Quando il dubbio, il diavolo e l’amore si scontrano

Sono sempre alla ricerca di un album di debutto interessante ma se a questo si aggiunge la voglia di ascoltare del buon country, allora non resta che guardare oltre oceano per vedere cosa offrono da quelle parti. Dall’assolata Florida si fa avanti il nome di Hannah Harber che con la sua band, The Lionhearts, si presenta con Long Time Coming. Sette tracce fatte di quel country che andavo cercando oltre che essere un debutto uscito all’inizio di quest’anno. Questa cantautrice ci ha messo poco a convincermi che meritava ben più di un ascolto.

Hannah Harber
Hannah Harber

Si comincia subito forte con la bella Come Alive. Non c’è tempo per i convenevoli, la Harber e la sua band piazzano un country rock ben tirato e carico. Le chitarre riempiono l’aria e la voce colpisce nei punti giusti, “It’s time to stop that self destruction / Nothing lies like a lonely heart / This is a good love interruption / A lightning bolt across the dark / Come alive, in the light of love“. La successiva Slow Leak, come da titolo rallenta il ritmo, trasformandosi in un rock vagamente blues. La Harber è perfetta e i suoi “cuori di leone” sono trascinanti e capaci di cambiare stile, decisamente rock’n’roll nel finale. Una prova di forza da ascoltare tutta d’un fiato, “There’s a slow leak and I’m losing time / I’m playing hide and seek with my pride / When doubt and the devil and love collide / It’s the great divide“. Sorry Darlin’ è un country collaudato ma che si lascia ascoltare volentieri. Ben supportata dalla band, la Harber accende il brano con la sua voce, più pulita ed educata che in precedenza, “But I don’t miss a thing, I’ve just been drinking / I’m in the mood for reckless and wishful thinking / Maybe I needed reminding just how bad it’s really been / To see how great I’m doing since you left / I’m sorry darlin’“. Non manca in questo album la ballata malinconica, qui con il titolo Hold On You. Hannah Harber però ha l’abilità di non cadere in banalità sentimentali, riuscendo a mantenere un piglio rock non troppo marcato, “I wish I could call you everything under the sun / Wish I could call you the one / The one who would never leave / But now crying is the only thing I know to do / Even still I know it’s true / Crying don’t change a thing“. Oh Papa è un bel country blues oscuro, con riferimenti religiosi. La Harber ci svela così l’altra faccia della sua musica, più dura e misteriosa, “Away with the key to the door of the devil’s den / One foot in the grave, one foot in the garden / We’ve been through hell and here comes the high water / Oh papa, we ain’t going under“. Heartaches è una canzone su un amore che fa soffrire, una ballata forte e sentimentale. Bella la scelta di accompagnare la voce con solo il suono di una chitarra acustica, “My heart aches every day for you / And my soul shakes at the hell you put me through / But I’m growing stronger the longer this takes / But my heart aches“. La title track Long Time Coming è una lunga cavalcata rock che sfiora i sette minuti. Ancora tanto spazio alla musica che arricchisce le melodie country del canto della Harber, “The least, the last, shall be first / And I’m still out of line / I’m speaking fire and getting burned / Until the smokes clears / I’m just blind leading blind“.

Long Time Coming è davvero un ottimo debutto. La scrittura e le atmosfere tipicamente country di Hannah Harber sono supportate dalla band The Lionhearts che ha un orientamento più rock. Un mix che regala all’album quel qualcosa in più che manca spesso ad alcuni album country. Questa cantautrice ha tutto il talento necessario per ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto in questo panorama musicale e Long Time Coming è il suo biglietto da visita. Purtroppo sono solo sette tracce ma sono sicuro si tratti solo di un inizio, e Hannah Harber ha tutto il tempo davanti a sé e, si sa, il buon country migliora con in tempo.

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Dopo tutti questi anni

Ha aspettato troppo questo album prima di giungere alle mie orecchie. Savage On The Downhill è infatti del 2017 e da allora l’ho inseguito, girandoci attorno più volte ma quest’anno ho deciso finalmente di ascoltare questo album di Amber Cross. Questa cantautrice americana ha tutte le caratteristiche alle quali faccio fatica a resistere: voce da vera storyteller e musica semplice ma che va diritta al cuore. Non mi aspettavo altro ma è proprio in questi casi che le sorprese arrivano, con album recuperati in quella lista d’attesa infinita dentro la mia testa e dalla quale saltano fuori sempre cose buone.

Amber Cross
Amber Cross

Pack Of Lies apre l’album, avvicinandoci alla musica della Cross con una storia di menzogne e perdono. Fin da subito la sua voce tratteggia emozioni sincere che prendono vita grazie ad un country dallo stile impeccabile, “And I pray life is going to get easier / It won’t always be this hard / Through penitent tears I watch us fade / I never meant to do you wrong / Wish I could heal your breaking heart“. Eagle & Blue è una splendida ballata blues, velata di malinconia ma carica d’amore. Lo stile senza tempo della Cross è qualcosa di magico e perfetto, “You’d sing some say love is a flower / Some say love is a rose / If we give all we have to each other / Surely something might grow“. Tra le canzoni che preferisco di questo album, la title track Savage On The Downhill, è senza dubbio una delle migliori. Questa canzone pulsa di vita, attraversata da un’energia che sottintende una voglia di rivalsa, “I drop low into the canyon where you’re bound to be / Lying in the shadows, blending and unseen / You will know my heart and taste it’s ragged beat / When your beastly eyes set darkly upon me“. La successiva Leaving Again si affida a sonorità country nella sua forma più classica. Una storia da raccontare, una canzone da cantare, tanto basta a Amber Cross per incantare ancora, “Can I live with myself, his poor heart in my hands / I tell him I tried but he don’t understand / I know this is home but it don’t feel that way / He don’t want me to go but he drives me away“. Echoes dipinge un quadro familiare dove l’amore si è un po’ spento ma c’è speranza che tornerà. Un pezzo malinconico che ricorda lo stile di Margo Price, “Let’s go back to when you and I were young love / What’d we ever do to pass away the time / It had something to do with sunshine on a dew drowned meadow / Going walking and talking with the apple of my eye“. Trinity Gold Mine racchiude le sonorità dell’album. Amber Cross racconta una storia di emarginazione con profondo rispetto e una spiccata sensibilità. Da ascoltare, “I live out on the edge of town / Joe and I we settled down / With him I found a common ground / But no one knows about me / I guess I’m the quiet kind / The girls I like won’t give their time / They think I’m weird, they’re probably right / They don’t want to know about me“. Segue Tracey Jones, un gioiellino country che racconta la triste storia di questo ragazzo. La voce della Cross corre sul suono delle chitarre, svelando una delle ballate più belle di questo album, “Got a picture of the family when he was only three / The only one ever taken that included me / He was holding my hand standing next to his dad / On the day that he left us, that picture makes me sad“. Storms Of Scarcity è un’altra triste ballata triste, dove musica e voce compongono un sentimento di speranza. Tutto è al posto giusto al momento giusto, “Come sit by my side and wipe your weeping eyes / These hard times are more than I can bear / And here on the sand we’ll write our names inside this heart / Let the waves wash us away from here“. Paesaggi americani si dispiegano in One Last Look, evocati dalle parole della Cross e dalla musica della sua band. Un pezzo country vecchia scuola che si lascia sempre ascoltare volentieri, “These hills run deep into my bones, I know the secrets they keep / I know where the ancient souls lay wake beneath the trees / They turn around, they come and go, doing as they please / Stay with me everywhere I go, like a worn out melody“. Si chiude con Lone Freighters Wail, ballata dalle atmosfere notturne che conferma tutto il talento di questa cantautrice e ci lascia la voglia di riascoltare questo album ancora una volta.

Savage On The Downhill è un album per chi ama ascoltare quel country che racconta la vita, le sue difficoltà e le sue speranze. Si respira un’aria di familiarità, sincera che Amber Cross riesce ad interpretare sempre con passione ed energia. Questa cantautrice canta le sue esperienze e le storie che toccano le corde giuste di chi ascolta con un stile pulito e semplice, con la voce di chi ha alle spalle qualcosa che vale la pena raccontare. Savage On The Downhill è per chi ama il country folk, quello più sincero, e vuole credere, anche solo per un attimo che la redenzione è dietro l’angolo e c’è qualcuno che potrà cantarlo ancora una volta.

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Can che abbaia

Joshua Pless “JP” Harris si considera prima di tutto un falegname a cui piace scrivere canzoni country. Ma solo dopo aver esplorato diversi generi musicali, questo cantautore americano originario dell’Alabama, ha trovato nel country e nelle sue variazioni, la sua dimensione ideale. Solo quest’anno, grazie al suo nuovo album Sometimes Dogs Bark At Nothing, ho fatto la sua conoscenza. JP Harris grazie ad una voce ruvida e profonda, mi ha subito incuriosito. Artista genuino, senza fronzoli ma solo un’imponente barba che gli da un’aria sfrontata. Questo è il suo terzo album dove campeggia in copertina il suo ritratto con un occhio nero e due cani in braccio, quasi fosse il ritratto di un principe fuori legge.

JP Harris
JP Harris

L’inizio è esplosivo con la travolgente JP’s Florida Blues #1. Harris va subito al sodo, mettendo le cose in chiaro. Un country blues “on the road” veloce e spensierato, tanto immediato qunanto divertente, “I lost my mind out on the highway / Seeking my inspiration with my nose / These offline situations led to some minor complications / Now I’m sweatin’ ‘em out in this motel room alone“. Subito però trovano spazio anche le ballate come Lady In The Spotlight. La storia di una ragazza in cerca di riscatto e fortuna è affidata alla voce consumata di Harris, “One day you may be the lady in the spotlight / But tonight you’re just some cold heart’s passing flame / Oh I pray that someday you’ll face the bright lights / But tonight you’re just a girl with no last name“. La successiva When I Quit Drinking è un malinconico pezzo country che racconta di come tutto è più chiaro e doloroso quando si smette di bere, “Lord, when I quit drinkin’ / All my mem’ries come back clear / And you’ll find me weepin’ / And sippin’ off a bottle filled with tears / Bar mirror shows me / The old me that had your love back then / When I quit drinkin’ / I start thinkin’ about startin’ up again“. Long Ways Back è una triste ballata piuttosto nostalgica nella scelta musicale. La sua melodia dolce è sporcata dalla voce di JP Harris che vuole essere meno graffiante,”Came for the good times / But never meant to stay / Tried to go home / But got lost along the way / Now it’s a long ways back / From here to yesterday“. La title track Sometime Dogs Bark At Nothing è una riflessione interiore fatta di domande di cui forse non c’è una risposta. E probabilmente è giusto così, “Sometimes dogs bark at nothin’ / Like when little kids start cussin’ / They don’t know why, they just do it ‘cause they can / Sometimes a girl’s heart gets busted / By a boy that she once trusted / Ain’t no reason ‘cept that he was born a man“. Con Hard Road si torna al country, questa volte con chiare influenze outlaw. JP Harris non sbaglia nulla ed ne infila un’altra, “Old Moses stood up on the barroom floor / Just screamin’ and a-shoutin’ with a two-by-four / Such a high holy terror Carolina hadn’t ever seen / Yeah pound-for-pound that boy’s [trouble?] size / You know his money talked but it usually lied / Buddy, it ain’t fair but even bad dogs get their day“. Immancabile la ballata solitaria e nostalgica come I Only Drink Alone. Meglio affondare i propri dispiaceri nell’alcol da soli. Una canzone che vuole semplicemente mettere la cosa in chiaro, “Oh I don’t need no one but me / To reminisce on how things used to be / To revel in this misery and curse this bottle quietly / Oh I only drink alone“. In Runaway, JP Harris affronta sé stesso e ammette di essere sempre in fuga, alla ricerca di qualcosa. Una canzone tra le più belle e personali di questo album, “I was born a runaway / After fourteen years, I did one day / I guess I never had the heart to stay / And do right by my wrongs“. Come vuole la tradizione c’è sempre di mezzo una donna in una buona ballata. Miss Jeanne-Marie è tutto questo. La voce  di JP Harris segue le note di un pianoforte, dimostrando una spiccata sensibilità, “Oh, but Miss Jeanne-Marie / I met you at the wrong time / With my days turned dark by wild nights / And this heart could not be tamed / Oh but don’t get me wrong / You were my fondest lover / If I could live this life all over / Girl, I’d surely change your name“. Chiude l’album il veloce honky-tonk di Jammy’s Dead And Gone. Harris sfodera tutta la sua personalità, incalzando l’ascoltatore con le parole, “You’ve heard this tale a hundred times / But this story’s true to life / Still got the slack action bangin’ in my brain / Well ol’ Jimmy’s dead and gone / But this hobo rambles on / I said you’re goddamn right, wrote another song about a train“.

Da Sometimes Dogs Bark At Nothing non ci si deve aspettare nulla di più di tanto buon country vecchia scuola e ritmi honky-tonk. JP Harris fa tutto in modo impeccabile e si lascia trascinare dal sound rodato della sua musica. Ma le canzoni che compongo questo album sono così vere e dirette che non si può non apprezzarle. Che siano ballate o scatenati pezzi blues, questo cantautore ci mette un pezzo della sua anima. Si respira la polvere di un country che tanti artisti stanno cercando di salvare nella sua semplicità e unicità. JP Harris con Sometimes Dogs Bark At Nothing mi ha convinto, rivelandosi una piccola sorpresa di quest’anno che sta per finire.

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La giostra della vita

Prima che finisca l’anno e diventi il momento di fare classifiche, è giusto dare spazio a nuovi album usciti sul finire di questo 2018. Come, ad esempio, Carousel della cantautrice texana Carson McHone. Il suo secondo album, uscito lo scorso ottobre, segue l’esordio del 2015 intitolato Goodluck Man ma che già conteneva in parte alcuni brani del nuovo album. Il suo è un country dalle sonorità classiche che va alla ricerca delle parole giuste piuttosto che di un ritornello orecchiabile. Non c’è bisogno di aggiungere che Carousel ha avuto subito la mia attenzione, considerando inoltre che si tratta a tutti gli effetti di un nuovo esordio, più curato e ricco nella produzione.

Carson McHone
Carson McHone

Sad apre l’album ed è subito chiaro il mood dell’album. Una ballata country che vuole scacciare una tristezza interiore che ormai è parte di sé stessi. La stessa tristezza che ha ispirato tante canzoni, “One night I had myself a dream / Me and Sad played hide-and-seek / And she could not find me ‘cause I would not cry / But it make me mean and I woke up tired“. La successiva Drugs affronta un malessere più profondo, il bisogno di medicinali per dormire o semplicemente della presenza di qualcuno. La voce della McHone è giovane ma sporcata da una nota ruvida e matura. Un’altra ballata country di grande effetto, “Your lullabies / They’re not enough / I can’t sleep hungry / I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need your drugs“. Lucky racconta del dolore di una donna tradita dal suo amante. Carson McHone dimostra un talento eccezionale nella scrittura, riuscendo a trovare sempre le parole adatte, “Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky / Lucky that I love being lonely? / Ain’t it swell? Oh, ain’t it swell / Swell that I don’t ever cry? / Ain’t it sweet that I buy / All your cruel, cruel lies? / Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky, babe / Lucky that I love being lonely?“. Un blues vecchio stile con Good Time Daddy Blues. La cantautrice texana mostra il suo lato più da “cattiva ragazza” e accende uno dei brani più immediati dell’album, trascinato dalle chitarre e da un ritmo veloce, “So I’mma give that man a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s wasting my time / Well I’m gon’ give that man, now, a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s just been wasting time“. Dram Shop Gal è una triste ballata che vuole rimarcare il suo status di bad girl. Un rifiuto di essere considerata una brava ragazza, reso malinconico e agrodolce dalla musica e dalla voce della McHone, “I don’t trust no man that slick back his hair / Though he may be a millionaire / He got sticky hands and too much time / Leave me to wonder how he made that dime“. Una breve traccia musicale o quasi, Intro – Gentle, apre la strada alla successiva Gentle. La classica delle ballate country di un cuore spezzato ma con un’intensità particolare. Una delle canzone più belle di questo album. Da ascoltare, “My broken heart won’t play gentle with my mind / So every night I find myself thinking of you / But I’m only playing games / I bet my heart against my brain / And every time I lose“. La successiva Maybe They’re Just Really Good Friends è una bella canzone dalle sfumature honky-tonk che scacciano via un po’ di tristezza. Carson McHone si dimostra a suo agio con qualsiasi ritmo e velocità, “Well maybe they’re just really good friends / But if not I guess I’ll just pretend / That she means no more than me to him / After all, they’re only friends“. Così come nella lenta How ‘Bout It che ritorna sul tema della tristezza. Un’inevitabile parte si sé. Un pianoforte e la voce della McHone la rendono una delle canzoni più intime e sincere di questo album, “So how ‘bout this, I’ve got the blues / Got this feeling in my bones I can’t refuse / There’s lots of wanting in this world that someone’s gotta do / Tonight I guess I like the looks of you“. Goodluck Man è una ballata che esprime tutta le delicatezza e la sensibilità del songwriting di questa cantautrice. Davvero una bella canzone, nient’altro da aggiungere, “Simple is as simple does and beauty is deceiving / Sweeter is the melody you’re humming as you’re leaving / One more time I will choose to believe him“. L’album si chiude con la poetica Spider Song. Un testo ricco di immagini, nel quale emerge il lato più folk della sua musica. La voce si fa anche più morbida per l’occasione, “Well, pride does march / All chromed and starched / Against a brandished heart / But Jack, he will / ‘Til death defend his / Quiver full of darts“.

Carousel è un album che si compone di due livelli differenti. Uno più marcatamente country e sbarazzino che emerge al primo ascolto, l’altro più drammatico e sincero, più lento a venire fuori. Le due parti sono tenute insieme da quella malinconia, quella tristezza, che è alla base del disco. Carson McHone non può evitare di essere triste ma non per questo si arrende alla vita. La sua musica si accende e accelera per poi spegnersi e rallentare quando è il momento. Carousel vuole dimostrare che, appunto, la vita è una giostra e tutti siamo in sella a quei cavallini, tutti agghindati quanto tristi, che vanno su e giù, sempre in tondo.

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Il vasetto del miele

A distanza di un anno dal debutto intitolato Please Be Mine, la cantautrice americana Molly Burch è tornata con First Flower. Il suo stile un po’ retrò aveva incantato critica e pubblico, facendosi apprezzare anche dal sottoscritto. Si dà il caso che Please Be Mine abbia avuto una vita piuttosto breve per quanto mi riguarda ed è finito presto nel mio personale dimenticatoio. Ma più per colpa mia che della giovane Molly Burch. Ho colto così l’occasione del secondo album per riscoprire la sua musica e provare di nuovo a vedere che sarebbe successo. La sensazione ascoltando i primi singoli era quella di un avvenuto cambio di sonorità, non troppo marcato ma comunque apprezzabile.

Molly Burch
Molly Burch

L’album inizia con Candy, un brano indie pop che anticipa le tematiche sentimentali dell’album. Le chitarre e la voce morbida della Burch, qui in bella mostra, saranno le colonne portanti di questo album, “Why do I care what you think? / You’re not my father / Don’t even bother, don’t bother me / Why do I like how you look? / You look like candy / You don’t understand me, don’t understand me“. Wild prosegue sulla stessa linea, affondando ancora di più le mani nel vasetto del miele. Il canto appare imperturbabile ma non freddo, avvicinandosi allo stile delle cantautrici di nuova generazione, “Wishful thinking’s got me blinded / Got me losing all control / It’s in my nature to be guarded / I wish I was a wilder soul / I wish I was a wilder soul“. Dangerous Place rispolvera il sound vintage pop dell’esordio. Molly Burch usa la voce con maestria, trasformandola in un vero e proprio strumento, trattando il tema dell’amore con intelligenza e creatività, “How did I not say it? / This is a dangerous place / How did I miss it? / This is a dangerous space / I hope I learn from my mistakes / I hope I forgive myself one day“. La title track First Flower richiama sonorità vagamente folk. Romanticismo e dichiarazioni d’amore si sprecano come nelle vecchie canzoni. L’approccio indie e moderno della Burch danno nuova linfa ad un altrimenti polveroso sound, “Just like the first flower that blooms in spring / To me you are, you are my everything / I like the way you hold me / Hold me, don’t let go / You don’t have to tell me, baby / I already know“. La successiva Next To Me è un lento, manco a dirlo, romantico. La chitarra resta la protagonista indiscussa insieme alla voce unica della Burch, “Love of mine / I kiss you goodnight / And then you turn over / Like it’s the end of your life / I just want to do everything with you / Is that so bad? / Honey, is that so bad?“. Good Behavior rallenta ancora, mettendo in luce le difficoltà nel portare avanti una relazione. La voce è guida la melodia di uno dei brani più orecchiabili di questo album, “How can I explain myself / When I can hardly control it well? / Do I need time, do I need a savior? / Will I ever know good behavior?“. Without You prova a mescolare le carte in tavola senza stravolgere il mood del disco. Molly Burch gioca con il suono delle parole e prova ad aggiungere un po’ di brio all’atmosfera, “You are my guiding light / How would I survive? / I don’t know what I would do without you by my side / You tell me what I don’t / I always want to know / I don’t know what I would do without you / I don’t know what I would do without you by my side“. Il singolo To The Boys vuole sottolineare la personalità dell’artista, come a voler dire ‘prendere o lasciare’. Un brano che segna una variazione sul tema principale dell’album, “I don’t need to scream to get my point across / I don’t need to yell to know that I’m the boss / That is my choice / And this is my voice / You can tell that to the boys / (You can tell that to the boys) / You can tell that to the boys“. True Love, come da titolo, riprende il discorso interrotto. Una vera e propria canzone d’amore, semplice e lineare, che vuole essere un piacevole ascolto, “Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby / Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby“. La successiva Nothing To Say affronta la fine di un amore. Molly Burch canta con la sua consueta voce morbida, fatta di alti e bassi. Una bella canzone, tra le migliori di questo album, “I loved you in the morning / I loved you in the evening / The thought of you kept me going / Even when you were leaving / You left me high and dry / Didn’t even say goodbye / The worst part of it all / Was how hard I used to fall“. Every Little Thing chiude l’album. Una lunga ballata e forse la prima vera e propria canzone triste del disco. Molly Burch rimane sul classico e non rischia sperimentazioni indie. Con questa, si potrebbe dire che l’album è giunto al suo compimento definitivo, chiudendo un ipotetico cerchio, “All the days I do try to be good / And so kind / Sometimes it is hard to live / That is why we must forgive / Every little thing / Every little thing / For every little thing we’ve done“.

First Flower, come il suo predecessore, non è affatto un ascolto semplice. Non perché abbia testi o musiche particolarmente complesse o sperimentali, tutt’altro. I testi sono spesso retorici, volutamente scontati, che richiamano il passato. La musica fa altrettanto, anche se in maniera più contenuta. Si tratta della sua natura un po’ monotona e svogliata che rende l’album poco immediato per un orecchio distratto. Molly Burch non sembra voler catturare l’attenzione di chi ascolta ma piuttosto farlo perdere in un’atmosfera irreale ed eccessivamente romantica. First Flower si contrappone al precedente Please Be Mine, più triste e schivo, ma conserva appieno lo stile apparentemente immutabile della Burch, che però sta virando verso un cantautorato moderno non molto distante, ad esempio, da quello di Angel Olsen. In definitiva First Flower è un buon album che solo il tempo saprà dirci se sarà destinato anche lui al dimenticatoio oppure no.

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Fuori dal tempo

Colter Wall, giovane cantautore canadese, ha esordito con uno degli album country più belli dello scorso anno, intitolato appunto Colter Wall (Questo vecchio ragazzo). Qualche settimana fa è tornato con un nuovo album, Songs Of The Plains, dal quale era lecito aspettarsi nient’altro che dell’ottimo country. Perché Colter Wall, con la sua voce unica e quasi irreale per i sui ventitré anni, è nato per fare country. La sua musica sembra non avere età, ancorata a schemi piuttosto rigidi e consunti ma in grado di conservare un fascino del tutto particolare. La prova del secondo album non si è fatta attendere, a Colter Wall bastano una chitarra e poche note per cominciare il viaggio.

Colter Wall
Colter Wall

Plain To See Plainsmen apre l’album. Una bellissima ballata, una dichiarazione d’amore per la sua amata terra. La voce di Colter Wall sembra scavare profonda nella memoria e tirare fuori sensazioni e ricordi così vividi che sembra di vederli, “Let me die in the country that I love the most / I’m a plain-to-see plainsman, and this I will boast / A heart that lies far from the East or West Coast / This plain-to-see plainsman is longin’ for home / Longin’ for home“. Saskatchewan In 1881 rievoca un mondo la vita era dura e non si esitava a sfoderare una rivoltella per difendersi dall’ennesima ingiustizia. Wall sembra poter viaggiare nel tempo, “Mr. Toronto man, go away from my door / You’ve got my wheat and canola seed, you’re askin’ me for more / Better fly ‘fore I produce my .44“. La successiva John Beyers (Camaro Song) racconta una storia di vendetta. Questo Beyers non la passerà liscia, chi canta non smetterà di dargli la caccia finché non avrà pagato con la vita. Cose che succedono, “John Beyers blew three holes in my ride / He put two in the tires and one in the side / Side panel of my 1969 / Camaro, and so it’s John I must find“. Wild Dogs è una cover dell’originale di Billy Don Burns. Una lenta ballata carica di nostalgia di un passato di uomini liberi e giovani. Colter Wall riesce ad essere ancora più intenso dell’interpretazione di Billy Don Burns, un prova incontrovertibile del suo talento, “We’d go runnin’ through the forest with the grace of an eagle / With the freedom of the wind and the strength of our youth / Just like our old friend the Indian, we’d only kill to feed ourselves / Or to protect those we loved from danger“. Calgary Round-Up è una canzone di Wilf Carter, storico cantautore country canadese. Colter Wall trasforma in una ballata il più gioioso yodel dell’originale. Il risultato la ringiovanisce soprattutto musicalmente, “We’re a jolly bunch of cowboys and we hope you are the same / We have no cares, the laws we seldom heed / Come gather in our circle and we’ll sing this round-up song / Headin’ for the Calgary Stampede“. Night Herding Song è una canzone country tradizionale. Solo voce o quasi, per un brano che incarna tutto lo spirito di questo genere. La vita è dura, sembra voler dire, “Oh say, little dogies, why don’t you lay down? / You’ve wandered and trampled all over the ground / Lay down, little dogies, lay down“. Wild Bill Hickok racconta le imprese del pistolero fuorilegge James Butler Hickok. In poco meno di tre minuti, Colter Wall, riesce a condensare la sua spericolata e leggendaria vita, “Wild Bill was born in Illinois on dry and fertile land / Pioneer of pistol ears and a dead shot with each hand / Claim he was the quickest, there’s few who’d ill-agree / If you were yet to saw this plainsman draw, still breathe like you and me“. The Trains Are Gone dipinge un paesaggio dimenticato. Basta poco, davvero poco, a questo cantautore per evocare luoghi spesso lontani da chi ascolta, “I know I’m young, I know I’m young / I’ve seen too few a settin’ sun / But the more I run the changes come / Swift as a freight train, the kind that’s gone“. Thinkin’ On A Woman sembra venire direttamente da un’epoca passata, dove tutto era più semplice e chiaro. Eppure è una canzone originale di Wall ma che riesce a cogliere le atmosfere di un tempo, “He’s been singin’ sad songs / Thinkin’ how she’s long gone / He’s treatin’ those that love him wrong / He’s ornery as the night is long / He’s been singin’ sad songs / Thinkin’ how she’s long gone / Thinkin’ on that woman / Thinkin’ on that woman“. Manitoba Man è un’altra ballata di grande impatto dove il viaggio e la vita si fondono, quasi fossero la medesima cosa, “But my time is past due and I ought to be movin’ along / I’ve been kickin’ my feet, wanderin’ these streets for too long / My good gal, she tells me she’s dreamin’ of raisin’ a son / But my time is past due, I ought to be movin’ along“. L’album si chiude con la tradizionale Tying Knots In the Devil’s Tail. Questo brano vede la partecipazione di Blake Berglund, anche lui canadese come Wall. Una canzone che rappresenta una spensierata eccezione in questo album, dove alcuni cowboys fanno fare una brutta fine nientemeno che al diavolo in persona, “So if you’re ever up in the Sierry Petes / And you hear one hell of a wail / Know it’s that Devil a-bellowin’ ‘round / About them knots in his tail / You’ll know it’s that Devil a-bellowin’ around / About them knots in his tail“.

Muovendosi tra brani originali, cover e canzoni tradizionali,  Colter Wall riesce sempre a trasportare l’ascoltatore in un mondo fatto di storie. Songs Of The Plains vuole essere proprio questo, un viaggio, fatto di parole e musica, che attraversa la sua terra giunge fino a noi. Colter Wall sembra sbucare dal passato, l’ultimo cavaliere rappresentate di un genere musicale che ha subito profonde trasformazione con il passare degli anni. L’impressione è quella di trovarsi davanti ad un incorruttibile anima country fuori dal tempo ma del quale si sente di averne un inconsapevole bisogno. Songs Of The Plains è un album nel quale Colter Wall riesce a dare il meglio di sé, dando l’impressione di poter scrivere e cantare canzoni come queste per il resto dei suoi giorni.

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Mi ritorni in mente, ep. 55

Quando si parla di revival anni ’70 o ’80, tutto bene. Ma quando il revival riguarda gli anni ’90, ecco che mi rendo conto che sono passati da un bel pezzo. Sono però contento che gli anni a cavallo del vecchio e nuovo millennio possano essere d’ispirazione per le nuove generazioni di artisti.

Un ottimo esempio di questo revival è la giovane cantautrice inglese Jade Bird. Vent’anni, un EP intitolato Something American alle spalle e un album in dirittura d’arrivo. Sono bastate queste poche cose per far conoscere e apprezzare una delle proposte più interessanti dello scorso anno. Qui sotto Lottery uno dei tre singoli, insieme a Furious e Uh Huh, scelti per anticipare il suo debutto. Il suo è un mix tra pop, rock e country che mette da parte tutta l’elettronica che va molto di moda adesso. Tanta energia, voce e un approccio old school che ci mancava. Se non vi è ancora giunta all’orecchio la sua musica, io sono qui per fare in modo che ciò avvenga.