Se una notte

Non è raro che basti una canzone per conquistare la mia attenzione. Un sound che fa per me e una voce elegante sono più che sufficienti. Tanto è bastato per portarmi alla scoperta di Marie Danielle. Questa cantautrice americana, originaria della Pennsylvania, ha pubblicato lo scorso anno il suo album d’esordio intitolato Hustler. Il suo è un indie folk dal gusto americano, caratterizzato dalla sua voce calda e avvolgente che non può lasciare indifferenti. Un album scoperto quasi per caso, come spesso mi succede, ma nel quale ho trovato quello che cercavo.

Marie Danielle
Marie Danielle

Tinseltown apre l’album, accogliendoci con una chitarra acustica che accompagna la voce straordinaria di Marie Danielle. Bastano poco più di due minuti e già l’atmosfera dell’album si fa malinconica e intensa. Si accendono le luci con Soldier, un brillante country folk,  che vede la partecipazione dei The Felice Brothers. Presenza non causale dato che Simone Felice è anche produttore dell’album. La title track Hustler mette in luce tutte le caratteristiche di questa cantautrice, a partire dalla capacità di songwriting. Il ritornello orecchiabile funziona ed è perfetta per rappresentare l’album. Dreary Hands ha un fascino d’altri tempi. Una canzone che scaccia ogni pensiero e che ci trascina lentamente in un lungo viaggio. One Night Stands è un brano che ha il profumo della notte. Marie Danielle riesce ha trasmettere quell’indescrivibile sensazione che si prova dopo una dura giornata. Da ascoltare. White Shoes è una cover dell’originale di Conor Oberst. Una delle canzoni più belle di questo album, molto diversa dall’originale e un raro caso in cui una cover è migliore. Un tocco personale e la voce calda sono tutto quello che serve a Marie Danielle per rendere una canzone speciale. One Of My Kind è un altro brano orecchiabile ma non banale. Marie Danielle sfodera ancora la voce nella sua versione migliore, delineando sempre un suo stile personale e sempre più riconoscibile. Un triste country folk si cela sotto il titolo di Slave Ships. Un’altra dimostrazione di talento e sensibilità che mette in primo piano la storia. La successiva Fun With Us è un rock lento e notturno. Di nuovo la voce di Marie Danielle è l’anima del brano. La conclusiva All Road Lead Home aggiunge un po’ di blues all’album, ricalcandone perfettamente le sue atmosfere.

Hustler è un debutto solido che ci fa conoscere una voce davvero interessante. Marie Danielle spazia tra le varie sfumature del folk americano, esplorandone lo spettro delle emozioni che sa dare. Ad ogni ascolto emergono sempre di più le sfumature delle canzoni, le sue atmosfere intense ma mai eccessivamente scure. Marie Danielle ha una voce che porta conforto e cattura l’attenzione, dando profondità a ciascun brano. Hustler è un album che mi auguro possa rappresentare l’inizio di una carriera ricca di soddisfazioni per una cantautrice di sicuro interesse nel panorama folk americano.

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Stormo

Quando voglio ascoltare qualcosa di nuovo basta che vado a cercare nella mia wishlist di Bandcamp. Come è successo altre volte, in quella sempre più lunga lista di album, trovo sempre qualcosa di buono. Come, ad esempio, From The Skein di Jenny Sturgeon, rimasto fin troppo tempo là dentro. Qualche settimana fa l’ho estratto dal mazzo, semplicemente affidandomi alla mia buona memoria in fatto di musica e forte del mio crescente interesse verso il folk tradizionale d’oltre Manica. From The Skein, uscito lo scorso anno, si è rivelato molto di più di un album folk nascondendo al suo interno suoni e idee davvero interessanti proposte da questa cantautrice scozzese.

Jenny Sturgeon
Jenny Sturgeon

Maiden Stone è ispirata alla leggenda legata ad una pietra che si trova nella regione scozzese Aberdeenshire. La storia è quella di una giovane donna che perde una scommessa con il diavolo. Per salvarsi scappa ma il diavolo quasi la raggiunge quando Dio la salva trasformandola in pietra, “In panic she ran for the hill / And in fury he turned her to stone / And she’s still there now, the Maiden Stone / At the back o’ Bennachie“. La successiva Raven è una delle più belle di questo album. Il ritmo sostiene la voce della Sturgeon, che si muove tra violini e chitarre. Una canzone folk ma dal piglio moderno, “The frost she settles on the web / The doe she shelters from the cruel, cruel wind / Roots find a home in the smallest gap / They grow and I carry them on my back“. Running Free è una delle canzoni che preferisco. Il suono della fisarmonica e il crescendo delle chitarre danno un fascino del tutto particolare ad una canzone che esprime libertà e voglia di vivere, “Wide eyes are looking high up where the branches sway / With dappled light upon your face / And touch is like a textbook of the things you learn / Absorb and nourish in your stride“. Selkie trae ispirazione alla leggende di queste creature fantastiche che la notte sono donne e di giorno foche. L’unico modo per non farle tornare nel mare e nascondere loro la pelle di foca. Interessante la scelta di inserire una seconda voce dai colori orientali, “Once my pelt was in your hands / And I a prisoner of the land / Until I stole my soul back from you / Now I have the ocean wide“. Nowhere Else I’d Rather Be è una canzone molto poetica. La voce della Sturgeon ferma ma morbida, dà un tratto particolare alle canzoni e a questa in modo particolare, “A meeting in the sun / On the meadows how the time goes fast / The past a tale of how we met / And look where we have come“. Il mare scozzese fa da sfondo a Honest Man. Una canzone che parla d’amore con semplicità e malinconia. Da ascoltare, “Down at the shore / He meets her once more / Searching her eyes / For a tell-tale sign / She smiles at him and his heart starts to sing“. Cùlan è una variazione di una canzone tradizione che racconta la storia di una sorella, promessa sposa di un uomo, che viene annegata per invidia dalla sorella maggiore. Il testo contiene una frase in gaelico che svela come la giovane, trasformatasi in un cormorano, sveli a tutti il crimine della sorella, “One sister she was dark of heart / The other she was full of grace / Seinn sgarbh le sgrios gu’n ribhinn ròn / de’n cràdh un cùlan gu dilinn ‘dàil“. Ancora influenze orientali in Linton, ispirata alla figura di Hercules Linton che progettò la Cutty Sark, una delle ultime navi veloci, “Sails like clouds pick up the wind / Heavin’, haulin’, bound away / ‘Weel done, Cutty-Sark’ he called out / To speed away, she’ll speed away“. Harbour Masters è un’istantanea delle coste della Scozia, tra gabbiani, porti e il lento andare e venire della marea, nella quale si può apprezzare tutta la sua abilità di cantautrice, “The chimney shrubs and the mossy gutters / The whirling swifts too high to see / Where nature meets the harbour master / On her own territory“. Tra le canzoni che preferisco di questo album c’è sicuramente JudgementSolo voce e nient’altro. Una canzone asciutta e diretta, di poco più di due minuti, “You make your judgements first / But you don’t hear me / All I want is to stand on my own two feet / These notes and letters / Support the words I speak / So read what’s on that page / Don’t write me off“. The Honours prende ispirazione dalla storia di due donne che falsificarono le Insegne di Scozia, ovvero i gioielli reali composti da una corona, uno scettro e una spada, “With honours three they made their flight / Bridgin’ the Fiddle Heid / Smuggled oot in broad daylight / To keep the honours three“. L’album si chiude con Fair Drawin’in. Una canzone che si rifà ad un detto locale ‘The nights are fair drawin in’, usato per descrivere le giornate che si accorciano sul finire dell’estate, “The sun sets on the hills of home / The nights are fair drawin’ in now / The leaves are turning, turning o’er / And like the swifts they’re gone now“.

From The Skein è qualcosa di più di un album folk.  Ci sono aspetti del folk tradizionale ma altri più moderni, ben mescolati con influenze di terre lontane. Jenny Sturgeon è un’abile cantautrice che trova i suoi punti di forza nei testi e nella musica. L’aspetto musicale resta uno degli aspetti più affascinanti, in grado di dare spessore e vita alle immagini evocate dalle parole. Alcuni brani hanno una copertina diversa che ritrae ciascuna un uccello, sottolineando la passione della Sturgeon per questi animali. Sono contento di aver recuperato questo album dalla mia lista e ancora una volta, mettermi a scriverne a riguardo, mi ha fatto conoscere qualcosa in più. Ogni volta che ascolterò una di queste canzoni non potrò fare a meno di pensare alla storia che si cela dietro al testo e alla musica.

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Numeri primi

È solo una questione di numeri. The Lingering del 2015 (Tesoro sepolto) era composto da sette tracce e non si poteva considerare un debutto vero e proprio. Non è il caso di The Nordic Mellow, formato da dieci canzoni e uscito quest’anno. Siv Jakobsen, cantautrice norvegese, si può ammirare in un vero album, atteso da me con un certo interesse, dopo le buone impressioni di The Lingering. La sua copertina mostra la neve delle fredde terre nel nord e il vento che le attraversa. Siv Jakobsen era stata in grado di racchiudere nelle sue canzoni queste immagini, attraverso una poesia triste e dolce, pervasa da un senso di malinconia. Per scoprire se la magia si è ripetuta non resta che abbandonarsi all’ascolto di The Nordic Mellow.

Siv Jakobsen
Siv Jakobsen

To Leave You è un bella canzone che vuole trasmettere un senso di solitudine. La voce della Jakobsen è meravigliosamente melodiosa e morbida. Il testo è poetico ed evoca immagini nitide, supportato dagli archi e da suono della chitarra, “I don’t know for who I’m longing / Is it you or your reflection in my mind? / But I know now, what I am hoping for / Building cages ‘round my chest to leave you out / To leave you, to leave“. La successiva Change segue senza soluzione di continuità. Una canzone di amore e odio, un’attesa silenziosa nella quale si cerca cerca un cambiamento. Una canzone breve ma intensa, “Burning in my mouth / Words that can’t escape my tongue / Clogging up my throat, withering my inside / So I am peeling off my skin / And pulling all my seams apart / I am doing all I can to keep my mouth from letting loose on you“. Si cambia ritmo con Shallow Digger. Un’introduzione epica apre la strada alla voce, questa volta più fredda, della Jakobsen. Un testo criptico e ossessivo, da vita ad una delle canzoni più immediate dell’album, “Shallow digger I am hunting gold, want it all, give me more / Shallow digger I am hunting gold, want it all, give me more“. In Crazy, la cantautrice norvegese, canta aprendo il suo cuore. Un’intesa dichiarazione d’amore, segnata dalla necessità di condividerlo attraverso la musica e la poesia, “I’m up and off the wall for you, crazy / Writing songs for you / I’m up and off the wall for you, crazy / ‘Cause I don’t, I don’t, I don’t, I don’t know you“. Quando scrivevo qui sopra delle atmosfere del nord, mi riferivo a quanto si può ascoltare in Blanket. Siv Jakobsen traccia con la sua voce scie di luce nel aria pervasa dal suono degli archi. Da ascoltare, “‘Cause in the mornings, in the evenings I would wait / But my patience would spill on the floors and on the ceilings / Through my mouth as I called for you / I called, called“. In Like I Use To, la voce della Jakobsen resta vellutata ma attraverso il testo, esprime emozioni forti e contrastanti. Una rara abilità che è frutto di un talento sempre in crescita, “So I stick my brain in the sand / Watch me fold, watch me wither / I stick my brain in the sand / Watch me fold, watch me fold, watch me fold“. Not Alone è una struggente poesia in musica. La volontà di restare soli ma di non sentirsi tali. La bellezza della solitudine non è compresa da molti ma sono anche io tra quelli a cui piace stare solo. Ed evidentemente è così anche per Siv, “I’m not cold, I feel it all / But I am bold, I take control / ‘Cause life is short / And love is rare“. Si accende di vita Berry & Whythe. Una canzone che mette il luce un lato più positivo e meno solitario ma ugualmente poetico, “On my bed we lived alone / Under my sheets you’d hide and I just lie there / Waiting on you to come back / But you made a a big black hole to bathe in through the night / With me at your side“. We Are Not In Love ha un titolo eloquente. Un amore che non è amore, una canzone profondamente malinconica e forte, “There’s an outline on your chest / From my fingernails from every time you’ve left / Every day and night for a year / I waited for you, dear / I could feel it in my bones / But my heart is made from stubbornness and hope“. Space è l’ultima canzone di questo album. Siv Jakobsen canta sulle note di un pianoforte, esplorando nuove vie, dando più spazio alla musica e usando la voce come uno strumento musicale, “In the night by your side on the bed / We are mighty, we are lust we are, we are light / Bring me in on your skin, trace me down“.

The Nordic Mellow è un eccezionale esordio, naturale seguito del suo predecessore. Siv Jakobsen incanta dalla prima all’ultima nota, calcando spesso le orme di Laura Marling. Come quest’ultima, si affida ad un accompagnamento musicale ben collaudato ma di sicuro effetto. La costante presenza degli archi dà maggiore profondità alle canzoni, a scapito della varietà di esse ma questo non è per forza un difetto. L’album infatti appare coeso, uniforme ma ad un ascolto superficiale e distratto potrebbe apparire monotono. Non fermarsi alle apparenze è la prima regola da seguire per non abbandonare un album. Siv Jakobsen ha anche il pregio di non dilungarsi troppo, contenendo la maggior parte delle sue canzoni intorno ai tre minuti, sottolineando così la loro natura sfuggente ed eterea.

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Finale di stagione

Ufficialmente l’estate è finita, perciò mi sembra corretto chiudere la stagione con l’ultimo album che mi ha tenuto compagnia durante le vacanze. Sempre seguendo le tracce del folk tradizionale inglese, sono giunto ad ascoltare la voce di Rosie Hodgson. Originaria di Midhurst, un caratteristico paese del West Sussex, questa cantautrice mi ha incuriosito già lo scorso anno con il suo album d’esordio, Rise Aurora. Solo qualche settimana fa però ho ritrovato questo album nella mia, ormai sconfinata, wishlist di Bandcamp e non ho saputo resistere. Ecco dunque un altro album folk che si aggiunge ad un bel gruppetto formatosi quest’anno del tutto spontaneamente.

Rosie Hodgson
Rosie Hodgson

L’album si apre con la bella Path Into The Woods. La voce delicata e melodiosa della Hogson è complementare al violino di Rowan Piggott. Una triste storia di passione e tradimento, ispirata alle vicende di Tristano e Isotta, “Well last night I dreamed / Of a kingdom upon its knees / And you and I, my love, will bear the blame, / But let the kingdom fall / Let the walls crumble around me, / And my sweet sinner, give me my sin again“. Bee-Boy’s Song è una poesia di Rudyard Kipling messa in musica e cantata a due voci, nella versione di Peter Bellamy del 1972. Una canzone davvero riuscita, con un’atmosfera carica di magia e tensione, “Bees! Bees! Hark to your bees! / Hide from your neighbours as much as you please, / But all that has happened, to us you must tell, / Or else we will give you no honey to sell!“. La title track Rise Aurora è una delle più belle canzoni dell’album. La note del violino sono come una seconda voce e insieme ci accompagnano in mare. Una canzone di amore e speranza, delicata e sognante, ispirata della storia della sua famiglia, “Rise Aurora, Aurora rise, / Cast around your golden rays, / So I may to the harbour fly / For to feel his warm embrace“. Woman Of The Woods è il canto di una signora che vive in un bosco e dai lei vanno donne e uomini alla ricerca di consigli e aiuto, “There’s many who’d shun a woman like me, / Though many I have had hand in helping, / When times are hardest or hope nearly lost, / It’s into the the woods they come calling“. Un’altra canzone folk tradizionale si cela sotto il titolo The Cuckoo. Quasi esclusivamente sorretta dalla voce cristallina della Hodgson, questa versione è davvero eccezionale ed essenziale, “Oh the Cuckoo is a pretty bird she sings as she flies, / She brings us good tidings she tells us no lies, / She sucks the little birds’ eggs to keep her voice clear / And when she cries “cuckoo” the summer draws near“. Un intro di violino dà inizio a Footsteps In The Snow, una canzone che racconta la storia di un marito partito per la guerra e sua moglie rimasta sola con i sui figli, “And your daughter, you’ve barely seen her / And yet still she asks about you all the time. / And you may as well have been a stranger, / But you’re that stranger in her prayers every night“. Hush è la storia un un uomo che corrompe il padre di una ragazza pur di averla per sé. La voce della Hodgson è sempre perfetta e melodiosa, “Lovely lady fair and bright, / Will you lay with me tonight? / And let you down that golden braid, / In my arms ‘til morn will stay“. Hetty’s Walz è ispirata alla storia d’amore dei suoi nonni ed ad essi è dedicata. Una storia d’amore nata a bordo un autobus, “Let’s take the 10.50 right past the Minster, / A tower so proud reaching right to the sky.” / Joe says to Hetty, “Love, I’ll make you a wager: / There’s no-one in this wide world as in love as I… / “. Come è giusto che sia in un buon album folk, bisogna rendere omaggio a Robert Burns. Per farlo Rosie Hodgson sceglie Westlin Winds. Una poesia cantata a due voci che rende giustizia al bardo scozzese, “The partridge loves the fruitful fells, / The plover loves the mountain, / The woodcock haunts the lonely dells, / The soaring hern the fountain, / Through lofty groves the cushat roves / The path of man to shun it, / The hazel bush o’erhangs the thrush, / The spreading thorn the linnet”. In buona parte degli album folk che ho ascoltato quest’anno c’è una versione della ballata tradizionale di William Taylor. Qui la Hodgson ne propone un’altra carica di tensione, intitolata Willy Taylor, “If you’re in search of your true lover, / Pray come tell to me his name.” / “Willy Taylor they do call him, / But Fitzgerald is his name”. Chiude l’album la ninnananna Liverpool Lullaby, che sembra essere una canzone tradizionale ma in realtà è stata scritta dalla Hodgson all’età di quattordici anni. Una dimostrazione di talento, “When you’re not tired / But are tucked up in bed, / When you want to dance / But have to go to sleep instead, / When you need help drifting off / Please just close your eyes / And I’ll sing to you the sweetest / Of the Liverpool Lullabies“.

Rise Aurora è un album composto per la maggior parte da canzoni originali scritte da Rosie Hodgson ma che mantengono fede alla tradizione, così tanto da sembrare esse stesse tradizionali. La chitarra della Hodgson e il violino di Piggott sono i due strumenti che accompagnano le canzoni dell’album, creando un’atmosfera di intimità e confidenza con l’ascoltatore. La capacità di questa cantautrice di scrivere canzoni è davvero notevole, un talento naturale assolutamente da non sottovalutare. Rise Aurora mi ha accompagnato nei pigri pomeriggi d’estate, deliziandomi (non trovo altra parola migliore) per tutta la sua durata e accompagnami sempre più dentro il bosco incantato del folk tradizionale.

 

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Circolo virtuoso

Lucy Rose è una di quelle artiste al quale sono particolarmente legato. Lei è stata una delle prima cantautrici dalle quali sono partito alla scoperta di tutto un mondo musicale fino ad allora a me ignoto. Il primo album Like I Used To del 2012 (Timidi esordi) mi aveva fatto scoprire un’artista di sicuro interesse per gli anni a venire. Dopo tre anni uscì Work It Out (Fino alla fine) che mi lascio un po’ perplesso soprattutto dal punto di vista della produzione. Mi auguravo un ritorno alle origini per Lucy Rose. Ebbene dopo un tour in Sud America organizzato dagli stessi fan, dopo aver viaggiato a lungo loro ospite, la cantautrice inglese ha riscoperto il piacere di scrivere canzoni e di cantare. Rigenerata e sull’onda delle emozioni ha visto la luce il nuovo Something’s Changing. Nel titolo è riassunta l’anima di questo ritorno che personalmente attendevo con curiosità.

Lucy Rose
Lucy Rose

La prima traccia Intro apre l’album con un delicato arpeggio e la voce delicata della Rose. Il primo segno che qualcosa sta cambiando, “It’s just a song but, without it / Would I’ve told you this? / I’m crazy without you, I’m crazy with you / This is bliss“. La successiva Is This Called Home è una canzone che conforta e scalda il cuore. L’accompagnamento orchestrale è azzeccato e si sposa perfettamente con la voce della Rose. Una delizia per le orecchie, “Now my head is sore / When no one’s around / To help me feel you / Am I monster? / Did I deserve all of those words? / ‘Cause I still believe“. Strangest Of Ways si snoda sulla melodia di una chitarra, per poi crescere nel ritmo. Una canzone che richiama l’esordio del 2012, “Who’d have thought it, who’d have thought it? / I could be yours when I’ve never been mine / Who’d have thought it, who’d have thought it? / This is the place for me and my bones“. Una delle canzoni che preferisco è sicuramente Floral Dresses. Con la partecipazione delle The Staves è preziosissima, Lucy Rose ritrova la sua forma migliore. Una poesia in musica che fa della sua semplicità il suo punto di forza, “I don’t wanna wear your floral dresses / And my lips won’t be coloured / I don’t want your diamond necklace / Your disapproval cuts through“. Sulle note di un pianoforte, prende forma Second Chance che si sviluppa in un trascinante pop delicato ma potente. Un’altra dimostrazione di talento e mestiere, che era mancato alla Rose in altre occasioni, “Morning came / And it left me with a bitter taste / Of a mould I don’t fit / But with many others we commit / Heaven knows this is real“. Love Song è una delle canzoni più belle di questo album. Un accompagnamento ricco ma non eccessivo, illumina questa canzone di una luce particolare, sbocciando nel finale in un cambio di marcia, “I found peace in a world so cruel / You made me believe in something anew / You’re my beginning, you’re my life till the end / I’d never let you walk on by“. Non smette di sorprendere Lucy Rose che infila un’altra canzone come Soak It Up che vede la partecipazione di Elena Tonra (Daughter). Una canzone viva e carica di speranza, “You’re lying in bed / Please open those weary eyes / It’s lying ahead / I’m just on the other side, woah-oh, woah-oh / It’s you, it’s all for something / And it’s you that could make it, make it happen“. Ispirata alla figura della mitologia greca che personifica il destino, Moirai è un meraviglioso esempio di cantautorato pop britannico. Tra le note del pianoforte e l’accompagnamento orchestrale, Lucy Rose trova la sua dimensione, “But Moirai, you let me down, you let me down / You let my love walk away without a fight / And the house is cold and the sheets so clean and I’m figuring out / When Moirai, you let me down, you let me down“. No Good At All è un richiamo agli anni ’70 ma anche all’ultimo album della cantautrice inglese. Una canzone che ha tutto il gusto del buon pop del passato ma rinfrescato dalla sua ritrovata creatività, “Hey baby, won’t you let me come and kiss you / All night long, all night long / Don’t worry, I won’t tell nobody / That you are the one until dawn“. La canzone più intima dell’album è Find Myself, e anche una delle più belle della Rose. Un accompagnamento musicale perfetto per la sua semplicità e resa, “A life changed in an instant / And here we are drinking / I wish I had some way to make it more than just okay / Forsake it / It’s times like these I wonder / ‘What the hell is going on?’“. Nell’ultima canzone, I Can’t Change It At AllLucy Rose si lascia andare in un meraviglioso crescendo orchestrale. Una canzone un po’ malinconica ma che racchiude lo spirito dell’album e il suo intento, “I can hear you calling me / I can hear you from across this open sea / I can hear your voice as it is calling me / Calling for somebody to help you be free / But it’s not me“.

Something’s Changing segna un ritorno importante soprattutto per Lucy Rose. Una ritrovata ispirazione traspare in ogni singolo brano, illuminato dalla sua voce delicata. L’esperienza in Sud America ha plasmato questo album dalla prima all’ultima nota, dando vita a canzoni ispirate. Lucy Rose riparte da zero o quasi, una dichiarazione d’amore verso i fan, che da semplici ascoltatori, sono diventanti amici anche se a volte lontani. La musica ha avvicinato questi due mondi, generando a sua volta altra musica che, come nel caso di Something’s Changing. Un circolo virtuoso che mantiene in vita la musica. Questo è quello che dovrebbero fare i cantautori e Lucy Rose lo ha capito, sperimentandolo in prima persona. Bentornata Lucy.

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Questo vecchio ragazzo

Ai primi ascolti, così come i successivi, sembra di ascoltare un qualche veterano del country. Uno di quei vegliardi che imbracciando una chitarra, dalla qualche strappano qualche nota, evocano con la voce e il canto storie dure e intense. Ma il nome di Colter Wall non lo troverete negli annali del country, non ancora almeno. Perché alla sua giovane età di ventidue anni è ancora al suo album d’esordio. La sua voce però sembra quella di un uomo navigato, che ne a viste talmente tante da non poter fare a meno di metterle in musica. Il suo omonimo album esordio non potevo lasciarmelo scappare, non potevo lasciarmi scappare la nascita di una stella.

Colter Wall
Colter Wall

L’album si apre con la brillante Thirteen Silver Dollars, con la quale Colter Wall subito ci cattura con la sua voce e le sue storie. Si ha subito la sensazione di ascoltare qualcosa di unico, “And then out jumps this old boy / About twice the size of me / He asked me for my name and where I dwell / I just looked him in the eye / And sang ‘Blue Yodel Number 9’ / He didn’t catch the reference, I could tell“. Codeine Dream è una ballata country lenta ed essenziale. Una canzone carica di malinconia, amplificata dalla voce profonda di Wall sorretta quasi esclusivamente da una chitarra, “Every day it seems / My whole damn life’s just a codeine dream / I don’t dream of you / Anymore“. Me And Big Dave è un’altra intesa canzone country. Chi sia Big Dave o cosa rappresenti non è dato sapere, ognuno è libero di interpretarla come vuole, “Me and a big Dave were just trying to stay upright / We were chasing white lines and warping our minds last night / We were killing the time though we sure didn’t know it / Hunting down rhymes with a Kentucky poet / Me and big Dave were just trying to stay alive“. Il pezzo forte dell’album si cela sotto il titolo di Motorcycle. Colter Wall sfodera una ballata country d’altri tempi, che evoca il sogno di avere una moto e viaggiare in libertà. Da ascoltare,   “Well, I figure I’ll buy me a motorcycle / Wrap her pretty little frame around a telephone pole / Ride her off a mountain like a old harlow / Figure I’ll buy me a motorcycle”. Kate McCannon ha tutte le caratteristiche della cosiddette murder ballads. Il protagonista della canzone uccide per gelosia la bella Kate e ricorda l’episodio dalla cella di una prigione, “Well the raven is a wicked bird / His wings are black as sin / And he floats outside my prison window / Mocking those within / And he sings to me real low / It’s hell to where you go / For you did murder Kate McCannon“. In un intermezzo parlato intitolato W.B.’s Talkin, Colter Wall viene presentato da uno speaker radiofonico. Snake Mountain Blues è una cover di una canzone di Townes Van Zandt. Il country blues scorre nelle vene di Wall e arriva a noi attraverso la sua voce, così profonda, così carismatica, “Mr. Ten Dollar Man / Let me tell where you’re bound / Drink your green liquor / Lord, you roll to the ground / Well you come around here / With your money in your hand / Tasting my woman / Well you die where you stand“. La successiva You Look To Yours è una canzone dove il protagonista incontra tre donne in tre città diverse. In tutti i tre i casi è un nulla di fatto, ognuno per la propria strada, “Two folks in our condition / We’ll never leave this bar room with our pride / So go about your earthly mission / Don’t trust no politicians / You look to yours and I will look to mine“. Transcendent Ramblin’ Railroad Blues è una ballata matura ed intensa. Colter Wall esprime tutto il suo talento come cantautore, toccando le corde giuste dell’anima. Impossibile rimanere indifferenti, “So lay me down easy / Lay me down hard / Light my cigarette and make my bed / Somewhere beneath the stars / Don’t look for me in glory / Don’t look for me below / ‘Cause I’ll be riding on that freight / Where the souls of ramblers go“. La successiva Fraulein è un’altra cover interpretata da Bobby Helms nel ’57 ma riproposta in seguito anche da Townes Van Zandt. In coppia con Tyler Childers, Colter Wall ripropone questa triste ballata, “Far across the deep blue water / Lives an old German’s daughter / On the banks of the old river Rhine / There I loved her and left her / Now I can’t forget her / She was my pretty fraulein“. L’album si chiude con Bald Butte, una montagna dell’Oregon, che dà l’ispirazione per questa ballata solitaria e contemplativa, “Well he rode across the Grey Back camp / Up in Cypress Hills / They said they left the US nation / On the day that Richmond fell / They whistled Dixie and set him up a still“.

Colter Wall è un album che ci fa conoscere questo emergente cantautore originario del Canada ma con l’anima che sembra trapiantata da qualche parte oltre confine. Ogni canzone incarna un ideale country che fa della sua forza la semplicità. Una produzione scarna mette al centro la voce unica di Wall, lasciandola libera di esprimersi e trasmettere l’intensità dei testi. Colter Wall fa parte di una nuova ondata di cantautori country che ricerca nella tradizione la nuova strada per un genere, il country, spesso maltrattato e condizionato dalle mode. Un album d’esordio da non lasciarsi scappare, dove si può ascoltare un country puro anche se un po’ retorico, soprattutto a causa delle giovane età di Wall. La sua stella è luminosa e il futuro per lui sembra già scritto.

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La dolce malia delle sere d’agosto

Lana Del Rey me la fatta di nuovo. Ogni volta penso che Elizabeth Woolridge Grant si tradirà, precipiterà in un pop da classifica insipido ma di successo. Il nuovo Lust For Life già si presentava bene in tal senso, vedendo la collaborazione di personaggi come The Weeknd, A$AP Rocky e Playboi Carti. Poi mi è bastata Love è mi sono sciolto. Lana Del Rey è tornata, mi sono detto, e io ci sono cascato un’altra volta. Ormai vittima del suo incantesimo, mi sono buttato anche su Lust For Life come ho fatto per i suoi precedenti album sperando, in un certo senso, di trovare un qualche motivo per puntare il dito contro di lei e finalmente liberarmi della sua malia. Pensate forse che ci sia riuscito?

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Love apre l’album riportandoci a quella epicità rilassata dei suoi esordi. Quella cupezza di allora è lasciata da parte, si percepisce un’aura di speranza, di riscossa. Un ritornello magnifico su una musica “scenografica”. Una delle migliori di questo album, anzi una delle migliori canzoni di Lana Del Rey, “You get ready, you get all dressed up / To go nowhere in particular / Back to work or the coffee shop / Doesn’t matter ‘cause it’s enough / To be young and in love / To be young and in love“. Segue la title track Lust For Life che riprende il filone svogliato e depresso tanto caro alla cantautrice americana. Voce suadente e melodiosa che ben si accompagna a quella di The Weeknd. Contaminazioni hip-hop che richiamano le sonorità del primo Born To Die, “Take off, take off / Take off all of your clothes / They say only the good die young / That just ain’t right / ‘Cause we’re having too much fun / Too much fun tonight, yeah“. 13 Beaches è la classica canzone pigra e malinconica della Del Rey ma quanto ci piace! Il ritornello si accende ma la velocità è sempre quella: bassa. Siamo al sicuro, “It took thirteen beaches to find one empty / But finally it’s mine / With dripping peaches / I’m camera ready / Almost all the time“. Con Cherry si rispolverano le atmosfere vintage. Un bianco e nero, affascinante anche se consunto. Lana del Rey sfodera l’arma della sua voce calda, sensuale e non concede la grazia a nessuno, anche a costo di stenderlo con qualche parola di troppo, “Darlin’, darlin’, darlin’ / I fall to pieces when I’m with you, I fall to pieces / My cherries and wine, rosemary and thyme / And all of my peaches (are ruined)“. Meno di tre minuti per assaporare quel gioiellino chiamato White Mustang. Voce trascinata, parole smorzate. Sembra di essere in una giornata afosa, quando qualsiasi cosa è troppo. Come il ritornello cantato in quel modo. Non infierire Lana, “The day I saw your white Mustang / Your white Mustang / The day I saw your white Mustang / Your white Mustang“. Summer Bummer è il più influenzato dall’hip-hop di A$AP Rocky e Playboi Carti. Non sono un fan di questi duetti e ne farei volentieri a meno, ma Lizzy salva tutto senza troppo sforzo, “Hip-hop in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe / High tops in the summer / Don’t be a bummer, babe / Be my undercover lover, babe, mmm“. Groupie Love è malinconica quanto basta, con una Lana Del Rey sempre seducente, accompagnata dalle rime di A$AP Rocky. Questo duetto lo preferisco al precedente ma forse queste due canzoni sono le più deboli dell’album, “You’re in the bar, playing guitar / I’m trying not to let the crowd next to me / It’s so hard sometimes with the star / When you have to share him with everybody / You’re in the club, living it up“. Si torna su binari a me più congeniali con In My Feelings. Si torna ad una Lana Del Rey quasi rock, avviluppata dalle spire dei synth, trovando una via di fuga nel ritornello, “‘Cause you got me in my feelings (got me feeling so much right now) / Talking in my sleep again (I’m making love songs all night) / Drown out all our screaming (Got me feeling so crazy right now)“. Con Coachella – Woodstock In My Mind, Lana Del Rey rispolvera le atmosfere sognanti e malinconiche, di grande impatto. Un inno ai grandi festival musicali all’aperto che ogni anno richiamano migliaia di persone, “‘Cause what about all these children / And what about all their parents / And what about about all their crowns they wear / In hair so long like mine / And what about all their wishes / Wrapped up like garland roses / Round their little heads / I said a prayer for a third time“. Una semplice chitarra apre God Bless America – And All The Beautiful Women In It, una delle canzone più ispirate dell’album. Un ritornello che rimane in testa, cantato con quel modo svogliato e profondo ma incredibilmente efficace, tipico della Del Rey, “God bless America / And all the beautiful women in it / God bless America / And all the beautiful women in it, may you / Stand proud and strong / Like Lady Liberty shining all night long / God bless America“. Anche When The World Was At War We Kept Dancing ci fa ascoltare una Lana Del Rey in splendida forma, molto vicina all’ultimo album. Più fredda e distaccata, ma sempre affascinate come solo lei sa essere, “No, it’s only the beginning / If we hold on to hope / We’ll have a happy ending / When the world was at war before / We just kept dancing / When the world was at war before / We just kept dancing“. Beautiful People Beautiful Problems vede la partecipazione della cantautrice americana Stevie Nicks, un duetto riuscito per una delle canzoni più belle di questo album. La voce melliflua della della Del Rey contrasta con quella più ruvida della Nicks creando il giusto mix, “Blue is the color on the shirt of the man I love / He’s hard at work, hard to the touch / But warm is the body of the girl from the land he loves / My heart is soft, my past is rough“. Ma forse il cuore caldo e pulsante di questo album risiede nella bella Tomorrow Never Came. Anche questa volta un duetto perfetto ed emozionante con Sean Lennon, “I waited for you / In the spot you said to wait / In the city, on a park bench / In the middle of the pouring rain / ‘Cause I adored you / I just wanted things to be the same / You said to meet me out there tomorrow / But tomorrow never came / Tomorrow never came“. La successiva Heroin ripropone una Lana distante ma capace di evocare atmosfere mistiche e fumose. Nulla di nuovo sotto il sole di questa calda estate, “Topanga is hot tonight, the city by the bay / Has movie stars and liquor stores and soft decay / The rumbling from distant shores sends me to sleep / But the facts of life, can sometimes make it hard to dream“. Un pianoforte per Change. Una Lana Del Rey che vuole lanciare un messaggio di speranza, di cambiamento appunto. Una ballata poetica di rara sensibilità, “Every time that we run / We don’t know what it’s from / Now we finally slow down / We feel close to it / There’s a change gonna come / I don’t know where or when / But whenever it does / We’ll be here for it“. Get Free chiude l’album, facendoci riassaporare per l’ultima volta quel gusto vintage tanto cara alla nostra, in una della canzoni più personali e intime. Il suo modern manifesto, “Sometimes it feels like I’ve got a war in my mind / I want to get off but I keep riding the ride / I never really noticed that I had to decide / To play someone’s game or live my own life / And now I do / I want to move / Out of the black / Into the blue“.

Lust For Life è per Lana Del Rey un ritorno alle sonorità di Born To Die ma sapientemente arricchito dalle esperienze successive e dalla volontà, sempre maggiore, di essere una cantautrice piuttosto che una pop star. Tutto comincia con un sorriso in copertina, sullo sfondo (molto probabilmente) lo stesso pick-up che appare nel primo album. Poi vengono le canzoni e si nota un cambiamento nell’approccio, c’è un messaggio di fondo. Un messaggio che le nuove generazioni sanno tirare fuori da quella apparente evanescenza nella voce della Del Rey. Lust For Life è forse il miglior album di quest’artista per completezza ed ispirazione. Un album afoso, caldo e svogliato ma dal quale escono folate di una fresca brezza di speranza. Lana Del Rey è stata un’ottima compagna di quest’estate, senza bisogno di tormentoni o hit passeggere. E la risposta è: no, non sono riuscito a liberarmi dalla sua maila neanche stavolta.

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