Si ricomincia

Finalmente questo blog riprende a pieno regime, tornando a riempirsi di recensioni. Tanta musica è arrivata alle mie orecchie in queste settimane e oggi è il turno di dare spazio e risalto a Jaime Wyatt. Cantautrice americana, segnata da un passato tormentato che ha lasciato qualche traccia nella sua musica, che si presenta con Felony Blues. L’album rappresenta una sorta d’esordio, un nuovo inizio ed è stato pubblicato quest’anno. Dopo aver letto recensioni molto positive ma soprattutto dopo aver ascoltato qualche sua canzone, l’album è finito dritto nella mia collezione. Si tratta di sette canzoni che incarnano tutte le caratteristiche della musica americana con qualche occhiatina al soul, interpretate da un’artista carismatica.

Jaime Wyatt
Jaime Wyatt

L’accattivante country blues di Wishing Well apre l’album, l’energia delle chitarre fa risaltare la voce graffiata della Wyatt. La vibrante interpretazione e il ritornello orecchiabile sono un ottimo biglietto da visita nel suo mondo. Your Loving Saves Me viaggia sulla stessa lunghezza d’onda. Un brano che trasmette gioia e un senso di speranza, con un bel assolo di chitarra sul finale. Una delle mia preferite dell’album che vede anche la partecipazione del cantautore americano Sam Outlaw. Il ritmo rallenta con la poetica From Outer Space. La lontananza di un astronauta è usata come metafora di amore distante. Jaime Wyatt dimostra di trovare la propria dimensione anche in questo genere di ballate. Wasco è un sorprendente country blues che parla di amore sognato dietro alle sbarre. Ispirato dall’esperienza in carcere della Wyatt, un’esperienza che segna molte delle canzoni di questo album. Si continua con la bella Giving Back The Best Of Me. Una struggente ballata personale, sorretta dalla voce della Wyatt che si fa malinconica e sensibile. Una prova di tutto il talento come cantautrice. L’album si riaccende con Stone Hotel un vibrante country ispirato da un’esperienza personale che ha con sé tutte le caratteristiche del cosiddetto outlaw country. Il ritornello è orecchiabile e immediato. Da ascoltare. Chiude Misery And Gin una bella cover del originale di Merle Haggard. Jaime Wyatt non si allontana molto dalla versione originale, rendendo omaggio ad un grande cantautore.

Felony Blues è un album profondamente ispirato dalla vita di Jaime Waytt e porta con sé tutto il dolore ma anche la speranza di una nuova vita. La cantautrice americana si muove bene sia nelle ballate più lente e malinconiche che nelle migliori cavalcate country. C’è sempre sullo sfondo un alone di tristezza, veicolato in primo luogo dalla voce delle Wyatt. Una voce graffiata che la rende carismatica e affascinante. L’unico difetto di questo Felony Blues sta nel fatto che è composto da solo sette canzoni, per una mezz’ora di musica. Tenendo conto di questo sentito, altre tre canzoni sarebbero state il giusto compimento di un album che apre ad un futuro promettente per Jaime Wyatt, non solo a livello musicale ma anche personale.

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Dietro l’angolo

L’estate è sempre un buon momento per fare il pieno di musica. Soprattutto quest’anno che sembra che il mondo discografico non conosca sosta. Tante nuove uscite interessanti e io fatico a stare dietro. Ma alla fine riesco sempre a recuperare e capita che tra album  attesi e conferme, capiti anche qualche piacevole sorpresa. Evolutionary War della cantautrice americana Ruby Force (aka Erin McLaughlin) è una di queste. Attirato come una zanzara dalle luci del country, mi sono subito precipitato sull’album sicuro di quello che ci avrei trovato. Perché questo è un po’ il bello della musica, sentirsi al sicuro in luoghi che già conosci ma dietro ogni angolo si può nascondere ancora una gemma nascosta.

Ruby Force
Ruby Force

Church And State è una meravigliosa ballata nostalgica. La voce della Force è calda e carismatica e va a completare l’atmosfera evocata dalla musica. Un ottimo inizio, una canzone di benvenuto,  che ci fa entrare nel mondo di questa cantautrice, “‘G’s got a songbird wrapped in her heart / With a story that she may never tell / How she fell in love with a boy form the bar / And their love saved his soul from the depths of hell“. Mai una sola parola è così eloquente come Memory. Il peso della memoria, che a volte ci facilità la vita e altre ce la complica. Ruby Forse coglie nel segno, arrivando a toccare le corde giuste, che ognuno ha dentro di noi, più o meno nascoste, “Memory, honestly you’ll break my mind if you take this man / He’s the only thing, memory, that I’ve ever really even had / And you can’t hide my peace when I close these eyes, memory“. Ode To Vic Chesnutt è altrettanto eloquente. Una canzone dedicata al tormentato e compianto cantautore americano suicidatosi il giorno di Natale di otto anni fa. Una canzone carica di conforto e speranza, “I woke up, howling at the dawn / Restless as my wanderin’ eyes awakened / It’s not enough, to make what you want from dreams / Because all such things are likely to be shaken“. Spazio ad una canzone d’amore spensierata e leggera dal titolo Cowboy. Ruby Force ha l’occasione di mettere in mostra un lato più positivo della sua musica, dimostrando di saperci fare, “But he’s my cowboy and I am his girl / We’ve been out across the Great Plains, and all around the world / I’d be a fool to throw him back, even for diamonds or pearls / Cause he’s my cowboy and I am his girl“. Damn Your Love scivola su territori più rock aiutandosi con un ritornello orecchiabile. Una canzone d’amore, un amore apparentemente senza speranza. Una bella canzone, meno scontata di quanto possa apparire, “Damn your love, damn your kisses / I wish I never knew / This ain’t right, I want you to fix it / I want to be by your side“. Con Dancing As I Go, ci addentra ancora di più in un blues rock. La voce della Force danza sulle sferzate delle chitarre, muovendosi sinuosa. Una canzone accattivante, ben fatta e coinvolgente, “Because I’m free, dancing as I go / I’m gonna loose myself in the rhythm of your blues / Yes I’m free, dancing wherever I go / And I won’t look back cause I stole your dancing shoes“. Il ritmo rallenta con Diamonds, una ballata romantica di eccezionale sensibilità. Ruby Force ci mette il cuore, in una delle performance più accorate dell’album. Irresistibile, “If you decide to change your mind / What kind of man would you be / Well you can’t change and I won’t fight / Just believe we’ve got God on our side / We’ve got God on our side“. Plain As Paper è un country orecchiabile e trascinante. Ruby Force se la prende con un ragazzo che si è invaghito di una ragazza insignificante. Tutta la canzone suona come una sorta di rimprovero, “That girl is plain as paper, white as white can be / Her face is dull like the earth and dirt / But you see her and you don’t see me“. Il punto più alto dell’album, a mio parere, si raggiunge con la bella Tender. Su un ritmo pulsante e vivo si snoda un inno all’amore. Con vaghi richiami agli anni ’70, Ruby Force mette tutto al posto giusto, dimostrando tutto il suo talento. Da ascoltare, “Tender is the ghost / The ghost I love the most / Hiding from the sun / Waiting for the night to come / Tender is my heart / I’m screwing up my life / Lord I need to find / Someone who can heal my mind“. Chiude l’album Why Do You Leave che porta la Force verso sonorità meno country per abbracciare il rock, quello delle ballate, dando ampio spazio alla musica, “I know nothin’ lasts forever / That takes me away / I Tried to keep you here forever / That’s why I don’t understand / Why do you leave“.

Evolutionary War è un esordio brillante che ci svela una cantautrice di grande interesse. Ruby Force si dimostra capace di spaziare dalla più delicata canzone sentimentale al rock spensierato. Non mi piace fare paragoni, di solito non ne faccio mai, ma Ruby Force mi ha trasmesso quella sincerità e spontaneità che da sempre ritrovo in Brandi Carlile. Come quest’ultima, Ruby Force è abile nel songwriting, preferendo le parole giuste e la melodia perfetta, ad un uso esibizionistico della voce. Sì, Evolutionary War si piazza tra le più belle sorprese di questo 2017, che si è rivelato più che soddisfacente nonostante siamo ancora a metà.

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More di gelso

Lo scorso anno mi avvicinai alla musica di Rosie Hood attraverso il suo omonimo EP d’esordio. Composto da cinque ballate tradizionali cantante con la voce cristallina della cantautrice folk inglese, ha subito stuzzicato il mio interesse verso la musica folk tradizionale. Rosie Hood fa anche parte del gruppo The Dovetail Trio, di cui, a suo tempo, avevo già preso nota di procurarmi il loro album Wing of Evening del 2015. Lo scorso mese è stato pubblicato il suo album d’esordio solista intitolato The Beautiful & The Actual che raccoglie le canzoni che in questi anni Rosie Hood ha proposto dal vivo. Non potevo lasciarmi scappare l’occasione di ascoltare questo album, sicuro di trovare al suo interno canzoni folk fatte con cura e passione.

Rosie Hood
Rosie Hood

Lover’s Ghost mette subito al centro dell’attenzione la voce della Hood, che propone una variazione della ballata tradizionale The Holland Handkerchief. La storia racconta di un giovane morto di dolore per essere stato allontanato dalla sua amata, che fa ritorno da lei come fantasma, “Nine days after this young man died, / His ghost appeared at her bedside / ‘Rise, rise, my love and come with me, / And break these chains and set me free.’“. La successiva A Furlong Flight è una delle mie preferite ed è una canzone originale. Racconta la storia di un monaco del XI secolo che provò a volare. La canzone sembra una ballata tradizionale che si incastra perfettamente all’interno dell’album. Da ascoltare. William’s Sweetheart si basa sulla tradizionale William Taylor che racconta di una ragazza si finge un uomo per imbarcarsi e andare alla ricerca del suo amore di cui non ha più notizie. Quando scopre il tradimento, lo uccide. La particolarità di questa versione è il punto di vista che si sposta in prima persona nel ruolo della ragazza, “I boldly called for a brace of pistols / Which were brought at my command; / And there I shot my dearest William Taylor, / With his bride at his right hand“. Lord Lovel è una commovente storia di un amore. Lord Lovel parte per un lungo viaggio e promette di tornare il più presto dalla sua amata Lady Nancy Belle. Quando fa ritorno scopre che Lady Nancy è morta e decide di seguirla nella morte. Dorothy Lawrence è un altro brano originale che ricalca fedelmente i tratti tipici della canzone tradizionale delle terre d’Albione. Rosie Hood da prova delle sue capacità di songwriting oltre che vocali. Irresistibile la ballata Baker’s Oven che racconta di un fornaio sceglie di usare come pietre del suo forno le lapidi di un cimitero. Il suo pane finisce così per essere marchiato con gli epitaffi più disparati, creando malumore ma anche qualche risata, “‘Get up, you wretch! and come and see the blunders you have made! / Your tombstone bottoms sure will prove a deathblow to my trade.’ / He took him to the bakehouse where a curious sight was seen, / The words on every loaf were marked that on the tombstone been“. The Little Blind Girl è tratta da una raccolta di canzoni tradizionali di Alfred Williams e racconta la triste fine di una povera ragazza ceca morta di freddo ma con una storia da raccontare, “Twas a drear November morning when the air was dull and chill, / When we spied the poor blind girl left to die upon the hill; / In her hand a written paper told her history, short but sad, / Why thus lovely, blind and starving, and why left so thinly clad“. La curiosa The Red Herring è un riadattamento di una ballata tradizionale che descrive in modo giocoso i vari usi delle parti del corpo di un’aringa. La musica composta dalla Hood da un’aura magica alla canzone, un valore aggiunto, “What do you think I made of my red herring’s fins? / The very best case that ever held pins. / There’s needles and bodkins and other fine things, / You think I made much of my jolly herring?“. Adrift, Adrift è una canzone originale scritta da Rosie Hood. Con sensibilità e poesia racconta uno dei problemi che affligge la nostra società, costringendo le persone a spostarsi di paese in paese, abbandonando la loro casa. Una delle canzoni originali più belle è certamente The Hills Of Kandahar, toccante canzone ispirata da alcuni fatti legati alla guerra in Afghanistan. Impreziosita dall’accompagnamento musicale di Ollie King. C’è spazio ancora per la tradizione con The Cruel Mother. Una canzone in che vede la partecipazione di Emily Portman, seconda voce del brano che crea un gioco di voci e melodia, ripetendo due versi del testo originale, “There was a lady in our town / ‘Jenny poor gentle Rosemary’ / She courted a man til her apron grew round / ‘When the dew lies under the mulberry tree’“. Chiude l’album la ballata Undaunted Female che racconta la storia la storia di una ragazza che affronta un rapinatore e con l’aiuto di un gentiluomo, uccidono tutta la sua banda. Rosie Hood ricama la storia quasi esclusivamente con la voce, dando prova del suo talento.

The Beautiful & The Actual è un album che dà nuova vita alle ballate folk tradizionali, alternandone alcune tristi con altre più gioiose. Le canzoni originali sono perfettamente in sintonia con il resto dell’album, segno che Rosie Hood è riuscita a mantenere intatto lo spirito della tradizione anche in nuove composizioni. Fino a qualche anno fa non avrei mai pensato che il folk tradizionale sarebbe entrato così prepotentemente nella mia collezione musicale ma grazie ad artisti giovani come Rosie Hood, ho avuto modo di scoprire un genere spesso rivolto ad un pubblico circoscritto. Ma non bisogna dimenticare che la musica folk inglese, scozzese e irlandese in particolare, è alla base di molti generi musicali che ancora oggi ascoltiamo. Questo The Beautiful & The Actual è una buona occasione per riscoprire la tradizione folk e scoprire una delle sue più talentuose rappresentanti.

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Strisciare come insetti

Dopo l’esordio di due anni fa con We Slept At Last (Capelli di lino) è tornata la cantautrice inglese Marika Hackman con il nuovo I’m Not Your Man. Per lei ho sempre avuto un rapporto di amore-odio e il suo primo album non ha fatto altro che rinforzare questa sensazione. We Slept At Last è stato un album che ho abbandonato dopo ripetuti ascolti ma non perché non mi piacesse ma per il fatto che era fin troppo cupo e perfino inquietante. Questo I’m Not Your Man si è fin da subito presentato più luminoso e ribelle, a partire da un colorato artwork realizzato dall’artista americano Tristan Pigott, carico di dettagli e significati. Marika Hackman sembra si sia lasciata alle spalle, almeno in parte, il malessere che pervadeva il suo esordio.

Marika Hackman
Marika Hackman

Boyfriend apre il nuovo corso della Hackman. Tra le chitarre si muove la sua voce, sempre carica di inquietudine. Le sonorità folk appartengono al passato, così come quell’incertezza di fondo che faceva vibrare il precedente album, “You came to me for entropy and I gave you all I had / He makes a better man than me / So I know he won’t feel bad / It’s fine ‘cause I am just a girl / “It doesn’t count” / He knows a woman needs a man to make her shout“. Sulla stessa lunghezza d’onda la successiva Good Intentions. Il peso della vita e quel malessere restano ancora una parte integrante delle sue canzoni, e questa ne è un esempio. Le chitarre riempiono lo spazio lasciato dalle parole in un trascinante flusso distorto, “I just need your good vibrations / I’ve gotten so ill, and I’m still / Rigor mortis, set in motion / Bring me to life, I’m so tired“. Dedicata ad una misteriosa Gina è appunto Gina’s World. Un mondo evidentemente buio, senza sole, profondamente triste. La Hackman ripropone le sonorità dell’esordio dimostrando di non aver perso il filo con il suo passato, “And I’m walking through the park / And everyone’s crying ‘cause it’s so dark / And I am on my own, and I can’t find Gina, did she go home? / And she’s sitting in my house, with her tears in her mouth“. My Lover Cindy è la canzone più accattivante dell’album. Marika Hackman affronta il tema dell’amore senza distinzioni di genere, facendolo con la giusta tensione e senza troppi giri di parole, “If I was a liar, I would call you my friend / Let’s hope the feeling’s mutual in the end / Symbiosis, can we keep it how it was? / Now the levy is broken / I want more“. La successiva Round We Go si dispiega lenta e costante. Un accompagnamento essenziale ma incisivo, lascia spazio alla voce eterea della Hackman. Un ritorno al passato piuttosto marcato, “Hold my tongue with a finger, no thumb / Pressing down into my neck / How it hurts! I can’t exhale, next bale / Tell me I’m a nervous wreck“. Violet è legata all’ossessione della Hackman per la bocca di una sua ex. Uno spunto curioso che ha risvolti, inequivocabilmente, sessuali di cui è pieno l’album, “I’d like to roll around your tongue / Caught like a bicycle spoke / You eat, I’ll grow and grow / Swelling up until you choke“. Posso dire che Cigarette una delle canzoni che più preferisco della Hackman. Una ballata triste e solitaria, che ha quegli echi folk gotici alla quale la cantautrice inglese ci aveva abituati, “And I tried to hold my tongue / But you, you yanked it from my grip / Bathed it in petroleum, lit a cigarette and gave it a kiss“. Subito una svolta rock con Time’s Been Reckless che sembra uscire direttamente dagli anni ’90. Anche Marika si aggiunge così a questo ritorno di un decennio sempre un po’ bistrattato, “Eyes roll up; you can’t even tell me my name / “I’m your god”, you can’t even tell me the same / You’re so feckless, I’m so sorry / Time’s so reckless with our bodies“. Una folkeggiante ballata dal sapore americano si nasconde sotto il nome di Apple Tree. Una delle canzoni più poetiche dell’album dove il frutto del peccato è fonte di ispirazione, “But now I sit where they used to be / A quiet little scene on an apple tree / White roots and balanced fruit / The winter glowed on her leaves“. So Long ritorna sull’alternative rock che è un po’ il marchio di questo album. Una canzone orecchiabile che contrasta con la cupezza della tracce precedenti ma che va a completare il quadro, “I can tell you’re lying by your watery eyes / I don’t need to listen to your alibi / I know who you’re feeling and I don’t feel nice / I’ll keep you in my bed tonight“. Eastbound Train apre a melodie più luminose che lasciano un briciolo di speranza per chi ascolta. Ci sono ancora forti richiami agli anni ’90, “I won’t keep you ‘cause I know you’re in love / And it’s not in me anymore and it’s not your fault / So I’ll go left and you’ll stay right / And I’ll come back here with my head held high“. Un mondo invaso da smartphone e social network è il tema di Blahblahblah. La voce della Hackman è svogliata e stanca, evocando la noia e la banalità delle chiacchiere social, “Ghost town, walk among the zombies / Faced down, their eyes are never on me / Backs up to the wall / Plugged into a pocket / Sigh, might as well just die“. Chiude l’album I’d Rather Be With Them che sprofonda nei bui abissi del suo predecessore. Immagini inquietanti si dispiegano verso dopo verso, trasportati dalla voce sommessa della Hackman, “You say: “look at the people / Crawling like insects / All over the pavements” / I’d rather be with them / ‘Cause I just hate this room, it smells like you“.

I’m Not Your Man segna un cambio di rotta, anche se parziale a mio parere, per la cantautrice inglese. La svolta alternative è rappresentata solo da alcune canzoni particolarmente grintose ma le altre richiamano il cupo esordio. Questa soluzione permette, a chi ascolta, di non essere travolto da quella tetra atmosfera che pervadeva We Slept At Last. Marika Hackman si lascia andare a temi che riguardano la sua sessualità e il suo modo di essere donna. A volte forse il suo stile un po’ distaccato, potrebbe stancare qualche ascoltatore un po’ insofferente ma I’m Not Your Man nel suo complesso è un album più godibile del precedente, a tratti anche immediato. In definitiva questo album non è forse per tutti i palati ma certamente si gusta dall’inizio alla fine.

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Il numero perfetto (Trecento)

Sono passati quasi quattro anni esatti da quando per la prima volta ascoltai i London Grammar, poco prima del loro esordio intitolato If You Wait (Ancora un attimo). I tre ragazzi inglesi, Hannah Reid, Dot Major e Dan Rothman, si sono presi tutto il tempo necessario per realizzare il loro secondo album, uscito lo scorso mese e intitolato Truth Is A Beautiful Thing. Non posso nascondere che il ritorno del London Grammar era uno dei più attesi dell’anno, perché l’eccezionale esordio ha alzato l’asticella delle aspettative. C’era anche la curiosità di scoprire se il gruppo avrebbe intrapreso la via di un pop più commerciale o sarebbe rimasto in un contesto alternative, confermando così le sensazioni di If You Wait. La verità è una cosa bella e per scoprirla basta ascoltare il nuovo album del talentuoso trio inglese.

London Grammar
London Grammar

Rooting For You ci accoglie nel nuovo album facendoci scivolare dolcemente sulla voce della Reid. La musica è essenziale e maestosità del canto è la chiave della canzone. Impossibile rimanere indifferenti di fronte ad un talento così cristallino, “It is only, you are the only thing I’ve ever truly known / So, I hesitate, if I can act the same for you / And my darlin’, I’ll be rooting for you / And my darlin’, I’ll be rooting for you“. La successiva Big Picture è un altro brillante brano in perfetto stile London Grammar. Spruzzate di elettronica centellinate e ben dosate sono un tappeto rosso per Hannah Reid. Una delle canzoni più accattivanti e immediate dell’album, “Only now do I see the big picture / But I swear that these scars are fine / Only you could have hurt me in this perfect way tonight / I might be blind, but you’ve told me the difference / Between mistakes and what you just meant for me“. Anche Wild Eyed viaggia sullo stesso binario. Questa volta le sonorità sono più distese e rarefatte, con consistenti echi dell’esordio. Si tratta di uno dei brani di questo album più vicini a quelli del precedente If You Wait, “Sun suffocate the atmosphere / But I’m safe with you far away from you / Another fire through another open door / It’s what I’m living for”. Oh Woman Oh Man è probabilmente la canzone più rappresentativa del nuovo corso della band. C’è sempre la Reid al centro e la musica le gira intorno, un impatto quasi cinematografico, dinamico. Una grande prova corale che forma una delle migliori canzoni di questo album, “Oh woman, oh man / Choose a path for a child / Great mirrored plans / Oh woman, oh man / Take a devil by the hands through / Yellow sands“. Questo aspetto quasi teatrale delle nuove canzoni trova il suo apice in Hell To The Liars. La voce soave della Reid dà il via ad un crescendo sempre più inteso e magnificente. La musica è essenziale ma ben studiata. Da ascoltare, “Those who are born with love / Here’s to you trying / And I’m no better than those I judge / With all my suffering“. Potrebbe essere una potenziale hit, Everyone Else, con il suo ritornello orecchiabile e il beat in sottofondo. La velocità dei Londo Grammar e lenta ma costante, una sorta di moto perpetuo, “I’m flying away from fire / And I’m running from the known / I see the most beautiful colors here / In a terrifying storm“. No Believer si srotola su pulsazioni elettroniche new wave. Hannah Reid tiene le redini della canzone, muovendosi tra distorsioni della voce che, di fatto, ne fanno una delle più innovative per il gruppo, “All that we are, all that we need / They’re different things / Oh, maybe what we are and what we need / They’re different things“. La successiva Bones Of Ribbon è una lenta cavalcata, malinconica ricamata sulla voce inimitabile della bionda leader. Una canzone che cresce pian piano, quasi ipnotica, “They found me there in the sands / Bones of ribbon in my hand / Whites went blue, and then went yellow / And your feet don’t stop me now / Feet don’t stop me now“. Who Am I non può fare a meno della voce della Reid. Si finisce per rimanerne incantati. I rintocchi di Rothman e Major l’accompagnano sempre con discrezione, arricchendo e amplificando il suo talento, “All my love in the dark / Be close but miles apart / And I am trying my best / To fit in with the rest“. Leave The War With Me ritorna sulle sonorità del primo album, puntando sul ritmo e le atmosfere notturne. Tutto si incastra alla perfezione, ogni dettaglio è curato, “Fair trials, they don’t exist my friend / Only a circus in my mind / Judgement’s gone and there’s no love again / But it’s my way ‘till the end of time“. Chiude la title track Truth Is A Beautiful Thing che è un po’ il manifesto dell’album. Un pianoforte apre la strada alla Reid che con voce calda sembra volerci confortare. Sempre in controllo, sempre perfetta con sfumature soul più accentuate, “Hold your heart, hold your hand / Would be to me, the greatest thing / To hold your heart, to hold your hand / Would be to me, the bravest thing“. La versione deluxe si arricchisce di altri brani inediti (Control e What A Day su tutte), alcune demo e una cover live di Bitter Sweet Symphony, un classico dei The Verve.

I London Grammar con Truth Is A Beautiful Thing non si prendono il rischio, né la responsabilità di cambiare ma affrontano l’atteso ritorno nel migliore dei modi. La voce di Hannah Reid viene sfruttata al meglio, in tutte le sue sfumature, riuscendo così a toccare le corde giuste anche dei cuori più duri, facendo salire più di un brivido lungo la schiena. Tutte le canzoni vanno oltre i quattro minuti di durata, denotando così la volontà di dare una connotazione epica, cinematografica alla loro musica. La velocità è costante, i colori sono quelli della notte. Tutto è pulito e perfetto. Chi avrebbe voluto ascoltare qualcosa di diverso dal loro esordio, potrebbe rimanere deluso ma chi voleva semplicemente tornare ad ascoltare i London Grammar ne rimarrà nuovamente affascinato. Non c’è più nessun dubbio ora che questi tre ragazzi siano una delle band più interessanti e di talento degli ultimi anni.

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Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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Lacrime salate

Fin dalle prime note del singolo Motorcycle si intuisce che la cantautrice californiana Jade Jackson sta facendo sul serio. Perchè Gilded, pubblicato lo scorso Maggio, nonostante lo si potrebbe considerare un esordio, è in realtà la realizzazione di sogno, un nuovo inizio dopo qualche pubblicazione uscita in sordina. Una casa discografica come la Anti e un produttore come Mike Ness (leader dei Social Distortion) sono sufficienti a far alzare l’attenzione ma anche le attese. Io, all’oscuro di tutto questo ma già vittima di Motorcycle, mi sono lasciato conquistare da Jade Jackson e il suo Gilded.

Jade Jackson
Jade Jackson

Aden apre l’album anticipando le sonorità dell’album. La voce ruvida della Jackson ci introduce in un’atmosfera tanto cara al country rock americano. Tra le chitarre si snoda una storia d’amore tormentata che ben si addice allo stile personale della cantautrice, “I’m alone / ‘Cause my baby, he’s gone / Ain’t no place feels like home to me / Aden, please / Don’t make me move on / I’ve never loved anyone“. La successiva Back When è malinconica e profonda. Una delle canzoni più emozionanti di questo album, che trasmette un senso di nostalgia, una consapevolezza che quei tempi non torneranno più, “I wanna go back to the post office / Sort through the thrown away mail / Back when we’d climb up on the roof of / The old town jail / Back when we smiled, we were beamin’ / And when we cried, we wailed“. Bridges è una preghiera a Dio cantata inizialmente con un filo di voce ma continua in un crescendo disperato. Questa è la miglior prova di talento di questo album, dove Jade Jackson mostra le sue carte, “Lord when will my lessons be learned? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned / Lord when will my tides turn? / Let me walk o’er the bridges I’ve burned“. La vibrante Finish Line è una straordinaria ballata country. C’è voglia di riscatto in questa canzone, una sintesi dello spirito americano veicolato dalla sua canzone più immediata e orecchiabile, “I saw the way they looked and I heard them laugh / They couldn’t wait to talk until I turned my back / Well I won’t be that bitter taste in their mouths / So I ain’t never going back to your family’s house“. Troubled End si potrebbe definire una murder ballad e mette in luce una Jackson diversa ma perfettamente a suo agio. La sua voce si fa più calda e suadente, rivelandosi più versatile di quanto non sembri, “He took one look at her / And knew she was the one / She didn’t know her troubled end / Had just begun“. Decisamente più rock di quanto fatto sentire finora è Good Time Gone. Jade Jackson indossa i panni di cattiva ragazza e le calzano a pennello. Ottimo diversivo, “We stopped at the willow / Outside the gate / At the time well / It didn’t seem late / The devil makes three, whisky makes four / Jack then Jim, Evan Williams then the floor“. Salt To Sugar è un’altra ballata dalle atmosfere intense dove la voce della Jackson è una preghiera. Un’interpretazione emozionante al di là del testo e della musica, “And I can’t go back / I’ve gone too far / Got in a wreck and totaled my car / And I can’t escape / Or either go on / The rails on the bridge were a little too strong“. No Guarantees è segnata dai tormenti dell’amore. Una canzone che suona come un inno giovane, un inno di libertà e passione, “It’s not hard to be unfaithful / Ah, the things a heart is capable of / It’s not hard being unstable / ‘Cause there’s no guarantees in love / There are no guarantees in love“. Tutto il fascino di questo album si potrebbe racchiudere nella sola Motorcycle. Un giro di chitarra che evoca lente cavalcate in sella ad una moto, la voce della Jackson è ruvida quanto basta. Un mix perfetto, “I gotta move / Like the waters in the river / Where the lakes and the ocean mix / Please understand / I feel my boot heels sink in quick sand / Baby every time we kiss / So I must go / And I can’t move slow“. La title track Gilded è la canzone più poetica di questo album. Un ritornello che ti viene voglia di cantarlo appena lo senti. Una boccata di aria fresca, in piena libertà, “Yeah, you took those young days from me / Unlatched the cage, set the wild bird free / Then your silver tongue gilded her wings / Sent her flying to fall beneath“. Chiude l’album il country rock di Better Off. Un’energica canzone che riaccende l’album prima delle ultime note, consapevoli di ricominciare dall’inizio un’altra volta, “I realize / That you can’t comprehend / If I don’t make it now / I’ll lose myself again / Why are you not trying to / Mend these broken wings? / I need somebody who’ll / Smile when I sing“.

Per Jade Jackson non è un semplice esordio questo Gilded, lo stesso vale per chi ascolta. Si percepisce uno stile ben delineato, forse ancora da raffinare ma Jade Jackson è sicura di sé. Lo può essere solo chi ha alle spalle tante canzoni che vanno a costruire una solida base su cui fondare un album come questo. Gilded mostra tutto il potenziale di un’artista che può solo migliorare ed essere in grado di muoversi a piacere tra country e rock, rimanendo ancorata alla tradizione americana e al caldo sole della California. Ascoltare Motorcycle è un buon modo per cominciare questo viaggio in compagnia di Jade.

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