Salsedine

Dopo l’ottimo esordio del 2013 intitolato Lay Your Dark Low, la band folk scozzese Salt House è tornata quest’anno con il nuovo album Undersong. Qualche cambio nella formazione con Siobhan Miller che lascia il posto a Jenny Sturgeon e l’addio di Euan Burton. Rimangono al loro posto il cantautore Ewan MacPherson e la violinista Lauren MacColl che vanno così a completare il trio. Anche se Lay Your Dark Low non compare tra le pagine di questo blog è un album che lo scorso anno ho riascoltato più volte, soprattutto durante qualche bella passeggiata. La presenza di Jenny Sturgeon, già apprezzata nel suo album d’esordio da solista, mi ha impedito di lasciarmi scappare questo Undersong.

Salt House
Salt House

L’album si apre con Old Shoes, che ci introduce con delicatezza nelle atmosfere dell’album. Accompagnati della voce della Sturgeon e dal violino della MacColl, scivoliamo negli affascinanti paesaggi scozzesi. Turn Ye To Me è una canzone tradizionale, riproposta con un piglio moderno. L’accompagnamento musicale è sempre essenziale ma incredibilmente efficacie ed evocativo, “Cold is the stormwind that ruffles the breast / But warm are the downy plumes lining its nest / Cold blows the storm there / And soft falls the snow / Horo, Mhairi dhu, turn ye to me“. La successiva Lay Your Dark Low ha curiosamente lo stesso titolo dell’album precedente. Questa volta è MacPherson ha cantare una sua canzone, con voce calma e rassicurante. Una delle migliori  dell’album, da ascoltare. The Sister’s Revenge riprende una canzone tradizionale proposta in una nuova veste musicale. Le due voce della Sturgeon e di MacPherson si uniscono in un coro davvero ben riuscito, che racconta la storia di due sorelle che vogliono vendicare la morte del loro padre. Segue la splendida Charmer, caratterizzata dal suono particolare della shruti box. Non si può fare a meno di rimanere incantati da questo suono, arricchito anche da quello del violino della MacColl. Tra le canzoni più affascinanti di questo album non può mancare questa, ispirata ad una canzone del bardo Robert Burns. Staring At Stars richiama le sonorità dell’esordio della Sturgeon anche se la canzone è stata scritta da MacPherson. Ancora una volta l’unione delle due voci è perfetta e amplifica le sensazioni della canzone. La successiva The Road Not Taken prende in prestito le parole da una poesia di Robert Frost arricchendola con un accompagnamento musicale moderno e oscuro. Un’ode all’indecisione trasformata in una bella canzone folk, “Two roads diverged in a yellow wood, / And sorry I could not travel both / And be one traveler, long I stood / And looked down one as far as I could / To where it bent in the undergrowth“. MacPherson torna a cantare in I Sowed Some Seeds reinterpretando una canzone medievale. Un’altra bella canzone che racconta una storia d’amore, di abbandono da parte di un uomo che deve far fronte alle sue responsabilità. Slow Fields Of Home è ancora nelle mani di MacPherson. La sua voce si muove agilmente tra le note della melodia, in equilibrio tra tradizione e modernità. Chiude l’album la title track Undersong. Un finale che raccoglie quanto di buono sentito finora, dove melodia e ritmo si fondono. Le tre voci si uniscono, quasi a voler esprimere, anche attraverso i loro strumenti, il loro lavoro di squadra.

Chiudete tre musicisti e cantautori scozzesi in una chiesa abbandonata sulla piccola isola di Berensay, nelle Isole Ebridi e otterrete Undersong. Così ha preso forma questo album interamente realizzato da questi tre artisti, senza la partecipazione di altri musicisti. Salt House si conferma un progetto interessante dove la tradizione, non solo nei brani ma anche negli strumenti, si avvicina alla modernità portando con sé il fascino e la bellezza che la caratterizza. L’alternarsi delle voci, le melodie degli archi e l’uso di strumenti non convenzionali sono tutti ingredienti di un album che ci fa respirare la brezza delle coste scozzesi. Per convincervi che è vero, voi che leggete, vi basterà ascoltare (e vedere) Charmer qui sotto e tutto quello che ho scritto (qui sopra) saranno solo parole.

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Due cuori ribelli

Sono passati otto anni dall’esordio delle First Aid Kit, intitolato The Big Black And The Blue. Il successo lo hanno trovato però due anni dopo con The Lion’s Roar segnando, di fatto, una pietra miliare nel panorama folk di nuova generazione. Le sorelle Söderberg, Johanna e Klara, originarie della Svezia, hanno dato nuova linfa al country folk americano nella Vecchia Europa, spingendo altri giovani artisti a seguire le loro orme. A quattro anni di distanza dall’ultimo Stay Gold, che le vedeva alle prese con un sound più pop, le First Aid Kit hanno pubblicato lo scorso mese il nuovo album, intitolato Ruins. Un atteso e gradito ritorno che si preannunciava come decisivo per la crescita delle due sorelle e così è stato.

First Aid Kit
First Aid Kit

L’album inizia con Rebel Heart, un brano che ricalca lo stile unico delle First Aid Kit ma che allo stesso tempo introduce nuovi elementi nella loro musica. Unica costante l’inimitabile voce di Klara, “I don’t know what it is that makes me run / That makes me wanna shatter everything that I’ve done / Why do I keep dreaming of you? / Why do I keep dreaming of you? / Is it all because of my rebel heart?“. Il singolo It’s A Shame è una colorata cavalcata folk pop. Le due sorelle cantano all’unisono, dando vita ad una delle canzoni più godibili di questo album. Una riflessione sulla vita e sul passato, nella quale si intravede la sopraggiunta maturità del duo, “Tell me it’s okay / To live life this way / Sometimes I want you to stay / I know it’s a shame / Shame / Shame“. Spazio al romanticismo con la bella Fireworks. Johanna e Klara si alternano nel canto, intessendo un lento d’altri tempi. Una canzone malinconica e disperata, realizzata splendidamente, “I could have sworn, I saw fireworks / From your house, last night / As the lights flickered and they failed / I had it all figured out“. Con Postcard, le First Aid Kit ritornano al loro primo amore, il country folk. Un brano c’è cattura per la sua leggerezza e sincerità, con quella vena triste che dà quel qualcosa in più, “I wasn’t looking for trouble but trouble came / I wasn’t looking to change, I’ll never be the same / But that’s not what you make it, baby“. La ballata To Live A Life esprime tutta la forza della loro musica. Per quasi tutta la sua durata è accompagnata da una chitarra acustica che priva il brano di qualsiasi distrazione, lasciando spazio alla voce magnetica di Klara, “Well I’m just like my mother / We both love to run / Chase impossible things / Or unreachable dreams / Lie awake in the night / Thinking this can’t be right / But there is no other way / To live a life alone / I’m alone now“. My Wild Sweet Love le sorelle Söderberg ripropongono le trame delle loro canzoni migliori. Lo fanno senza ripetersi, forti di essere oramai una certezza è non più delle esordienti, “Will I know what this all means / When we’re a hazy memory / With all the colors of a dream / My wild sweet love / My wild sweet love“. Distant Star è un altro pezzo folk pop nelle loro corde. C’è come un scambio di luce ed oscurità nelle melodie di questa canzone, oltre alla consueta sintonia tra le due sorelle, “You’re a distant star / My darling you’re so far away / You were never meant to stay / I reached out to see / If you’re still here with me / Maybe we could have made it easy / Could we“. La title track Ruins è un brano sulle difficoltà dell’amore. Una canzone dalle melodie morbide e tristi nella quale si mescolano le due voci, “Ruins / All the things we built assured that they would last / Ending months ticket stubs, and written notes and photographs / Where are you and here somewhere I cannot go / I’m sorry / I am / But I don’t take it back“. Hem Of Her Dress è una canzone scritta di getto, ispirata dalla musica dei Neutral Milk Hotel. Le First Aid Kit sono riuscite a coglierne la spontaneità, tratto distintivo della band di Jeff Mangum, “So I am incomplete / So loud, and so discreet / You tried to pinpoint me / I guess that was your mistake / Too much whiskey / Too much honey, too much wine / I learned some things never heal with time“. Nothing Has To Be True chiude l’album con le consuete atmosfere accorate e intense. Una ballata rock, impreziosita dalle voci delle sorelle. Un testo maturo, una riflessione sulla vita, “Now I feel so far away / From the person I once was / I thought love was enough / You can tell yourself so many things / And nothing has to be true“.

Ruins è un album che guarda al futuro ma che lascia anche spazio al passato della band. Un album nel quale le due sorelle Söderberg si dimostrano donne, nei testi più maturi e nelle scelte musicali. Per questo album si sono circondati da musicisti del calibro di Peter Buck (R.E.M), Glen Kotche (Wilco), McKenzie Smith (Midlake) ed Eli Moore (LAKE). La voce di Klara appare più libera, meno rigida che in passato, meno in contrasto con quella della sorella Johanna. Ruins vede le First Aid Kit allontanarsi e riavvicinarsi, come un pianeta intorno al suo sole, al folk americano degli esordi. Nuove soluzioni musicali le spingono in territori più pop ma le melodie e l’anima di queste due ragazze resta legata al country. Ruins si candida come uno dei migliori di quest’anno, consigliato anche a chi non conosce ancora questo duo svedese.

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Una buona occasione

Prima che il nuovo anno, con le sue novità musicali, prenda il sopravvento su questo blog mi sembra giusto recuperare qualche uscita dello scorso anno che ho mancato di recensire. Tra queste c’è l’album Strata della cantante scozzese Siobhan Miller. Un album dalle tinte del folk tradizionale, rese ancora più magiche dalla sua voce morbida. Strata è suo secondo album da solista. In precedenza è stata la voce del gruppo Salt House nel album di debutto Lay Your Dark Low (anche questo è un album che ho ascoltato lo scorso anno) per poi essere sostituita da Jenny Sturgeon (al debutto solista con From The Skein) nel nuovo Undersong in uscita questo mese. Ebbene come avrete notato la musica chiama altra musica e Strata è arrivato così.

Siobhan Miller
Siobhan Miller

Si comincia con Banks Of Newfoundland brano tradizionale che racconta del lunghi viaggi in nave per raggiungere l’isola di Terranova. Una ballata dai tratti epici che ci fa subito innamorare della voce della Miller, “So we’ll rub her round and scrub her round / With holystone and sand, / And say farewell to the Virgin Rocks / On the Banks of the Newfoundland“. La successiva What You Do With What You’ve Got è una cover dell’originale di Si Kahn. Un canzone che invita a lottare per ciò che è giusto e sentirsi responsabili, “What’s the use of two good legs if you only run away / What’s the use of the finest voice if you’ve nothing good to say / What good is strength and muscle if you only push and shove / And what’s the use of two good ears if you can’t hear those you love“. One Too Many Mornings è un’altra cover questa volta di un brano di Bob Dylan, trasformata dalla Miller in una melodiosa ballata molto lontana dal country folk della coppia Cash-Dylan ma è stato fatto davvero un ottimo lavoro, “Down the street the dogs are barkin’ / And the day is a-gettin’ dark / As the night comes in a-fallin’ / The dogs’ll lose their bark / An’ the silent night will shatter / From the sounds inside my mind / Yes, I’m one too many mornings / And a thousand miles behind“. Pound A Week Rise canzone folk sul lavoro in miniera scritta dal cantautore scozzese Ed Pickford. Molto bella la versione riarrangiata di Siobhan Miller, “So it’s down you go, down below Jack / Where you never see the skies / And you’re working in you’re dungeon / For you’re pound a week rise“. The Unquiet Grave è una triste e malinconica ballata tradizionale. Una canzone poetica dove la voce della Miller è dolce e morbida. Una delle più belle dell’album, “I’ll do as much for my true love / As any young girl may, / I’ll sit and mourn all on his grave / For twelve months and a day“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Thanksgiving Eve di Bob Franke. Un testo che loda la vita. Un’interpretazione eccezionale. Tutto perfetto dalla musica alla voce. Da ascoltare, “It’s so easy to dream of the days gone by / So hard to think of the times to come / And the grace to accept every moment as a gift / Is a gift that is given to some“. The Sun Shines High un altra ballata folk tradizionale che mette in mostra tutta la delicatezza e la melodia che c’è nella voce della Miller, “Oh, the sun shines high on yonder hill, / And low in yonder town / In the place where my love Johnny dwells, / The sun goes never down“. The Month Of January pesca ancora dalla tradizione, facendo affidamento sulle voce e provando qualcosa di originale per l’accompagnamento. La storia di una donna abbandonata nella neve di un freddo Gennaio, “For the taller that the palm tree grows, oh, the sweeter is the bark, / And the fairer that a young man speaks, oh, the falser is his heart. / Oh, he’ll kiss you and embrace you till he thinks he has you won; / Then he’ll go away and leave you all for some other one“. La successiva False, False è ancora una canzone tradizionale, sempre reinterpretata dalla Miller in un stile riconoscibile ed affascinante, “False, false, have you been to me, my love; / How often have you changed your mind. / But since you’ve laid your love on another fair one, / I’m afraid you’re no more mine“. Un altro classico è Bonny Light Horseman. Un amore che finisce a causa delle guerre napoleoniche. Una bella versione che si affida alla voce della Miller per rendere al meglio oltre ad un magnifico accompagnamento, “Oh, when Boney commanded all his troops for to stand, / He’s levelled his cannon all over the land, / He’s levelled his cannon for the victory to gain, / And he slew my light horseman from the wars coming home“. Per chiudere l’album ci si affida un pezzo forte come The Ramblin’ Rover di Andy M. Stewart. Una bella versione che la rende ancora più orecchiabile e piacevole da ascoltare e canticchiare, “Oh, there’re sober men in plenty, / And drunkards barely twenty, / There are men of over ninety / That have never yet kissed a girl. / But gie me a ramblin’ rover, / And fae Orkney down to Dover. / We will roam the country over / And together we’ll face the world“.

Strata di Siobhan Miller è un album composto da belle canzoni cantate e riarrangiate nel migliore dei modi. Se ci si vuole avvicinare al folk tradizione d’oltremanica questa è una buona occasione. L’approccio di Siobhan Miller ha dato nuova forza ai brani che ha reinterpretato, conservandone però intatta la poesia e il fascino. Strata è un’altra delle mie scoperte dello scorso anno che non potevo non condividere su questo blog. Un album da ascoltare tutto d’un fiato che ci permette di scoprire nuove canzoni e una cantante di sicuro talento.

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Bosco incantato

Sul finire dello scorso anno, un po’ a sorpresa, è uscito il terzo album delle The Staves, in collaborazione con yMusic, intitolato The Way Is Read. Le tre sorelle Staveley-Taylor hanno scelto questo sestetto di musica classica di New York su consiglio di Justin Vernon. L’originalità dei musicisti di yMusic e le voci delle The Staves ha prodotto un album che esce dai consueti schemi del trio inglesee dà vita più ad un progetto a sé stante che ad un vero e proprio terzo album. The Way Is Read ha catturato così la mia attenzione, consapevole di ascoltare qualcosa di diverso dal solito e più classico.

The Staves & yMusic
The Staves & yMusic

L’album si apre con Hopeless, dove le voci delle tre sorelle si uniscono nella consueta armonia, introducendoci nelle atmosfere dell’album. Per chi non le conoscesse queste sono le The Staves, “I’m hopeless in the morning / And helpless in the night / I’m hopeless in the morning / And helpless in the night“. Con la successiva Take Me Home facciamo la conoscenza degli yMusic. In un rincorrersi di archi e fiati si sprofonda in una sorta di bosco incantato. Musica e voci si fondono in un inseguimento senza sosta, dalle immagini nitide ed evocative, “If only I was younger, / wouldn’t be so old / If you should find me out / there could you take me home / Could you take me home, / could you take me home / Could you take me home“. C’è tutta la poesia delle The Staves in Trouble In My Mind. Qui la presenza yMusic appare più defilata ma non meno importante all’interno del brano. Un canzone di rara bellezza e purezza, “And you know it when it / Holds you under a wave / Cold and dying Moving in reverse, / slow motion I feel it, / t’s in my skin, / oh it’s in the heart of me“. Segue una versione breve di una composizione musicale già pubblicata da yMusic, intitolata Blanded Stance. Atmosfere rarefatte ed eteree che ci accompagnano al brano successivo. In All My Life prendono il sopravvento gli archi, che introducono il canto delle The Staves. Qui si ha una profonda fusione tra musica classica e un canto moderno, generando un brano originale e artistico, “Oh my life / Never seen the way in the light / Never known the heaven in night / Or the sound of the Northern Lights“. Lo stesso vale per Silent Side. Qui però la presenza di yMusic si limita ad accompagnare le tre voci delle The Staves che propongono un brano perfettamente nel loro stile impeccabile, “Only to go hungry, / only to go spare Starter poet, / looking for somewhere / I can feel you now, / you’re back it makes me weak / I could lay you down, / lay you down to sleep“. Con Year Of The Dog, gli yMusic reinterpretano una canzone di Sufjan Stevens. L’elettronica del cantautore americano lascia il posto ai fiati e archi del sestetto e le tre sorelle arricchiscono il tutto con le loro voci. Courting Is A Pleasure è fondata sull’armonia delle voci, inframezzate da straordinarie melodie di archi. Una delle canzoni più poetiche e magiche dell’album, “Never marry a fair young maid / With a dark and a roving eye / Just you kiss her / and you embrace her / Never tell her the reasons why“. All The Times You Prayed ci riporta alle sonorità più folk degli esordi delle The Staves. Il canto va ad unirsi alla musica classica della band. Ancora una canzone delicata e poetica, “Here again but who / to sing to now / You’re so far away / Tell me all the times you prayed / Tell me all the times you prayed“. La bella Appetite ha un piglio più pop ed è una delle più orecchiabili dell’album. Una canzone che va idealmente a legarsi alla precedente, quasi ne fosse una continuazione, “I’ve got an appetite / (I’ve got an appetite) / Keeps me up in the night / (Tell me all the times you prayed) / I can never leave alone“. Si prosegue sulla stessa onda con Spring Of Thyme. Archi e fiati tratteggiano lo sfondo sul quale aleggiano le tre voci delle sorelle, “Once I had a sprig of thyme / It grew both night and day / ‘Till a false young man came / a’courting to me / And he stole all my thyme away“. La conclusiva The Way Is Read è un coinvolgente brano, che chiude in corsa così come la prima traccia apriva questo album, “I see you in the silence / Sailors on a frozen sea / Heaven’s arms to sunder me / Falling on the night / Sailors on a frozen sea / Away, away, away / Under the starry sight / Under the wayward night / Under the Northern Lights“.

La collaborazione tra le The Staves e yMusic ha dato vita ad un album particolare e interessante. Un album dove folk e musica classica si uniscono, trovando i giusti appigli attraverso le voci delle sorelle Staveley-Taylor. The Way Is Read è per certi versi un album ambizioso che non merita ascolti distratti e questo è raro oggigiorno. Ogni canzone al suo interno è come una storia sola, e alcune di esse contengono riferimenti alle altre. I testi sono sfuggenti e affascinanti ma qui è la musica a fare la differenza. Il sestetto yMusic ha un’impronta capace di dare magia alle canzoni, come le scenografie su un palcoscenico. The Way Is Read non è un album convenzionale ma saprà affascinarvi come pochi altri.

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Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

Nuvole viola

Dopo il buon esordio Gentle Heart (Cor gentile) dello scorso anno, questo Ottobre è tornata con un nuovo album la cantautrice inglese Saskia Griffiths-Moore. Composto da dodici canzoni, Night And Day segna un nuovo inizio per quest’artista. Un passaggio importate alla ricerca di una maggiore visibilità e un pubblico più ampio. La strada intrapresa da Saskia è stata quella di arricchire il suo sound, proponendo un folk rinnovato e più moderno. Per sottolineare questa sua volontà alcune canzoni di Night And Day erano state già pubblicate anche nel suo esordio ma in una veste decisamente diversa. Incuriosito da queste novità non potevo perdermi il suo secondo album ed eccolo qui ad allietare questo mio autunno.

Saskia Griffiths-Moore
Saskia Griffiths-Moore

L’iniziale All For You è un’orecchiabile folk pop nel quale si sente tutta la rinnovata energia di Saskia. Una riflessione sulla sua nuova vita come cantautrice, la sua scelta di dedicare la sua vita alla musica, “Two years. Forty cities. A couple of meltdowns. Especially in the first few months. / Strange behaviour. I’ve lost my flavour mmm, I can’t recover, the pictures of the past“. Il singolo Write Me A Song è un epico pezzo folk, con venature rock. Un altro ritornello che si lascia ricordare facilmente, impreziosito dalla sua voce unica. Il testo è una dimostrazione di talento, “Jenny, Jenny, would you write me a song? / Coz it’s been years since I’ve felt at home, or where I could belong, / And I haven’t met a single man who would put down his guns, / So, Jenny, would you write me a song? / David, David here I wrote you a song“. Hiding è accompagnata da un pianoforte e riprende le sonorità del precedente album. Un viaggio, fatto di immagini, nella Londra notturna, una poesia in musica. Una delle canzoni più belle di questo album, “But all I feel is you, / right up in the blue, / Hiding in the wind, / I see you still“. Wash It Away viene riproposta in una nuova versione meno marcatamente folk. Saskia arricchisce la sua tavolozza di colori grazie alla sua band. Un passo avanti davvero apprezzabile, “Like a flower that blooms once, in life’s enormous dace we will be washed away. / And once is all that’s needed on this joyus earth we’re breeded and then washed away“. La title track Night And Day è la canzone più oscura dell’album. Essenziale e sfuggente, sorretta dalla voce di Saskia che dà prova di maturità, “By your side or far away. / In dark of night or joyful day. / And even if you pass away. / I’m with you night and day“. La successiva After è un brillante folk dalle sfumature americane. Con questa canzone Saskia prova ad alzare l’asticella e il risultato è ottimo, “Purple clouds and rainbow skies. / This colourless place, free of time. / Let the shadows coming rolling on by. / And feel the power running deeply“. Anche In Time è riproposta in una versione completamente rinnovata. Inutile dire che la scelta è più che azzeccata. Saskia migliora sotto ogni aspetto, “Stop fooling child, you’ve many years before you / Many transitions to go through, / nothings the same don’t you know / That most of us here / have spent the whole of our lives / desperately trying to find / our ways back in time“. Joy Of Defeat è un melodioso folk pop carico di buone sensazioni. Un’altra canzone che definisce il nuovo corso di questa cantautrice, “Only you’ll know when you reach the end, / Still I don’t want to lose you my friend. / And I know that it’s not my place now to offer help, / But know that I would if I could untie your rope“. Con Falling, Saskia prova con un pop cantautorale elegante e misterioso. Si tratta di una delle canzoni più affascinanti di questo album, “What’s that on the table? Over there, by the door / Are you coming with me, or do I leave you here, burning by the door?“. Gone è un poetico folk con uno dei testi più belli dall’album. Una canzone ispirata che riscalda il cuore. Ogni cosa è al suo posto, tutto è perfetto, “And so they wail in despair! They cry ‘it’s utterly unfair’ / That one should leave this little town, but I can hardly hear them now. / Out and running with the wind I feel the rain over my skin. / It’s storms out in the wild. I feel I’m burning from inside“. Chiude l’album White Mountain Thyme è una canzone tradizionale scozzese. Saskia ne fa una versione delicata e malinconica davvero eccezionale, “Oh the summertime is coming / And the trees are sweetly blooming / And the wild mountain thyme / Grows around the purple heather / Will ye go, Laddie go?“.

Saskia Griffiths-Moore con Night And Day compie un importante passo in avanti nella direzione giusta. Una produzione più ricca dà maggiore risalto alle capacità di questa cantautrice, sia vocali che di scrittura. Night And Day porta Saskia verso un cantautorato folk più moderno, che unisce la tradizione all’accessibilità del pop. Le buone impressioni del suo esordio sono state nettamente superate da questo album, che mi ha sorpreso cogliendomi del tutto impreparato. Saskia ha una voce unica, del tutto particolare e questo album ne valorizza il talento, facendoci scoprire una cantautrice di sicuro interesse.

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Buoni consigli

Quando ho ascoltato per la prima volta una canzone di questo duo canadese, mi hanno ricordato le Lily & Madeleine degli inizi. Per questo non ho esitato ad ascoltare il loro nuovo album. Hannah Walker e Jamie Eliot si presentano sotto il nome di Twin Bandit, il loro Full Circle è uscito il mese scorso. Si tratta del loro secondo album e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla loro musica, che spazia dal country al folk con un approccio alternative fresco e positivo. Full Circle è un album che ho deciso di ascoltare quasi “alla cieca”, spinto dalla curiosità e dalla volontà di ritrovare quelle atmosfere che mi hanno fatto scoprire, più da vicino, il mondo della musica folk.

Twin Bandit
Twin Bandit

Everything Under The Sun apre l’album, introducendoci nelle sue atmosfere delicate guidate dalle voci morbide di queste due ragazze. Un folk americano caratterizzato da una sensibilità pop che porta con sé buone sensazioni. La successiva I Try è cantata a due voci, in perfetta sintonia tra loro. Qui le due ragazze si rifanno alle First Aid Kit, ripiegando però su tonalità più leggere e armoniose. Una canzone ispirata, tra le più belle dell’album. Con Never Quite The Same vira verso un folk più scuro e maturo. Questa è una delle canzoni che preferisco di questo album, per la sua intensità e per le emozioni che riesce ad esprimere. Da ascoltare. Segue Gotta Make Sure che riprende le sonorità più luminose dell’inizio dell’album. Il testo dimostra tutto il talento delle ragazze e il ritornello è semplice e si finisce per canticchiarlo in men che non si dica. Un ottimo lavoro, davvero. Little Big Lies prosegue sulla stessa strada, scegliendo sonorità più country. Le voci delle Twin Bandit cantano all’unisono, strette l’una all’altra in un legame profondo. Hard To Know è una di quelle canzoni che scaldano il cuore, capaci di sorprendere ad ogni ascolto. Una canzone sincera e luminosa, come il resto dell’album, capace di trasportati altrove, un posto sicuro e migliore. So Long è un poetico alternative folk, arricchito da una chitarra graffiante. Le voci delle due ragazze lavorano insieme, in una confortevole armonia. To Stay è tra le migliori canzoni di questo album. Tutto è in precario equilibrio. Voce e musica si sostengono l’una con l’altra, delicate ed eteree. Un ottimo esempio di come nella semplicità spesso si nasconda la bellezza. La successiva Spell It Out è una bella canzone dalle tinte indie pop. Anche questa volta ii ritornello è orecchiabile e l’accompagnamento musicale è molto piacevole. So That’s Just The Way è un gioiellino folk. Una canzone che più di tutte richiama le sonorità delle sorelle Jurkiewicz e le loro atmosfere distese e confortanti. Per chiudere c’è Six Days To Sunday un’evanescente poesia folk, essenziale in ogni suo aspetto. Un buon modo per concludere l’album.

Full Circle si va ad aggiungere alle sorprese di questo 2017 che deve ancora finire. Hannah Walker e Jamie Eliot dimostrano una complicità perfetta, canzone dopo canzone. Un album dove ogni singolo brano trasmette sicurezza e positività. Non c’è volontà di forzare troppo la mano sulla malinconia o su sentimenti contrastanti. Full Circle è un insieme di canzoni fatte per convivere, per essere ascoltate una accanto all’altra. Le Twin Bandit sembrano cantare con il sorriso, appena accennato, di una gioia sincera. Non è facile scegliere quale canzone farvi ascoltare per convincervi che questo Full Circle merita ben più di un passaggio durante la vostra giornata.

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