La misteriosa

Il nome di Alexandra Savior mi è balzato all’occhio un po’ per caso e un po’ perché stavo cercando qualcosa di diverso da ascoltare. Il suo album d’esordio del 2017 intitolato Belladonna Of Sadness mi ha subito incuriosito per le sue atmosfere dark e quel sound alternative rock che stavo cercando. Spesso questa cantautrice americana la troverete associata al nome di Alex Turner, produttore dell’album, nonché suo mentore. Personalmente non scelto questo album per i nomi che si portava dietro ma semplicemente perché i suoi numerosi singoli tratti da esso mi aveva attratto, facendomi riscoprire un genere musicale che avevo ultimamente lasciato un po’ in disparte.

Alexandra Savior
Alexandra Savior

L’iniziale Mirage ci svela le oscure trame dell’album, scandite dalla voce distaccata della Savior. La protagonista Anna-Marie Mirage è una donna che si è ritrovata in un mondo, quello dello spettacolo, lasciandosi trascinare dagli eventi e nel quale deve fingere di essere ciò che non è, “Dress me like the front of a casino / Push me down another rabbit hole / Touch me like I’m gonna turn to gold / She’s almost like a million other people / That you’ll never really get to know / And it feels as if she’s swallowing me whole“. Bones è una canzone che parla di un amore appena sbocciato ma che affolla, fin da subito, i pensieri della protagonista. Scritta da Alex Turner, questo brano, scandito dalle chitarre è uno dei più orecchiabili dell’album, “In my bones, I can feel it in my bones / In a way that I’ve never felt before / I just can’t stop from wondering where you are / How’s it for you, baby?“. Shades vira verso sonorità più marcatamente alternative rock, senza abbandonare le atmosfere oscure e ossessive dell’album. Il suono del basso suonato dallo stesso Turner guida la canzone e la voce della Savior, “Like when you’re looking for your shades / Rifling through your pockets / And you find them on your face / Walking around in a daze / I don’t want to stop it / Baby let you trade“. La successiva Girlie prende di mira il modo distaccato e snob dello show-business. La voce della Savior si fa melensa come quella di Lana Del Rey, in una canzone ben confezionata ed elegante, Talk about Hollywood problems / She’s got ‘em / She’s always looking for a wilder ride / And she’ll be fuckin’ with her phone all night / She calls me ‘Girlie’“. Frankie è una torbida storia di amanti, carica del fascino della voce della Saviour. La presenza di Alex Turner si fa ancora sentire ma esalta le doti espressive della giovane cantautrice, “You got falling stars at your feet / You got stolen from next to me / And the moment’s gone back to sleep / You got stolen from next to me / You say you gotta go / To a place I don’t know / Well, the ace in the hole / Is I’ve got a friend called Frankie“. Il pezzo da novanta dell’album è M.T.M.E., tributo alle colonne sonore dei film di Dario Argento. Una relazione interrotta rivive attraverso una compilation di dieci brani, “Scribble down in pencil / Ten-track souvenir / Audio momento / Music to my ears / You questioned my credentials / You quoted Vladimir / You’re Dario Argento / Music to my ears / Music to my ears / Music to my ears / Music to my ears“. Audeline è un altro brano a tinte fosche e un testo criptico. Un brano vagamente ipnotico e percorso da un ritmo lento ma costante, “Far behind / I struggle to cast a line / Motorcycle leather alliance / Don’t leave me caught up / He spends his days / With what’s-her-face / The seven shades of Shaman / She’s being vague / He’s in that phase / I’m by your place“. L’amore può far male, lo sa bene la protagonista di Cupid. Un punto di vista più drammatico dell’operato del dio Cupido che ben si sposa con il mood dell’album, “There’s a mysterious force / It sinks in it’s claws / Pulls me closer to yours / Some cosmic business / Illuminating allure / What are we waiting for / Never hated you more / Why does nobody but you“. ‘Til Your Are Mine affonda ancora di più in una nebbia da film horror. Tutta l’ossessione di una donna per il suo amante che però si rivela un traditore. La Savior è perfettamente calata nel ruolo, tanto è dolce e romantica la sua voce quanto sinistro il suo intento, “Do you think she feels like she’s being watched? / Maybe not / But baby, when the music stops all you got / Is a risky photo / Bathroom mirror moment, bozo / Smoke show / She’s fine / Perfect kissing height / Yeah, she suits you alright / But I won’t stop until you’re mine“. Ancora una relazione difficile, in fuga da qualcosa o qualcuno, in Vanishing Point. Affascinante scelta musicale che riaccende l’album e arricchisce la voce della Savior, “You’re a thousand times mine / I’m a thousand times yours / A thousand times mine / And I want a thousand more / Oh, until the vanishing point / And baby, not a moment before / You’re a thousand times mine / And I am a thousand yours / A thousand yours“. L’album si conclude con la lunga Mistery Girl. Ancora un amore ossessionato dalla presenza di un’altra donna. Alexandra Saviour ancora una volta si affida, sempre con il benestare di Turner, ad atmosfera da film horror vecchia scuola, “Pardon me, baby / But who’s the mystery girl? / Don’t you try to calm me down / Don’t you try to calm me down / Pardon me, baby / But who’s the mystery girl? / Mystery girl“.

Belladonna Of Sadness è album affascinante sotto molti punti di vista e con una direzione stilistica ben definita. Forse proprio questa solidità, merito della presenza ingombrante di Alex Turner e James Ford, rende questo debutto fin troppo maturo per una ragazza che all’epoca aveva solo ventun anni. La strada tracciata dal leader degli Arctic Monkeys può essere di aiuto per la giovane Alexandra Savior in futuro ma è evidente che non potrà dipendere da lui molto a lungo. Belladonna Of Sadness è un album che non cattura al primo ascolto e le sue particolari sonorità potrebbero non piacere a tutti, nonostante rappresentino una novità, però ci fanno conoscere un’artista dalla grandi potenzialità che deve ancora svelarsi completamente in un prossimo futuro.

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Otto all’otto

Questo blog è giunto al suo ottavo compleanno. Permettetemi di scrivere un post per questi otto anni. Non sarà breve. In un, evidentemente, noioso sabato 8 Gennaio del 2011 ho iniziato a scrivere le prime righe, senza sapere dove sarei andato a finire. Avevo otto anni in meno di oggi e fa un certo effetto a pensarci. Quello che è successo dopo lo trovate tutto qui, per chi avesse la pazienza di leggersi anche i post più vecchi. Perdonatemi se qualcuno di questi non è un granché, e in alcuni casi non mi trovo nemmeno più d’accordo con quanto scrissi allora ma questo è, e rimarrà a testimonianza del fatto che si può cambiare idea e fare esperienza. Non ci crederete ma ho una buona memoria di quanto scritto in questi anni. A volte mi ricordo di un certo post, credendo di averlo scritto in tempi recenti, ad esempio 2-3 anni fa. Invece, si rivela essere un articolo risalente addirittura a 6-7 anni fa. Eppure era così ben impresso nella memoria da considerarlo molto più recente. Se penso a quanto ho scritto in tutti questi anni mi vengono in mente tanti ricordi. Mi capita di rileggere qualche vecchio post e rivedo me stesso che scrivevo, i miei pensieri e le opinioni di allora. Qualche volta ne vado fiero, qualche altra un po’ meno. Rispetto ai primi due anni, nei quali scrivevo per lo più pensieri sparsi, la linea di questo blog è cambiata parecchio. Chissà magari troverò un po’ di spazio per scrivere ancora qualcosa in libertà come sto facendo oggi. Ci proverò ma non aspettatevi nulla.

Otto anni. A pensarci bene otto anni non sono pochi, affatto. Otto anni nei quali non ho mai mollato. Otto anni nei quali ho visto blogger molti volenterosi “morire” nel tentativo di pubblicare un post al giorno, anche piuttosto ben scritti ed articolati devo ammettere, per poi rendersi conto che non è una cosa che puoi fare a lungo se fai altro nella vita, come studiare o lavorare. A meno che il blog non diventi il tuo lavoro. Non è il mio caso e non voglio nemmeno che diventi un impegno, anche se a volte, non lo nego, mi ha portato via del tempo che avrei potuto spendere in altro modo. Sottolineo, che “avrei potuto” e non che “avrei voluto”. Non è una differenza da poco. Il blog rischia di diventare la tua ossessione, mangiarsi il tuo tempo libero, trascinandosi dietro gli effetti collaterali dei social network. Like, followers e numero di visite potrebbero diventare poco a poco sempre più importanti e portarti via sempre più tempo. Se ti va bene così, sono contento per te e ti auguro di avere successo. Altrimenti puoi scegliere una strada più tranquilla e fregartene di tutte queste cose e prendere i like, i followers e il numero di visite come un riconoscimento per aver fatto leggere o ascoltare qualcosa che a qualcun altro, oltre che a te, è piaciuta. Credo di non averlo mai fatto finora ma vorrei ringraziare, nel più banale dei modi, tutti quelli che mi leggono, italiani e non. Ringrazio anche chi mette like e segue solo perché vuole essere seguito e avere un like a sua volta. Questa è una cosa che io non faccio mai ma capisco che funziona e forse sono io ha non averla sfruttata abbastanza.

In otto anni è passata da queste parti tanta musica ma non tutta per la verità. A volte capita che un album non mi abbia entusiasmato troppo o semplicemente non avevo molto da scrivere a riguardo nonostante mi sia piaciuto, anche parecchio in alcuni casi. In un primo momento questa mi sembrava una buona occasione per citarne alcuni di essi, dei quali non ho mai scritto e quasi sicuramente non lo farò in futuro. Ma poi ho pensato: perché farlo dopotutto? Per quale motivo elencarvi nomi di artisti e album dei quali, perfino io faccio fatica a citarvi una canzone? Per lo stesso motivo per il quale non faccio recensioni negative. Questo blog è qui per consigliare e non giudicare. Perciò sarà chi legge a storcere il naso eventualmente. A volte mi scappa qualche recensione tiepida, altre volte meno, ma cerco sempre di trovare il buono in ogni album o perlomeno di comprendere le motivazioni che stanno dietro le scelte di un artista. Quindi niente nomi.

Cosa aspettarsi per il futuro? Il solito, mi verrebbe da dire ma non è esattamente così. Dallo scorso settembre ho deciso di istituire una giornata particolare che si ripeterà quattro volte l’anno, l’ultimo sabato del mese. Mi sono reso conto solo in secondo momento che in pratica questo giorno coincide con il cambio di stagione (sic). Mi sono dato la possibilità di anticiparlo o posticiparlo di una settimana e di considerarlo perso se vado fuori tempo massimo. In tale giorno, acquisto cinque album il più possibile di generi musicali diversi tra loro. Lo faccio perché mi rendo conto a volte di essere un po’ ripetitivo e la mia curiosità ad esplorare un certo genere musicale mi trattiene dal provare qualcosa di diverso. E poi perché gli album che ho in (non so quante) wishlist sparse ovunque, stanno crescendo a vista d’occhio ed è bene che cominci a toglierne qualcuno. In questo giorno, dunque, mi auto-obbligo a scegliere cinque album senza fare troppo il difficile su quello che posso trovarci dentro. Un album deve rientrare nella categoria folk e simili, un altro in quella country o americana e simili. E fin qui tutto facile, ho solo l’imbarazzo della scelta. Poi il terzo possibilmente pop o rock, ed un quarto blues, jazz o simili. Questi ultimi due per me sono più difficili da scegliere e pesco un po’ alla cieca. Il quinto lo tengo come jolly, purché sia diverso dai precedenti quattro. L’importante è che siano tutti e cinque album, niente EP o cose del genere e che siano stati pubblicati in tempi recenti (questo è più forte di me, posso farci poco o nulla). Ho già sperimentato questa novità dei cinque album in due occasioni e devo dire che sta funzionando alla grande. Saranno in tutto 20 album all’anno in più che si vanno ad aggiungere a quelli che entreranno a far parte della mia collezione in tempi di normale amministrazione. Quindi in futuro, in questo blog potreste veder comparire qualche recensione di album che non rientrerà nei soliti generi che vado a coprire. Sono sicuro che sarà divertente per me quanto per voi ascoltare qualcosa di diverso ogni tanto.

E poi c’è sempre la questione dei libri. Non riesco più come un tempo ad incastrare post di musica e di libri come facevo una volta, pur rimanendo un lettore regolare. Se ci deve essere un buon proposito per l’anno nuovo, ecco, sarebbe quello di scrivere più spesso di romanzi. Devo anche ammettere che con la recensione di un libro si va abbastanza sul sicuro qui su WordPress. Sono molti i blog che seguo dove si possono leggere recensioni interessanti che, spesso e volentieri, mi aiutano quando sono alla ricerca si qualcosa di nuovo. Le grande quantità di blog che recensiscono libri però mi invoglia sempre di più a scrivere di altro (musica) per muovere l’interesse del lettore verso qualcosa che non siano libri o film. Ecco appunto, il cinema. Lo scorso anno ho fatto un post su qualche film che avevo visto e che mi sono sentito di consigliare. Forse la formula che ho usato in quell’occasione (poche righe per ogni titolo) potrebbe funzionare anche per i libri. In realtà l’ho già fatto in passato ma era solo per tamponare le mancanze letterarie del blog, l’idea è di farlo più regolarmente. Lo stesso vale per i film che sono altrettanto ben coperti dai blogger di questa piattaforma. Il fatto di scrivere di più di libri e cinema non è una promessa, è un buon proposito appunto. Si sa poi dove vanno a finire i buoni propositi.

Ok, credo di aver scritto abbastanza per questa volta e se qualcuno ha avuto la costanza di leggersi tutto il post, mi congratulo con lui. Non è una cosa scontata di questi tempi ma credetemi scrivo più di quanto parlo. Tipico di chi parla poco come me. Otto anni a scrivere, spero non sempre completamente a vanvera, ne sono la dimostrazione.

Se solo ci fosse un fiume

Prima che le nuove uscite di questo 2019 invadano il blog, è giusto dare spazio ad alcuni album che, per ragioni di tempo, sono rimasti fuori dalle recensioni dello scorso anno. Uno di questi è If Only There Was A River della cantautrice americana Anna St. Louis al suo debutto, dopo un mini album di otto tracce intitolato First Songs. I primi ascolti mi hanno fatto inquadrare la giovane Anna nella categoria delle cantautrici indie folk contemporanee ma c’era qualcosa di diverso nella sua musica. Solo i ripetuti ascolti hanno saputo svelare quel tanto che basta a renderla più interessante di altre sue colleghe.

Anna St. Louis
Anna St. Louis

L’album si apre con Water, un brano vagamente psichedelico guidato dal suono della chitarra. La voce melodiosa e pungente della St. Louis è ipnotica. C’è una sorta di tensione fragile durante tutta la sua durata. Davvero eccezionale, “How deep is the water? / You say, “It’s not” / How long is it flowing? / You say, “It’s gone” / I guess I dreamt / Slow traveling in times / I guess it was a / A picture in my mind“. Il singolo Understand mette in luce l’importanza del ritmo nella sua musica. Senza sacrificare la melodia e afferrando tutto quanto c’è di buono in un certo cantautorato femminile di oggi, Anna St. Louis si può permettere di rallentare il ritmo sensibilmente, creando un atmosfera sognante e smorzata, “The blue blouse that I wore / Hardly fits anymore / Understand you, I don’t understand / The heat that we both felt / Faded out like a cigarette / Understand it, I don’t understand“. La successiva The Bells è più marcatemene folk e strizza l’occhio anche al country. Una ballata dallo stampo classico ma impreziosita da trovate più moderne ed un finale brillante, “So long honey, baby / You can’t set me free / So you must be going / But our time was sweet / Oh, there’s nothing left to do / Oh, there’s nowhere to be / ‘Cause the shadow is moving / Right next to me“. Paradise è ancora una ballata, questa volta più essenziale e poetica, dove spicca il calore nella voce della St. Louis. Una canzone per sognatori, dove emerge una buona dose di malinconia, “Loads of people / In this old world / And they’re dreamin’ / Just like me / How the days / Roll into nights / And it’s still so / Hard to see / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead“. Daisy è una traccia quasi esclusivamente strumentale. Una musica ipnotica ci traghetta nella seconda metà dell’album. Desert viaggia lentamente, la voce della St. Louis appare distante. Le chitarre graffiano il denso tappeto sonoro in sottofondo, lasciando una sensazione di smarrimento,  “Nobody knows, nobody sees / That the back roads seem kinda wide / With the doves flowing round for miles / And the pilgrims are hoping to find / Their rivers had not run dry“. Tra le canzoni che preferisco c’è senza dubbio Hello. Faccio fatica a ricordare una canzone che riesca a mescolare ritmo e melodia in modo così perfetto. Le parole sono musica, sono ritmo. Da ascoltare, “And the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Has lost all its fun / Has lost all its fun“. Freedom apre verso un indie folk oscuro e minimale. Anna St. Louis si mantiene impassibile e continua ad usare la sua voce come un strumento musicale, senza fronzoli, stando attenta a mantenere sempre un ritmo lento e cadenzato, “Alone, alone / I walked alone / Alone, alone, alone / So why did you wait so long? / Why did you wait so long? / Oh, you’re right on my heels / And the sun’s in my eyes“. Lo stesso si può dire di Mean Love. Un delicata canzone d’amore, un po’ triste ma molto poetica e commovente. Questa cantautrice dà prova di talento anche nella scrittura e trovando nuovi spunti in un finale ancora una volta ipnotico e affascinante, “Well, I put on my dancing shoes / I got a right to / I got a right to / And I put on my favorite blues / I got a fire in me / I got a fire in me, too“. Wind si affida a qualcosa di più classico, un folk americano di vecchia scuola ma spogliato di qualsiasi cliché, rendendolo essenziale e moderno, “In the evergreens / I saw you roam / Like heaven / Descended down / You seemed to float / Beneath that western sky / On that strange night“. L’album si chiude con la title track If Only There Was A River nonché uno dei brani più belli di questo album. Una canzone che chiude idealmente il cerchio, una riflessione che incanta l’ascoltatore e lo trascina in questo fiume che scorre lento, “If only / There / Were a river / To drown out / My weeping / Cries / If only / There were a river / To drown out / My weeping / Cries“.

If Only There Was A River è un debutto che ricorda, per certi versi, altre due cantautrici come Angel Olsen o Molly Burch ma a differenza di loro Anna St. Louis riesce a mantenersi più fedele ad un certo tipo di folk americano, più classico e senza tempo. Quel tempo che in If Only There Was A River scorre lento e costante, scandito da un uso attento di ritmo e melodia. Non ci sono alti e bassi fatti per catturare l’orecchio di chi ascolta. Anna St. Louis non vuole attirare a sé l’ascoltatore  ma lo vuole trasportare, come farebbe la corrente di un fiume. Sì, avete capito, il fiume è la metafora dell’album e Anna St. Louis non è una traghettatrice bensì l’acqua, che scorre senza sosta, si apre e si chiude di fronte a qualsiasi ostacolo. Con questo album vi troverete sommersi dalle acque di questo fiume ed uscirne non sarà così semplice.

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Non mi giudicate – 2018

Simo giunti al termine di questo 2018. Un anno nel quale la mia collezione si è arricchita di numerosi album di debutto (i miei preferiti) ma anche di graditi ritorni. Ho anche ascoltato diversi album che non hanno trovato spazio nel blog ma tra quelli che lo hanno avuto ne ho scelti alcuni tra i migliori. Di questo spazio ne ho dovuto sacrificare un po’ per quanto riguarda le mie letture. Pur continuando a leggere come sempre, le recensioni, o qualunque cosa siano, dei libri sono sempre meno frequenti. Un po’ mi dispiace non riuscire a consigliarvi qualche lettura ma ci riproverò il prossimo anno. Qui sotto le mie personalissime scelte per questo 2018 e anche quest’anno è stato difficile scegliere ma alla fine ho scelto. Questo è il risultato.

  • Most Valuable Player: Anna Calvi
    La cantautrice inglese è tornata in grande stile con il suo album Hunter, affrontando, con la consueta energia, la propria sessualità. Le sue performance drammatiche e teatrali, la confermano una delle migliori artiste rock degli ultimi dieci anni.
    Anna Calvi –  As A Man
  • Most Valuable Album: By The Way, I Forgive You
    Alla cantautrice americana Brandi Carlile le riesce difficile sbagliare un album. Quest’anno è riuscita perfino a migliorarsi. Profondamente ispirato e intenso, il suo sesto disco è il migliore della sua carriera.
    Brandi Carlile – Party Of One
  • Best Pop Album: en cas de tempête, ce jardin sera fermé
    Alla fine per l’album pop la spunta Coeur de pirate. La cantautrice canadese sceglie di tornare a cantare in francese e fa bene. Un album che mescola bene passato e presente, tra ballate al pianoforte e inni electro-pop.
    Coeur de pirate – Combustible
  • Best Folk Album: Away From My Window
    La giovane cantautrice scozzese Iona Fyfe debutta con un album che mette in mostra sia le sue doti vocali che l’interesse e la ricerca per le ballate tradizionali della sua terra. Si tratta solo dell’inizio della carriera di una delle folk singer più promettenti.
    Iona Fyfe – Banks of Inverurie
  • Best Country Album: Songs Of The Plains
    Non me la sono sentita di premiare Golden Hour di Kacey Musgraves perché il dubbio che sia country o meno rimane. Chi invece country lo è per davvero è Colter Wall. Questo ragazzo canadese sembra sbucato dal passato e piazza un altro album di tutto rispetto.
    Colter Wall – Saskatchewan 1881
  • Best Singer/Songwriter Album: Louis Brennan
    A questo cantautore irlandese va riconosciuta una rara propensione a prendere a cuore temi importanti che riguardano tutti ma che sembrano toccarlo sul personale. Nel suo Dead Capital c’è la sua vita e la sua parabola di artista.
    Louis Brennan – Airport Hotel
  • Rookie of the Year: Kitty Macfarlane
    La cantautrice inglese con Namer Of Clouds mette in mostra tutto il suo talento con un folk giovane e moderno che trae ispirazione dalla tradizione e dalla natura, uscendo anche dai confini nazionali. Un album tra terra e mare di rara sensibilità.
    Kitty Macfarlane – Namer Of Clouds
  • Sixth Player of the Year: Lydia Luce
    Premio destinato alla sorpresa dell’anno e Lydia Luce lo è senz’altro. Dopo un buon EP senza lode, forisce con Azalea. Un album dalle tinte malinconiche del folk americano, piacevole da ascoltare e ricco di emozioni.
    Lydia Luce – My Heart In Mind
  • Defensive Player of the Year:  Kelly Oliver
    Con Botany Bay, la cantautrice inglese Kelly Oliver, va sul sicuro proponendo una breve antologia di canzoni tradizionali della sua terra. Quasi un passaggio obbligato per qualsiasi artista folk, che la vede promossa a pieni voti.
    Kelly Oliver – Botany Bay
  • Most Improved Player: Salt House
    Il trio folk guidato da Ewan MacPherson e Lauren MacColl si arrichisce della voce e delle canzoni di Jenny Sturgeon. Il loro Undersong evoca paesaggi e sensazioni come pochi altri sanno fare. Un folk affascinante, moderno ma rispettoso della tradizione.
    Salt House – Charmer
  • Throwback Album of the Year: My Love, She’s In America
    Questo titolo era prenotato ormai da tempo dall’album degli Stillwater Hobos. Un disco che mescola il folk irlandese con quello americano e il risultato è irresistibile. Tra cover, brani originali e tradizionali, questi ragazzi americani hanno fatto centro.
    The Stillwater Hobos – French Broad River
  • Earworm of the Year: Into A Bottle
    Poche canzoni, come questa di Wes Youssi, tratta dal suo Down Low, mi sono rimaste in testa così a lungo. Il suo country old school non può non piacere. Già lo scorso anno il singolo High Time aveva sortito lo stesso effetto.
    Wes Youssi – Into A Bottle
  • Best Extended Play: Live Forever
    Non sono molti gli EP che ascoltato quest’anno ma sicuramente quello della cantautrice gallese Danielle Lewis spicca sugli altri. Sonorità moderne ed elettroniche guidano la sua voce melodiosa. Un EP di ottimo pop folk che anticipa l’album di debutto.
    Danielle Lewis – Live Forever
  • Most Valuable Book: Imprimatur
    Questo libro, primo di una serie, è un romanzo storico-giallo ben scritto e dettagliato. La coppia Monaldi & Storti riesce a tenere una tensione costante, documentandone ogni singola riga. Praticamente ignorato (o censurato) in Italia per diversi anni, ma di grande successo in tutto il mondo, è un gran bel romanzo da scoprire.

Tanti album sono rimasti fuori da questa lista ma se trovate una recensione su questo blog vuol dire che mi sono piaciuti. Ad esempio Golden Hour di Kacey Musgraves, a cavallo tra pop e country era difficile collocarlo in questa lista e alla fine è rimasto fuori. Ho dovuto sacrificare anche May Your Kindness Remains di Courtney Marie Andrews a favore del country di Colter Wall. Stessa sorte per Florence & The Machine e il loro High As Hope. Il folk resta in primo piano ma purtroppo non c’era spazio per tutti e Hannah Rarity e il suo Neath The Gloaming Star è rimasto alla porta.
Così finisce dunque questo 2018, un anno pieno di soddisfazioni e nuove scoperte. Sono sicuro che il prossimo non sarà da meno.

collage

Mi ritorni in mente, ep. 58

Anche in occasione del Natale, questo blog si prende una pausa. Tornerò, prima della fine dell’anno, per tirare le somme di questo 2018 e prepararsi ad affrontare l’ottavo anno del blog. Quest’anno sarà un Natale diverso per me, che sono un abitudinario (non mi giudicate, siete come me cit.) ma se il vostro sarà un po’ triste non preoccupatevi. C’è chi ha pensato di allietare anche un triste Natale.

Coeur de pirate, cantautrice canadese, ha pubblicato un paio di anni fa un breve EP di canzoni tristi per Natale, intitolato appunto Chansons tristes pour Noël. C’è un classico come Last Christmas e una bella versione dei Noël sous les tropiques. Ma quella che preferisco è Pour la première fois, Noël sera gris, ovvero “per la prima volta, Natale sarà grigio”.

Buon Natale, dunque. Anche se sarà un po’ triste.

 

Can che abbaia

Joshua Pless “JP” Harris si considera prima di tutto un falegname a cui piace scrivere canzoni country. Ma solo dopo aver esplorato diversi generi musicali, questo cantautore americano originario dell’Alabama, ha trovato nel country e nelle sue variazioni, la sua dimensione ideale. Solo quest’anno, grazie al suo nuovo album Sometimes Dogs Bark At Nothing, ho fatto la sua conoscenza. JP Harris grazie ad una voce ruvida e profonda, mi ha subito incuriosito. Artista genuino, senza fronzoli ma solo un’imponente barba che gli da un’aria sfrontata. Questo è il suo terzo album dove campeggia in copertina il suo ritratto con un occhio nero e due cani in braccio, quasi fosse il ritratto di un principe fuori legge.

JP Harris
JP Harris

L’inizio è esplosivo con la travolgente JP’s Florida Blues #1. Harris va subito al sodo, mettendo le cose in chiaro. Un country blues “on the road” veloce e spensierato, tanto immediato qunanto divertente, “I lost my mind out on the highway / Seeking my inspiration with my nose / These offline situations led to some minor complications / Now I’m sweatin’ ‘em out in this motel room alone“. Subito però trovano spazio anche le ballate come Lady In The Spotlight. La storia di una ragazza in cerca di riscatto e fortuna è affidata alla voce consumata di Harris, “One day you may be the lady in the spotlight / But tonight you’re just some cold heart’s passing flame / Oh I pray that someday you’ll face the bright lights / But tonight you’re just a girl with no last name“. La successiva When I Quit Drinking è un malinconico pezzo country che racconta di come tutto è più chiaro e doloroso quando si smette di bere, “Lord, when I quit drinkin’ / All my mem’ries come back clear / And you’ll find me weepin’ / And sippin’ off a bottle filled with tears / Bar mirror shows me / The old me that had your love back then / When I quit drinkin’ / I start thinkin’ about startin’ up again“. Long Ways Back è una triste ballata piuttosto nostalgica nella scelta musicale. La sua melodia dolce è sporcata dalla voce di JP Harris che vuole essere meno graffiante,”Came for the good times / But never meant to stay / Tried to go home / But got lost along the way / Now it’s a long ways back / From here to yesterday“. La title track Sometime Dogs Bark At Nothing è una riflessione interiore fatta di domande di cui forse non c’è una risposta. E probabilmente è giusto così, “Sometimes dogs bark at nothin’ / Like when little kids start cussin’ / They don’t know why, they just do it ‘cause they can / Sometimes a girl’s heart gets busted / By a boy that she once trusted / Ain’t no reason ‘cept that he was born a man“. Con Hard Road si torna al country, questa volte con chiare influenze outlaw. JP Harris non sbaglia nulla ed ne infila un’altra, “Old Moses stood up on the barroom floor / Just screamin’ and a-shoutin’ with a two-by-four / Such a high holy terror Carolina hadn’t ever seen / Yeah pound-for-pound that boy’s [trouble?] size / You know his money talked but it usually lied / Buddy, it ain’t fair but even bad dogs get their day“. Immancabile la ballata solitaria e nostalgica come I Only Drink Alone. Meglio affondare i propri dispiaceri nell’alcol da soli. Una canzone che vuole semplicemente mettere la cosa in chiaro, “Oh I don’t need no one but me / To reminisce on how things used to be / To revel in this misery and curse this bottle quietly / Oh I only drink alone“. In Runaway, JP Harris affronta sé stesso e ammette di essere sempre in fuga, alla ricerca di qualcosa. Una canzone tra le più belle e personali di questo album, “I was born a runaway / After fourteen years, I did one day / I guess I never had the heart to stay / And do right by my wrongs“. Come vuole la tradizione c’è sempre di mezzo una donna in una buona ballata. Miss Jeanne-Marie è tutto questo. La voce  di JP Harris segue le note di un pianoforte, dimostrando una spiccata sensibilità, “Oh, but Miss Jeanne-Marie / I met you at the wrong time / With my days turned dark by wild nights / And this heart could not be tamed / Oh but don’t get me wrong / You were my fondest lover / If I could live this life all over / Girl, I’d surely change your name“. Chiude l’album il veloce honky-tonk di Jammy’s Dead And Gone. Harris sfodera tutta la sua personalità, incalzando l’ascoltatore con le parole, “You’ve heard this tale a hundred times / But this story’s true to life / Still got the slack action bangin’ in my brain / Well ol’ Jimmy’s dead and gone / But this hobo rambles on / I said you’re goddamn right, wrote another song about a train“.

Da Sometimes Dogs Bark At Nothing non ci si deve aspettare nulla di più di tanto buon country vecchia scuola e ritmi honky-tonk. JP Harris fa tutto in modo impeccabile e si lascia trascinare dal sound rodato della sua musica. Ma le canzoni che compongo questo album sono così vere e dirette che non si può non apprezzarle. Che siano ballate o scatenati pezzi blues, questo cantautore ci mette un pezzo della sua anima. Si respira la polvere di un country che tanti artisti stanno cercando di salvare nella sua semplicità e unicità. JP Harris con Sometimes Dogs Bark At Nothing mi ha convinto, rivelandosi una piccola sorpresa di quest’anno che sta per finire.

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La giostra della vita

Prima che finisca l’anno e diventi il momento di fare classifiche, è giusto dare spazio a nuovi album usciti sul finire di questo 2018. Come, ad esempio, Carousel della cantautrice texana Carson McHone. Il suo secondo album, uscito lo scorso ottobre, segue l’esordio del 2015 intitolato Goodluck Man ma che già conteneva in parte alcuni brani del nuovo album. Il suo è un country dalle sonorità classiche che va alla ricerca delle parole giuste piuttosto che di un ritornello orecchiabile. Non c’è bisogno di aggiungere che Carousel ha avuto subito la mia attenzione, considerando inoltre che si tratta a tutti gli effetti di un nuovo esordio, più curato e ricco nella produzione.

Carson McHone
Carson McHone

Sad apre l’album ed è subito chiaro il mood dell’album. Una ballata country che vuole scacciare una tristezza interiore che ormai è parte di sé stessi. La stessa tristezza che ha ispirato tante canzoni, “One night I had myself a dream / Me and Sad played hide-and-seek / And she could not find me ‘cause I would not cry / But it make me mean and I woke up tired“. La successiva Drugs affronta un malessere più profondo, il bisogno di medicinali per dormire o semplicemente della presenza di qualcuno. La voce della McHone è giovane ma sporcata da una nota ruvida e matura. Un’altra ballata country di grande effetto, “Your lullabies / They’re not enough / I can’t sleep hungry / I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need drugs, I need drugs / I need your drugs“. Lucky racconta del dolore di una donna tradita dal suo amante. Carson McHone dimostra un talento eccezionale nella scrittura, riuscendo a trovare sempre le parole adatte, “Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky / Lucky that I love being lonely? / Ain’t it swell? Oh, ain’t it swell / Swell that I don’t ever cry? / Ain’t it sweet that I buy / All your cruel, cruel lies? / Ain’t you lucky? Oh, ain’t you lucky, babe / Lucky that I love being lonely?“. Un blues vecchio stile con Good Time Daddy Blues. La cantautrice texana mostra il suo lato più da “cattiva ragazza” e accende uno dei brani più immediati dell’album, trascinato dalle chitarre e da un ritmo veloce, “So I’mma give that man a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s wasting my time / Well I’m gon’ give that man, now, a little piece of my mind / Tell him he best be stickin’ ‘round or else he’s just been wasting time“. Dram Shop Gal è una triste ballata che vuole rimarcare il suo status di bad girl. Un rifiuto di essere considerata una brava ragazza, reso malinconico e agrodolce dalla musica e dalla voce della McHone, “I don’t trust no man that slick back his hair / Though he may be a millionaire / He got sticky hands and too much time / Leave me to wonder how he made that dime“. Una breve traccia musicale o quasi, Intro – Gentle, apre la strada alla successiva Gentle. La classica delle ballate country di un cuore spezzato ma con un’intensità particolare. Una delle canzone più belle di questo album. Da ascoltare, “My broken heart won’t play gentle with my mind / So every night I find myself thinking of you / But I’m only playing games / I bet my heart against my brain / And every time I lose“. La successiva Maybe They’re Just Really Good Friends è una bella canzone dalle sfumature honky-tonk che scacciano via un po’ di tristezza. Carson McHone si dimostra a suo agio con qualsiasi ritmo e velocità, “Well maybe they’re just really good friends / But if not I guess I’ll just pretend / That she means no more than me to him / After all, they’re only friends“. Così come nella lenta How ‘Bout It che ritorna sul tema della tristezza. Un’inevitabile parte si sé. Un pianoforte e la voce della McHone la rendono una delle canzoni più intime e sincere di questo album, “So how ‘bout this, I’ve got the blues / Got this feeling in my bones I can’t refuse / There’s lots of wanting in this world that someone’s gotta do / Tonight I guess I like the looks of you“. Goodluck Man è una ballata che esprime tutta le delicatezza e la sensibilità del songwriting di questa cantautrice. Davvero una bella canzone, nient’altro da aggiungere, “Simple is as simple does and beauty is deceiving / Sweeter is the melody you’re humming as you’re leaving / One more time I will choose to believe him“. L’album si chiude con la poetica Spider Song. Un testo ricco di immagini, nel quale emerge il lato più folk della sua musica. La voce si fa anche più morbida per l’occasione, “Well, pride does march / All chromed and starched / Against a brandished heart / But Jack, he will / ‘Til death defend his / Quiver full of darts“.

Carousel è un album che si compone di due livelli differenti. Uno più marcatamente country e sbarazzino che emerge al primo ascolto, l’altro più drammatico e sincero, più lento a venire fuori. Le due parti sono tenute insieme da quella malinconia, quella tristezza, che è alla base del disco. Carson McHone non può evitare di essere triste ma non per questo si arrende alla vita. La sua musica si accende e accelera per poi spegnersi e rallentare quando è il momento. Carousel vuole dimostrare che, appunto, la vita è una giostra e tutti siamo in sella a quei cavallini, tutti agghindati quanto tristi, che vanno su e giù, sempre in tondo.

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