La felicità di essere triste

Ogni tanto capita che vado alla ricerca di qualcosa di nuovo da ascoltare e senza pensarci troppo scelgo un album piuttosto che un altro. Difficilmente mi capita sottomano qualcosa che non mi piace per niente, anche perché cerco di restare il più vicino possibile ai miei generi preferiti. In una delle mie ultime ricerche il nome di Emily Fairlight mi è balzato all’orecchio piuttosto all’improvviso e il suo secondo album Mother Of Gloom è finito dritto nella mia collezione. Questa cantautrice neozelandese mescola le sonorità del folk americano e quelle del più moderno cantautorato alternative, il tutto tenuto insieme da una voce unica e interessante.

Emily Fairlight
Emily Fairlight

L’album si apre con la magnetica Body Below. La voce vibrata della Fairlight sarà una costante di questo album, delineandone la sua atmosfera oscura ma anche fortemente emotiva. Un inizio che ci spinge con forza verso il proseguo delle album. Più leggera ma ugualmente intensa, Drag The Night In, risulta essere una delle più orecchiabili dell’album. C’è eco anni ’90, una spinta verso quel indie rock ancora giovane contaminato dal folk americano. Segue la malinconica The Escape accresce quella sensazione di trovarsi di fronte ad un album fortemente ispirato e diretto. Emily Fairlight seppur affidandosi a ritmi e melodie semplici, riesce sempre a toccare le corde giuste. Water Water è una ballata country folk davvero ben scritta e interpretata. La voce della Fairlight si fa ancora più magnetica e carica di sentimento, trovando il suo apice in un finale liberatorio. Una delle canzone che preferisco. Da ascoltare. Una lenta ballata, avvolta dalle note delle chitarre, si cela sotto il titolo di Private Apocalypse. Ancora una volta il ritmo delinea l’anima del brano, scivolando via lento sulle note di una fisarmonica. The Desert è un intermezzo praticamente strumentale di un paio di minuti che spezza in due l’album. La successiva Time’s Unfaithful Wife riprende il passo cadenzato e trascinato dell’album. Emily Fairlight fa vibrare questa canzone come le corde della chitarra. Sinking Ship vira verso sonorità rock. Una ballata dove spazzole e chitarre distorte, cullano l’ascoltatore in un’atmosfera intima e confidenziale. Sembra calare la notte sull’album. The Bed si distingue per un bella melodia guidata dal suono di una fisarmonica. Un brano dal fascino europeo, che richiama emozioni malinconiche e un po’ nostalgiche, grazie al solitario suono della tromba. Segue Nurture The Wild che apre l’orizzonti e fa, si fa per dire, respirare l’album. Emily Fairlight svela un lato più delicato e meno oscuro, allietato dal suono familiare del banjo. Loneliest Race si srotola lenta, tra il suono delle trombe e la chitarra acustica. Un procedere lento che si propone essere un po’ il manifesto dell’album che si conclude con la successiva Breathe Baby Breathe. Poco più di un minuto dove la voce della Fairlight vuole lasciare che sia il suono delle parole a fare la canzone, più del loro significato.

Mother Of Gloom è un album che va ascoltato lasciandosi trasportare dalla lenta corrente del fiume nel quale è immerso. Emily Fairlight dimostra di essere sbocciata definitivamente in questo suo secondo disco e di aver trovato uno stile del tutto personale. Se da una parte assistiamo ad uniformazione nello stile di un certo tipo di cantautorato moderno, qui Emily riesce a distinguesi grazie ad una vicinanza alla tradizione americana, soprattutto nella scelta degli strumenti. Si nota anche una propensione a sfruttare la ritmica per dare corpo alla canzone e non ridurla a semplice accompagnamento. Mother Of Gloom richiede molteplici e pazienti ascolti per poterlo apprezzare fino in fondo ma ripaga pienamente l’impegno.

Sito Ufficiale / Facebook / Bandcamp

Annunci

Mi ritorni in mente, ep. 56

Non sono mai stato un fan della musica jazz ma devo ammettere che mi mette di buon umore. Ho sempre pensato che questa musica sia solo “per chi se ne intende” e ne apprezza la tecnica e l’abilità dei suoi interpreti. I festival jazz abbondano qui in Italia (anche se non sempre si tratta di jazz in senso stretto) e ne deduco che sia piuttosto apprezzata. Dal canto mio, come ho scritto sopra, non sono un appassionato di questo genere anche se non gli manca niente per farsi piacere. Spesso esprime buoni sentimenti, ha attraversato generazioni di artisti rimanendo pressoché intatto ed è piacevole da ascoltare. Forse è proprio la sua apparente leggerezza che mi impedisce di provare quel bisogno di esplorare che provo per altri generi. Anche la sua sconfinata discografia mi mette a disagio. No saprei da dove iniziare.

Si dà il caso che diverso tempo fa, forse perfino lo scorso anno, mi sono imbattuto nel nome si Sarah McKenzie, cantautrice jazz australiana. Dopo qualche ascolto, la sua musica è rimasta da parte per un po’ in attesa di non so cosa. Dopo l’estate ho deciso di provare qualche genere un po’ diverso dai miei soliti (che ammetto essere abbastanza variegati ma non troppo), per vedere cosa sarebbe successo. Ed ecco che il jazz di Sarah McKenzie e il suo ultimo album Paris In The Rain mi sono tornati in mente. Non farò una recensione perché non ne sarei in grado ma mi limiterò ad ascoltare l’album e farlo ascoltare a voi. Devo dire che Paris In The Rain è davvero un buon album, mi piace e, sì, mi mette di buon umore. Non ho idea se sia un buon album jazz oppure no, non mi interessa. A me piace. Non è escluso che tornerò ad ascoltare qualcos’altro di Sarah McKenzie in futuro e forse potrei aver trovato un punto per iniziare ad esplorare la musica jazz anche se sono ben lungi da considerami un suo fan. Ma chissà magari un giorno…

Il vasetto del miele

A distanza di un anno dal debutto intitolato Please Be Mine, la cantautrice americana Molly Burch è tornata con First Flower. Il suo stile un po’ retrò aveva incantato critica e pubblico, facendosi apprezzare anche dal sottoscritto. Si dà il caso che Please Be Mine abbia avuto una vita piuttosto breve per quanto mi riguarda ed è finito presto nel mio personale dimenticatoio. Ma più per colpa mia che della giovane Molly Burch. Ho colto così l’occasione del secondo album per riscoprire la sua musica e provare di nuovo a vedere che sarebbe successo. La sensazione ascoltando i primi singoli era quella di un avvenuto cambio di sonorità, non troppo marcato ma comunque apprezzabile.

Molly Burch
Molly Burch

L’album inizia con Candy, un brano indie pop che anticipa le tematiche sentimentali dell’album. Le chitarre e la voce morbida della Burch, qui in bella mostra, saranno le colonne portanti di questo album, “Why do I care what you think? / You’re not my father / Don’t even bother, don’t bother me / Why do I like how you look? / You look like candy / You don’t understand me, don’t understand me“. Wild prosegue sulla stessa linea, affondando ancora di più le mani nel vasetto del miele. Il canto appare imperturbabile ma non freddo, avvicinandosi allo stile delle cantautrici di nuova generazione, “Wishful thinking’s got me blinded / Got me losing all control / It’s in my nature to be guarded / I wish I was a wilder soul / I wish I was a wilder soul“. Dangerous Place rispolvera il sound vintage pop dell’esordio. Molly Burch usa la voce con maestria, trasformandola in un vero e proprio strumento, trattando il tema dell’amore con intelligenza e creatività, “How did I not say it? / This is a dangerous place / How did I miss it? / This is a dangerous space / I hope I learn from my mistakes / I hope I forgive myself one day“. La title track First Flower richiama sonorità vagamente folk. Romanticismo e dichiarazioni d’amore si sprecano come nelle vecchie canzoni. L’approccio indie e moderno della Burch danno nuova linfa ad un altrimenti polveroso sound, “Just like the first flower that blooms in spring / To me you are, you are my everything / I like the way you hold me / Hold me, don’t let go / You don’t have to tell me, baby / I already know“. La successiva Next To Me è un lento, manco a dirlo, romantico. La chitarra resta la protagonista indiscussa insieme alla voce unica della Burch, “Love of mine / I kiss you goodnight / And then you turn over / Like it’s the end of your life / I just want to do everything with you / Is that so bad? / Honey, is that so bad?“. Good Behavior rallenta ancora, mettendo in luce le difficoltà nel portare avanti una relazione. La voce è guida la melodia di uno dei brani più orecchiabili di questo album, “How can I explain myself / When I can hardly control it well? / Do I need time, do I need a savior? / Will I ever know good behavior?“. Without You prova a mescolare le carte in tavola senza stravolgere il mood del disco. Molly Burch gioca con il suono delle parole e prova ad aggiungere un po’ di brio all’atmosfera, “You are my guiding light / How would I survive? / I don’t know what I would do without you by my side / You tell me what I don’t / I always want to know / I don’t know what I would do without you / I don’t know what I would do without you by my side“. Il singolo To The Boys vuole sottolineare la personalità dell’artista, come a voler dire ‘prendere o lasciare’. Un brano che segna una variazione sul tema principale dell’album, “I don’t need to scream to get my point across / I don’t need to yell to know that I’m the boss / That is my choice / And this is my voice / You can tell that to the boys / (You can tell that to the boys) / You can tell that to the boys“. True Love, come da titolo, riprende il discorso interrotto. Una vera e propria canzone d’amore, semplice e lineare, che vuole essere un piacevole ascolto, “Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby / Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby“. La successiva Nothing To Say affronta la fine di un amore. Molly Burch canta con la sua consueta voce morbida, fatta di alti e bassi. Una bella canzone, tra le migliori di questo album, “I loved you in the morning / I loved you in the evening / The thought of you kept me going / Even when you were leaving / You left me high and dry / Didn’t even say goodbye / The worst part of it all / Was how hard I used to fall“. Every Little Thing chiude l’album. Una lunga ballata e forse la prima vera e propria canzone triste del disco. Molly Burch rimane sul classico e non rischia sperimentazioni indie. Con questa, si potrebbe dire che l’album è giunto al suo compimento definitivo, chiudendo un ipotetico cerchio, “All the days I do try to be good / And so kind / Sometimes it is hard to live / That is why we must forgive / Every little thing / Every little thing / For every little thing we’ve done“.

First Flower, come il suo predecessore, non è affatto un ascolto semplice. Non perché abbia testi o musiche particolarmente complesse o sperimentali, tutt’altro. I testi sono spesso retorici, volutamente scontati, che richiamano il passato. La musica fa altrettanto, anche se in maniera più contenuta. Si tratta della sua natura un po’ monotona e svogliata che rende l’album poco immediato per un orecchio distratto. Molly Burch non sembra voler catturare l’attenzione di chi ascolta ma piuttosto farlo perdere in un’atmosfera irreale ed eccessivamente romantica. First Flower si contrappone al precedente Please Be Mine, più triste e schivo, ma conserva appieno lo stile apparentemente immutabile della Burch, che però sta virando verso un cantautorato moderno non molto distante, ad esempio, da quello di Angel Olsen. In definitiva First Flower è un buon album che solo il tempo saprà dirci se sarà destinato anche lui al dimenticatoio oppure no.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram  / Bandcamp

Fuori dal tempo

Colter Wall, giovane cantautore canadese, ha esordito con uno degli album country più belli dello scorso anno, intitolato appunto Colter Wall (Questo vecchio ragazzo). Qualche settimana fa è tornato con un nuovo album, Songs Of The Plains, dal quale era lecito aspettarsi nient’altro che dell’ottimo country. Perché Colter Wall, con la sua voce unica e quasi irreale per i sui ventitré anni, è nato per fare country. La sua musica sembra non avere età, ancorata a schemi piuttosto rigidi e consunti ma in grado di conservare un fascino del tutto particolare. La prova del secondo album non si è fatta attendere, a Colter Wall bastano una chitarra e poche note per cominciare il viaggio.

Colter Wall
Colter Wall

Plain To See Plainsmen apre l’album. Una bellissima ballata, una dichiarazione d’amore per la sua amata terra. La voce di Colter Wall sembra scavare profonda nella memoria e tirare fuori sensazioni e ricordi così vividi che sembra di vederli, “Let me die in the country that I love the most / I’m a plain-to-see plainsman, and this I will boast / A heart that lies far from the East or West Coast / This plain-to-see plainsman is longin’ for home / Longin’ for home“. Saskatchewan In 1881 rievoca un mondo la vita era dura e non si esitava a sfoderare una rivoltella per difendersi dall’ennesima ingiustizia. Wall sembra poter viaggiare nel tempo, “Mr. Toronto man, go away from my door / You’ve got my wheat and canola seed, you’re askin’ me for more / Better fly ‘fore I produce my .44“. La successiva John Beyers (Camaro Song) racconta una storia di vendetta. Questo Beyers non la passerà liscia, chi canta non smetterà di dargli la caccia finché non avrà pagato con la vita. Cose che succedono, “John Beyers blew three holes in my ride / He put two in the tires and one in the side / Side panel of my 1969 / Camaro, and so it’s John I must find“. Wild Dogs è una cover dell’originale di Billy Don Burns. Una lenta ballata carica di nostalgia di un passato di uomini liberi e giovani. Colter Wall riesce ad essere ancora più intenso dell’interpretazione di Billy Don Burns, un prova incontrovertibile del suo talento, “We’d go runnin’ through the forest with the grace of an eagle / With the freedom of the wind and the strength of our youth / Just like our old friend the Indian, we’d only kill to feed ourselves / Or to protect those we loved from danger“. Calgary Round-Up è una canzone di Wilf Carter, storico cantautore country canadese. Colter Wall trasforma in una ballata il più gioioso yodel dell’originale. Il risultato la ringiovanisce soprattutto musicalmente, “We’re a jolly bunch of cowboys and we hope you are the same / We have no cares, the laws we seldom heed / Come gather in our circle and we’ll sing this round-up song / Headin’ for the Calgary Stampede“. Night Herding Song è una canzone country tradizionale. Solo voce o quasi, per un brano che incarna tutto lo spirito di questo genere. La vita è dura, sembra voler dire, “Oh say, little dogies, why don’t you lay down? / You’ve wandered and trampled all over the ground / Lay down, little dogies, lay down“. Wild Bill Hickok racconta le imprese del pistolero fuorilegge James Butler Hickok. In poco meno di tre minuti, Colter Wall, riesce a condensare la sua spericolata e leggendaria vita, “Wild Bill was born in Illinois on dry and fertile land / Pioneer of pistol ears and a dead shot with each hand / Claim he was the quickest, there’s few who’d ill-agree / If you were yet to saw this plainsman draw, still breathe like you and me“. The Trains Are Gone dipinge un paesaggio dimenticato. Basta poco, davvero poco, a questo cantautore per evocare luoghi spesso lontani da chi ascolta, “I know I’m young, I know I’m young / I’ve seen too few a settin’ sun / But the more I run the changes come / Swift as a freight train, the kind that’s gone“. Thinkin’ On A Woman sembra venire direttamente da un’epoca passata, dove tutto era più semplice e chiaro. Eppure è una canzone originale di Wall ma che riesce a cogliere le atmosfere di un tempo, “He’s been singin’ sad songs / Thinkin’ how she’s long gone / He’s treatin’ those that love him wrong / He’s ornery as the night is long / He’s been singin’ sad songs / Thinkin’ how she’s long gone / Thinkin’ on that woman / Thinkin’ on that woman“. Manitoba Man è un’altra ballata di grande impatto dove il viaggio e la vita si fondono, quasi fossero la medesima cosa, “But my time is past due and I ought to be movin’ along / I’ve been kickin’ my feet, wanderin’ these streets for too long / My good gal, she tells me she’s dreamin’ of raisin’ a son / But my time is past due, I ought to be movin’ along“. L’album si chiude con la tradizionale Tying Knots In the Devil’s Tail. Questo brano vede la partecipazione di Blake Berglund, anche lui canadese come Wall. Una canzone che rappresenta una spensierata eccezione in questo album, dove alcuni cowboys fanno fare una brutta fine nientemeno che al diavolo in persona, “So if you’re ever up in the Sierry Petes / And you hear one hell of a wail / Know it’s that Devil a-bellowin’ ‘round / About them knots in his tail / You’ll know it’s that Devil a-bellowin’ around / About them knots in his tail“.

Muovendosi tra brani originali, cover e canzoni tradizionali,  Colter Wall riesce sempre a trasportare l’ascoltatore in un mondo fatto di storie. Songs Of The Plains vuole essere proprio questo, un viaggio, fatto di parole e musica, che attraversa la sua terra giunge fino a noi. Colter Wall sembra sbucare dal passato, l’ultimo cavaliere rappresentate di un genere musicale che ha subito profonde trasformazione con il passare degli anni. L’impressione è quella di trovarsi davanti ad un incorruttibile anima country fuori dal tempo ma del quale si sente di averne un inconsapevole bisogno. Songs Of The Plains è un album nel quale Colter Wall riesce a dare il meglio di sé, dando l’impressione di poter scrivere e cantare canzoni come queste per il resto dei suoi giorni.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram

Un bel niente

Risale al 2015 l’EP d’esordio della cantautrice Kaity Dunstan, conosciuta con il nome di Cloves, intitolato XIII (Fragile). Questa ventiduenne australiana ha aspettato tre anni per mettere alla luce il suo primo album intitolato One Big Nothing, uscito lo scorso settembre. Anche se quello di Cloves non è strettamente vicino ai generi musicali che preferisco, è innegabile il fatto che questa ragazza abbia una voce davvero eccezionale. Inoltre, ogni tanto, non disdegno qualche incursione in territori musicali nei quali non sono particolarmente ferrato. Fin dai primi estratti, One Big Nothing, era un chiaro prosieguo di XIII e dunque ero sicuro che ci avrei trovato la stessa sua energia e lo stesso fascino un po’ soul, un po’ rock, un po’ alternative.

Cloves
Cloves

L’iniziale Bringing The House Down detta il ritmo dell’album, svelando ci tutto il fascino della voce calda di Cloves, capace di essere sia delicata che graffiante. Un mix di stili in equilibrio tra loro, “I can see it burning out / And I won’t stop trying to fuel that fire in you / Feel it burning out / And I won’t stop trying to keep that fire burning“. Wasted Time è una ballata rock che racchiude quel malessere che fa da sfondo all’album. La Dunstan modula la voce, affondando e levando la lama in una ferita ancora aperta, “And I’m cruel to be kind / Don’t like it but you let it down / But you let me down / You’re not on my mind / Don’t like it but you let go / ‘Cause you’ll never know“. Better Now sembra esprimere un momento di pace interiore ma troppo fragile per durare. Bordate di chitarra spezzano l’incanto creato ad arte, contrastando con il resto del brano. Da ascoltare, “Then I hear you leave / And I’m happy / Just for a moment I’m free / Then it dawns on me / Then our time has passed / Now it won’t last / And I’m getting nowhere fast / That’s a fact“. Con California Numb, la Dunstan, affonda le unghie con un rock bello tirato. La sua voce si adatta morbida ad ogni forma che la musica le presenta, mantenendo una venatura di rabbia apparentemente insanabile, “I’m just a face in the crowd / We took a life for a ride / I’m California numb, and I’m damaged by the sun / If you could only see me now / You can hear the punchline / That I don’t like my face / Or how I’m turning out“. Pulsazioni rock, aprono la bella Hit Me Hard. Cloves confeziona uno dei brani più immediati e orecchiabili dell’album con echi anni ’90, “And I’m an honest drunk / We’ve got a lot to talk about / You were everybody’s sign / It’s funny how it’s working out“. Frail Love, è uno delle due canzoni provenienti dal precedente EP. Una splendida ballata pop, cucita sui virtuosismi, mai eccessivi, della voce delle Dunstan. Una canzone di una purezza disarmante, dimostrazione di un innato talento, “But I can’t live it like I’m living / I can’t live a lie / I’m giving up more than I should / Forgive me for my frail love / And I can’t live it like I’m living / I can’t wait up nights / So tell me once and it’s enough / Forgive me for my frail love“. Con Kiss Me In The Dark , Cloves affronta la propria sessualità, con sensibilità e altrettanta energia. Questa giovane cantautrice interpreta il brano con una sicurezza e determinazione invidiabili, “It’s been a while since somebody made me gay / It’s not a simple love affair / And I hope that you know, you won’t stop me coming over / ‘Cause I feel better when you’re there“. La successiva Up And Down sottolinea il tema portante dell’album. Cloves ammalia con la sua voce, muovendosi sinuosa tra sferzate rock e i ritmi della ballata, “Now I’ve wasted the day / Made no plans by to slowly waste away / And over and over, it never ends / And I guess I’ll just get back into bed“. Anche Don’t You Wait arriva direttamente dal suo EP. Un’altra ballata rock con un tocco soul dato dalla voce della Dunstan. Tutte le sue peculiarità le potete trovare qui, “Do me a favor just keep me near / Don’t you remember when you said what I wanted to hear? / I’m not so clever, but I know it’s real / If I left without you I don’t know if I’d ever heal“. Chiude l’album la title track One Big Nothing. Le chitarre sostengono la fragilità delle voce di Cloves, spezzata da un sentimento difficile da spiegare, “Looking back over my shoulder / I fear you’re not far behind / And every day you’re getting closer / Am I out of time? / Will anybody even notice / The blood all over my eyes? / ‘Cause it’s bringing into focus“.

One Big Nothing è un album nel quale viaggia sottotraccia un malessere, un profondo vuoto difficile da colmare. Cloves prova a dare voce (e che voce) a qualcosa che non sì può racchiudere in una sola canzone. I vari aspetti della sua musica e dei suoi testi spingono tutti in questa direzione. One Big Nothing non è un album leggero nei contenuti ma con il suo modo di presentarsi, così accattivante e un po’ maledetto, aiuta a sopportare un altrimenti difficile percorso interiore. La giovane Kaity Dunstan gioca, o forse no, con un atteggiamento un po’ disfatto e decadente. Qualunque che sia l’origine di tutto questo, Cloves dimostra di essere artisticamente più matura della sua età e di non avere nulla da invidiare alle colleghe ben più note di lei. One Big Nothing è una prova maiuscola che può rappresentare l’inizio di una carriera interessante.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube

Ma come fanno i marinai…

Kelly Oliver è stata tra le prime cantautrici con le quali mi sono avvicinato alla musica folk, anche quello tradizionale. Dopo il suo esordio This Land (Adamantina) nel 2014 e il successivo Bedlam (Perdere la testa), il nuovo album, intitolato Botany Bay, vede la cantautrice inglese alle prese con il folk tradizionale. Un disco composto da dieci brani tratti dalla tradizione, in particolare quelli legati alla sua contea di Hertfordshire, molti dei quali raccolti da Lucy Etheldred Broadwood (1858 – 1929), fondatrice della Folk Song Society. Botany Bay è quindi doppiamente interessante per me, perché si tratta comunque del nuovo album di Kelly Oliver, che è tra le cantautrici folk che preferisco, e un album di folk tradizionale che è un territorio musicale nel quale c’è sempre qualcosa da scoprire.

Kelly Oliver
Kelly Oliver

The Miser & His Daughter apre l’album. Racconta la storia di una ragazza che si innamora di un giovane marinaio. Il padre, nella canzone è l’avaro, fa imbarcare il ragazzo su una nave per separarlo dalla figlia. Ci sono tutte le caratteristiche della musica della Oliver che dà nuova vita alla tradizione, “It’s of an old miser in London did dwell, / Who had but one daughter that a sailor loved well. / And when this old miser was out of the way / She was courting her sailor by night and by day“. Segue la title track Botany Bay che racconta il triste destino dei condannati in esilio sulle coste australiane, spesso anche per reati di poco conto. Qui troviamo il suono del banjo e dell’armonica a bocca in primo piano. Trees They Do Grow High è probabilmente la canzone più bella di questo album. Racconta la storia di un matrimonio che finisce con la morte prematura del giovane marito e padre. L’interpretazione di Kelly Oliver, così addolorata, è perfetta e la musica essenziale lo è altrettanto, accompagnandola per oltre sei minuti, “At the age of sixteen he was a married man, / And at the age of seventeen he was a father to a son, / And at the age of eighteen the grass grow over him, / Cruel death soon put an end to his growing“. The Bold Fisherman riporta un po’ di allegria con la storia di una donna che scambia un nobile per un pescatore. Il ricco signore, nonostante lo scambio persona poco lusinghiero, decide comunque si sposare la ragazza. In Dark Eyed Sailor si racconta di due innamorati rimasti a lungo separati che inizialmente non si riconoscono. Lo stile è quello della Oliver dei precedenti due album ed è perfetto per la canzone, “It’s of a comely young lady fair / Was walking out for to take the air. / She met a sailor all on her way; / So I paid attention, to hear what they did say“. The Bramble Briar una vera e propria murder ballad dove due fratelli uccidono l’amante della sorella. La musica è carica di tensione mistero con la voce della Oliver che avanza furtiva, “In Bruton town there lived a farmer, / Who had two sons and a daughter dear. / By day and night they were contriving / To fill their parents’ heart with fear“. In Lady Margaret si racconta la storia di Lady Margaret, appunto, e del suo promesso sposo William che finirà per sposare un’altra donna. La donna morirà di crepacuore, come spesso succede nelle ballate folk, per poi tornare come fantasma e tormentare il traditore. Solo voce per questa canzone che si sorregge su un effetto di echi molto moderno, che sembra uscito direttamente dall’ultimo Bon Iver. Un tocco di modernità davvero ben riuscito. Curioso anche il caso di Cuckoo’s Nest. Il tema della canzone è piuttosto evidente leggendo il testo originale e Kelly Oliver decide di eliminare l’ultima strofa che racconta la definitiva sottomissione di una donna alle richieste dell’uomo. Un altro modo di rendere moderna una canzone tradizionale in modo intelligente, “Some like a girl who is pretty in the face, / And some like a girl who is slender in the waist. / But give me a girl that will wriggle and will twist: / At the bottom of the belly lies the cuckoo’s nest“. Caroline & Her Young Sailor Bold è un’ altra storia d’amore, questa volta a lieto fine. La giovane Caroline lascia tutto per partire per mare con il suo amato marinaio. Kelly Oliver sfodera tutta la sua voce, seguita dalla band che rende questa canzone una delle più orecchiabili e trascinanti di Botany Bay, “It’s of a rich nobleman’s daughter, / So comely and handsome we are told. / Her parents possessed a large fortune / Of forty-five thousand in gold. / This noble man had but one daughter, / Caroline was her name we are told. / One day from her drawing-room window, / She admires the young sailor bold“. Chiude l’album Died Of Love dove una donna viene abbandonata dall’uomo che la messa incinta. Lei distrutta dal dolore vorrebbe morire e lasciare il suo figlio all’uomo. Ancora una ballata triste come molte altra ballate della tradizione inglese.

Botany Bay racchiude tutta la storia e la magia del folk tradizionale, rinnovando questi aspetti con un piglio fresco ed un accompagnamento musicale ricco e potente. Kelly Oliver con la sua voce cristallina per dare forma ad ogni brano, interpretando in maniera impeccabile i sentimenti che ognuno di essi porta con sé. Questo dimostra un rispetto sincero del loro significato e del periodo storico dal quale provengono. C’è anche voglia di sperimentare ma soprattutto di diffondere alle nuove generazioni il patrimonio folk inglese. Sono sicuro che Kelly Oliver saprà trarre nuova ispirazione per i suoi futuri inediti da un album come Botany Bay, che segna un altro passo in avanti nella crescita di quest’artista. Come è successo per me, potrebbe succedere anche a voi di avvicinarvi al folk tradizionale grazie a Kelly Oliver e a questo album.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube / Bandcamp

Tra terra e acqua

Il mese di settembre si è rivelato ricco di tante nuove uscite, in particolare album d’esordio ai quali, come questo blog può testimoniare, non posso resistere. Se aggiungete il fatto che l’album in questione lo aspettavo da almeno due anni, allora niente e nessuno poteva tenermi lontano da questo Namer Of Clouds. L’album segue l’ottimo EP Tide & Time (Prossima fermata) del 2016, che vedeva la giovane cantautrice inglese Kitty Macfarlane debuttare con cinque canzoni tra cover e originali. Anche per lei è arrivato il momento di misurarsi con un album e ritagliarsi un posto nel panorama sconfinato del folk inglese e non solo. Le premesse per riuscirci non le mancavano già allora ma dopo due anni, Kitty Macfarlane, non ha potuto che migliorare.

Kitty Macfarlane
Kitty Macfarlane

Starling Song ci introduce delicatamente nello scenario costiero che definisce l’atmosfera dell’album. Un brano introduttivo di poco più di due minuti, guidato dalla voce unica della Macfarlane. I suoni della natura, soprattutto il canto degli storni, si mescolano alla musica appena accennata. La title track Namer Of Clouds si ispira alla vita di Luke Howard che nell’800 classificò i vari tipi di nuvole, dandogli i nomi che ancora oggi vengono usati. Kitty Macfarlane fa notare la straordinaria capacità di quest’uomo di dare un nome a qualcosa di così sfuggente e mutevole. La successiva Seventeen è una riflessione personale sul tempo che passa. Un tema caro a questa cantautrice che in questa occasione dà riprova di abilità e talento, con un folk moderno e delicato. Sea Silk ci porta qui in Italia, più precisamente in Sardegna. Chi parla, in italiano, all’inizio del brano, è Chiara Vigo, maestra nella tessitura del bisso. Kitty Macfarlane esce dalla sua terra e racchiude in una canzone tutto lo splendore dorato di questa speciale seta prodotta da un raro mollusco. Un’arte millenaria che sta scomparendo e come spesso succede chi non è italiano riesce ad apprezzarla più di quanto noi italiani sappiamo fare. Morgan’s Pantry è una canzone tradizionale che racconta la leggenda secondo la quale degli spiriti, usciti da una cascata, condurrebbero alla morte gli sventurati marinai di passaggio lungo il Canale di Bristol. Il canto della Macfarlane è carico di mistero ed emerge dal suono continuo dell’acqua, che scompare, come le onde del mare, nel finale. Una canzone interpretata in maniera moderna ed originale. Glass Eel usa l’immagine della migrazione delle anguille per raccontare un’altra migrazione, quella degli uomini oltre i confini delle loro terre. Kitty Macfarlane fa quello che deve fare un buon cantautore folk, raccontare il presente attraverso il passato, le radici dell’uomo e la sua natura. Così come succede in Wrecking Days già ascoltata nel precedente EP, ma qui riproposta in una versione nuova. L’aggiunta del suono della chitarra elettrica le conferisce una nuova forma ma non ne intacca la sostanza. Dawn & Dark si affida a sonorità più folk e tradizionali per creare una sorta di ninnananna che richiama sempre il tema del tempo. Ancora una volta al centro c’è la voce della Macfarlane che incanta con il suo vibrato e il timbro morbido. Frozen Charlotte è una triste canzone tradizionale nella quale una giovane donna che muore letteralmente di freddo a bordo di una carrozza. Il suo promesso sposo, sconvolto, morirà di crepacuore, seguendola così nella tomba. Man, Friendship è una delle più belle canzoni. In questo brano è più evidente il sentimento ambientalista che muove questo album. Il legame tra folk e rispetto per la terra si rinnova anche nelle nuove generazione di cantautori. Chiude l’album Inversnaid è ispirata da una poesia omonima di Gerard Manley Hopkins. Un ode alla natura selvaggia e al dovere dell’uomo di preservarla. Una poesia del 1881 ma dal tema più che attuale.

Namer Of Clouds va ad aggiungersi alla lunga lista di esordi di quest’anno, eccellendo per la qualità dei testi e nelle sue scelte stilistiche. Come avevo già avuto modo di notare al tempo dell’uscita di Tide & Time, Kitty Macfarlane si rivela essere una cantautrice abile ed ispirata. Ogni piccola emozione, un suono, una storia diventano i grandi temi delle sue canzoni. La scelta musicale di alcuni di questi è funzionale al messaggio stesso, è parte della scenografia di un album che segna una tappa importante delle sua carriera. Kitty Macfarlane vuole essere prima di tutto una cantautrice, il folk con le sue trame fungono da mezzo per il suo messaggio. Un messaggio giovane, semplice ed ambientalista che auspica un futuro migliore ripartendo dal passato.

Sito Ufficiale / Facebook / Twitter / Instagram / YouTube