L’alba del buio

Dopo aver ascoltato un paio di anni fa il suo EP Black Bird, ero curioso di sentire Tori Forsyth nel suo primo album. Lo scorso maggio è uscito Dawn Of The Dark composto da dodici brani che rappresentano per la cantautrice australiana l’inizio di una nuova avventura. Il titolo scelto la dice lunga su quello che troveremo in questo album ma la Forsyth riesce comunque a riservare qualche sorpresa. Il suo è perlopiù alternative country, con qualche spunto blues e rock, che strizza l’occhio a tutto quello che si trova al di là dell’oceano Pacifico. Per me basta e avanza questo per tornare finalmente ad ascoltare Tori Forsyth, potendola apprezzare alle prese con un LP.

Tori Forsyth
Tori Forsyth

L’apertura è affidata al singolo Grave Robber’s Daughter che si apre sulle note di un banjo. La voce della Forsyth graffiante e imbronciata è il tratto più distintivo della sua musica. Un inizio che cattura l’attenzione. La successiva Broken Machine è una bella ballata country. Le atmosfere rilassate e malinconiche evocate da questo brano racchiudono il mood dell’album. I richiami al passato sono inevitabili ma Tori Forsyth si smarca bene. Un piglio più pop si può ascoltare in Snow White. L’effetto della musica avvolgente e solare è smorzato dalla apparenze indolenza della cantautrice australiana. Un ascolto piacevole ben calibrato tra musica e parole. Vira verso un country rock con Redemption. Il ritmo di alza e le chitarre si fanno sentire, la voce della Forsyth è ancora più graffiante. Una canzone orecchiabile e accattivante. Più sentimentale Heart’s On The Ground che gioca sporco puntando dritto al cuore. Un country perfetto in ogni sua parte arricchito da un violino che si ricollega alla tradizione americana. Non si chiede niente di meglio. Anche la successiva Fiddle non è da meno. Qui vince la forza vocale delle Forsyth che tiene le redini del brano per buona parte della sua durata. A farla da padrona sono ancora i sentimenti. In The Morning è l’altra canzone scelta come singolo. Cattura subito fin dalle prime battute, sviluppandosi poi in un rock imbronciato. Tori Forsyth spazia con la voce, trovandosi sempre a proprio agio e dimostrando sicurezza. Hell’s Lullaby rallenta la corsa dell’album, facendo sprofondare l’ascoltatore in questa ninnananna scura e solitaria. Un accompagnamento di archi dà profondità a tutto il brano, mescolandosi alla voce. Doti vocali messe in risalto da War Zone, con un intro da brividi che si sviluppa in un vibrante country. Una delle migliori canzoni dell’album nella quale la cantautrice australiana esprime al meglio il suo talento. Ma tra le mie preferite non può mancare Violet Town. Bella e malinconica ballata country che si rifà alle sonorità dei grandi del passato. La voce della Forsyth si fa più morbida mantenendo però quel qualcosa in più che la caratterizza. La successiva White Noise ci riporta in un’atmosfera tesa e vagamente blues. Tori Forsyth appare ancora svogliata fino ad esplodere in un rock dove le chitarre si scatenano. Si chiude con un’altra ballata intitolata King Horses. Un saliscendi di emozioni, nel quale il ritornello è piuttosto orecchiabile. Un ottimo bilanciamento in una delle canzoni più originali di questo album.

Senza ombra di dubbio Dawn Of The Dark è un esordio di tutto rispetto. Tra richiami alla tradizione country americana, variazioni rock e spruzzate di pop, Tori Forsyth si muove con sicurezza senza lasciar intendere di essere al primo album. Questa cantautrice non ha proprio nulla da invidiare ad altre colleghe ben più note di lei. La sua voce è il suo punto di forza, usata sempre con attenzione, senza forzature. Rispetto ad suo EP d’esordio, Tori Forsyth ha fatto ben più di un passo in avanti, confezionando un album dove ogni traccia è parte di un insieme più ampio, di un’idea. Un album non troppo pensante ma nemmeno leggero che lascia intravedere molto chiaramente tutte le potenzialità di questa artista.

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Le ultime luci della sera

Ora che le giornate estive sono più lunghe e la sera scende lentamente è bene accompagnarla con della musica appropriata. Arriva giusto in tempo tra nella mia collezione un album uscito lo scorso Aprile. El Coyote è l’album omonimo di una band canadese capitanata da tre ragazze, Angela Desveaux, Katie Moore e Michelle Tompkins. La scorsa settimana ho pubblicato la recensione dell’ultimo album di Erin Rae ed è proprio lei che ho risentito nelle canzoni di El Coyote. Fin dalle prime note ho capito che questo era uno di quegli album che avrebbe necessitato qualche ascolto in più del normale per essere apprezzato al meglio. A mio parere questo è un pregio per un album, sempre.

El Coyote
El Coyote

L’album si apre con la bella Come Around che subito ci porta nelle rilassanti atmosfere della loro musica. Un mix di voci e un accompagnamento essenziale ma ricco sono la ricetta di questo gruppo, “But you’re always going and darling you don’t stop. / We all need some time and a moment to figure it out. / Getting lost in a daydream. Awake and wandering around / See I know you’ll come around when you want to“. Tra le mie preferite c’è sicuramente Only Temporary, una riflessione sulla precarietà della vita e sulle cose belle che ci riserva. Tutto è così leggero e confortevole, ogni nota e ogni parola sono al posto giusto, “They’ll be no talk of wasted time, / no talk behind our backs, / The plans we had and lovers at hand, a place they’ll all soon have. / It’s only part of living life, / And soon you’ll be freed of, / The good, the bad, the nothing at all, / Embrace the ones you love, / ‘cause they’re only temporary too“. Vale lo stesso per la successiva By The Gate. Una triste canzone d’amore che affonda a piene mani nella tradizione americana, deliziandoci con la sua delicatezza, “How long must I wait, how long til I hear back from you? / Too late to save face, in their whispers I hear the word “fool.” / Days flow, the rains fall, can’t make out one drop from another / Oh as I wait for my falsehearted lover“. Lighten Up Diane è un invito ha prenderla alla leggera. Una ballata dalle distese sonorità country che ci culla dolcemente con l’intento di scacciare qualche pensiero di troppo, “Lighten up you say. Have a drink on me, / Come on, lighten up Diane. / And as the jukebox plays and the lovers sway / It’s here I realize you don’t give a damn“. Another Day è ancora una riflessione sulla vita e sul tempo che passa. El Coyote mantengono lo stesso passo, come in una lenta danza che allevia il peso di un’altra giornata, “Another day later / Of a life to refine / To all that is real / Leave the lusting behind / And soon we will find / A beauty so rare / A truth that is learned / Oh, it’s just another day“. La successiva Tip Jar alza il ritmo ed è ancora un invito a godersi la vita. Queste ragazze e la loro band fanno un ottimo lavoro e sfornano una delle canzoni più orecchiabili di questo album, “But if I don’t wake up tomorrow promise me that you’ll / Go collect my last paycheque, get it signed over to you / Empty out the tip jar, tie one on real wide / Drink to life and living, like it’s your last night alive“. Time Will Tell è un’incantevole ballata country che evoca un’atmosfera fraterna e l’amore per le piccole cose della vita. Dopotutto è il tema ricorrente di questo album, “Round tables and table wine / Fiery faces on a starry night / The break of laughter on the long drive / There’s always someone there to remind“. Leaving Thunder è ancora una ballata in perfetto stile americano ma con un sottile fascino pop. Come nelle altre canzoni, le belle melodie e le voci si confermano il punto di forza di questa band, “Thought I found a place / A place where everything was so right / A quick escape from routine life / Thought I found the man / The one who’d make everything right / So I could slow down my stride“. In Satellite Lost ritroviamo la serenità della sera, in una ballata solitaria e malinconica. Un gioiellino per purezza e semplicità, “You’re no alone, not in the dark, / glossy smiles reflect a glow. / That’s how you know it’ll be all right, / cause we’re all lost in the night“. L’album termina con Begin Again che vira verso un sommesso folk rock che invita a ricominciare a vivere. Riassumendo, di fatto, il messaggio dell’intero album, che spegne così le ultime luci della sera, “Let your life do the leading / Give your memories away / Let the loss go on teaching you / Now’s the time to be in / Let’s begin again“.

Queste tre artiste hanno fatto bene a riunirsi per dare vita al progetto El Coyote. L’album è da ascoltare tutto d’un fiato mentre si ozia piacevolmente. Lasciarsi trasportare dalle melodie delle chitarre acustiche e dalle irresistibili pennellate del suono di una pedal steel, è quanto serve per godersi appieno le sue canzoni. Questa band ha fatto un album nel quale non ci sono particolari cambi di ritmo o velocità ma dove tutto procede serenamente e in modo prevedibile. Sì, è un album prevedibile ma proprio per questo rassicurante o, per meglio dire, confortevole. Insomma qualche che sia stata la vostra giornata, entusiasmante, noiosa o pesante, è bene passare dalle parti di El Coyote per passare anche solo pochi minuti in piacevole compagnia.

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La strada verso casa

Il nome di Dori Freeman non mi era di certo nuovo ma fino ad ora non avevo mai approfondito la conoscenza della sua musica. Questa cantautrice americana ha all’attivo due album, il primo del 2016 che porta il suo nome e il secondo uscito lo scorso anno, intitolato Letter Never Read. Sono partito da quest’ultimo per scoprire Dori Freeman e il suo country cantautorale che va ad unirsi all’ondata revival di questi anni. Come ho scritto in precedenza, il suo nome si ripresentava spesso durante le mie ricerche e non ho voluto rimandare ulteriormente l’ascolto di questo album, spinto anche dall’ottima impressione dei primi ascolti.

Dori Freeman
Dori Freeman

Si comincia con la bella If I Could Make You My Own. Una canzone d’amore, inteso nel suo senso più ampio. La voce della Freeman è pulita e toccante, va a completare un accompagnamento country nella sua forma più classica, “Oh the rivers and seas may churn / Oh the flowers and leaves may turn / I need never to grieve and yearn / If I could make you my own“. La successiva Just Say It Now continua sulla stessa strada, svelandoci l’animo più dolce di questa cantautrice. Le bastano poche parole per riuscire ad esprimere anche il sentimento più profondo, “I wish my little heart had not been born so blue / I’m so much older for the things its put me through / And now I’m cryin’ on a big ol’ empty floor / And, yes, you wanted me, but I wanted you more“. Lovers On The Run si porta verso melodia più orecchiabili. Un’altra canzone d’amore delicata, che trova la sua forza in un accompagnamento essenziale ma efficacie. Da ascoltare, “Well I’ve listened to excuses and I’ve watched ‘em walk away / It’s only after holding me they say they cannot stay / I’ve spent many an hour writin’ letters never read / I’ve stared away the ceilings of a thousand lonesome beds“. Con Cold Waves, la Freeman ci propone una delle canzoni più tristi dell’album. In brani come questo si percepisce meglio la sua capacità di sposare il country con un cantautorato moderno e femminile, dimostrando così il suo talento, “The morning comes in fast, at least my dreams are done / There’s somethin’ livin’ in and weighin’ down my lungs / There’s something bitter and it’s tyin’ up my tongue / My body’s restless but I’ve got nowhere to run“. Seque una delle canzoni più curiose, Ern And Zorry’s Sneakin’ Bitin’ Dog. Interamente cantata senza alcun accompagnamento musicale, racconta di un ragazzo che deve affrontare ogni volta che torna a casa un terribile cane. Non teme nulla, a parte questo cucciolo per niente innocuo, “I learned the mud-holes and the ditches / The shortcuts and the fences / I could even cross old Elk Fork on a log / But what I always feared the most, more than ol’ dark holler’s ghost / Was Ern and Zorry’s sneakin’ bitin’ dog“. Un banjo accompagna Over There. Dori Freeman dimostra ancora di saper tenere le redini di una canzone anche solo con la voce e senza fare uso di virtuosismi. Davvero notevole, “Over there, over there / I’m gonna wear that starry crown over there / Well I got no skillet and I got no lid / And the ash cake tastes like shortnin’ break / And I’m gonna wear that starry crown over there“. I Want Too See The Bright Lights Tonight è una cover dell’originale di Richard Thompson. Un inno alla voglia di una serata senza pensieri dopo una settimana di duro lavoro. Tutto è perfetto, semplice ed evocativo, senza sbavature, “Meet me at the station, don’t be late / I need to spend some money and it just won’t wait / Take me to the dance and hold me tight / I want to see the bright lights tonight“. Turtle Dove è una triste canzone d’amore che esalta il lato dolce e sensibile della musica della Freeman. Anche questa volta si fa leva sulla semplicità e sull’essenziale, lasciando più spazio alle parole e ai sentimenti, “I never meant to fall in love / Come as the fated turtle dove / Plant her kiss upon my lips to stay / You are the one I’ve fallen for / Hard as I try I can’t ignore / Surely I know my heart is bound to pay“. That’s All Right è ancora una canzone malinconica, dove si riesce a cogliere tutta l’intensità dei sentimenti. La voce della Freeman si fa meno luminosa che in precedenza, dando più profondità al canto, “And every time / You held me down / You looked at me / Just like the devil had been found / But in your eyes / You knew it too / That it was only your reflection scaring you“. Chiude l’album la bella Yonder Comes As Sucker, cover dell’originale di Jim Reeves. Una versione spogliata di ogni accompagnamento, ad eccezione di un rullio di tamburi, “Railroad steamboat river and cannal yonder comes a sucker and he’s got my girl / And she’s gone gone gone gone and she’s gone gone gone / And I’ll bid her my last farewell“.

In questo Letter Never Read la parola d’ordine è semplicità. Dori Freeman va alla ricerca di un country essenziale, dove prevalgono le parole sulla musica. La sua voce pulita e dall’apparenza innocente contrasta con i sentimenti espressi nelle sue canzoni. Le cover presenti sono riproposte in una forma più semplice ma rispettosa. Dori Freeman è una cantautrice che definirla country significa dare un limite alla sua musica. Il suo approccio è più moderno di quanto possa apparire ma non per questo slegato dalla tradizione americana. Letter Never Read è un ottimo album, nel quale trovare il gusto semplice delle canzoni tradizionali con un’attenzione particolare ai testi piuttosto che ad una ricerca musicale.

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Il cassetto della memoria

Cercando qualche nuova uscita da ascoltare, ho incrociato il nome di Ashley Monroe e non è stata la prima volta. Già nel 2015 il suo Blade mi aveva incuriosito dopo che lo avevo visto inserito tra i migliori album country di quell’anno. Ma come spesso mi accade non avevo ulteriormente approfondito la sua musica. Da qualche parte però, in un cassetto della memoria, il suo nome è rimasto fino a qualche tempo fa quando sono venuto a conoscenza del suo quarto album intitolato Sparrow. Ashley Monroe oltre alla carriera da solista, fa parte del trio country tutto al femminile Pistol Annies, con pezzi da novanta come Angaleena Presley e Miranda Lambert. Sparrow si presentava con tutte le carte in regola per ascoltare del buon country e così ho colto l’occasione al volo.

Ashley Monroe
Ashley Monroe

L’inizio è affidato alla bella Orphan, una triste ballata country. La voce cristallina della Monroe è capace di dare forma ed intensità al brano, lasciando trasparire le emozioni. Un ottimo inizio che cattura l’ascoltatore, “Nobody told me what I should do / When the world starts to rumble and shake under you / How does an orphan find its way home? / Reach out with no hand to hold / How do I make it alone?“. Hard On A Heart è un elegante canzone arricchita da un bel accompagnamento orchestrale. Un’incitazione a non arrendersi, un dialogo tra sé stessi ed il proprio cuore, “Heart, don’t give up on me now / We’ve got a long way to go / I know we’ve put in some miles, me and you / But I can still see the road“. Il singolo Hands On You fa leva sul fascino della voce della Monroe. Rimpianti d’amore e occasioni mancate fanno da sfondo ad una canzone sensuale, “I wish I was still half drunk / Still tangled up / Still making love / But instead I’m alone in bed with you in my head / Can’t get you out of my head / Mmm, mmm / My only regret“. La successiva Mother’s Daughter è malinconicamente country. Musica e voce si uniscono in una melodia dolce ed orecchiabile, rendendola una delle canzoni dell’album che preferisco, “When she was younger she was more like her father / Faithful and stronger / She was the light in his eyes / And she’ll deny it, but now that he’s no longer / She’s her mother’s daughter / Until the day she dies“. Si potrebbe dire lo stesso di Rita. Una canzone intensa che ancora una volta vede la presenza di un accompagnamento orchestrale eccezionale, mai sopra le righe. Da ascoltare, “How are you, Rita? / How are you, Rita? / Are you too tired to even try? / How are you, Rita? / Who’s got you, Rita? / I’m too in love to let it die“. In Wild Love, la Monroe torna a sfoderare il lato più sensuale della sua voce. Una canzone su un disperato bisogno di amare, piacevole da ascoltare, “I’m on a mission / I take what’s given / It’s rightfully mine / I will embrace it / I wanna taste it, ooh / Drowned in the wine / Wild love / Wash over me like Barcelona rain / Wild love / Take hold of me and I’ll never be the same“. This Heaven è una ballata romantica d’altri tempi. Un lento sentimentale che si affida ad un tappeto musicale ben collaudato ma sempre efficace, “This heaven that I’m holding don’t cost much of anything / You can hear the angels sing empty songs with broken wings / When a heart grows weary start lookin for the light / And when there’s nothin’ else to try, you keep searchin’ for a different high“. Seque I’m Trying To, pezzo country da tratti classici. Ancora una volta la Monroe dà spazio alle atmosfere tristi ma lascia trasparire una speranza attraverso la musica, “How long do you try before you let it die? / What do you need to know before you know? / Trying to read your mind is like driving when you’re blind / If only all this trying made it so“. Con She Wakes Me Up (Rescue Me), Ashley cambia marcia, infilando un vibrante country rock. Una canzone carica di amore e di gioia che lascia intravedere il lato più luminoso di questo album, “I love my baby, she’s the light of the world / She wakes me up with the sun in her eyes / She’s not perfect but she’s my little girl / And the night goes cold when she cries“. La successiva Paying Attention è un’altra bella canzone, che fa leva sui sentimenti. Sempre perfetto e gradevole l’accompagnamento orchestrale, che si dimostra una costante in questo album, “You promised i’d miss you when you walked away / You were right when you told me I’d be sorry someday / Well, I’m paying attention to you / Oh now, I’m paying attention to you“. Molto bella, a partire dal testo, Daddy A Told You. Una toccante canzone dedicata al profondo rapporto tra padre e figlia, “Daddy I told you I was gonna fly / I’d get out of that town alive / Don’t worry, I kept your name and your picture in a frame / Just like you, I got a lot in my heart / It won’t let me fall apart / I’ll always be your little girl / I love you more than this whole world“. Keys To The Kingdom chiude l’album. Un brano dolce e sognante, una ballata che ha il sapore della sera. Scelta musicale e canto si uniscono alla perfezione, “I was handed keys to the kingdom / I was given a haunted guitar / And it made me sing / Every song it ever wrote and then some“.

In definitiva Sparrow si è rivelato l’album che mi aspettavo e che volevo ascoltare. Ashley Monroe con la sua voce suadente e malinconica dà forma a tutto l’album. Ogni canzone trova la sua giusta collocazione e tutte vanno nella stessa direzione. Musicalmente la scelta di prediligere un accompagnamento orchestrale piuttosto che affidarsi ad uno più tipicamente country o pop, è molto azzeccata. Niente è sopra le righe in questo album e tutto procede per il verso giusto. Niente strappi o virtuosismi, come fosse una giornata serena in cui tutto va bene. Ecco, Sparrow, è adatto da ascoltare quella sera in cui non potevamo chiedere di meglio al giorno appena trascorso.

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Un fiore nel cemento

Sono passati cinque anni da quando, per una fortunata serie di coincidenze, sono incappato nella musica di Kacey Musgraves. L’album di allora, intitolato Same Trailer Different Park aveva fatto conoscere al grande pubblico questa cantautrice country americana. Con il successivo Pageant Material ha fatto il definitivo salto di qualità, ritagliandosi il suo spazio nel panorama country. La voce dolce e i testi a volte pungenti della Musgraves la hanno resa unica e riconoscibile. A tre anni di distanza dall’ultimo album la nostra cantautrice era attesa al varco. Il successo, si sa, ha il suo prezzo e per rimanere sulla cresta dell’onda è necessario fare delle scelte. Il nuovo Golden Hour era un album molto atteso nel quale si nutrivano grandi aspettative. Ma la domanda era soltanto una: Kacey Musgraves averebbe continuato a proporre il suo country oppure si sarebbe piegata ad un facile pop da classifica? La risposta è tutta in questo album. Conoscendo la Musgraves, però, ero sicuro che la risposta non sarebbe stata tanto scontata.

Kacey Musgraves
Kacey Musgraves

Slow Burn apre nel migliore di modi l’album. Un country pop autobiografico che ci introduce nelle nuove sonorità vagamente psichedeliche. Un invito a vivere la vita secondo i propri tempi, in un mondo che va sempre più di fretta, “I’m alright with a slow burn / Taking my time, let the world turn / I’m gonna do it my way, it’ll be alright / If we burn it down and it takes all night / It’s a slow burn, yeah“. Lonely Weekend ritorna su quelle atmosfere malinconiche che non sono mai mancate nella musica delle Musgraves. Un ritornello orecchiabile e fresco, che regala un momento di spensieratezza, “It’s a lo.. it’s a lo.. it’s a lonely weekend (So lonely) / It’s a lo.. it’s a lo.. it’s a lonely feelin’ without you / I guess everybody else is out tonight (Out tonight) / Guess I’m hangin’ by myself, but I don’t mind (I don’t mind) / It’s a lo.. it’s a lo.. it’s a lonely weekend, yeah“. Il singolo Butterflies svela una Kacey romanticona in un pezzo prevalentemente pop, dal retrogusto di inizio millennio. Un brano colorato e forse eccessivamente sentimentale ma funziona, “Kiss full of color, makes me wonder where you’ve always been / I was hiding in doubt, ‘til you brought me out of my chrysalis / And I came out new / All because of you“. L’intro di Oh, What A World con la voce distorta lascia presagire una svolta elettronica ma non è così. La canzone continua poi sulle sonorità in linea con il resto dell’album, declamando una sorta di amore cosmico, “Oh, what a world, don’t wanna leave / All kinds of magic all around us, it’s hard to believe / Thank God it’s not too good to be true / Oh, what a world, and then there is you“. Mother, scritta sotto gli effetti del LSD, dura poco più di un minuto ma è una delle più intense dell’album. Poche parole e un pianoforte che accompagna la voce delicata della Musgraves. Una canzone apparentemente semplice ma sorprendentemente forte, “Wish we didn’t live, wish we didn’t live so far from each other / I’m just sitting here thinking ‘bout the time that’s slipping / And missing my mother, mother / And she’s probably sitting there / Thinking ‘bout the time that’s slipping“. La successiva Love Is A Wild Thing è forse la canzone più country di questo album. Rassicurante e malinconica quanto basta, farà contenti i fan della prima ora, “Running like a river trying to find the ocean / Flowers in the concrete / Climbing over fences, blooming in the shadows / Places that you can’t see / Coming through the melody when the night bird sings / Love is a wild thing“. A dispetto del titolo, Space Cowboy, non ha nulla a che fare con mandriani intergalattici. Una ballata sulle difficoltà dell’amore arricchita da suoni distorti che sottolineano l’anima psichedelica dell’album, “You look out the window / While I look at you / Sayin’ I don’t know / Would be like saying that the sky ain’t blue / And boots weren’t made for sitting by the door / Since you don’t wanna stay anymore“. Non so perché ma Happy & Sad una delle canzoni che preferisco di questo album. Non sarà la migliore, sarà eccessivamente zuccherosa, però a me piace. Il suo ritornello così liberatorio e solare, il suo stile un po’ anni ’90 ha un nonsoché di nostalgico, “Is there a word for the way that I’m feeling tonight? / Happy and sad at the same time / You got me smiling with tears in my eyes / I never felt so high“. Velvet Elvis è il primo dei due brani nel quale ogni traccia di country viene accantonata per un attimo a favore di ritmi più pop. Il suo contenuto leggero e il beat piuttosto pompato fanno scivolare via questa canzone senza particolari sussulti, “I don’t really care ‘bout the Mona Lisa / I need a Graceland kind of man who’s always on my mind / I wanna show you off every evening / Go out with you in powder blue and tease my hair up high“. Wonder Woman è un gradevole brano pop dal ritornello fresco ed estivo. Una canzone dove si ammettono le proprie debolezze, smontando l’immagine di una donna perfetta e sicura di sé in amore, “‘Cause, baby, I ain’t Wonder Woman / I don’t know how to lasso the truth out of you / Don’t you know I’m only human? / And if I let you down, I don’t mean to / All I need’s a place to land / I don’t need a Superman to win my lovin’“. Poi c’è High Horse. Una canzone in stile Daft Punk, che ha diviso i fan. Personalmente trovo sia una buona canzone ma sono contento che sia l’eccezione all’interno di questo album. Forse è l’unica canzone nella quale si può ritrovare lo stile pungente che ha caratterizzato in passato le canzoni della Musgraves, “I bet you think you’re first place / Yeah, someone should give you a ribbon / And put you in the hall of fame / For all the games that you think that you’re winning“. La title track Golden Hour è la classica canzone d’amore romantica e carica di buoni sentimenti. La classe e l’eleganza della voce sono indiscutibili e il resto viene da sé, “Baby don’t you know? / That you’re my golden hour / The color of my sky / You’ve set my world on fire, yeah / And I know, I know everything’s gonna be alright, mhm“. Chiude l’album la straordinaria ballata Rainbow. Rassicurante e commovente, questa canzone è da inserire tra le più belle di questa artista. Un pianoforte e un testo che faranno palpitare i cuori più sensibili, “Well, the sky is finally opened, the rain and wind stopped blowin’ / But you’re stuck out in the same old storm again / You hold tight to your umbrella, but darlin’ I’m just tryin’ to tell ya / That there’s always been a rainbow hangin’ over your head“.

La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando Golden Hour è una frase della stessa Kacey Musgraves, contenuta nella sua canzone Dime Store Cowgirl, che recitava: “You can take me out of the country / But you can’t take the country out of me“. Si potrebbe accusarla di non aver tenuto fede a quella dichiarazione ma io penso che sia invece l’opposto. Kacey Musgraves ha abbracciato sonorità più pop, arrivando anche ad abbandonare completamente quelle country (come con High Horse). Ma in qualche modo, per certi versi sfuggente, è riuscita ad essere la Kacey Musgraves che abbiamo sempre conosciuto. Il country c’è, è rimasto dentro di lei, sottotraccia. Ma voler assegnare a tutti i costi un genere o uno stile ad un album come questo è spesso una grande perdita di tempo. Io ho ritrovato la Kacey Musgraves che conoscevo ed è abbastanza per dire che Golden Hour mi piace, con i suoi difetti. In conclusione Golden Hour è un album che dimostra ancora una volta il talento di questa cantautrice.

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Cuore solitario

Un paio di anni fa è passato da queste parti un album davvero eccezionale, intitolato Honest Life della cantautrice americana Courtney Marie Andrews. Quell’album è finito dritto tra i migliori del 2016 e ancora oggi lo ascolto più che volentieri. A soli ventisette anni, quest’anno ha pubblicato il suo settimo album, May Your Kindness Remain. Non ho avuto bisogno di singoli o preview varie per decidere cosa fare. Non ho esitato ad ascoltare questo album nonostante abbia letto recensioni discordanti in merito. Ma in genere non mi lascio condizionare, soprattutto se si tratta di un artista che già conosco, e quindi ecco qui May Your Kindness Remain tutto da scoprire canzone dopo canzone.

Courtney Marie Andrews
Courtney Marie Andrews

La titletrack May Your Kindness Remain apre l’album. Un organo in sottofondo lascia spazio alla voce melodiosa e potente della Andrews. Una riflessione sulla ricchezza dei sentimenti e non dei beni materiali con un piglio più soul che in passato, “And if your money runs out / And your good looks fade / May your kindness remain / Oh, may your kindness remain“. La successiva Lift My Lonely From My Heart torna ad affrontare il tema della solitudine, da sempre caro alla Andrews. Una canzone che ricalca gli schemi più classici del country ma che gode della sua emozionante voce, “When morning comes, whistling comes a bluebird / While I try to find a will to wake / My loneliness, it blurs the days together / My loneliness, it pushes you away“. Two Cold Nights In Buffalo è un country on the road che richiama le sonorità del precedente album. Una carrellata di immagini di un America che si allontana da quel sogno che si è costruita, “Snowy prison out on Main Street, heaters hang from the cells / A bum searches for shelter, so cold he dreams of hell / It’s that American Dream dying, I hear the whispers of each ghost / Of a wealthy man who once died in downtown Buffalo“. Rough Around The Edges è una ballata solitaria alla quale la Andrews non è nuova e accetta di guardarsi dentro e confidarsi a chi l’ascolta. La sua voce è veicolo di sentimenti ed emozioni come poche sanno fare, “Curtains closed so I can sleep in late / Nothin’ on the TV, but it always plays / Dirty dishes, buds in the ash try / Don’t feel like pickin’ up the damn phone today“. Border vede la cantautrice americana alle prese con un country blues rilassato ma ruvido. Non è un cambio di ritmo ma solo una variazione sul tema principale dell’album, peraltro ben riuscita, “There is always a reason / A story to tell / But you cannot measure a man until you’ve been down the deepest well“. Si ritorna alle ballate con Took You Up. Un piano forte e delle chitarre distorte accompagnano il canto della Andrews. Ancora la malinconia e la solitudine sono al centro di una canzone, sono parte di lei, “Good friends, good company / In every corner of this country / But none of them quite get me / The way you get me / Long drives through the countryside / Cheap motels, diners, and dice / Callin’ numbers on the billboard signs / See who picks up on the other line“. This House è ancora una ballata che si ispira agli scorci che una casa può offrire. Immagini confortanti, forse imperfette ma sincere evocate da un testo poetico, “The faucet might leak, the staircase might creak / The heater takes a while to kick in / But there’s a whole lot of laughter and love / This house, this house is our home“. Ancora la gentilezza in Kindness Of Strangers un vibrante soul dal animo country. Cercare di essere sempre gentili non è affatto facile e Courtney Marie Andrews lo sa bene, “People come and people go / And some will make their mark / Like an iron to the bowl / A cymbal in your heart / And the ones that stick around / Are the hardest ones to find / And if you can’t find the closest / You need the kindness to survive“. I’ve Hurt Worse è una deliziosa poesia in musica sulle difficoltà dell’amore. Poche frasi che si ripetono, dove ritornello e strofe quasi si confondo ma che danno la misura del talento della Andrews, “I like when I have to call you a second time / It keeps me wondering if you are mine / Mother says we love who we think we deserve / But I’ve hurt worse, I’ve hurt worse“. L’ultimo brano dal titolo Long Road Back To Home è una lunga ballata notturna. Lo stile è quello tipico di questa cantautrice ma con ancora sfumature soul che toccano, delicatamente, le corde giuste del cuore, “Call me when you get to Austin / When you’re fillin’ up at that Chevron station / Get yourself a coffee and power through / It’s a long, long road back to you“.

Riguardo a May Your Kindness Remain ho letto che il suo punto debole è la poca varietà nelle tonalità ed è vero ma solo ad un ascolto superficiale. Ad ogni ascolto emerge sempre qualcosa di nuovo, nuove sfumature e sensazioni. Le tematiche ricorrenti, come la solitudine, non offrono molti colori alla sua tavolozza ma Courtney Marie Andrews se li fa bastare, sfruttando il suo talento. Chi lo definisce monocorde non ha compreso, o semplicemente non può comprendere, quel sentimento di fondo che pervade l’album, il quale lascia spazio a poco altro. May Your Kindness Remain è un album mosso profondamente dai sentimenti dove l’attenzione non si concentra sulla canzone fine a sé stessa ma sulla volontà di trasmettere un brivido di empatia che un ascolto affrettato non può provocare. In conclusione Courtney Marie Andrews ci regala un album meno immediato del precedente ma ancora più profondo e personale.

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Due cuori ribelli

Sono passati otto anni dall’esordio delle First Aid Kit, intitolato The Big Black And The Blue. Il successo lo hanno trovato però due anni dopo con The Lion’s Roar segnando, di fatto, una pietra miliare nel panorama folk di nuova generazione. Le sorelle Söderberg, Johanna e Klara, originarie della Svezia, hanno dato nuova linfa al country folk americano nella Vecchia Europa, spingendo altri giovani artisti a seguire le loro orme. A quattro anni di distanza dall’ultimo Stay Gold, che le vedeva alle prese con un sound più pop, le First Aid Kit hanno pubblicato lo scorso mese il nuovo album, intitolato Ruins. Un atteso e gradito ritorno che si preannunciava come decisivo per la crescita delle due sorelle e così è stato.

First Aid Kit
First Aid Kit

L’album inizia con Rebel Heart, un brano che ricalca lo stile unico delle First Aid Kit ma che allo stesso tempo introduce nuovi elementi nella loro musica. Unica costante l’inimitabile voce di Klara, “I don’t know what it is that makes me run / That makes me wanna shatter everything that I’ve done / Why do I keep dreaming of you? / Why do I keep dreaming of you? / Is it all because of my rebel heart?“. Il singolo It’s A Shame è una colorata cavalcata folk pop. Le due sorelle cantano all’unisono, dando vita ad una delle canzoni più godibili di questo album. Una riflessione sulla vita e sul passato, nella quale si intravede la sopraggiunta maturità del duo, “Tell me it’s okay / To live life this way / Sometimes I want you to stay / I know it’s a shame / Shame / Shame“. Spazio al romanticismo con la bella Fireworks. Johanna e Klara si alternano nel canto, intessendo un lento d’altri tempi. Una canzone malinconica e disperata, realizzata splendidamente, “I could have sworn, I saw fireworks / From your house, last night / As the lights flickered and they failed / I had it all figured out“. Con Postcard, le First Aid Kit ritornano al loro primo amore, il country folk. Un brano c’è cattura per la sua leggerezza e sincerità, con quella vena triste che dà quel qualcosa in più, “I wasn’t looking for trouble but trouble came / I wasn’t looking to change, I’ll never be the same / But that’s not what you make it, baby“. La ballata To Live A Life esprime tutta la forza della loro musica. Per quasi tutta la sua durata è accompagnata da una chitarra acustica che priva il brano di qualsiasi distrazione, lasciando spazio alla voce magnetica di Klara, “Well I’m just like my mother / We both love to run / Chase impossible things / Or unreachable dreams / Lie awake in the night / Thinking this can’t be right / But there is no other way / To live a life alone / I’m alone now“. My Wild Sweet Love le sorelle Söderberg ripropongono le trame delle loro canzoni migliori. Lo fanno senza ripetersi, forti di essere oramai una certezza è non più delle esordienti, “Will I know what this all means / When we’re a hazy memory / With all the colors of a dream / My wild sweet love / My wild sweet love“. Distant Star è un altro pezzo folk pop nelle loro corde. C’è come un scambio di luce ed oscurità nelle melodie di questa canzone, oltre alla consueta sintonia tra le due sorelle, “You’re a distant star / My darling you’re so far away / You were never meant to stay / I reached out to see / If you’re still here with me / Maybe we could have made it easy / Could we“. La title track Ruins è un brano sulle difficoltà dell’amore. Una canzone dalle melodie morbide e tristi nella quale si mescolano le due voci, “Ruins / All the things we built assured that they would last / Ending months ticket stubs, and written notes and photographs / Where are you and here somewhere I cannot go / I’m sorry / I am / But I don’t take it back“. Hem Of Her Dress è una canzone scritta di getto, ispirata dalla musica dei Neutral Milk Hotel. Le First Aid Kit sono riuscite a coglierne la spontaneità, tratto distintivo della band di Jeff Mangum, “So I am incomplete / So loud, and so discreet / You tried to pinpoint me / I guess that was your mistake / Too much whiskey / Too much honey, too much wine / I learned some things never heal with time“. Nothing Has To Be True chiude l’album con le consuete atmosfere accorate e intense. Una ballata rock, impreziosita dalle voci delle sorelle. Un testo maturo, una riflessione sulla vita, “Now I feel so far away / From the person I once was / I thought love was enough / You can tell yourself so many things / And nothing has to be true“.

Ruins è un album che guarda al futuro ma che lascia anche spazio al passato della band. Un album nel quale le due sorelle Söderberg si dimostrano donne, nei testi più maturi e nelle scelte musicali. Per questo album si sono circondati da musicisti del calibro di Peter Buck (R.E.M), Glen Kotche (Wilco), McKenzie Smith (Midlake) ed Eli Moore (LAKE). La voce di Klara appare più libera, meno rigida che in passato, meno in contrasto con quella della sorella Johanna. Ruins vede le First Aid Kit allontanarsi e riavvicinarsi, come un pianeta intorno al suo sole, al folk americano degli esordi. Nuove soluzioni musicali le spingono in territori più pop ma le melodie e l’anima di queste due ragazze resta legata al country. Ruins si candida come uno dei migliori di quest’anno, consigliato anche a chi non conosce ancora questo duo svedese.

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