of a life to refine / To all that is real / Leave the lusting behind / And soon we will find / A beauty so rare / A truth that is learned / Oh, it’s just another day“. La successiva Tip Jar alza il ritmo ed è ancora un invito a godersi la vita. Queste ragazze e la loro band fanno un ottimo lavoro e sfornano una delle canzoni più orecchiabili di questo album, “But if I don’t wake up tomorrow promise me that you’ll / Go collect my last paycheque, get it signed over to you / Empty out the tip jar, tie one on real wide / Drink to life and living, like it’s your last night alive“. Time Will Tell è un’incantevole ballata country che evoca un’atmosfera fraterna e l’amore per le piccole cose della vita. Dopotutto è il tema ricorrente di questo album, “Round tables and table wine / Fiery faces on a starry night / The break of laughter on the long drive / There’s always someone there to remind“. Leaving Thunder è ancora una ballata in perfetto stile americano ma con un sottile fascino pop. Come nelle altre canzoni, le belle melodie e le voci si confermano il punto di forza di questa band, “Thought I found a place / A place where everything was so right / A quick escape from routine life / Thought I found the man / The one who’d make everything right / So I could slow down my stride“. In Satellite Lost ritroviamo la serenità della sera, in una ballata solitaria e malinconica. Un gioiellino per purezza e semplicità, “You’re no alone, not in the dark, / glossy smiles reflect a glow. / That’s how you know it’ll be all right, / cause we’re all lost in the night“. L’album termina con Begin Again che vira verso un sommesso folk rock che invita a ricominciare a vivere. Riassumendo, di fatto, il messaggio dell’intero album, che spegne così le ultime luci della sera, “Let your life do the leading / Give your memories away / Let the loss go on teaching you / Now’s the time to be in / Let’s begin again“.

Queste tre artiste hanno fatto bene a riunirsi per dare vita al progetto El Coyote. L’album è da ascoltare tutto d’un fiato mentre si ozia piacevolmente. Lasciarsi trasportare dalle melodie delle chitarre acustiche e dalle irresistibili pennellate del suono di una pedal steel, è quanto serve per godersi appieno le sue canzoni. Questa band ha fatto un album nel quale non ci sono particolari cambi di ritmo o velocità ma dove tutto procede serenamente e in modo prevedibile. Sì, è un album prevedibile ma proprio per questo rassicurante o, per meglio dire, confortevole. Insomma qualche che sia stata la vostra giornata, entusiasmante, noiosa o pesante, è bene passare dalle parti di El Coyote per passare anche solo pochi minuti in piacevole compagnia.

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Mi ritorni in mente, ep. 53

L’estate si sta facendo avanti ma manca ancora qualche settimana alle tanto agognate ferie. A causa di qualche impegno lavorativo che mi porterà via qualche ora del weekend, mi vedo costretto a rinunciare alla mia consueta recensione della settimana. Ma per fortuna questa rubrica mi viene in soccorso e mi permette di continuare a scrivere di musica su questo blog senza impiegare troppo tempo.

Affrontare una recensione di un album prevalentemente strumentale non è, almeno per me, impresa facile. Credo che sia più semplice limitarsi ad ascoltarlo. Bando alle ciance e vado quindi a recuperare per voi un album uscito nel 2017 intitolato The Seer. L’album è ad opera della violinista scozzese Lauren MacColl, già ascoltata come membro dei Salt House. Un primo ascolto di questo album solista mi aveva affascinato e per i successivi è stato altrettanto. Il violino della MacColl accompagna e guida la band in un album prevalentemente strumentale, ad eccezione di paio di brani cantati da Rachel Newton. Le sonorità sono quelle tipiche della musica folk scozzese e tutte sono di grande impatto. The Seer vuole raccontare, attraverso la musica, la vita e le profezie di Coinneach Odhar, il veggente di Brahan, un leggendario profeta del XVII secolo che visse nella località di Easter Ross, in Scozia. Vi lascio con questa And Sheep Will Eat Men / Brahan e l’invito ad ascoltare l’album per intero.

L’anello mancante

La scorsa settimana ho acquistato qualche album per rimpinguare la mia collezione dopo un periodo di magra. Sono solito a non soppesare troppo un album prima di acquistarlo. Un veloce ascolto ad un paio di canzoni mi basta per decidere. Capita talvolta di non riporre particolari speranze in un album come nel caso di My Love, She’s In America, salvo poi rimanerne sorpresi fin dal primo ascolto. Il primo album degli Stillwater Hobos, band americana ma con il cuore legato al folk irlandese, risale al 2014 e da allora non ho trovato tracce di attività recenti. Sarebbe un peccato sapere che questo gruppo si sia già sciolto perché queste dodici canzoni, tra cover e originali, formano insieme un gioiellino folk, in bilico tra le due sponde dell’oceano Atlantico.

The Stillwater Hobos
The Stillwater Hobos

Si comincia con The Hills Of Connemara, cover dell’originale scritta dal compositore irlandese Sean McCarthy. Subito si viene trascinati dal suono del banjo, delle chitarre e del violino, in una melodia tipicamente irlandese ma con un piglio country, “Keep your eyes well-peeled today / The excise men, they’re on their way / Searching for the mountain tay / In the Hills of Connemara“. The Night Visiting Song una bella versione di una canzone dei The Dubliners. Una triste canzone d’amore proposta in una versione più country e accattivante ma ugualmente emozionante, “Wake up wake up love it is thine own true lover / Wake up wake up love and let me in / For I am tired love and oh so weary / And more than near drenched to the skin“. My Love, She’s In America è una splendida ballata country. Atmosfere solitarie e notturne pervadono il testo fatto di immagini vivide e poetiche. La prima delle canzoni originali di questo album, dimostra tutto il talento di questo gruppo, “When your true love’s gone to run like an engine / After nine young women with no faces their own / And in America she spins like a dancer / With barrel straps and some shoes made of stone“. La successiva French Broad River è una spensierata ballata folk con un ritornello da canticchiare. Gli Stillwater Hobos fanno sembrare una canzone originale come questa, un vecchio classico, “Well I’ll swim the french broad river / And become a little thinner / When I lay me down to dinner / At Dixie’s house to dine. / Well I’ll order in the brandy / And wine and summer shandy / A stronger braver man I’ll be / For thee and me and mine“. Il brano più sorprendente è senza dubbio Roarin’ Mary. Una tipica drinking song scandita dalle note del banjo. Qui la band americana si diverte e fa divertire, “Oh Roarin’ Mary I beg your pardon / Over by the hills near Craggie Garden / There never was a skite like Dick McSherry / And never was a girl like Roarin’ Mary!“. Ancora una canzone dei The Dubliners intitolata Carrikfergus. La malinconia, tipica del gruppo irlandese, viene riproposta in tutto il suo triste splendore. Un’interpretazione di tutto rispetto, “I wish I was in Carrickfergus / Only for a night in Ballygrand / I would swim over the deepest ocean / Only for a night in Ballygrand / But the sea is wide and I cannot swim over / And neither have I the wings to fly / I wish I had a handsome boatman / To ferry me over my love and I“. The Ballad Of Bonny & Clyde è un travolgente ballata country che racconta la movimentata vita della nota coppia di fuorilegge americani, “So when you leave your house shut the garden gate / Tell your mother and your father not to stay up late / We’re gonna fight for our freedom right down to the day we die“. The Girls In Old Ireland è un’altra canzone originale, una ballata che si rifà a quelle irlandesi. Gli Stillwater Hobos continuano così ad sottolineare il loro amore per le melodie della vecchia Irlanda, “Sure the Girls in Old Ireland they come to me / Let their bloody kings and clubs be their melodies / A whiskey-fog still burning in my memory / Scattered all along the grass“. Saint Therese è una delle canzoni più belle di questo album. Poetica e gioiosa, sintetizza bene l’anima di questo gruppo, trasmettendo tutta l’energia di questi ragazzi, “Bring me a rose, St. Therese, St. Therese / Would you bring me a rose St. Therese / All the little flowers are covered and blessed / Would you bring me a rose St. Therese“. Midnight Moonlight è una cover dell’originale di Peter Rowan. Gli Stillwater Hobos ne fanno una bella versione, affidandosi agli strumenti musicali che sempre li accompagnano in questo album, “If you ever feel sorrow for things you might have done / With no hope for tomorrow and the setting of the sun / And the ocean is howling of things that might have been / And that last good morning sunrise will be the brightest you’ve ever
 seen“. Segue un ballata country intitolata Love In A Watercan. Una spensierata canzone dove si celebra più il bere che l’amore, “This is a love song / To whom that I don’t know / I took me to a woman’s house / Where wine and water flow / I love a girl like a watershed / But she sure don’t love me / She’s got a sullen crawfish head / All full of old whiskey“. L’album termina con The Ballad Of St. Anne’s Reel, cover di una canzone di David Mallett. Una gioiosa ballata, guidata da una bella melodia di violino, che è poi anche il tema portante del testo della canzone, “He said there’s magic in the fiddlers and there’s magic in this town / There’s magic in the dancers’ feet and the way they put them down / People smiling everywhere, boots and fiddles, locks of hair, / And laughter oh blue suits and Easter gowns“.

My Love, She’s In America è un ottimo esordio dove gli Stillwater Hobos si confrontano con artisti che li hanno preceduti e allo stesso tempo presentano i loro inediti. La particolarità di questo album è quella di mescolare, con successo, una musica country folk con la tradizione irlandese. In realtà la prima è figlia della seconda, e queste canzoni sono un tentativo di trovare quell’anello mancante nell’evoluzione dei due generi. Là dove il violino cavalca le melodie delle ballate irlandesi, ci pensa il banjo a dare un tratto più americano. My Love, She’s In America è un album nel quale è difficile scegliere la canzone migliore. Tutte sono spinte da un energia genuina che deriva dalla passione per la musica di questi ragazzi. Spero che l’avventura degli Stillwater Hobos non si sia fermata a questo album e che il futuro ci riservi altre sorprese come questa.

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L’estate si avvicina

Questo è un buon momento dell’anno per recuperare qualche uscita dello 2017. Ci sono album che sono finiti nella mia wishlist per poi rimanere sotterrati dalle nuove uscite. Lo scorso mese, ad esempio, è stato foriero di tanta nuova musica ma questo aprile si è rivelato più tranquillo in questo senso. Perciò mi sembrava il momento di recuperare questi album rimasti in lista d’attesa. Uno è Wild & Wicked Youth, terzo album della cantautrice inglese Kim Lowings e la sua band The Greenwood. Il suo folk in bilico tra tradizione e modernità era già giunto alle mie orecchie con l’album Historia del 2015 ma non avevo approfondito. Per conoscere la musica di Kim Lowings dovevo pur iniziare da qualche album e questo Wild & Wicked Youth è quello che ho scelto.

Kim Lowings and The Greenwood
Kim Lowings and The Greenwood

Si comincia con In Spirit, una ballata folk dove la musica gioiosa contrasta con il testo. Il fantasma senza pace di un suicida conduce alla morte altri uomini, trascinandoli nelle profondità del mare, “We may get seven years or more / Of life and love both rich and poor / Before the song it calls me back to sea. / Then I will pull you through the door, / Bid a farewell to the shore. / Drag you under, bring you home with me“. Segue Oyster Girl, la prima delle ballate folk tradizionali di questo album. Una scelta musicale azzeccata, racconta la storia di un francese in visita a Londra che viene truffato da una ragazza che vende ostriche, “We’d not been in the room scarcely but a half an hour / Before she picked my pockets of fifty pounds and more / And out of the doorway so nimbly she did trip / And left me with her basket of oysters“. Farewell, My Love So Dear si apre con un coro di voci maschili che lascia spazio alle note del contrabbasso. Un canzone più oscura delle precedenti, con un’atmosfera ben calibrata, “Farewell my love so dear / For now the time is near / From thee I’m going. / But I will come again / When frost is on the pane / And storms are blowing“. The Cuckoo è un altro brano tradizionale, riproposto in una veste accattivante. Kim Lowings con la sua voce riesce trasmettere quel senso di inquietudine, reso più pungente dal suono del violino, “Oh the cuckoo she’s a pretty bird, / She sings as she flies. / She brings us glad tidings, / She tells us no lies. / She drinks from wild flowers / To keep her voice clear / And when she sings cuckoo / The summer draws near“. The Tortoise And The Hare si rifà alla nota fiaba della tartaruga e la lepre per rappresentare un amore che va a due velocità diverse. Una ballata folk colorata e positiva che mostra tutto il talento della Lowings e della sua band, “I’m like the tortoise and you’re like the hare. / You’re quick off the blocks while I tread with care. / I’d rather be cautious it’s a harsh world out there. / And your smug smile it tells me that I’d better beware“. La successiva Firestone si poggia sulle note di un pianoforte. Senza dubbio uno dei brani più affascinanti di questo album, oscuro e toccante con una spiccata personalità pop, “But I will not stray from the pathway. / My steps will not falter nor fail. / Though this burning inside me / May try to deny me / The firestone will tell its own tale“. Wyle Cop / The Wonderful Mr Clark è una gioiosa ballata folk che affonda a piene mani nella tradizione inglese. L’intro di violino ci apre a lieti e sconfinati scenari, la voce della Lowings ci racconta tutto il fascino di Mr Clark, “With pockets full of charm, / That twinkle in his eye. / See how all the ladies swoon as Mr Clark walks by / And you may try and tell him / But this he will deny / There’s nobody as wonderful as Mr Clark“. Segue Bold Riley, una ballata tradizionale, proposta in una versione corale. Queste canzoni hanno passato il vaglio dei secoli e giungono a noi intatte anche grazie ad artisti come Kim Lowings, “Goodbye me sweetheart, / Goodbye me dear-o / Bold Riley-o, Bold Riley, / Goodbye me darlin’, / Goodbye me dear-o, / Bold Riley-o has gone away“. Oh The Wind and Rain è una classica murder ballad spesso riproposta dagli artisti folk. Conosciuta anche con il titolo di The Two Sisters, racconta la storia di due sorelle che s’innamorano dello stesso uomo e una sorella uccide l’altra per gelosia, “They pushed her into the river to drown / ‘Oh the wind and rain’ / Watched her as she floated on down / ‘Crying oh the dreadful wind and rain’“. La successiva Away Ye Merry Lassies è una cover dell’originale di Georje Holper del ’89. Anche questa volta c’è spazio per una gioiosa ballata con un ritornello orecchiabile e accattivante, “Oh the moon is wax tonight / Don’t you like the fellas? / I prefer the girls tonight / I’m goin’ to ride the wind. / ‘Cause it’s the girls’ night out. / Away ye merry lassies! / Get your brooms, get ‘em out. / We’ll ride the wind tonight“. The Newry Highwayman
è una delle canzoni che preferisco di questo album. Un brano della tradizione, che racconta la storia di un uomo che vive la sua vita nell’illegalità finendo per essere ripudiato anche dai suoi cari, “I robbed Lord Golding I do declare, / And Lady Mansel in Grosvenor Square. / I closed the shutters, bid them goodnight. / And carried their gold to my heart’s delight“. C’è spazio per un’altra ballata al pianoforte per chiudere l’album. Si intitola Fly Away ed è una delle canzoni originali di questo album. Un testo toccante e intenso che mette in luce tutte le doti di cantautrice della Lowings, “Hold on to innocence my child. / You’ll miss it when you’re older… / I’ll fly away, fly away oh glory. I’ll fly away. / When I die hallelujah by and by. I’ll fly away“.

Wild & Wicked Youth è da inserire tra i migliori album folk dello scorso anno. Kim Lowings e la sua band sono riusciti a proporre un folk ricco ed intenso, che guarda alle sonorità più contemporanee di questo genere. I brani originali e quelli tradizionali si mescolano alla perfezione avendo come filo che li unisce la voce educata e morbida della Lowings. La mia, seppur lenta, ma costante scoperta del folk d’oltre Manica, mi ha portato ad ascoltare diverse versioni delle stesse ballate ed ognuna di esse è speciale a modo suo e quelle di Wild & Wicked Youth non fanno eccezione. Le sonorità più allegre si contrappongono felicemente ad quelle più oscure e tristi, dando una forte impressione di essere complementari l’une alle altre. Sì, Kim Lowings & The Greenwood meritano un approfondimento e non posso evitare di ripercorre la loro discografia ed evitare così di lasciarmi scappare ancora qualcosa di buono.

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Il peso del mondo

Quando si tratta di cantautori, non so resistere alle voci profonde, baritonali. Come potevo, dunque, non concedere un ascolto a Louis Brennan? Cantautore di origini irlandesi al suo esordio con Dead Capital, Louis Brennan ha impiegato davvero poco per convincermi. Un aspetto da cantautore ribelle che con la sua voce sembra voler esprimere un senso di disagio (ricordando quella di Leonard Cohen). Di solito la mia attenzione ricade più spesso sulle voci femminili ma ultimamente mi capita sempre più spesso di trovare cantautori interessanti che, nonostante la giovane età, raggiungono livelli di espressività davvero notevoli. Insomma, non ho perso tempo e ho fatto mio questo album, addentrandomi nel tormentato animo dei Brennan.

Louis Brennan
Louis Brennan

L’album si apre con Airport Hotel. Subito si percepisce la centralità della voce di Brennan, che cresce di intensità con la canzone. Il testo è schietto, poco spazio ai giochi di parole, l’accompagnamento essenziale ma sorprendente. Da ascoltare, “On the bed at the airport hotel / You were curled up like a question mark / I buttoned my collar / My tie like a noose / As you emptied out the mini bar“. La successiva Bit Part Actor racconta il male di vivere di un uomo che ha perso la voglia di andare avanti. Brennan si dimostra un cantautore sincero, che non si risparmia e mette a nudo la sua anima, “And I am tired of listening / To the sound of your laughter / Let me deliver my lines and leave / Like a bit part actor / Pacing in the wings / Waiting for a cue / But no one ever comes / To usher you in / In the end it is down to you“. The Culture Of Resistance è una canzone sull’apatia che pervade la società moderna. Brennan si rivolge, con fare indifferente, a Jeremy Corbyn, ipotetico destinatario di riflessioni dure e nichiliste. Un testo che non si può fraintendere e nel quale non si intravede nessuna speranza, “Oh Jeremy / Mendacity’s the perfume of your peers / Ideology is bankrupt / It is decades in arrears / And there is no manifesto, no / Just the catalyst of fears / For an imperial monopoly / As it slowly disappears“. La monotonia della vita di tutti i giorni, che va svuotandosi sempre di più è il tema di London. A dispetto di una musica che richiama il classico rock americano, il testo è ancora una volta spietato, “But on the 277 I am starting to cry / With my head in my hands I am wondering why / I get up in the morning go to bed at night / When nothing ever happens in between“. Get On Top è una solitaria ballata dedicata ad un’amante. Qualche riflessione sull’amore e sulla giovinezza alleggeriscono i sentimenti, fin qui disperati, delle canzoni precedenti. Il finale strumentale contribuisce alla causa, “Let’s pretend we’re strangers / Like we just met in a bar / Undressing on the stairs / All tooth and nail and recency / Who cares for common decency / We know who we really are“. Con Silence, Louis Brenann torna a riflettere sulla società di oggi. La vacuità dei social network e l’ipocrisia sembrano invadere ogni aspetto della vita, “And there’s no future here / Amidst the waves of mediocrity / The uniform appearance / Of alternative consumer choice / When I open my mouth / There is only one voice“. Selfish Lover è un’altra cruda riflessione sulla vita. Una vita al limite, tra alcol e droghe, che tentano invano di colmare un vuoto più profondo. Luis Brennan non ci risparmia parole scomode e si esprime senza filtri, “Oh amazing grace / You left the most bitter taste / What a terrible waste / To pray for one that can’t be saved“. The Narrative Of Self Defeat è una bella canzone, un folk americano, che ci mostra un Brennan meno schietto e più poetico. La ricerca delle parole giuste sembra essere in questo caso più centrale che in precedenza, “It’s the oldest conceit / The narrative of self defeat / Washing the feet / Of every Mary you meet / Carrying that cross / A monument to what you’ve lost / C’mon Boss / Why don’t you give me a break?“. La successiva I Walk Away From A Glittering Career è autobiografica e affronta il rifiuto di seguire una carriera luminosa. Brennan ha scelto di rifiutare le opportunità che la vita gli ha offerto, cercando la libertà, “I walked away from a glittering career / Left my bourgeois affectations / On the baggage carousel / Of an Airport / In a distant destination / I wanted very badly to be free / Of the western existential malady“. Home Sweet Home è una malinconica ballata d’altri tempi. Si tratta del brano più luminoso dell’album, non allegro, solo più luminoso. Un coro di voci maschili amplifica il ritornello, quasi un coro di pazzi, “Oh home sweet home / How could you be so cruel / The culture of blame / The patriot game / And old men in cassocks / To keep down the masses / With guilt and and shame“.

Dead Capital non è un album leggero. Louis Brennan prende a molto cuore temi che non lo riguardano direttamente. La politica, la società, le convenzioni si trasformano in preoccupazioni concrete, fino a diventare personali. Li affronta senza peli sulla lingua, in un linguaggio che a volte può apparire sconveniente, eccessivo. Riferimenti espliciti al sesso, alla droga e all’alcol non mancano e scuotono la coscienza. Louis Brennan sembra quel genere di artisti che sentono il peso del mondo sulle loro spalle, un peso troppo grande da affrontare da soli. Scrivere canzoni è un buon modo per condividerlo e alleviare così il proprio fardello. Forse è inutile o forse no. Dead Capital è un album che non guarda all’intrattenimento ma alla trasmissione di un messaggio. Non c’è speranza nelle sue parole ma solo la consapevolezza che resistere è inutile ma bisogna provarci.

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Una piccola parte

Una pratica comune oggigiorno è quella di mettere in atto campagne di crowdfunding per realizzare un album e così ha fatto, lo scorso anno anche la giovane cantautrice scozzese Iona Fyfe. Ho partecipato anche io alla sua campagna per finanziare il suo album di debutto, ricevendo in cambio il suo EP East del 2016 e Away From My Window in anticipo di oltre un mese dall’uscita ufficiale (il prossimo 24 marzo). Una raccolta di brani tradizionali della sua terra, covers e un originale, tutti interpretati dalla bella voce della Fyfe. L’aver contribuito, seppur modestamente, alla sua realizzazione rende questo album speciale e poterlo condividerlo con chi legge con largo anticipo è qualcosa di inusuale.

Iona Fyfe
Iona Fyfe

Apre l’album Guise Of Tough una ballata tradizionale scozzese. Si tratta probabilmente di un’altra versione, che già conosco, di una ballata cantata da Robyn Stapleton e intitolata Jock Hawk’s Adventures In Glasgow. Fin da subito sono chiare le doti vocali della Fyfe e il talento della sua band, “I gid up tae Alford for tae get a fee, I fell in wi Jimmy Broon, wi him I did agree / Come a hi come a doo, hi come a day, / Hi come a diddle come a dandy o“. Segue un’altra ballata tradizionale, Glenlogie, che deriva da una canzone intitolata Jean of Bethelnie datata 1768. L’arrangiamento dà nuova linfa al brano che racconta la storia a lieto fine di Jean che si salva dalla morte per crepacuore sposando l’uomo che amava, “‘He‘s titled Glenlogie / Fan he is at hame, / He‘s o‘ the noble Gordon‘s, / Lord John is his name’ / ‘Glenlogie, Glenlogie, / Prove constant and kind, / My love is laid on ye, / An’ yer aye on my mind’“. Banks of Inverurie deriva probabilmente da una canzone americana intitolata The Lakes of Pontchartrain, come spiega la stessa Fyfe. Una canzone dai sentimenti romantici, una dichiarazione d’amore cantata con voce giovane e melodiosa, “He’s pit a horn tae his lips an’ he blew loud and shrill, / Till four and twenty armed men came tae their master‘s call, / ‘I used to flatter fair maids but now I‘ll faithful be,’ / ‘On the banks of Inverurie if you would marry me, / On the banks of Inverurie, I’ll walk alone” said she“. La successiva The Swan Swims è una ballata tradizionale che ho già ascoltato in altre versioni. La storia è più o meno la stessa e racconta la rivalità tra due sorelle. Pare che abbia origine da una ballata norvegese che poi si è diffusa nel nord Europa, “The sisters went to see the boats cam in / Hey o, my bonnie o / And they walked till they cam tae the waters brim / And the swan swims sae bonnie o“. La title track Away From My Window è una canzone tradizionale nella sua versione americana ma probabilmente di origine scozzese. Un terribile peccato, forse un crimine, affligge una ragazza che canta disperata il suo dolore, “Go away from my window,do not venture in / Go away from my window, do not enter in / I will tell my dear brother, of my terrible sin / Go away from my window, do not enter in / Go away from my window, take your form from my door / For my heart, it is sad and my spirit is poor“. Bonnie Udny comincia con un estratto della stessa canzone nella versione di Lizzie Higgin per poi proseguire nella versione di Iona Fyfe che incanta con la sua voce, “I will build my love a castle on yon piece of ground, / Where lord, duke nor nobleman can ne’er pull it down / And if anyone should ask of you “Oh what is your name”, / You can say it is Mary and from Udny ye cam“. Take Me Out Drinking è una cover dell’originale di Michael Marra. La voce della Fyfe ammorbidisce il canto ma ne conserva tutta la sincerità, anche grazie ad un accompagnamento azzeccato, “All of my brothers I met on the way / They were drinking by night / They were drinking by day / Ah restore to my eyes / What was clear and was bright / Honey take me out drinking tonight / Honey take me out drinking tonight“. Con And So Must We Rest, Iona Fyfe, si misura ancora con una voce maschile come quella di Aidan Moffat. Una ninnananna di un padre, dedicata al proprio figlio, resa ancora più confortevole dalla voce femminile, “The whispering ocean with tall tales to tell / Is done for the day as he settles his swell / Goodnight, goodnight, oh my children, goodnight / Sleep deeply, sleep safely, my children sleep tight“. La successiva Banks Of The Tigris è una canzone originale proprio della Fyfe. Ispirata dai recenti conflitti in Medio Oriente, il testo è ricco di immagini forti e poetiche, che mostrano tutto il talento di questa cantautrice nella scrittura, “The survivors they still have their tongues tied / And they won’t talk of what they have seen / The enemy lines always changing / In this battleground, no hands are clean“. L’album termina con Pit Gair, aperta da un intro di cornamusa e riprende le sonorità di inizio album. Anche questa volta la ballata risale alla seconda metà del ‘800 ed è magistralmente reinterpretata dalla Fyfe e dalla sua band, “Charlie, O Charlie, come owre frae Pitgair, / An’ I’ll gie ye out a‘ my orders, / For am gaun awa‘ tae yon high hielan‘ hills, / A while ti leave the bonny Buchan borders“.

Provo una certa ammirazione per questi giovani che ancora oggi portano avanti la tradizione con tanta passione. C’è anche un bel lavoro di ricerca per questo Away From My Window, che Iona Fyfe ha riportato nel libretto che accompagna l’album e che ho cercato di riassumere qui sopra. In un epoca in cui siamo invasi da musica “mordi e fuggi”, ci sono ancora questi ragazzi e ragazze che hanno il coraggio di proporre canzoni che superano i sette minuti (nessuna di queste scende sotto i quattro). Away From My Window dimostra il grande rispetto per le canzoni tradizionali e la volontà di preservarne l’immenso patrimonio artistico e storico che esse rappresentano. Iona Fyfe e la sua band hanno fatto un ottimo lavoro sotto ogni punto di vista, che ci riavvicina alla bellezza della canzone tradizionale che non può andare persa.

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Salsedine

Dopo l’ottimo esordio del 2013 intitolato Lay Your Dark Low, la band folk scozzese Salt House è tornata quest’anno con il nuovo album Undersong. Qualche cambio nella formazione con Siobhan Miller che lascia il posto a Jenny Sturgeon e l’addio di Euan Burton. Rimangono al loro posto il cantautore Ewan MacPherson e la violinista Lauren MacColl che vanno così a completare il trio. Anche se Lay Your Dark Low non compare tra le pagine di questo blog è un album che lo scorso anno ho riascoltato più volte, soprattutto durante qualche bella passeggiata. La presenza di Jenny Sturgeon, già apprezzata nel suo album d’esordio da solista, mi ha impedito di lasciarmi scappare questo Undersong.

Salt House
Salt House

L’album si apre con Old Shoes, che ci introduce con delicatezza nelle atmosfere dell’album. Accompagnati della voce della Sturgeon e dal violino della MacColl, scivoliamo negli affascinanti paesaggi scozzesi. Turn Ye To Me è una canzone tradizionale, riproposta con un piglio moderno. L’accompagnamento musicale è sempre essenziale ma incredibilmente efficacie ed evocativo, “Cold is the stormwind that ruffles the breast / But warm are the downy plumes lining its nest / Cold blows the storm there / And soft falls the snow / Horo, Mhairi dhu, turn ye to me“. La successiva Lay Your Dark Low ha curiosamente lo stesso titolo dell’album precedente. Questa volta è MacPherson ha cantare una sua canzone, con voce calma e rassicurante. Una delle migliori  dell’album, da ascoltare. The Sister’s Revenge riprende una canzone tradizionale proposta in una nuova veste musicale. Le due voce della Sturgeon e di MacPherson si uniscono in un coro davvero ben riuscito, che racconta la storia di due sorelle che vogliono vendicare la morte del loro padre. Segue la splendida Charmer, caratterizzata dal suono particolare della shruti box. Non si può fare a meno di rimanere incantati da questo suono, arricchito anche da quello del violino della MacColl. Tra le canzoni più affascinanti di questo album non può mancare questa, ispirata ad una canzone del bardo Robert Burns. Staring At Stars richiama le sonorità dell’esordio della Sturgeon anche se la canzone è stata scritta da MacPherson. Ancora una volta l’unione delle due voci è perfetta e amplifica le sensazioni della canzone. La successiva The Road Not Taken prende in prestito le parole da una poesia di Robert Frost arricchendola con un accompagnamento musicale moderno e oscuro. Un’ode all’indecisione trasformata in una bella canzone folk, “Two roads diverged in a yellow wood, / And sorry I could not travel both / And be one traveler, long I stood / And looked down one as far as I could / To where it bent in the undergrowth“. MacPherson torna a cantare in I Sowed Some Seeds reinterpretando una canzone medievale. Un’altra bella canzone che racconta una storia d’amore, di abbandono da parte di un uomo che deve far fronte alle sue responsabilità. Slow Fields Of Home è ancora nelle mani di MacPherson. La sua voce si muove agilmente tra le note della melodia, in equilibrio tra tradizione e modernità. Chiude l’album la title track Undersong. Un finale che raccoglie quanto di buono sentito finora, dove melodia e ritmo si fondono. Le tre voci si uniscono, quasi a voler esprimere, anche attraverso i loro strumenti, il loro lavoro di squadra.

Chiudete tre musicisti e cantautori scozzesi in una chiesa abbandonata sulla piccola isola di Berensay, nelle Isole Ebridi e otterrete Undersong. Così ha preso forma questo album interamente realizzato da questi tre artisti, senza la partecipazione di altri musicisti. Salt House si conferma un progetto interessante dove la tradizione, non solo nei brani ma anche negli strumenti, si avvicina alla modernità portando con sé il fascino e la bellezza che la caratterizza. L’alternarsi delle voci, le melodie degli archi e l’uso di strumenti non convenzionali sono tutti ingredienti di un album che ci fa respirare la brezza delle coste scozzesi. Per convincervi che è vero, voi che leggete, vi basterà ascoltare (e vedere) Charmer qui sotto e tutto quello che ho scritto (qui sopra) saranno solo parole.

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