Notizie false

Dopo aver letto Il nome della rosa (Penitenziagite) poco più di un anno fa, avevo comprato Il cimitero di Praga pochi mesi prima della scomparsa di Umberto Eco. Ho scelto questo libro approfittando di un’offerta senza sapere di cosa si trattava. Rimasto per diverso tempo nella mia libreria, solo il mese scorso l’ho aperto, addentrandomi nel diario delle avventure di Simone Simonini. Eco ricostruisce la sua vita attraverso tre punti di vista differenti. C’è un Narratore che dà una collocazione alle vicende del diario di Simonini e cerca di mettere un po’ ordine nei momenti meno chiari della narrazione. C’è poi il diario, tenuto da un anziano Simonini che ripercorre la sua esistenza cercando di recuperare la memoria degli ultimi giorni. Ogni tanto si intromette in questo diario tale abate Dalla Piccola, che si rivelerà fin da subito essere una seconda personalità dello stesso Simonini. La trama va avanti tra flashback e le ricostruzioni del Narratore in un vortice di eventi non sempre semplici da seguire. Il risultato è un viaggio nella storia d’Italia e d’Europa tra il 1830 e il 1898.

Simonini è un falsario, che svolge il suo lavoro al sicuro nella sua attività di antiquario di copertura. Eco muove Simonini tra i principali eventi storici dell’epoca partecipando anche alla spedizione dei Mille. Il personaggio di Simonini è un antieroe senza scrupoli disposto ad uccidere o a far uccidere per soldi, ed è uno dei pochi personaggi di fantasia che compaiono nel libro. Gli altri sono tutti realmente esistiti ed è proprio questo che rende questo romanzo incredibile. Il romanzo affronta con una sottile ironia l’ascesa degli ideali antisemiti che hanno caratterizzato la prima metà del novecento. Simonini si impegna per diffondere l’odio verso gli ebrei, costruendo ad arte falsi che li mettono in cattiva luce. Il suo grande progetto è la descrizione di una riunione tra potenti ebrei che smaschererebbe il loro progetto di conquista del mondo. Il suo sogno si realizza in quello che oggi conosciamo come i Protocolli dei Savi Di Sion. Un documento sul quale si baseranno i principi dell’ideologia nazista. Eco crea il personaggio di Simonini come fosse il deus ex machina di tutto il falso di quegli anni. Il contorno è composto da personaggi reali, che davvero anno falsificato e inventato qualsiasi cosa pur di cavalcare il nemico del momento, fosse la Chiesa, i massoni, gli ebrei o i comunisti, plasmando il corso della storia.

Il cimitero di Praga è una lettura a tratti divertente e satirica, nella quale alcuni lettori malpensanti potrebbero rimanere disgustati dall’odio antisemita che pervade ogni pagina. Io al contrario l’ho trovato un libro che vuole smascherare le false credenze, alimentate da uomini senza scrupoli, mossi dal denaro e dal potere. Si può rivedere in questo romanzo l’odio che oggi si sta diffondendo verso la cultura mussulmana. Eco vuole metterci in guardia, per evitare che la storia si ripeta. Perché oggi si fa un gran parlare delle cosiddette fake news che altro non sono che false notizie messe in giro da megalomani e malintenzionati. Nel ottocento si diffondevano attraverso riviste sovversive o clandestine, oggi tutto avviene più velocemente e semplicemente attraverso i social network. Il cimitero di Praga è un libro perfetto per il momento storico che stiamo vivendo, un viaggio in un periodo storico confuso che mette in dubbio la storia che conosciamo, quella italiana ed europea. Se il lettore ha la pazienza di mantenere il filo narrativo tracciato dalle tre voci del romanzo, scoprirà una lettura molto interessante, perfino divertente, ed illuminante di uno dei più grandi scrittori italiani.

Umberto Eco
Umberto Eco

Due piccioni

Era da un po’ di tempo che non pubblicavo qualcosa rigurdo alle mie letture. Non perchè non ho letto nulla ma solo perchè diversi nuovi album usciti quest’anno hanno tenuto impegnato questo blog (e il suo autore) sul fronte musicale. Ma voglio recuperare. Doppia recensione. Una negativa e l’altra positiva. Due libri diversi tra loro in tutto e per tutto. Due recensioni a freddo, gli ho letti mesi fa, ma entrambi hanno lasciato il segno, per due motivi diversi. Ecco perchè ho pensato di unificare le due recensioni. Due piccioni.

Si comincia con quella cattiva che da tempo sostava tra le mie bozze in attesa di questa pubblicazione. Una volta terminato questo romanzo, mi è sorta spontanea una domanda: un libro può davvero far ridere? Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve sembrava poter essere un ottimo esempio di libro divertente, direi comico ma così non è stato, almeno per me. Il bestseller dello svedese Jonas Jonasson è un di quei libri che ti ritrovi sottomano ogni volta che vai in libreria e prima o poi, magari approfittando di uno sconto, finisce che lo compri. Premesso che non vado matto per i libri di questo genere, ero comunque incuriosito. Qualche anno fa lessi Lui è tornato di Timur Vermes anch’esso definito divertente e sì rivelò essere una lettura interessante. Non proprio da morir dal ridere ma divertente sì. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve lo sembrava altrettanto ma invece si è rivelato più noioso del previsto.

Il romanzo racconta di un certo Allan Karlsson che, il giorno del suo centesimo compleanno, decide di scappare dalla casa di riposo nella quale si trova. Da quel momento il poi fa la conoscenza di svariati personaggi che lo accomapagneranno nella sua fuga. La polizia e i giornalisti seguiranno le incredibili tracce che lo strano gruppo si lascerà dietro. Tra un capitolo e l’altro Jonasson racconta la vita di Allan che si fonde con gli avvenimenti storici del ventesimo secolo. Ed è proprio di questi capitoli che è spontaneo rivedere il personaggio di Forrest Gump. Allan è artefice, incosapevolmente, di numerosi fatti che hanno cambiato il corso della storia ma è proprio in qui che Jonasson incespica tra realtà e fantasia. Tutto appare troppo assurdo e alla lunga è una sensazione che stanca il lettore. Tutto può succedere ed è fin troppo scontato che Allan ne esca sempre indenne. La parte ambientata ai nostri giorni è ancora più assurda, alcuni personaggi sono così stupidi da risultare fastidiosi. Il commissario di polizia è sempre un passo indietro e alla fine la fa passare liscia a tutti. Non posso non citare tutti i morti che ci sono in questo libro, che vanno all’altro mondo nei modi più disparati. Lo so, tutto questo dovrebbe essere divertente ma non lo è. I capitoli della vita di Allan, spesso troppo lunghi e raffazonati, rallentano la rocambolesca fuga del centenario. Poi c’è anche il finale che si riduce ad un nulla di fatto.

Hanno realizzato anche un film e forse è più divertente (ne dubito) ma non l’ho visto. Il romanzo mi ha deluso e ho fatto fatica ad arrivare in fondo. Non mi piace lasciare a metà un libro e ho resistito. Forse Jonasson con Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve voleva fare solo un po’ di satirà politica e sociale sul ventesimo e ventunesimo secolo e io non l’ho capita. Sarà che la comicità svedese non è nelle mie corde. Le vicende storiche sono sminuite da battute e situazioni paradossali che si aggrappano con le unghie ai fatti. Lo stile dello scrittore svedese non è così brillante come si vorrebbe per questo genere di libri a mio parere. In definitiva. Il bestseller di Jonasson ha sicuramente divertito tanti lettori ma ne ha annoiati altrettanti e io faccio parte di questi ultimi.

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Meglio dedicarsi a libri migliori, come ad esempio I Pilastri della Terra di Ken Follett. Imponenete romanzo storico pubblicato nel 1989 e considerato un dei capolavori dello scrittore gallese. Essendo ambientato nel medioevo non potevo farmelo mancare nel mio percorso letterario dedicato a questo periodo storico. Se per alcuni i libri che superano le mille pagine sono a tutti gli effetti dei mattoni e quindi da non provare nemmeno a leggere, per me sono motivo di curiosità. Cosa aveva di così interessante Follett da raccontare per riempire mille pagine? L’unico modo per scoprirlo è leggerlo o andare su wikipedia. Io l’ho letto.

I Pilastri della Terra narrano le vicessitudini di diversi personaggi che si scambiano il ruolo di protagonista nell’Inghilterra medievale, esattamente tra il 1120 e 1174. Al centro c’è la costruzione della cattedrale di Kingsbridge e il priore Philp. Si può dire che i personaggi di questo romanzo si possono dividere in due categorie i buoni e i cattivi. I buoni sono guidati dal priore Philip e ne fanno parte Tom il costruttore e la sua famiglia, il suo figlioccio Jack e la bella Aliena. Dall’altra parte il violento William Hamleigh e il perfido vescovo Waleran Bigod e il loro seguito. Alcuni passano da una parte all’altra mossi dall’avidità o solo perchè gli conviene. Per tutta la durata del romanzo queste due fazioni si scontrano tra inganni, vendette e violenze. A volte c’è giustizia, altre volte no. Ma c’è sempre una sorta di giustizia divina che rimette tutto a posto, non senza qualche sacrificio. La fantasia si mescola alla storia, soprattutto nel finale. Mille pagine che volano via senza particolari rallentamenti e non è affatto facile riuscirci ma stiamo parlando pur sempre di Ken Follett. Forse l’unica parte poco convincente è il viaggio di Aliena in Europa alla ricerca di Jack. Mi è parso un po’ troppo semplice. Inghilterra, Spagna e Francia attraversate senza particolari problemi con un neonato al seguito. Da sola. Nel medioevo. L’unica parte che mi ha lasciato un po’ perplesso.

Si tratta del primo romanzo di Ken Follett e devo dire che non ho incontrato particolari difficoltà ad affrontarlo. Un vero autore di bestsellers che sa come tenere incollato il lettore alla storia. I Pilastri della Terra è il primo di quella che dovrebbe essere una trilogia e  il secondo è Mondo Senza Fine. Leggerò anche quest’ultimo ma non subito. Ho altri libri ad attendermi. Stephen King, ad esempio, ma soprattutto ho messo finalmente le mani su una raccolta di tutti (tutti) i racconti di Edgar Allan Poe. Non sopportavo l’idea di averne letti molti ma non tutti. Il Maestro merita un approfondimento. Sto arrivando, caro vecchio Ed.

Penitenziagite

Non potevo mancare di leggere un classico moderno come questo se volevo continuare il mio viaggio alla scoperta dei romanzi storici medievali. Sto parlando de Il nome della rosa del nostro Umberto Eco. Non ero sicuro di cosa aspettarmi da questo libro. Anni fa avevo visto il film con Sean Connery ma ricordavo poco o nulla della trama. Quale occasione migliore per leggere il romanzo? Sapevo che si poteva considerare un giallo, ambientato nel Medioevo, in un monastero italiano. Un frate straniero deve indagare su una serie di omicidi misteriosi. Tutto qui, non sapevo nient’altro. Il nome della rosa è stato pubblicato nel 1980 ed è stato il primo romanzo di Eco. Il frate straniero si chiama Guglielmo da Baskerville, francescano ed ex inquisitore di origini inglesi, una sorta di Sherlock Holmes con il saio. Ad accompagnarlo c’è il novizio benedettino Adso da Melk, nonchè autore del resoconto dei fatti raccontati nel libro. Tutto è scritto in prima persona da Adso che in età avanzata trova il coraggio di raccontare i terribili eventi avvenuti nell’inverno del 1327 in un imprecisato monastero benedettino del nord italia. Eco finge di ritrovare il manoscritto dopo una lunga ricerca.

Umbero Eco è Umberto Eco e non poteva limitarsi a scrivere un semplice romanzo giallo. In realtà tolte le digressioni sulla storia, sulla letteratura, sull’arte e quant’altro, si arriva ad avere un thriller storico di tutto rispetto e dal ritmo serrato. Con ciò non voglio dire che il resto è da buttare, anzi. Eco mi ha incantato raccontando la storia medievale, la società di allora e la vita monacale, mesoclando realtà e finzione. C’è spazio anche per scambi di battute divertenti tra Guglielmo e Adso ma non solo. Al centro del romanzo giallo c’è la serie di omicidi dei quali sono vittime gli stessi monaci benedettini. Un giallo dalla struttura classica della “stanza chiusa” ovvero una situazione nella quale i personaggi sono all’interno di un gruppo ristretto e chiuso. L’assassino è tra di loro non c’è dubbio. C’è anche un romanzo storico sovrapposto a questo. Racconta l’incontro-scontro tra i sostenitori del papa “avignonense” Giovanni XII e quelli dell’imperatore Ludovico. Con tanto vicendevoli accuse di eresia, di gran moda all’epoca. Una buona occasione per ripassare un po’ di storia. Poi c’è un terzo libro, più frammentario, nel quale Eco racconta attraverso citazioni e disquisizioni varie, l’avanzata della ragione sulla fede. C’è chi vede quattro, addirittura cinque, piani di lettura differenti. Insomma Il nome della rosa non è un semplice romanzo giallo ambientato nel Medioevo.

Al termine del libro c’è un appendice intitolata Postille al Nome della rosa nella quale Eco spiega la genesi del romanzo, compresa qualche lezione di letteratura al volo. In un ulteriore appendice l’autore ammette alcuni errori storici poi corretti nelle edizioni successive alla prima. Con Il nome della rosa ho avuto il piacere di leggere mio primo libro di Umberto Eco, scoprendo uno dei più importanti personaggi della letteratura italiana. Il romanzo, nonostante le numerose digressioni, l’ho letto tutto d’un fiato come un vero giallo. Ho già pronto nella libreria Il cimitero di Praga. Scusa Umberto se ho commesso qualche errore grammaticale nello scrivere questo post. So che sei uno che ci tiene ma non l’ho fatto apposta. Scusi anche se le do del tu, sarebbe meglio darle del lei…

Il romanzo infinito

Ho terminato con La spada e il calice la trilogia dello scrittore Bernard Cornwell. I tre libri raccontano la storia dell’arciere inglese Thomas di Hookton che va alla ricerca del Santo Graal, dopo la morte del padre (un prete) che dichiarava di possederlo. L’avventura si svolge nei primi anni della cosiddetta Guerra dei Cent’anni, nella metà del XIV secolo. Bernard Cornwell è considerato un maestro dei romanzi storici d’avventura e non è difficile capirne perchè. Anche in quest’ultimo capitolo, Cornwell, ci porta nello spietato mondo medievale tra eresie, perstilenze e battaglie. In particolare La spada e il calice rispetto ai precedenti, si concentra maggiormente sulla narrazione delle vicende romanzate e non si sofferma troppo sulle battaglie storiche. Per poter arrivare al dunque, l’autore, si inventa località e castelli pur rimanendo credibile nei dettagli. Le lunghe e appassionanti battaglie che caratterizzavano i due capitoli precedenti, lasciano il posto ad un ritmo più serrato dell’avventura che vedrà Thomas accusato di eresia, da qui il titolo originale Heretic. Io non sono in grado di dire quanto Cornwell sia fedele ai fatti storici e alla vita di allora ma è lui stesso ad informarci, alla fine dei suoi romanzi, cosa è vero e cosa no. Ciò che è sicuro, è che questo autore ha riacceso il mio interesse verso la storia medievale e ai romanzi ambientati in questo affascinante periodo storico. Non è un caso che infatti sono già su un altro romanzo storico, Il nome della rosa, del nostro Umberto Eco.

La spada e il calice riserva, come naturale che sia, un colpo di scena finale mitigato però se siete stati dei lettori attenti. Forse con questo trucco l’autore ha voluto sottolineare ciò che si dice riguardo al Santo Graal, ovvero che solo chi sa riconoscerlo potrà trovarlo. Il particolare non mi è sfuggito nel corso del secondo libro e mi sembrava strano che il nostro eroe inglese non se ne fosse accorto. Nel terzo libro abbiamo conferma che non se ne era accorto affatto. Qui sta la capacità di Cornwell di creare personaggi che credono di essere i migliori ma in fondo sono come tutti gli altri, con le loro contraddizioni. Più volte Thomas accusa i suoi nemici di essere spietati e senza Dio per le barbarie che compiono senza rendersi conto che lui stesso ha commesso le stesse violenze. Almeno finché un vecchio abate non glielo fa notare.

In conclusione questa trilogia composta da L’arciere del re, Il cavaliere nero e infine da La spada e il calice è stata appassionante ma soprattutto istruttiva. Ci insegna che gli uomini medievali non erano tanto diversi da noi ma solo un po’ più ignoranti e superstiziosi. Forse anche oggi lo siamo ma non ce ne rendiamo conto, così come non se ne rendevano conto allora. Ci insegna che le guerre sono terribili e ingiuste ma in grado di cambiare la storia, non tanto per il loro esito ma quanto per i loro effetti collaterali. Ci insegna che l’odio vicendevole tra Scozia e l’Inghilterra non è rimasto fermo là nel lontano 1300 ma è arrivato fino a noi come testimonia la voglia di indipendenza scozzese. La storia è il romanzo più bello e doloroso che non sarà mai scritto perchè è impossibile farlo. Autori come Bernard Cornwell ci provano e ci consegnano ogni volta un pezzettino di questo infinito romanzo.

Bernard Cornwell
Bernard Cornwell

Cent’anni

Dopo aver letto L’arciere del re ho continuato, insieme al protagonista Thomas di Hookton, la ricerca del Santo Graal. Il secondo libro s’intitola Il cavaliere nero e l’autore è sempre lui, Bernard Cornwell. Ora vorrei capire da dove hanno tirato fuori la traduzione del titolo in italiano. L’originale è Vagabond e ha il suo perchè ma Il cavaliere nero è un po’ forzato. Il cavaliere nero in questione è oggetto di un maciata di pagine e non è nient’altro che lo stesso protagonista Thomas che finge di essere un infernale cavaliere portatore di morte, con il solo scopo di spaventare dei soldati nemici. Poi non c’è più nessun riferimento a questo cavaliere… ma non importa, non cambia nulla. Come avevo già spiegato nel precedente post su L’arciere del re, questo Il cavaliere nero lo avevo letto già diversi anni fa, più o meno nell’anno di pubblicazione, il 2003. Di solito mi ricordo bene le trame dei libri che leggo ma di questo avevo dimenticato praticamente tutto e se si aggiunge che era pure il secondo di una trilogia allora avrei fatto bene a cominciarla dall’inizio.

Rieccomi dunque a rileggere Il cavaliere nero nella sua edizione originale. Per darvi un’idea della meticolisità delle descrizioni di Cornwell e della sua accuratezza storica vi posso dire che quasi mezzo libro racconta “solo” la battaglia di Neville’s Cross, alle porte di Durham, avvenuta nell’ottobre del 1346, tra scozzesi e inglesi. Sembra di essere lì, spostarsi per quelle colline testimoni di massacri, stando fianco a fianco dei soldato inglesi. Cornwell fa sembrare tutto attuale, vivo, senza annoiare. L’autore non modifica gli eventi per adattarli alla trama del suo romanzo ma sono i protagonisti che si ritrovano parte della Storia. Sono personaggi di fantasia che interagiscono con persone realmente esistite, che escono dai noiosi libri di storia di scuola e combattono con loro o contro di loro. Un bel modo per studiare storia sarebbe leggere Cornwell. I protagonisti, anche se apparentemete stereotipati, hanno una personalità complessa. Non esitono buoni o cattivi. Thomas, arciere inglese, diventa amico di uno scozzese, Robbie e entrambi anche se sembrano in fondo brave persone, non esitano a cercare una vendetta senza pietà. La ricerca del Santo Graal continua dal libro precedente ma senza particolari colpi di scena. Qualche domanda trova risposta ma il prossimo La spada e il calice (titolo originale Heretic) è quello conclusivo e sicuramente tutto sarà chiarito. La trilogia ha prodotto anche una sorta di spin-off intitolato L’eroe di Poitiers (1356) ma di fatto la ricerca del Santo Graal si conclude al terzo libro.

Bernard Cornwell non è a caso definito un maestro del romanzo storico d’avventura. Recentemente ha pubblicato anche un saggio storico intitolato Waterloo: The History of Four Days, Three Armies and Three Battles, il primo della sua produzione. Ovviamente il tema è la battaglia di Waterloo e le sue ripercussioni sulla storia europea. Pare sia molto ben scritto e accurato. Interessante. Prima però vorrei leggere qualche suo romazo del ciclo sassone composto da ben otto libri. Prima ancora però sarebbe meglio che concludessi la storia di Thomas di Hookton con La spada e il calice. Non vedo l’ora di tornare indietro nel tempo con Cornwell e i suoi eroi.

Battaglie, cavalieri e spade

Diversi anni fa acquistai un libro di Bernard Cornwell intitolato Il Cavaliere Nero non sapendo che si trattava del secondo volume di una serie di libri con protagonista l’arciere inglese Thomas di Hookton. Ultimamente avevo voglia di leggere qualche bel romanzo ambientato nel Medioevo, pieno di battaglie, cavalieri e spade. Ecco quindi che ritrovai Il Cavaliere Nero nella mia libreria e pensai che sarebbe stato bello rileggerlo anche perchè non mi ricordavo assolutamente nulla di questo libro. Però non potevo leggere di nuovo il secondo libro della serie senza aver letto il primo. Ecco che, il fatto di non ricordarmi la trama, mi ha permesso di ricominciare la storia di Thomas di Hookton da zero. Il primo libro s’intitola L’Arciere Del Re. Il titolo in italiano appare un po’ banale in confronto al più evocativo Harlequin originale. L’autore è il già citato Bernard Cornwell inglese e maestro dei romanzi storici d’avventura. I suoi libri più conosciuti sono quelli con protagonista Richard Sharpe ambientati tra fine del ‘700 e l’inizio del ‘800. La serie che si apre con L’Arciere Del Re è ambientata nel 1300 e racconta le avventure del giovane Thomas di Hookton alla ricerca del Santo Graal.

Se volevo battaglie, cavalieri e spade ho avuto tutto e anche di più. Cornwell descrive le battaglie in modo preciso e crudo, sembra quasi di vederle. Scordatevi cavalieri dalle armature luccicanti su maestosi destrieri che cavalcano compatti incontro a epiche battaglie. Qui si fa sul serio. La prima cosa che viene in mente è: massacro. Sì, le battaglie con spade, lance e archi erano dei veri e propri massacri. Cornwell non tralascia particolari macabri e tutto così appare più vero. Ti fa pensare a quanto fosse dura la vita in quegli anni soprattutto per i soldati. Ti fa pensare a questi uomini che hanno sacrificato la loro vita per il loro popolo dedicandola alla guerra e scrivendo la storia. Cornwell spiega che, a parte un paio di fatti più o meno insignificanti che si è inventato per il romanzo, tutte le battaglie tra francesi e inglesi raccontate e vissute da Thomas sono avvenute veramente in Francia poco prima della Guerra dei Cent’anni. Perfino l’ultima epica battaglia, la battaglia di Crécy, raccontata nel libro è accaduta realmente. Eppure sembra una trovata letteraria, un finale perfetto ed invece è un terribile fatto storico che forse per a causa della sua distanza storica non ci sembra niente di così terribile. Ma Cornwell con la sua capacità di trascinarti dentro quell’inferno ti fa capire che le guerre erano brutte ieri come oggi.

Sono contento di aver ritrovato Bernard Cornwell e di avere già pronto Il Cavaliere Nero perchè voglio tornare del 1300 e conoscere le sorti di Thomas di Hookton, che non è il classico eroe senza macchia e senza paura ma un personaggio più complesso e umano. Certo L’Arciere Del Re rimane pur sempre un romanzo d’avventura ed è quindi lecito non aspettarsi chissà quale profondità nella psicologia dei personaggi ma è il bello di questi libri. In definitiva un romanzo che si fa leggere volentieri e ci fa assaporare più da vicino un periodo storico che di solito si conosce solo per come ce lo raccontano i libri di scuola. Bernard Cornwell ci garantisce una lettura di qualità ma allo stesso tempo appassionante e sorprendente. Da leggere se volete battaglie, cavalieri e spade.