Mali minori e melodie morte

Risale al 2012 l’esordio solista del cantautore canadese Jon Samuel che con l’album First Transmission (La prima trasmissione di Jon) si faceva conoscere al di fuori della band Wintersleep, di cui ne fa parte dal 2006. Questo gruppo canadese ha un posto speciale nella mia musica e proprio prima dell’uscita del loro nuovo album, ecco che Jon Samuel dà alla luce Dead Melodies, il secondo disco in solitaria. Il suo esordio fu per me una sorpresa, un album davvero ben fatto, dalle sonorità indie ma anche profondamente cantautorale. Non sapevo cosa aspettarmi da questo nuovo album ma non ho esitato un istante ad ascoltare questo artista che di sicuro sa fare musica al di là di generi e definizioni.

Jon Samuel
Jon Samuel

Si parte subito con il trascinante indie rock di Another Lie. Sommersa dal suono distorto delle chitarre si fa spazio la voce inconfondibile di Samuel. Tanto ritmo ma senza rinunciare alla melodia, con un’attenzione particolare al testo, “I got out of bed / Opened up the blinds / i saw a man walking / Into the drugstore / He had no shoes / Wore bandages on his feet / I must confess I’ve never been there / For people in need“. La title track Dead Melodies alza il tiro e la voce sprofonda ancora di più in una nebbia di suoni distorti. Jon Samuel trova però il modo di emergere grazie ad ritornello orecchiabile molto indie rock, “We’ve come face to face / With the doldrums of our age / Falling in love with the chase / Afraid to be out of place / Running the rat race / Black death and / Dead melodies dead melodies / Ringing in my head“. Tra le migliori dell’album, la bellissima Modern Lovers. In linea con le sonorità dell’album d’esordio, Jon Samuel, sfodera tutta la sua poesia e sensibilità di cantautore, accompagnato quasi esclusivamente dal suono di una chitarra. Un testo oscuro e fatto di immagini vivide, “Mother nature and father time / They could not nurture / We’ve cracked their spines / They’re ancient myths / And modern lies / In a Petri dish / Leading clandestine lives“. La successiva To Repel Ghosts si affida ritmo per guidare il canto sottovoce di Samuel. Ancora un testo criptico e dalle tinte scure ma che incanta l’ascoltatore, “Coffin keyhole pupils / Speakers for the dead / Sifting through delirium / Lacking hospice for a collapsed lung / A knife to puncture breathing holes“. Lesser Evils è il pezzo più forte dell’album. Un brano pop rock dalle sonorità anni ’80, che fa presa fin dalle prime note. Qui Jon Samuel dimostra di sapersi muovere anche al di fuori di territori vicini al rock, facendoci anche un po’ ballare, “I’ve lost to the lesser evils / But they don’t deceive me / Machination lies / I’ve lost to the lesser evils / If you don’t believe them / The congregation dies“. Salvo poi tornare ad un marcato sound rock con Unlovable. Una canzone rabbiosa ma mai eccessiva, sempre tirata, e ben scritta. Qui si può notare la particolare abilità di songwriting di Samuel, “You won’t find love sleeping / In the backseat of your car / You paint pictures in the windows with your breath / Laying waste to all your old friends / Your frostbitten skin / Your lips turn a deathly blue / As the universe dies you wonder / If you were ever really you“. Ormai la strada è aperta e Sister Outsider segue le orme della canzone precedente. Jon Samuel scrive un’altra canzone affascinate per il suo carattere oscuro e criptico, ma incredibilmente accattivante, “Headphones on / Protomartyr splitting my ears / Dressed all in black like an afro punk / Could’ve been this for years / Summertime crush summertime blues / Got no time for tears / Gonna sit at the bar / Pixelate my social fears“. Heels Of The World è una lenta cavalcata rock pervasa da immagini di un modo violento, nel quale sembra non esserci speranza per il futuro, “Collecting knives for the cue / Violent scenes wash through your dreams / Can you hear the voices calling you / To disinfect disaffected youth / The gnawing blood dripping dagger tooth / A holy hunger ravaging truth / Words that crumble from your mouth / Come to choke you while you sleep“. Questo Jonny protagonista in Jonny Panic And The Bible Of Dreams è un ragazzo schiacciato dal nostro tempo che vuole trovare redenzione nella musica. Una bella canzone per chiudere l’album, “Johnny Panic wants to get his shit together / Start a punk band and carry on that way / He says pop music has gone from the cradle to the grave / And the hangman’s noose is in the hands of a DJ“.
Dead Melodies offre una prospettiva diversa della musica di Jon Samuel ascoltata nel primo First Transmission. Il sound è più sporco e dark, così come le tematiche al suo interno. La bravura di Samuel è quella di non lasciare sprofondare l’ascoltatore nel buio ma di tenerlo in un limbo affascinante. Il lento processo creativo, che ha portato alla nascita di questo album, si nota nella scelta di ogni singola parola e delle sue melodie che vanno ad incastrarsi perfettamente con le scelte musicali (supportate anche da Loel Campbell, batterista dei Wintersleep). In definitiva Jon Samuel crea un disco ancora una volta sorprendente e ben scritto. Non lo faccio spesso, solo in rare occasioni, ma il consiglio è quello di ascoltare tutto l’album per scoprire davvero la musica di questo artista.

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Allora, ragazzo, che ti è successo?

Ho impiegato quattro mesi per finire questo libro ma ne è valsa la pena. Infinite Jest è un romanzo del 1996 di David Foster Wallace e la sua caratteristica per cui è famoso è che è parecchio lungo e ricco di note. Ma soprattutto è considerato il capolavoro dell’autore americano morto suicida nel 2008. Non voglio e non posso fare una disamina dei temi trattati in questo libro ma vorrei solamente convincervi a leggerlo, se non l’avete ancora fatto, e allo stesso tempo avvisarvi di quello che ci troverete dentro.

Da dove posso cominciare? Partirei dal titolo del libro, Infinite Jest, che è il titolo di un film del regista James O. Incandenza padre di uno dei principali protagonisti, Hal Incandenza appunto. Chiunque lo guardi non riesce più a smettere di vederlo, diventando di fatto dipendente da esso fino alla morte. Il romanzo è ambientato in un futuro di poco successivo agli anni ’90 ma nel quale gli anni perdono la loro numerazione e sono sponsorizzati. La maggior parte delle vicende si svolge nell’Anno del Pannolone per Adulti Depend e vede numerosi protagonisti che si alternano guadagnandosi ciascuno il proprio spazio. La città che ospita i due luoghi principali, la Ennet House e la Enfield Tennis Academy (ETA), è quella di Boston, Massachusetts. La Ennet House è una casa di recupero per tossicodipendenti ed è poco lontana dall’ETA, accademia di tennis fondata proprio dal regista J.O. Incandenza¹. Hal è il personaggio intorno al quale si svolgono le vicende all’interno dell’accademia caratterizzata da una disciplina piuttosto rigida che non contempla gli insuccessi. L’altro personaggio principale è Don Gately, ex rapinatore dipendente dagli antidolorifici, residente e consigliere della Ennet House. Un omone fondamentalmente buono al quale è facile affezionarsi. Alla Ennet entra anche Joelle Van Dyne, conosciuta con il suo nome d’arte Madame Psychosis e nota anche come la Più Bella Ragazza Di Tutti i Tempi all’interno del romanzo. Non dico altro su di lei per non rovinarvi il piacere della lettura². Non posso citare qui, per lo stesso motivo, tutti i coloriti personaggi che popolano la casa di recupero e le loro storie.

Questi due mondi apparentemente opposti sono in realtà molto vicini (non solo fisicamente). Entrambi nascondo storie tristi e esperienze dalla dipendenza, non solo da sostanze ma anche dal successo. I numerosi personaggi che si affacciano in questo libro sono divisi in queste due parti ma andando avanti nella lettura alcuni di essi finiscono per toccarsi, intrecciando le loro storie e definendo un quadro generale sempre più chiaro. Ma non illudetevi troppo. Tutto questo non porterà da nessuna parte. Ad un certo punto troverete la parole FINE che chiude tutto senza ulteriori spiegazioni e i suoi personaggi vi mancheranno da morire, credetemi.

David Foster Wallace ha scritto Infinite Jest con l’intento di fare un romanzo triste. Il risultato è più vicino al tragicomico. In realtà l’impressionante talento di scrittore di Wallace gli permette di cambiare registro (triste, comico, satirico, sensibile, volgare) nel giro di poche righe. Vi ritroverete a sorridere per un episodio divertente per poi rimanere anche disgustati per alcuni passaggi piuttosto forti. Wallace non risparmia storie di abusi, violenza e ovviamente tossico dipendenza, prevedendo in modo lucido e impressionante la diffusione delle droghe pesanti tra gli adolescenti. Sempre con una maniacale ricerca del dettaglio, senza mai risultare noioso o ripetitivo. Altra previsione ancora più esplicativa del genio di Wallace è la diffusione dei video di intrattenimento ben prima dell’avvento di YouTube e dello streaming. I protagonisti posso scegliere quando e cosa vedere. I video, spesso brevi, sono disponibili su cassetta e conducono alla fine della televisione degli anni avanti sponsorizzazione (A.s. nel libro). Wallace si chiede se davvero questa forma di intrattenimento che lascia libera scelta sia la cosa migliore per lo spettatore, che finisce per non vedere altro che cose simili una con l’altra, alimentando così una sorta di dipendenza. Il romanzo stesso mette alla prova il concetto di intrattenimento. Tante storie, personaggi, intrecci ed argomenti, che fanno crescere la tensione della narrazione ma che non giungono mai ad una vera conclusione. Può essere frustrante leggere Infinite Jest, davvero.

Si potrebbero scrivere pagine e pagine riguardo agli argomenti trattati in Infinite Jest e delle decine di personaggi e delle loro storie ma nulla è paragonabile alla lettura di questo romanzo. Ognuno di noi si riconoscerà in almeno uno dei suoi protagonisti e apprezzerà l’incredibile abilità di Wallace nel creare situazioni e sensazioni. Se qualcuno mi dovesse chiedere con quale persona scomparsa mi piacerebbe fare una chiacchierata, David Foster Wallace sarebbe in cima alla lista. Oggi avrebbe 57 anni e sono sicuro averebbe una visione della società di oggi molto più chiara di noi. Trovate molte sue interviste in rete e leggerle oggi fa davvero un certo effetto notare come fosse in anticipo sui tempi. Un vero genio della letteratura che ha realizzato con Infinite Jest una delle opere più complesse e allo stesso tempo cult del secolo scorso³.

1. Dovrete abituarvi alle abbreviazioni, acronimi e soprannomi (e alle note come questa). Ce ne sono tanti. Ad esempio la famiglia Incandenza, composta dalla madre Avril (detta la Mami), i suoi figli Hal, Orin e Mario, si riferiscono al padre James O. Incandenza come Lui In Persona o La Cicogna Triste. Lo stesso film Infinite Jest compare nel romanzo come l’Intrattenimento o samizdat.
2. Sappiate solo che va in giro con un velo che le copre il volto. Non è chiaro se è perché è troppo bella (e questo potrebbe causare qualche problema in chi la guarda) o perché un tempo era bella e poi è rimasta sfigurata. Resta uno dei tanti misteri del romanzo.
3. Siccome questo è un blog dove si legge principalmente di musica, c’è il video della canzone dei The Decemberists intitolata Calamity Song che riproduce la partita di Eschaton (una sorta di risiko molto complesso giocato sui campi da tennis) che ha un ruolo centrale nelle vicende dell’ETA e di Hal. Una ricostruzione davvero molto fedele e accurata, quasi commovente.

In questo vecchio paese

Il nome di Andrea von Kampen non è nuovo su questo blog. Infatti il suo EP di esordio intitolato Desdemona risale al 2016 e aveva dato un assaggio delle doti di cantautrice di questa ragazza americana. Per lei è giunto il momento di misurarsi con il suo primo album, dal titolo Old Country. Sei tracce originali scritte dalla von Kampen, più una cover ed un brano tradizionale, compongono questo esordio dalle tinte folk, influenzate dalle sonorità dei grandi maestri (come Bob Dylan) del cantautorato a stelle e strisce. C’è tutto quello che piace a me e dunque non vendo motivo per conoscere meglio quest’artista.

Andrea von Kampen
Andrea von Kampen

L’album si apre con la triste Tomorrow, un indie folk incentrato sulla voce eterea della von Kampen. Si delinea subito l’atmosfera di questo album e l’essenzialità delle scelte musicali, straordinariamente evocative, “How long till you unlock the cage? / How long till their free from their pain? / How long can the blood stain the hands / Of greedy men with greedy thoughts in their head?“. Teton si affida alle atmosfere malinconiche del folk americano. Andrea von Kampen, con la sua voce pulita, mette in luce le sue ottime capacità di scrittura, “I got off at Jackson Hole / There was a nice strong man in a blue strong coat / He said I’ll help you / Mama said, ‘beware of nice men / Funny thing is they never seem to listen’“. Il singolo Portland è una delle canzoni più belle di questo album. Ancora un po’ di nostalgia ben mescolata con un senso d’amore e speranza, lasciano a chi ascolta una bella sensazione, “Nobody cares if the foundation’s cracked / As long as it looks good when somebody asks / Yet I’ve got a man who loves me despite what I lack / We’re goin’ to Portland, Oregon if anyone asks“. La successiva Try richiama alla memoria le sonorità dell’EP di debutto. Un testo poetico e incredibilmente maturo che conferma le ottime doti di songwriting della von Kampen, accompagnata dal suono del violino. Da ascoltare, “Yes I’ll try, do my best / Can’t promise I’ll always be kind / But I’ll try, do my best / Can’t promise we’ll always see eye to eye / But I’ll try“. Julia racconta di un amore e di un’attesa vana con una leggerezza che rischiara i colori della prima parte dell’album. La cantautrice americana dimostra di essere a suo agio anche in questa occasione, “Julia moves to the city to find a new kind of memory / clear her mind / And the sun goes down, and the sun goes down / She won’t find another / Julia is hung up on her lover“. Wildwood Flower è un tradizionale canzone country trasformata dalla von Kampen in una ballata folk malinconica. Davvero una scelta azzeccata, impreziosita dal violino, “Oh I’ll twine with my mingles and waving black hair / With the rose so red and the lilies so fair / And the myrtles so bright with the emerald dew / The pale and the leader and eyes look like blue“. La title track Old Country è una sorta di preghiera cantata dalla von Kampen con il cuore. Una delle canzoni più emozionanti dell’album, una prova del suo talento, “Working longer in the fields these days / With nothing to hold on to / Except a Mama laying flat in a daze / Praying and pleading for you / Old country, why did you let him leave?“. If You See Her, Say Hello è una bella cover dell’originale di Bob Dylan. Non si sbaglia mai a fare una cover di Dylan e Andrea von Kampen non si allontana molto all’originale, aggiungendo solo una spiccata sensibilità tipicamente femminile, “If you get close to her kiss her for the kid / Who always respected her for doin’ what she did / Oh, I know it had to be that way it was written in the cards / Though the bitter taste still lingers on it all came down so hard“.

Arrivati in fondo ad Old Country si ha la sensazione aver appena ascoltato un’artista di indubbio talento che, in particolare per le canzoni originali, riesce ad incantare per la semplicità con la quale queste canzoni sembrano essere state scritte. Chi ascolta non può fare a meno di ammirare la capacità di Andrea von Kampen di tratteggiare immagini ed emozioni con straordinaria chiarezza. Non c’è una ricerca di grandiosità o sorpresa ma un costante tentativo di racchiudere, attraverso le parole e la musica, qualcosa che sarebbe difficile spigare altrimenti. Old Country nonostante la sua breve durata, ci rivela senza dubbio una giovane cantautrice dal talento cristallino, nascosto in parte ancora dall’eco di chi l’ha preceduta ma pronto a brillare presto.

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Mi ritorni in mente, ep. 59

Non sono solito ascoltare album esclusivamente strumentali ma questa volta ho voluto provare a farlo. La tradizione musicale scozzese non è fatta solo di ballate ma anche da musiche composte per lo strumento musicale nazionale, ovvero la cornamusa. La giovane musicista scozzese Brìghde Chaimbeul (nome in gaelico che si pronuncia Bree-CHU, come in “church” Campbell) originaria della bella Isola di Skye, è al suo debutto con l’album The Reeling. Undici brani tratti dalla tradizione della sua terra e da quella bulgara, da ascoltare ad alto volume per poterne apprezzare tutti i livelli musicali di cui è composto. Non c’è solo il suono della cornamusa, suonata dalla Chaimbeul, ma quello del violino di Aidan O’Rourke, della concertina (una piccola fisarmonica) di Radie Peat e della voce della cantante scozzese Rona Lightfoot, che con in suoi ottantadue anni è una maestra del cosiddetto canntaireachd, un particolare tipo di canto che attraverso le parole vuole imitare il suono della cornamusa.

Qui sotto un assaggio di questo meraviglioso album, che si potrebbe definire incantevole, per come evoca paesaggi sconfinati. Brìghde Chaimbeul riesce davvero a catturare l’attenzione di chi ascolta, dando nuova forza alla tradizione.

Dopo tutti questi anni

Ha aspettato troppo questo album prima di giungere alle mie orecchie. Savage On The Downhill è infatti del 2017 e da allora l’ho inseguito, girandoci attorno più volte ma quest’anno ho deciso finalmente di ascoltare questo album di Amber Cross. Questa cantautrice americana ha tutte le caratteristiche alle quali faccio fatica a resistere: voce da vera storyteller e musica semplice ma che va diritta al cuore. Non mi aspettavo altro ma è proprio in questi casi che le sorprese arrivano, con album recuperati in quella lista d’attesa infinita dentro la mia testa e dalla quale saltano fuori sempre cose buone.

Amber Cross
Amber Cross

Pack Of Lies apre l’album, avvicinandoci alla musica della Cross con una storia di menzogne e perdono. Fin da subito la sua voce tratteggia emozioni sincere che prendono vita grazie ad un country dallo stile impeccabile, “And I pray life is going to get easier / It won’t always be this hard / Through penitent tears I watch us fade / I never meant to do you wrong / Wish I could heal your breaking heart“. Eagle & Blue è una splendida ballata blues, velata di malinconia ma carica d’amore. Lo stile senza tempo della Cross è qualcosa di magico e perfetto, “You’d sing some say love is a flower / Some say love is a rose / If we give all we have to each other / Surely something might grow“. Tra le canzoni che preferisco di questo album, la title track Savage On The Downhill, è senza dubbio una delle migliori. Questa canzone pulsa di vita, attraversata da un’energia che sottintende una voglia di rivalsa, “I drop low into the canyon where you’re bound to be / Lying in the shadows, blending and unseen / You will know my heart and taste it’s ragged beat / When your beastly eyes set darkly upon me“. La successiva Leaving Again si affida a sonorità country nella sua forma più classica. Una storia da raccontare, una canzone da cantare, tanto basta a Amber Cross per incantare ancora, “Can I live with myself, his poor heart in my hands / I tell him I tried but he don’t understand / I know this is home but it don’t feel that way / He don’t want me to go but he drives me away“. Echoes dipinge un quadro familiare dove l’amore si è un po’ spento ma c’è speranza che tornerà. Un pezzo malinconico che ricorda lo stile di Margo Price, “Let’s go back to when you and I were young love / What’d we ever do to pass away the time / It had something to do with sunshine on a dew drowned meadow / Going walking and talking with the apple of my eye“. Trinity Gold Mine racchiude le sonorità dell’album. Amber Cross racconta una storia di emarginazione con profondo rispetto e una spiccata sensibilità. Da ascoltare, “I live out on the edge of town / Joe and I we settled down / With him I found a common ground / But no one knows about me / I guess I’m the quiet kind / The girls I like won’t give their time / They think I’m weird, they’re probably right / They don’t want to know about me“. Segue Tracey Jones, un gioiellino country che racconta la triste storia di questo ragazzo. La voce della Cross corre sul suono delle chitarre, svelando una delle ballate più belle di questo album, “Got a picture of the family when he was only three / The only one ever taken that included me / He was holding my hand standing next to his dad / On the day that he left us, that picture makes me sad“. Storms Of Scarcity è un’altra triste ballata triste, dove musica e voce compongono un sentimento di speranza. Tutto è al posto giusto al momento giusto, “Come sit by my side and wipe your weeping eyes / These hard times are more than I can bear / And here on the sand we’ll write our names inside this heart / Let the waves wash us away from here“. Paesaggi americani si dispiegano in One Last Look, evocati dalle parole della Cross e dalla musica della sua band. Un pezzo country vecchia scuola che si lascia sempre ascoltare volentieri, “These hills run deep into my bones, I know the secrets they keep / I know where the ancient souls lay wake beneath the trees / They turn around, they come and go, doing as they please / Stay with me everywhere I go, like a worn out melody“. Si chiude con Lone Freighters Wail, ballata dalle atmosfere notturne che conferma tutto il talento di questa cantautrice e ci lascia la voglia di riascoltare questo album ancora una volta.

Savage On The Downhill è un album per chi ama ascoltare quel country che racconta la vita, le sue difficoltà e le sue speranze. Si respira un’aria di familiarità, sincera che Amber Cross riesce ad interpretare sempre con passione ed energia. Questa cantautrice canta le sue esperienze e le storie che toccano le corde giuste di chi ascolta con un stile pulito e semplice, con la voce di chi ha alle spalle qualcosa che vale la pena raccontare. Savage On The Downhill è per chi ama il country folk, quello più sincero, e vuole credere, anche solo per un attimo che la redenzione è dietro l’angolo e c’è qualcuno che potrà cantarlo ancora una volta.

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Bianco avorio

Come già ho anticipato ad inizio anno, mi sono deciso ad esplorare qualche genere musicale un po’ diverso dai soliti, pur non addentrandomi in territori dai quali mi tengo ben lontano esclusivamente per gusti personali. Tra i primi risultati di questo esperimento c’è la cantautrice neozelandese Gin Wigmore. Prima di essere attratto dalla copertina del suo nuovo Ivory, uscito lo scorso anno, non sapevo nulla di lei. Non ho esitato molto a sceglierlo, incuriosito dalla varietà di sound che sembrava offrire e soprattutto da quel disegno in copertina dove i capelli della Wigmore si tramutano in un pullulante groviglio di vermi, fiori, animali morti che assumono a loro volta, le sembianze di un famelico lupo. Una scelta dark, ad opera dell’artista Liam Gerrard, che dà forma alle inquietudini di questo album.

Gin Wigmore
Gin Wigmore

Hallow Fate apre alle sonorità distorte di un rock graffiato dalla voce della Wigmore. Un inizio all’insegna del ritmo e di una tensione che pervade gran parte dell’album che attira subito l’ascoltatore in un mondo oscuro, “No god, can find a piece we lost / Can save us from these storms / In a tea cup that are drowning me / This bed, full of nails and our bones / Is a taste of all the rose / A broken wish that promised me to feel good / It feels good / It feels good to be“. Segue, in un flusso ininterrotto, Odeum, una delle canzoni più sperimentali dell’album. Le distorsioni nella voce e il soffocante tappeto sonoro ne fanno uno dei brani più dark dell’album, “Bow down and hurt / Look what you do / To the woman who loves you / But I keep hoping for the best / To the girls that you tried to fool / It’s not what you say or do / It’s all the many ways that you break us“. Tra le canzoni che preferisco c’è Beatnik Trip, dove i ritmi funky dipanano le nebbie grigie dell’inizio. Qui Gin Wigmore dà prova di saper cambiare mantenendo però un tratto riconoscibile, “I drive deep in the valley so the stars can shine / I was hoping to trip with a friend of mine / But my friend’s in trouble with the boys in blue / A mercurial tribe who decide what’s true“. Dannatamente più rock è Dirty Mercy. Vibrazioni anni ’00 scuotono l’aria, con la voce della Wigmore che scava graffi profondi. Una scarica di adrenalina di pura energia e rabbia, “Feel my wicked ways running through my veins / Take a bitter taste of a shallow grave / I watched you burn, burn, burn / Till the many breaks, and you wash away / Gonna turn, turn, turn / To a ghost of awe, that you left on me“. Cabrona riprende con più convinzione i ritmi funky abbandonati in precedenza. La Wigmore non perde il filo del discorso e continua a giocare a fare la cattiva ragazza, “Bad girl taking back the lead / Yeah I’m a bad girl / Got no room to please / Yeah I’m a bad girl / Leave you just to see how long, how long / How long will it take you to show you need a girl like me / Show you need a girl like me“. Il momento della ballata arriva con Cold Cave. A modo suo, un po’ dark e tormentato, Gin Wigmore confeziona un brano romanticamente triste, dove la sua voce assume contorni più morbidi, “Give me a night where the stars make a blanket / Give me a day drinking naked on the kitchen floor / I want the kind of love that hurts when you take it away from me / I think that now you see / You got that faking look in your pretty blue eyes“. Bad Got Me Good porta il disco su sonorità blues che ben si sposano con la voce unica della Wigmore. Alcuni espedienti vintage sono rinvigoriti dalla sua energia rock graffiante, “I don’t need all the things that you promised to give me / You can keep your broken flowers and the sorry that they came with / ‘Cause the bad got me good, now I’m stronger without you / Come on, give it up boy, you won’t get no tears from me“. Hard Luck è forse una delle canzoni che meglio rappresenta questo album. Un’amore sfortunato è l’ispirazione di questo rock dalle sfumature soul, “Wild love, were you all I need? / If we did this over, would it change who I have to be? / Tell me how to let you go without me letting you down / Feel these wounds with the tears that I’m cry, cry, cry, cry, crying for you“. La successiva Fall Out Of Love continua ad affidarsi alle sonorità soul, sempre sporcate dalle distorsioni e dalla voce della Wigmore. Un brano orecchiabile che ci traghetta verso l’ultima parte dell’album, “I’m black-eyed and blue drinking strawberry wine / (Drunk on that strawberry wine) / I carved out my heart, tried to leave you this time / (Try and I try to leave you) / Am I a fool? / (A fool, a fool for you) / Falling for you / (Every time…)“. Head To Head è in bilico tra una romantica ninnananna e un rabbioso rock. Una delle canzoni più originali di questo album che mostra i due volti della musica della Wigmore, “Oh, let me in, your doors are made for thieves like me / And oh, my skin goes flush when I think of your touch / But hell, it’s cold out and I can’t sleep tonight / But hell, it’s cold out, I need you by my side“. Segue Young Ones che rimescola le carte e si apre con il suono dei synth per esplodere subito in un rock oscuro e spezzato. Gin Wigmore sfodera tutto il suo fascino nella canzone più intensa e lunga dell’album, “Life won’t be what you ask, it’ll bury you slowly to build you again / Fight for all that you have to be the survivor and dream that you had“. Un inno al femminismo quello della conclusiva Girl Gang. La cantautrice neozelandese sconfina nel r’n’b, sapientemente condizionato da un anima rock che difficilmente si lava via. Cattive ragazze riunitevi, “It’s a girl gang / Boy, you wish you could join / It’s a sure thing / We’re taking over the world / It’s a girl gang / Boy, you wish you could join / It’s a sure thing / We’re taking over the world“.

Ivory è il quarto album di Gin Wigmore ma è il primo che ascolto della sua discografia e non posso fare confronti con quanto a fatto in precedenza ma posso dire che mi è piaciuto. Nonostante non rientri nella mia personale comfort zone musicale è bello poter assaggiare qualcosa capace ancora di sorprendermi. Ivory mantiene un sound di fondo ben fermo lungo tutta la sua durata, grazie anche alla voce della Wigmore, ma spazia su più generi musicali, impegnando l’ascoltatore nel tentativo di inquadrarla. Ovviamente tutto ciò è inutile quando si ha a che fare un un’anima rock come Gin e scegliere una sola canzone per convincervi che è vero, non è stato facile.

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Nei sogni più selvaggi

Mentre Francia e Italia stanno passando una piccola crisi diplomatica, questo blog nel suo piccolo, e del tutto casualmente, prova a riconciliarsi con i cugini francesi. Il mese scorso infatti è uscito l’album di debutto della cantautrice francese Amelie McCandless intitolato The Stranger e quale occasione migliore per farne una recensione? Questa ragazza ha scelto il cognome di Christopher McCandless, protagonista della storia vera narrata nel libro Into The Wild di Jon Krakauer, per esprimere il suo amore per tutto ciò che riporta alla bellezza e libertà della natura. Il suo EP Wild Memories pubblicato nel 2013 anticipava le sonorità di un album che si è rivelato poi molto interessante.

Amelie McCandless
Amelie McCandless

Il singolo Neil In Boredomland è un brillante folk pop, venato da una vaga tristezza nella voce della McCandless. Si delineano subito le caratteristiche principali di questa artista, compresa una particolare attenzione alle scelte musicali, “Carry on, Carry on, Fly straight away / Carry on, / No need for maps or compass. / Carry on, Carry on, Fly straight away / Carry on, / Time over there doesn’t exist. / Carry on, Carry on, Carry on, Carry on, / Fly straight away“. La successiva Skipping Stones è un poetico folk carico di immagini di una natura incontaminata, convogliate da una musica affascinante e misteriosa. Una delle canzoni più belle dell’album. Da ascoltare, “When I go for a walk beside the lake / The skipping stones I make sound like heart beatings / Faster and stronger; like heart beatings / When you come next / All the things I’ve built for you / All the things you meant for me / All the things I did for you / Lost in dark blue“. A Dark Secrets è uno splendido pezzo folk rock, illuminato dalla voce della McCandeless. Trascinante ed orecchiabile, questa canzone mette in luce tutto il talento di questa cantautrice, “In the whole silence of the plain, we sometimes hear rustles…carried by the wind. / A secret…A dark secret… / When the dark side of the moon comes out… / The Unfortunates Animals Company, ghosts or survivors, about a long gone story…“. La title track The Stranger vira verso un territorio più rock, vicino a quello dei Cranberries. Un alone di misterioso fascino pervade il brano lungo tutta la sua durata, avvolgendo l’ascoltatore. Lost Falling Leaf rallenta il ritmo e si affida ad un folk guidato dal suono della chitarra. Amelie McCandless si immerge in un folk moderno ed elegante di grande impatto. La successiva Sleepless Night si apre con un coro che introduce il canto solista dell’artista francese. La seconda parte della canzone è caratterizzata da cambi di ritmo e di sonorità che virano verso un incalzante indie rock. Beyond Your Wildest Dreams ritorna ad un folk immaginifico condotto dal suono etereo della chitarra. Un richiamo ancora al rock anni ’90, sulla scia di un nuovo revival portato avanti da molti artisti. Foggy Song è una delle canzoni probabilmente più originali dell’intero album. Il suono delle chitarre e del banjo accoglie il canto della McCandless. Segue un ritornello supportato da un coro di voci di bambini che segna uno dei punti più curiosi e affascinanti di questo esordio. Breaking Bad continua sul sentiero folk tracciato in precedenza. Una canzone orecchiabile che coniuga testo e musica nel migliore dei modi, dove ancora una volta si è scelto di spezzarla in due parti. Chiude l’album Under The Big Three ballata folk dalle tinte scure accompagnata dalle note ipnotiche di una chitarra acustica. Amelie McCandless gioca con il suono delle parole del ritornello, dando vita ad una deliziosa melodia.

The Stranger è un esordio maturo e ispirato, che nonostante la natura folk racchiude al suo interno numerose varanti al genere. Amelie McCandless si rifà a sonorità anni ’90 grazie anche ad una incredibile somiglianza della sua voce con quella della compianta Dolores O’Riordan. Anche se molte canzoni hanno sonorità rock, il procedere dell’album è volutamente lento, diverse raggiungono i cinque minuti e mezzo, quasi a sottolineare la lenta potenza della natura che tutto pervade. Non è facile inquadrare The Stranger ed è per questo che ad ogni ascolto si possono cogliere nuovi particolari che depongono a favore del talento di cantautrice di Amelie McCandless e non la ingabbiano nei cliché di un genere ben definito. Libera, insomma, come la natura a creato ciascuno di noi.

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