Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Inchiostro

Questa estate ho avuto il tempo di tornare a fare qualcosa che mi è sempre piaciuto: disegnare. Anni fa avevo già postato qualcosa su questo blog riguardo al disegno, Una matita e un post-it, ma poi non ho più fatto nulla. Quando disegno mi piace essere solo, sentirmi libero di disegnare ciò che voglio senza nessuno che ti osserva. Quando si è bambini disegnare è considerato quasi un gioco ma quando si cresce si trova sempre meno tempo per farlo. Ma non è sempre una questione di tempo, almeno per me, è sopratutto la possibilità di restare soli e lasciarsi trasportare per qualche ora dalla frenesia di far correre la matita o la penna sulla carta che spesso non si concretizza. Non ho mai fatto corsi di disegno a mano libera, sono un autodidatta e so che questo è un dono, che però non ho mai coltivato abbastanza.

Ecco che quest’anno, complice una settimana di vacanza solitaria, ho riscoperto il gusto di disegnare. Ho preso un vecchio album da disegno, nel quale c’erano un paio di vecchi disegni a matita ma anche molti fogli bianchi e ho cominciato. Avevo una matita spuntata, nessun temperino e nessuna gomma. Non mi restava che una comunissima penna nera a punta fine. Quello che vedrete qui sotto è fatto a completamente a penna (ad eccezione del “piede”, che avevo abbozzato con la matita spuntata). La penna era nuova e dopo sei giorni avevo praticamente finito l’inchiostro. Ho disegnato per quasi tre volte al giorno, un disegno dopo l’altro con la musica in sottofondo. Mi sono ispirato a varie fotografie, copertine di album ma qualcosa è anche frutto della mia fantasia. Il risultato sono 80 disegni che troverete nella galleria qui sotto. Altrettanti schizzi e prove ma anche errori sono finti nel cestino. Quello che vedrete nella gallery non è perfetto ma qualcosa di buono c’è. Mi accorgevo di migliorare giorno per giorno. Ora che le vacanze sono finite temo che mi fermerò di nuovo ma, credetemi, non ho mai disegnato così tanto in vita mia. Perciò farò in modo di non smettere completamente anche se non potrò farlo tre volte al giorno. Condivido con voi questi miei lavori. Spero vi piacciano come è piaciuto realizzarli. QUI per vedere la gallery su Flickr o cliccando l’immagine qui sotto.

Disegni 08/17

Mi ritorni in mente, ep. 46

È tempo di vacanze e tutti i miei buoni propositi di scrivere una recensione cadono nel vuoto e si sciolgono nel caldo d’agosto. Le vacanze sono vacanze dopotutto e anche questo blog, o meglio il suo autore, si prendono una pausa. Ma questo è il momento più adatto per affondare le mani negli album che ho accumulato in queste settimane e prepararmi per i per i prossimi post in vista di un autunno ricco di nuova musica. Quando arrivano le vacanze mi viene sempre in mente una vecchia canzone dei R.E.M., Permanent Vacation. Una canzone che risale ai primissimi esordi del gruppo americano, non certo una delle migliori ma è una di quelle rarità sempre interessanti. Quale occasione migliore per ascoltarla ancora una volta e cantarla durante queste vacanze?

I’m on a permanent vacation
Nothing left to move
I want a revelation
Nothing left to prove
I could take it with me
Leave you all behind
I got some kind of feeling
Burnin’ on my mind

Sleeping late in the morning
Stay out all night long
Every day is like the one before
I’m going wrong

Vicolo cieco

Scoperta grazie ad un bel post del blog Unreliablehero intolato Non dopo mezzanotte, Daphne du Maurier mi ha subito incuriosito. Sopratutto se si considera che alcune opere di questa scrittrice inglese sono state più volte riprese al cinema dal Alfred Hitchcock. Così, mosso dalla voglia di conoscere questa autrice, mi sono messo alla ricerca di una raccolta di racconti. Non trovando la stessa della recensione, ho scelto Gli uccelli e altri racconti edita da Il Saggiatore, che ne contiene sei.

Il primo fra questi è Gli uccelli che ha ispirato il film omonimo di Hitchcock. La storia e l’ambientazione del racconto sono totalmente differenti dal film, ma l’idea alla base è la stessa. Migliaia, forse milioni, di uccelli di qualsiasi specie, mossi da un’apparentemente immotivata frenesia, si scagliano contro gli uomini. Il protagonista avverte i percolo e prova in tutti i modi di proteggere la sua famiglia. Questi uccelli, di solito sfuggenti e persino innocui, diventano una minaccia, piccoli kamikaze fuori controllo che assediano la casa del protagonista. Una situazione senza uscita, nel quale il lettore brama di arrivare in fondo e scoprire come andrà a finire.
Monte Verità è il racconto più lungo ma ahimè il meno convincente. Lo stile della du Maurier è sempre elegante e ricercato che non si perde in fiumi di parole. In questo racconto però la storia è tirata un po’ troppo per le lunghe, cercando, a mio parere, di ricalcare lo stile onirico e misterioso di H.P. Lovecraft. L’ambientazione è suggestiva, così come i personaggi ma il finale rompe un po’ l’incantesimo già fragile del resto della storia.
L’ossessione di un uomo rimasto vedovo è il tema centrale de Il melo. Il protagonista è continuamente irritato, disgustato da qualsiasi cosa abbia a che fare con questo melo. Nonostante l’autrice né il protagonista mettano le cose nero su bianco, è chiaro al lettore che questo melo rappresenta l’incarnazione, vera o supposta che sia, della moglie defunta. Un racconto che tiene incollati al libro perché anche in questa occasione sembra non esserci una via d’uscita.
Il piccolo fotografo è il racconto che ho divorato più velocemente. L’ambientazione è quella di una vacanza estiva, nella quale una marchesa annoiata è alla ricerca di un’avventura sentimentale. Le cose presto si mettono male e ancora una volta Daphne du Maurier infila i suoi personaggi in situazioni spinose. Il suo stile pulito e poco descrittivo permettono una lettura gradevole che ci fa respirare quella atmosfera di noia che accompagna, in alcuni momenti, le vacanze più lunghe.
Baciami ancora, sconosciuto è, all’apparenza, una tenera storia d’amore, un colpo di fulmine. Il finale rivela però una terribile verità. Daphne du Maurier è abilissima a creare un’atmosfera romantica nella notte inglese. Il punto di vista è quello del ragazzo, timido ma risoluto, che assapora per una notte l’illusione del vero amore.
Il Vecchio è il racconto con il finale più sorprendente. Daphne du Maurier ci inganna con maestria fino all’ultima riga. Ho dovuto rileggere un paio di volte le ultime righe per comprendere quanto avevo effettivamente letto in precedenza. Un gioiellino.

Daphne du Maurier è forse un’autrice un po’ dimenticata ma della quale voglio approfondire la sua conoscenza. Le situazioni senza scampo, i finali mozzafiato sono le principali caratteristiche di questi racconti. Tutti sono accompagnati dallo stile elegante e pulito della sua autrice. Un libro che si legge senza troppo impegno ma che lascia dietro si sé una sensazione di inquietudine e incompiutezza. Rebecca, la prima moglie, Taverna alla Giamaica e Mia cugina Rachele sono solo alcuni titoli che vorrei leggere e lo farò sicuramente dopo aver smaltito la coda di libri che si è accumulata.

Daphne du Maurier
Daphne du Maurier

Dietro l’angolo

L’estate è sempre un buon momento per fare il pieno di musica. Soprattutto quest’anno che sembra che il mondo discografico non conosca sosta. Tante nuove uscite interessanti e io fatico a stare dietro. Ma alla fine riesco sempre a recuperare e capita che tra album  attesi e conferme, capiti anche qualche piacevole sorpresa. Evolutionary War della cantautrice americana Ruby Force (aka Erin McLaughlin) è una di queste. Attirato come una zanzara dalle luci del country, mi sono subito precipitato sull’album sicuro di quello che ci avrei trovato. Perché questo è un po’ il bello della musica, sentirsi al sicuro in luoghi che già conosci ma dietro ogni angolo si può nascondere ancora una gemma nascosta.

Ruby Force
Ruby Force

Church And State è una meravigliosa ballata nostalgica. La voce della Force è calda e carismatica e va a completare l’atmosfera evocata dalla musica. Un ottimo inizio, una canzone di benvenuto,  che ci fa entrare nel mondo di questa cantautrice, “‘G’s got a songbird wrapped in her heart / With a story that she may never tell / How she fell in love with a boy form the bar / And their love saved his soul from the depths of hell“. Mai una sola parola è così eloquente come Memory. Il peso della memoria, che a volte ci facilità la vita e altre ce la complica. Ruby Forse coglie nel segno, arrivando a toccare le corde giuste, che ognuno ha dentro di noi, più o meno nascoste, “Memory, honestly you’ll break my mind if you take this man / He’s the only thing, memory, that I’ve ever really even had / And you can’t hide my peace when I close these eyes, memory“. Ode To Vic Chesnutt è altrettanto eloquente. Una canzone dedicata al tormentato e compianto cantautore americano suicidatosi il giorno di Natale di otto anni fa. Una canzone carica di conforto e speranza, “I woke up, howling at the dawn / Restless as my wanderin’ eyes awakened / It’s not enough, to make what you want from dreams / Because all such things are likely to be shaken“. Spazio ad una canzone d’amore spensierata e leggera dal titolo Cowboy. Ruby Force ha l’occasione di mettere in mostra un lato più positivo della sua musica, dimostrando di saperci fare, “But he’s my cowboy and I am his girl / We’ve been out across the Great Plains, and all around the world / I’d be a fool to throw him back, even for diamonds or pearls / Cause he’s my cowboy and I am his girl“. Damn Your Love scivola su territori più rock aiutandosi con un ritornello orecchiabile. Una canzone d’amore, un amore apparentemente senza speranza. Una bella canzone, meno scontata di quanto possa apparire, “Damn your love, damn your kisses / I wish I never knew / This ain’t right, I want you to fix it / I want to be by your side“. Con Dancing As I Go, ci addentra ancora di più in un blues rock. La voce della Force danza sulle sferzate delle chitarre, muovendosi sinuosa. Una canzone accattivante, ben fatta e coinvolgente, “Because I’m free, dancing as I go / I’m gonna loose myself in the rhythm of your blues / Yes I’m free, dancing wherever I go / And I won’t look back cause I stole your dancing shoes“. Il ritmo rallenta con Diamonds, una ballata romantica di eccezionale sensibilità. Ruby Force ci mette il cuore, in una delle performance più accorate dell’album. Irresistibile, “If you decide to change your mind / What kind of man would you be / Well you can’t change and I won’t fight / Just believe we’ve got God on our side / We’ve got God on our side“. Plain As Paper è un country orecchiabile e trascinante. Ruby Force se la prende con un ragazzo che si è invaghito di una ragazza insignificante. Tutta la canzone suona come una sorta di rimprovero, “That girl is plain as paper, white as white can be / Her face is dull like the earth and dirt / But you see her and you don’t see me“. Il punto più alto dell’album, a mio parere, si raggiunge con la bella Tender. Su un ritmo pulsante e vivo si snoda un inno all’amore. Con vaghi richiami agli anni ’70, Ruby Force mette tutto al posto giusto, dimostrando tutto il suo talento. Da ascoltare, “Tender is the ghost / The ghost I love the most / Hiding from the sun / Waiting for the night to come / Tender is my heart / I’m screwing up my life / Lord I need to find / Someone who can heal my mind“. Chiude l’album Why Do You Leave che porta la Force verso sonorità meno country per abbracciare il rock, quello delle ballate, dando ampio spazio alla musica, “I know nothin’ lasts forever / That takes me away / I Tried to keep you here forever / That’s why I don’t understand / Why do you leave“.

Evolutionary War è un esordio brillante che ci svela una cantautrice di grande interesse. Ruby Force si dimostra capace di spaziare dalla più delicata canzone sentimentale al rock spensierato. Non mi piace fare paragoni, di solito non ne faccio mai, ma Ruby Force mi ha trasmesso quella sincerità e spontaneità che da sempre ritrovo in Brandi Carlile. Come quest’ultima, Ruby Force è abile nel songwriting, preferendo le parole giuste e la melodia perfetta, ad un uso esibizionistico della voce. Sì, Evolutionary War si piazza tra le più belle sorprese di questo 2017, che si è rivelato più che soddisfacente nonostante siamo ancora a metà.

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More di gelso

Lo scorso anno mi avvicinai alla musica di Rosie Hood attraverso il suo omonimo EP d’esordio. Composto da cinque ballate tradizionali cantante con la voce cristallina della cantautrice folk inglese, ha subito stuzzicato il mio interesse verso la musica folk tradizionale. Rosie Hood fa anche parte del gruppo The Dovetail Trio, di cui, a suo tempo, avevo già preso nota di procurarmi il loro album Wing of Evening del 2015. Lo scorso mese è stato pubblicato il suo album d’esordio solista intitolato The Beautiful & The Actual che raccoglie le canzoni che in questi anni Rosie Hood ha proposto dal vivo. Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di ascoltare questo album, sicuro di trovare al suo interno canzoni folk fatte con cura e passione.

Rosie Hood
Rosie Hood

Lover’s Ghost mette subito al centro dell’attenzione la voce della Hood, che propone una variazione della ballata tradizionale The Holland Handkerchief. La storia racconta di un giovane morto di dolore per essere stato allontanato dalla sua amata, che fa ritorno da lei come fantasma, “Nine days after this young man died, / His ghost appeared at her bedside / ‘Rise, rise, my love and come with me, / And break these chains and set me free.’“. La successiva A Furlong Flight è una delle mie preferite ed è una canzone originale. Racconta la storia di un monaco del XI secolo che provò a volare. La canzone sembra una ballata tradizionale che si incastra perfettamente all’interno dell’album. Da ascoltare. William’s Sweetheart si basa sulla tradizionale William Taylor che racconta di una ragazza si finge un uomo per imbarcarsi e andare alla ricerca del suo amore di cui non ha più notizie. Quando scopre il tradimento, lo uccide. La particolarità di questa versione è il punto di vista che si sposta in prima persona nel ruolo della ragazza, “I boldly called for a brace of pistols / Which were brought at my command; / And there I shot my dearest William Taylor, / With his bride at his right hand“. Lord Lovel è una commovente storia di un amore. Lord Lovel parte per un lungo viaggio e promette di tornare il più presto dalla sua amata Lady Nancy Belle. Quando fa ritorno scopre che Lady Nancy è morta e decide di seguirla nella morte. Dorothy Lawrence è un altro brano originale che ricalca fedelmente i tratti tipici della canzone tradizionale delle terre d’Albione. Rosie Hood da prova delle sue capacità di songwriting oltre che vocali. Irresistibile la ballata Baker’s Oven che racconta di un fornaio sceglie di usare come pietre del suo forno le lapidi di un cimitero. Il suo pane finisce così per essere marchiato con gli epitaffi più disparati, creando malumore ma anche qualche risata, “‘Get up, you wretch! and come and see the blunders you have made! / Your tombstone bottoms sure will prove a deathblow to my trade.’ / He took him to the bakehouse where a curious sight was seen, / The words on every loaf were marked that on the tombstone been“. The Little Blind Girl è tratta da una raccolta di canzoni tradizionali di Alfred Williams e racconta la triste fine di una povera ragazza ceca morta di freddo ma con una storia da raccontare, “Twas a drear November morning when the air was dull and chill, / When we spied the poor blind girl left to die upon the hill; / In her hand a written paper told her history, short but sad, / Why thus lovely, blind and starving, and why left so thinly clad“. La curiosa The Red Herring è un riadattamento di una ballata tradizionale che descrive in modo giocoso i vari usi delle parti del corpo di un’aringa. La musica composta dalla Hood da un’aura magica alla canzone, un valore aggiunto, “What do you think I made of my red herring’s fins? / The very best case that ever held pins. / There’s needles and bodkins and other fine things, / You think I made much of my jolly herring?“. Adrift, Adrift è una canzone originale scritta da Rosie Hood. Con sensibilità e poesia racconta uno dei problemi che affligge la nostra società, costringendo le persone a spostarsi di paese in paese, abbandonando la loro casa. Una delle canzoni originali più belle è certamente The Hills Of Kandahar, toccante canzone ispirata da alcuni fatti legati alla guerra in Afghanistan. Impreziosita dall’accompagnamento musicale di Ollie King. C’è spazio ancora per la tradizione con The Cruel Mother. Una canzone in che vede la partecipazione di Emily Portman, seconda voce del brano che crea un gioco di voci e melodia, ripetendo due versi del testo originale, “There was a lady in our town / ‘Jenny poor gentle Rosemary’ / She courted a man til her apron grew round / ‘When the dew lies under the mulberry tree’“. Chiude l’album la ballata Undaunted Female che racconta la storia la storia di una ragazza che affronta un rapinatore e con l’aiuto di un gentiluomo, uccidono tutta la sua banda. Rosie Hood ricama la storia quasi esclusivamente con la voce, dando prova del suo talento.

The Beautiful & The Actual è un album che dà nuova vita alle ballate folk tradizionali, alternandone alcune tristi con altre più gioiose. Le canzoni originali sono perfettamente in sintonia con il resto dell’album, segno che Rosie Hood è riuscita a mantenere intatto lo spirito della tradizione anche in nuove composizioni. Fino a qualche anno fa non avrei mai pensato che il folk tradizionale sarebbe entrato così prepotentemente nella mia collezione musicale ma grazie ad artisti giovani come Rosie Hood, ho avuto modo di scoprire un genere spesso rivolto ad un pubblico circoscritto. Ma non bisogna dimenticare che la musica folk inglese, scozzese e irlandese in particolare, è alla base di molti generi musicali che ancora oggi ascoltiamo. Questo The Beautiful & The Actual è una buona occasione per riscoprire la tradizione folk e scoprire una delle sue più talentuose rappresentanti.

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Strisciare come insetti

Dopo l’esordio di due anni fa con We Slept At Last (Capelli di lino) è tornata la cantautrice inglese Marika Hackman con il nuovo I’m Not Your Man. Per lei ho sempre avuto un rapporto di amore-odio e il suo primo album non ha fatto altro che rinforzare questa sensazione. We Slept At Last è stato un album che ho abbandonato dopo ripetuti ascolti ma non perché non mi piacesse ma per il fatto che era fin troppo cupo e perfino inquietante. Questo I’m Not Your Man si è fin da subito presentato più luminoso e ribelle, a partire da un colorato artwork realizzato dall’artista americano Tristan Pigott, carico di dettagli e significati. Marika Hackman sembra si sia lasciata alle spalle, almeno in parte, il malessere che pervadeva il suo esordio.

Marika Hackman
Marika Hackman

Boyfriend apre il nuovo corso della Hackman. Tra le chitarre si muove la sua voce, sempre carica di inquietudine. Le sonorità folk appartengono al passato, così come quell’incertezza di fondo che faceva vibrare il precedente album, “You came to me for entropy and I gave you all I had / He makes a better man than me / So I know he won’t feel bad / It’s fine ‘cause I am just a girl / “It doesn’t count” / He knows a woman needs a man to make her shout“. Sulla stessa lunghezza d’onda la successiva Good Intentions. Il peso della vita e quel malessere restano ancora una parte integrante delle sue canzoni, e questa ne è un esempio. Le chitarre riempiono lo spazio lasciato dalle parole in un trascinante flusso distorto, “I just need your good vibrations / I’ve gotten so ill, and I’m still / Rigor mortis, set in motion / Bring me to life, I’m so tired“. Dedicata ad una misteriosa Gina è appunto Gina’s World. Un mondo evidentemente buio, senza sole, profondamente triste. La Hackman ripropone le sonorità dell’esordio dimostrando di non aver perso il filo con il suo passato, “And I’m walking through the park / And everyone’s crying ‘cause it’s so dark / And I am on my own, and I can’t find Gina, did she go home? / And she’s sitting in my house, with her tears in her mouth“. My Lover Cindy è la canzone più accattivante dell’album. Marika Hackman affronta il tema dell’amore senza distinzioni di genere, facendolo con la giusta tensione e senza troppi giri di parole, “If I was a liar, I would call you my friend / Let’s hope the feeling’s mutual in the end / Symbiosis, can we keep it how it was? / Now the levy is broken / I want more“. La successiva Round We Go si dispiega lenta e costante. Un accompagnamento essenziale ma incisivo, lascia spazio alla voce eterea della Hackman. Un ritorno al passato piuttosto marcato, “Hold my tongue with a finger, no thumb / Pressing down into my neck / How it hurts! I can’t exhale, next bale / Tell me I’m a nervous wreck“. Violet è legata all’ossessione della Hackman per la bocca di una sua ex. Uno spunto curioso che ha risvolti, inequivocabilmente, sessuali di cui è pieno l’album, “I’d like to roll around your tongue / Caught like a bicycle spoke / You eat, I’ll grow and grow / Swelling up until you choke“. Posso dire che Cigarette una delle canzoni che più preferisco della Hackman. Una ballata triste e solitaria, che ha quegli echi folk gotici alla quale la cantautrice inglese ci aveva abituati, “And I tried to hold my tongue / But you, you yanked it from my grip / Bathed it in petroleum, lit a cigarette and gave it a kiss“. Subito una svolta rock con Time’s Been Reckless che sembra uscire direttamente dagli anni ’90. Anche Marika si aggiunge così a questo ritorno di un decennio sempre un po’ bistrattato, “Eyes roll up; you can’t even tell me my name / “I’m your god”, you can’t even tell me the same / You’re so feckless, I’m so sorry / Time’s so reckless with our bodies“. Una folkeggiante ballata dal sapore americano si nasconde sotto il nome di Apple Tree. Una delle canzoni più poetiche dell’album dove il frutto del peccato è fonte di ispirazione, “But now I sit where they used to be / A quiet little scene on an apple tree / White roots and balanced fruit / The winter glowed on her leaves“. So Long ritorna sull’alternative rock che è un po’ il marchio di questo album. Una canzone orecchiabile che contrasta con la cupezza della tracce precedenti ma che va a completare il quadro, “I can tell you’re lying by your watery eyes / I don’t need to listen to your alibi / I know who you’re feeling and I don’t feel nice / I’ll keep you in my bed tonight“. Eastbound Train apre a melodie più luminose che lasciano un briciolo di speranza per chi ascolta. Ci sono ancora forti richiami agli anni ’90, “I won’t keep you ‘cause I know you’re in love / And it’s not in me anymore and it’s not your fault / So I’ll go left and you’ll stay right / And I’ll come back here with my head held high“. Un mondo invaso da smartphone e social network è il tema di Blahblahblah. La voce della Hackman è svogliata e stanca, evocando la noia e la banalità delle chiacchiere social, “Ghost town, walk among the zombies / Faced down, their eyes are never on me / Backs up to the wall / Plugged into a pocket / Sigh, might as well just die“. Chiude l’album I’d Rather Be With Them che sprofonda nei bui abissi del suo predecessore. Immagini inquietanti si dispiegano verso dopo verso, trasportati dalla voce sommessa della Hackman, “You say: “look at the people / Crawling like insects / All over the pavements” / I’d rather be with them / ‘Cause I just hate this room, it smells like you“.

I’m Not Your Man segna un cambio di rotta, anche se parziale a mio parere, per la cantautrice inglese. La svolta alternative è rappresentata solo da alcune canzoni particolarmente grintose ma le altre richiamano il cupo esordio. Questa soluzione permette, a chi ascolta, di non essere travolto da quella tetra atmosfera che pervadeva We Slept At Last. Marika Hackman si lascia andare a temi che riguardano la sua sessualità e il suo modo di essere donna. A volte forse il suo stile un po’ distaccato, potrebbe stancare qualche ascoltatore un po’ insofferente ma I’m Not Your Man nel suo complesso è un album più godibile del precedente, a tratti anche immediato. In definitiva questo album non è forse per tutti i palati ma certamente si gusta dall’inizio alla fine.

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