Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Dietro l’angolo

L’estate è sempre un buon momento per fare il pieno di musica. Soprattutto quest’anno che sembra che il mondo discografico non conosca sosta. Tante nuove uscite interessanti e io fatico a stare dietro. Ma alla fine riesco sempre a recuperare e capita che tra album  attesi e conferme, capiti anche qualche piacevole sorpresa. Evolutionary War della cantautrice americana Ruby Force (aka Erin McLaughlin) è una di queste. Attirato come una zanzara dalle luci del country, mi sono subito precipitato sull’album sicuro di quello che ci avrei trovato. Perché questo è un po’ il bello della musica, sentirsi al sicuro in luoghi che già conosci ma dietro ogni angolo si può nascondere ancora una gemma nascosta.

Ruby Force
Ruby Force

Church And State è una meravigliosa ballata nostalgica. La voce della Force è calda e carismatica e va a completare l’atmosfera evocata dalla musica. Un ottimo inizio, una canzone di benvenuto,  che ci fa entrare nel mondo di questa cantautrice, “‘G’s got a songbird wrapped in her heart / With a story that she may never tell / How she fell in love with a boy form the bar / And their love saved his soul from the depths of hell“. Mai una sola parola è così eloquente come Memory. Il peso della memoria, che a volte ci facilità la vita e altre ce la complica. Ruby Forse coglie nel segno, arrivando a toccare le corde giuste, che ognuno ha dentro di noi, più o meno nascoste, “Memory, honestly you’ll break my mind if you take this man / He’s the only thing, memory, that I’ve ever really even had / And you can’t hide my peace when I close these eyes, memory“. Ode To Vic Chesnutt è altrettanto eloquente. Una canzone dedicata al tormentato e compianto cantautore americano suicidatosi il giorno di Natale di otto anni fa. Una canzone carica di conforto e speranza, “I woke up, howling at the dawn / Restless as my wanderin’ eyes awakened / It’s not enough, to make what you want from dreams / Because all such things are likely to be shaken“. Spazio ad una canzone d’amore spensierata e leggera dal titolo Cowboy. Ruby Force ha l’occasione di mettere in mostra un lato più positivo della sua musica, dimostrando di saperci fare, “But he’s my cowboy and I am his girl / We’ve been out across the Great Plains, and all around the world / I’d be a fool to throw him back, even for diamonds or pearls / Cause he’s my cowboy and I am his girl“. Damn Your Love scivola su territori più rock aiutandosi con un ritornello orecchiabile. Una canzone d’amore, un amore apparentemente senza speranza. Una bella canzone, meno scontata di quanto possa apparire, “Damn your love, damn your kisses / I wish I never knew / This ain’t right, I want you to fix it / I want to be by your side“. Con Dancing As I Go, ci addentra ancora di più in un blues rock. La voce della Force danza sulle sferzate delle chitarre, muovendosi sinuosa. Una canzone accattivante, ben fatta e coinvolgente, “Because I’m free, dancing as I go / I’m gonna loose myself in the rhythm of your blues / Yes I’m free, dancing wherever I go / And I won’t look back cause I stole your dancing shoes“. Il ritmo rallenta con Diamonds, una ballata romantica di eccezionale sensibilità. Ruby Force ci mette il cuore, in una delle performance più accorate dell’album. Irresistibile, “If you decide to change your mind / What kind of man would you be / Well you can’t change and I won’t fight / Just believe we’ve got God on our side / We’ve got God on our side“. Plain As Paper è un country orecchiabile e trascinante. Ruby Force se la prende con un ragazzo che si è invaghito di una ragazza insignificante. Tutta la canzone suona come una sorta di rimprovero, “That girl is plain as paper, white as white can be / Her face is dull like the earth and dirt / But you see her and you don’t see me“. Il punto più alto dell’album, a mio parere, si raggiunge con la bella Tender. Su un ritmo pulsante e vivo si snoda un inno all’amore. Con vaghi richiami agli anni ’70, Ruby Force mette tutto al posto giusto, dimostrando tutto il suo talento. Da ascoltare, “Tender is the ghost / The ghost I love the most / Hiding from the sun / Waiting for the night to come / Tender is my heart / I’m screwing up my life / Lord I need to find / Someone who can heal my mind“. Chiude l’album Why Do You Leave che porta la Force verso sonorità meno country per abbracciare il rock, quello delle ballate, dando ampio spazio alla musica, “I know nothin’ lasts forever / That takes me away / I Tried to keep you here forever / That’s why I don’t understand / Why do you leave“.

Evolutionary War è un esordio brillante che ci svela una cantautrice di grande interesse. Ruby Force si dimostra capace di spaziare dalla più delicata canzone sentimentale al rock spensierato. Non mi piace fare paragoni, di solito non ne faccio mai, ma Ruby Force mi ha trasmesso quella sincerità e spontaneità che da sempre ritrovo in Brandi Carlile. Come quest’ultima, Ruby Force è abile nel songwriting, preferendo le parole giuste e la melodia perfetta, ad un uso esibizionistico della voce. Sì, Evolutionary War si piazza tra le più belle sorprese di questo 2017, che si è rivelato più che soddisfacente nonostante siamo ancora a metà.

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Lacrime salate

Fin dalle prime note del singolo Motorcycle si intuisce che la cantautrice californiana Jade Jackson sta facendo sul serio. Perchè Gilded, pubblicato lo scorso Maggio, nonostante lo si potrebbe considerare un esordio, è in realtà la realizzazione di sogno, un nuovo inizio dopo qualche pubblicazione uscita in sordina. Una casa discografica come la Anti e un produttore come Mike Ness (leader dei Social Distortion) sono sufficienti a far alzare l’attenzione ma anche le attese. Io, all’oscuro di tutto questo ma già vittima di Motorcycle, mi sono lasciato conquistare da Jade Jackson e il suo Gilded.

Jade Jackson
Jade Jackson

Aden apre l’album anticipando le sonorità dell’album. La voce ruvida della Jackson ci introduce in un’atmosfera tanto cara al country rock americano. Tra le chitarre si snoda una storia d’amore tormentata che ben si addice allo stile personale della cantautrice, “I’m alone / ‘Cause my baby, he’s gone / Ain’t no place feels like home to me / Aden, please / Don’t make me move on / I’ve never loved anyone“. La successiva Back When è malinconica e profonda. Una delle canzoni più emozionanti di questo album, che trasmette un senso di nostalgia, una consapevolezza che quei tempi non torneranno più, “I wanna go back to the post office / Sort through the thrown away mail / Back when we’d climb up on the roof of / The old town jail / Back when we smiled, we were beamin’ / And when we cried, we wailed“. Bridges è una preghiera a Dio cantata inizialmente con un filo di voce ma continua in un crescendo disperato. Questa è la miglior prova di talento di questo album, dove Jade Jackson mostra le sue carte, “Lord when will my lessons be learned? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned / Lord when will my tides turn? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned“. La vibrante Finish Line è una straordinaria ballata country. C’è voglia di riscatto in questa canzone, una sintesi dello spirito americano veicolato dalla sua canzone più immediata e orecchiabile, “I saw the way they looked and I heard them laugh / They couldn’t wait to talk until I turned my back / Well I won’t be that bitter taste in their mouths / So I ain’t never going back to your family’s house“. Troubled End si potrebbe definire una murder ballad e mette in luce una Jackson diversa ma perfettamente a suo agio. La sua voce si fa più calda e suadente, rivelandosi più versatile di quanto non sembri, “He took one look at her / And knew she was the one / She didn’t know her troubled end / Had just begun“. Decisamente più rock di quanto fatto sentire finora è Good Time Gone. Jade Jackson indossa i panni di cattiva ragazza e le calzano a pennello. Ottimo diversivo, “We stopped at the willow / Outside the gate / At the time well / It didn’t seem late / The devil makes three, whisky makes four / Jack then Jim, Evan Williams then the floor“. Salt To Sugar è un’altra ballata dalle atmosfere intense dove la voce della Jackson è una preghiera. Un’interpretazione emozionante al di là del testo e della musica, “And I can’t go back / I’ve gone too far / Got in a wreck and totaled my car / And I can’t escape / Or either go on / The rails on the bridge were a little too strong“. No Guarantees è segnata dai tormenti dell’amore. Una canzone che suona come un inno giovane, un inno di libertà e passione, “It’s not hard to be unfaithful / Ah, the things a heart is capable of / It’s not hard being unstable / ‘Cause there’s no guarantees in love / There are no guarantees in love“. Tutto il fascino di questo album si potrebbe racchiudere nella sola Motorcycle. Un giro di chitarra che evoca lente cavalcate in sella ad una moto, la voce della Jackson è ruvida quanto basta. Un mix perfetto, “I gotta move / Like the waters in the river / Where the lakes and the ocean mix / Please understand / I feel my boot heels sink in quick sand / Baby every time we kiss / So I must go / And I can’t move slow“. La title track Gilded è la canzone più poetica di questo album. Un ritornello che ti viene voglia di cantarlo appena lo senti. Una boccata di aria fresca, in piena libertà, “Yeah, you took those young days from me / Unlatched the cage, set the wild bird free / Then your silver tongue gilded her wings / Sent her flying to fall beneath“. Chiude l’album il country rock di Better Off. Un’energica canzone che riaccende l’album prima delle ultime note, consapevoli di ricominciare dall’inizio un’altra volta, “I realize / That you can’t comprehend / If I don’t make it now / I’ll lose myself again / Why are you not trying to / Mend these broken wings? / I need somebody who’ll / Smile when I sing“.

Per Jade Jackson non è un semplice esordio questo Gilded, lo stesso vale per chi ascolta. Si percepisce uno stile ben delineato, forse ancora da raffinare ma Jade Jackson è sicura di sé. Lo può essere solo chi ha alle spalle tante canzoni che vanno a costruire una solida base su cui fondare un album come questo. Gilded mostra tutto il potenziale di un’artista che può solo migliorare ed essere in grado di muoversi a piacere tra country e rock, rimanendo ancorata alla tradizione americana e al caldo sole della California. Ascoltare Motorcycle è un buon modo per cominciare questo viaggio in compagnia di Jade.

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Cattive abitudini

Lo scorso anno incappai nella bionda cantautrice americana Logan Brill (Ape regina) e fui sorpreso dall’energia delle sue canzoni. Ma ciò che più mi sorprende è come, a distanza di un anno, il suo album Shuteye fatichi ad uscire dalla mia personale classifica degli ascolti. Segno che Logan Brill è risuscita nella non facile impresa di fare un album sempre piacevole da ascoltare e riascoltare. Perché fermarsi a Shuteye quando alla mia collezione mancava il suo album d’esordio? Ecco dunque Walking Wires, pubblicato nel 2013 che va completare la discografia di Logan Brill e a soddisfare la mia curiosità. Almeno per il momento.

Logan Brill
Logan Brill

No Such Thing As Ghosts apre l’album all’insegna delle atmosfere country che sono degnamente interpretate della Brill. La musica e i ritornello suonano familiari ma la sua voce dà un’energia particolare alla canzone. Segue l’accattivante country rock di Month Of Bad Habits. Un brano perfetto come singolo, con una Logan Brill a suo agio tra il suono delle chitarre. Un’anticipazione delle sonorità dell’album Shuteye. La canzone che preferisco di questo album è la successiva Scars. Una bella ballata arricchita dall’intensa interpretazione della Brill sempre in grado di trasmettere energia e allo stesso tempo essere delicata ed emozionante, “‘Cause your love is like a loaded gun. Should’ve put it down before you hurt someone. And if I survive this broken heart, soon you’ll be another scar“. Nobody’s Crying è un’altra bella canzone con un ritornello che ha tutto il sapore del country americano dell’originale di Patty Griffin. Sincerità è la parola d’ordine in canzoni come queste e Logan Brill è sincera. Lei sfodera la voce e ti viene voglia di cantare a squarcia gola. Rewind è una bella cover dell’originale di Paolo Nutini. La voce ruvida del cantautore scozzese è sostituita da quella morbida e pulita della Brill. Il risultato è sorprendente, con quel retrogusto americano in più, “I’m not sleeping at night. But I’m going from bar to bar. Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind? Why can’t we just rewind?“. Seven Year Rain è un’altra canzone che ricalca tutti i tratti caratteristici della musica della Brill. Un mix di malinconia e romanticismo che scaldano il cuore, con melodie collaudate ma di sicuro effetto, “Can’t stop the pain, can’t change the truth. Can’t take the shame of being here not loving you. Too tired to swim, too weak to crawl. And if you need someone to blame say it’s my fault. Call it love, ain’t no such thing. And I’m tired of this seven year rain“. Ne’er Do Wells è una cover di una canzone di Audra Mae. Una versione molto simile all’originale, con un piglio più rock. Una cover che dimostra tutta la bravura di questa cantautrice, “Ne’er do wells and woe be gones Show your face for we were wrong Ne’er do wells and woe be gones Feel no shame it won’t be long“. In canzoni come Write It On Your Heart viene fuori tutto il cuore della Brill. Una canzone di spiccata sensibilità e dolcezza. Un piacere per le orecchie che scaccia via i pensieri negativi. Tricks Of The Trade è un altra cover di una bella canzone di Paolo Nutini. Una versione più country ma molto ben fatta e rispettosa dell’originale. Chiude l’album Fall Off The Face Of The Earth che incarna tutta la bellezza delle ballate nelle corde di Logan Brill. Una canzone poetica che arricchisce questo album di un altro piccolo gioiello.

Logan Brill in questo Walking Wires si muove tra i nomi di Patty Griffin, Audra Mae, Paolo Nutini, Chris Stapleton e Andrew Combs, riuscendo nell’impresa di dare una propria impronta personale ad ogni canzone. Al di là dei singoli brani, questo album si ascolta piacevolmente, dall’inizio alla fine,  grazie all’interpretazione sempre sincera e spontanea di Logan Brill. La sua voce è il mezzo perfetto per veicolare un’emozione, una sensazione, spesso un po’ malinconica ma sempre positiva. Insomma se volete ascoltare un album rassicurante e familiare, Walking Wires è quello che fa per voi e il successivo Shuteye come sua naturale conseguenza.

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Senza volto

Quando scopro un nuovo artista, mi piace cercare qualche informazione su di lui. Al giorno d’oggi è piuttosto facile farlo attraverso internet, Wikipedia o i social network. Ma nel caso di Rob Reid è stato praticamente impossibile. Avevo aggiunto il suo EP Paradise alla mia wishlist di Bandcamp e qualche giorno fa è entrato nella mia collezione. Paradise è stato pubblicato l’anno scorso e mi ha subito attirato per il suo bel sound americano. Rob Reid è un cantautore canadese e questo è il suo debutto. Si può scoprire qualcosa in più sul suo sito ufficiale e poco o nulla nella sua pagina Facebook. Non una sua foto o interviste. Interessante di questi tempi, no? Ci sono solo otto canzoni che parlano per lui. Nient’altro.

Si inizia con la rockeggiante Paradise. Le chitarre hanno un suono famigliare, confortevole. La voce di Reid è perfetta per queste canzoni, questo classico rock americano. Un inizio irresistibile che ci spinge a proseguire nell’ascolto di questo EP. Più folk e distesa, la successiva Honest Monday. Come da titolo è una canzone sincera, dall’apparenza spontanea, che si risolve in meno di due minuti. Niente male. Roll On è orecchiabile e solitaria. Rob Reid sembra avere tanto da raccontare e sa farlo con una semplicità e maturità invidiabili. Così come riesce a fare con la successiva Devil’s Shoulder. Un folk americano oscuro e desolato, che cresce tra contaminazioni blues. Nulla di nuovo ma quello che conta è ciò che questa canzone riesce a trasmettere. Lo fa attraverso la via più semplice e sicura. Un’altra ballata country come Erin’s Song (Guiding Light) continua a farci viaggiare in territori conosciuti e famigliari. Rob Reid duetta con una voce femminile che (ahimè) non sono riuscito a scoprire a chi appartiene. Un altro piccolo mistero che si aggiunge al quadro. Don’t Mean To Confuse You, a dispetto del titolo, confonde con le sue chitarre a briglia sciolta. Reid si rivela un rocker abile molto differente da quello ascoltato finora. Il ritmo è tirato e le parole escono veloci come un treno nel deserto. Colpisce nel segno. Dust And Decay è una splendida ballata country malinconica. Lo stile è collaudato ma supportato dalla voce carismatica del cantautore canadese. Ancora la chitarra è protagonista, come potrebbe essere altrimenti? All My Friends è un’altra trasformazione di Reid, che chiude questo suo EP con ironia e ritmo. Un country ballabile da fine serata, un buon modo per salutare gli amici.

Paradise è un bignami del folk rock americano. C’è un po’ di tutto. Rob Reid è un buon ambasciatore in terra canadese del rock a stelle e strisce. La scrittura è matura e fa pensare ad un debutto tardivo. Con queste canzoni forse abbiamo conosciuto Rob più di quanto possa fare una fotografia o un profilo social. In un mondo, anche quello musicale, dove apparire è diventato fondamentale, Rob Reid ha scelto di rimanere in una sorta di anonimato e non mi stupirei affatto se il suo fosse solo un nome d’arte. Paradise, in definitiva è un veloce viaggio nel paese del country, in compagnia di un amico un po’ schivo ma sincero.

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Altri tempi

Le ultime tracce dell’inverno, ormai, ce le stiamo lasciando alle spalle ma c’è ancora qualcosa che è rimasto indietro. Ad esempio Please Be Mine esordio della cantautrice americana Molly Burch, uscito lo scorso febbraio. Ebbene sì, mi sono preso il mio tempo per ascoltarlo come spesso faccio ma in questa occasione la musica di Molly Burch non mi ha agevolato. Il suo stile e la sua proposta musicale escono da questo tempo e ci portano in un passato tanto vicino a noi ma altrettanto lontano per le sue atmosfere. Please Be Mine però mi incuriosiva e non potevo mancare questa uscita, soprattutto dopo aver letto diverse recensioni molto positive ma senza farmi condizionare.

Molly Burch
Molly Burch

Il singolo Downhearted ci fare un balzo indietro del tempo di più di cinquant’anni. La voce della Burch si muove sinuosa tra le note, a volte graffiando ma sempre con eleganza e dolcezza, “I’ve got the moon, the sun, the stars, the night / The sky, the trees / The dark, the light / I’ve got my arms, my legs, my hands, my touch / My eyes, my lips / I guess I don’t need too much“. Segue la bella Wrong For You nella quale la Burch gioca con la voce, seguendo le orme della sua connazionale Angel Olsen. Ne viene fuori una canzone godibilissima che attrae l’ascoltatore verso il resto dell’album, “You told me we would dance the world / You told me we would dance the world alone / That’s just something you say / You said i was the only one / You said i was the only one but I know / You say that to all the girls“. Please Forgive Me è un lento d’altri tempi. Molly Burch sfodera un’interpretazione accorata, nel quale l’uso della voce gioca un ruolo fondamentale, “The day I thought I saw the sun, the sun / And that is where it all begun, begun / It looked so close that I could touch, touch / But then it all got to be too much, too much / Oh, oh“. La suceessiva Try, è un altro pezzo che ricorda gli anni ’50. Tra cori in sottofondo e le chitarre tutto sembra uscire direttamente da una tv in bianco e nero. Una canzone che racchiude tutta l’anima di questo album, “The day I, knew I wanted you was the day we met / And I said, ‘Well I’m you’re little baby, your little baby pet’ / And you liked it, like that / I promise that you liked it, like that“. La triste e malinconica Loneliest Heart rallenta il ritmo e ci cattura con il suo fascino vintage. Molly Burch si dimostra matura soprattutto dal punto di vista vocale e stilistico, “I’ve got a man, he holds it all down / What do I do when he’s not around? / I walk alone, my days are still good / But I think of him the way that I shouldn’t“. Torn To Pieces riprende le atmosfere che hanno caratterizzato questo album finora e le arricchisce ti tinte più luminose. Una canzone che si rivela un piacevole ascolto, crescendo nota dopo nota e rivelandosi anche piuttosto orecchiabile. Fool è un bel brano dal gusto country. Ci sembrerà di conoscere queste canzoni, suonano familiari ma con quella accezione positiva che arriva dalla capacità di trasformarle e rendere personali con attenzioni e cura nei dettagli. Si potrebbe dire la stessa cosa di Not Today altro lento che ricalca schemi ben collaudati ma senza dare quella sensazione spiacevole del “già sentito”. Molly Burch incanta ancora una volta con la sua voce che ondeggia su e giù in modo irresistibile. Please Be Mine è una variazione sul tema. Qui per un attimo si lasciano da parte stili e melodie anni ’50 e s’intravede una Burch sincera e spontanea. Musica essenziale che sostiene la sua voce delicatamente senza appesantire ma lasciandole lo spazio che merita, “I can feel the days grow cold / Boy, I’d love a hand to hold / It’s yours, it’s yours still for me, for me / Though I don’t deserve you babe / But I really like it like that / Would you, would you like it too / You do“. L’album si chiude con I Love You Still. Un finale nello stile della Burch, sintesi di un album legato al passato ma, come si dice in questi casi, con uno sguardo verso il futuro.

Please Be Mine si è rivelato un esordio molto piacevole. Molly Burch si dimostra ricca di idee che prova a mettere in pratica affondandosi a meccanismi ben rodati e sempre affidabili. Le sue atmosfere malinconiche non lasciano molto spazio ad altre sensazioni e questo può rendere l’ascolto non particolarmente immediato. Si rende necessaria, da parte dell’ascoltatore un po’ di pazienza per lasciarsi coinvolgere. Molly Burch può sentirsi soddisfatta di questo Please Be Mine ma non dovrà accontentarsi per non rischiare di rimanere ancorata ad un passato, che sotto questa forma ancora ci appartiene.

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I suoi occhi erano blu

Sulla copertina di questo album, in bianco e nero, c’è una baracca di legno abbandonata tanto quanto quelle rotaie che le passano davanti. In mezzo a questo scenario desolato, quasi in disparte, c’è una ragazza con un abito a fiori e un cappello nero in testa. Quella ragazza è Holly Macve, cantautrice di origini irlandesi, e la copertina è dell’album Golden Eagle. Seguivo già da tempo quest’artista nella speranza, come sempre, di poter ascoltare prima o poi, il suo album d’esordio. Eccolo qui, dunque, il momento di ascoltare Golden Eagle. La sua copertina è un po’ lo specchio dell’album e come spesso accade, questa solitaria e desolante immagine conferma la regola.

Holly Macve
Holly Macve

White Bridge apre l’album e la Macve ci accoglie con la sua voce malinconica e calda. Procede lenta ma ipnotica, una litania country folk che sembra venire direttamente oltre oceano, “I’m running I’m running back to the start / To where my heart was pure and innocent / Summer nights spent by the river bank / And no one gives a damn about the little things“. La bella The Corner Of My Mind è una ballata triste, notturna. La voce della Macve è morbida, come svogliata, una sua caratteristica che ci accompagnerà per tutta la durata dell’album, “The birds all flew away from the echo of the gun / Come to me, my dear, for you’re the only one / For you’re the only one / Oh there’s a beast that lives in the corner of my mind / And you are the only one to make his eyes appear kind“. Heartbreak Blues aggiunge un po’ di colore, con i suoi ritmi country blues. La musica è trascinante e ha tutto il buon sapore delle canzoni di una volta. Nostalgica, “Ooh, I’ll never take you to heaven / Ooh, without leaving you in hell / Ooh, every single road that you choose / Is going to end at the heartbreak blues“. La successiva Shell è una delle migliori canzoni dell’album. Una lenta ballata che supera i cinque minuti, nella quale Holly Macve mette in mostra tutta l’espressività della sua voce, dall’apparenza distratta ma sincera. Il ritornello è un gioiellino, “Why do you act like you know me so well / When I don’t even know myself? / Why do you act like you know me so well / When you barely even touched the shell / When you barely even touched the shell“. All Of Its Glory si affida al pianoforte e alla voce suadente della Macve, che in questa occasione ricorda una Lana Del Rey nella sua forma più elegante. Una canzone di un amore tormentato, che incanta e ammalia, “He walked away with his head high / And a smile to shadow his pain / Nothing but the world stands between us / In all of its glory the sun will rise again“. Segue Timbuktu è sulla stessa lunghezza d’onda della precedente ma che si muove nella notte. Un viaggio malinconico, dove i ricordi riaffiorano portando con sé i fantasmi del passato, “I’ve been thinking of the times when I was young and free / Standing steadily on my own two feet / And as the memories turn to dust and settle on the ground / I find comfort in forgetting this heart of mine“. Fear è un bel brano folk, poetico e dolce. Anche in questo caso troviamo quella malinconia che caratterizza tutte le canzoni della Macve. Una delle canzoni più emozionanti dell’album per la sua semplicità e immediatezza, “I saw that summer coming / And watched that summer pass me by / I saw that flower growing / Only to let it wilt and die“. Il singolo No One Has The Answers è un brillante country folk d’altri tempi che ha il sapore dell’estate. Una canzone orecchiabile, un’eccezione dell’album per colori e sonorità ma allo stesso tempo fedele alle atmosfere degli altri brani, “I worked by day and by night I drank / I danced until my mind went blank / And when the morning came to me / I’d only ever do the same“. La title track Golden Eagle è un lento al pianoforte, struggente e interpretato in modo eccellente. Holly Macve si mette alla prova una canzone lunga dove è praticamente sola con la sua voce. Il risultato è notevole, “Fly away golden eagle / Before the cold winter comes / And I’ll be thinking of you / As warm as the heat from the burning sun“. Chiude l’album la bella Sycamore Tree. Un’altra canzone che racchiude il mood dell’album e dà prova delle capacità e del talento di cantautrice della Macve, “Once I met a man / Standing by the river bank / His eyes were blue and his hair was jet black / Falling in love / Was a mystery that I had been known to doubt / A puzzle that no one could ever figure out“.

Golden Eagle è un album che trae a piene mani dal passato e, come succede sovente oggi, riporta ai giorni nostri un po’ delle sue atmosfere. Holly Macve con la sua voce e l’uso che ne fa, dà corpo e anima alle sue canzoni che risultano tutte accomunate da queste caratteristiche. Ed è proprio questo particolare che può rendere difficili i primi ascolti. Lo stile di Holly Macve può risultare un po’ noioso e ripetitivo ad orecchi poco pazienti ma concedendo a questo album più ascolti ripetuti, ecco che rivela un mondo affascinante per la sua malinconia ed oscurità. Holly Macve, dopo l’ascolto di Golden Eagle, ci lascia la sensazione, se non la certezza, di trovarci di fronte ad una cantautrice dal potenziale immenso.

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