Nuvole viola

Dopo il buon esordio Gentle Heart (Cor gentile) dello scorso anno, questo Ottobre è tornata con un nuovo album la cantautrice inglese Saskia Griffiths-Moore. Composto da dodici canzoni, Night And Day segna un nuovo inizio per quest’artista. Un passaggio importate alla ricerca di una maggiore visibilità e un pubblico più ampio. La strada intrapresa da Saskia è stata quella di arricchire il suo sound, proponendo un folk rinnovato e più moderno. Per sottolineare questa sua volontà alcune canzoni di Night And Day erano state già pubblicate anche nel suo esordio ma in una veste decisamente diversa. Incuriosito da queste novità non potevo perdermi il suo secondo album ed eccolo qui ad allietare questo mio autunno.

Saskia Griffiths-Moore
Saskia Griffiths-Moore

L’iniziale All For You è un’orecchiabile folk pop nel quale si sente tutta la rinnovata energia di Saskia. Una riflessione sulla sua nuova vita come cantautrice, la sua scelta di dedicare la sua vita alla musica, “Two years. Forty cities. A couple of meltdowns. Especially in the first few months. / Strange behaviour. I’ve lost my flavour mmm, I can’t recover, the pictures of the past“. Il singolo Write Me A Song è un epico pezzo folk, con venature rock. Un altro ritornello che si lascia ricordare facilmente, impreziosito dalla sua voce unica. Il testo è una dimostrazione di talento, “Jenny, Jenny, would you write me a song? / Coz it’s been years since I’ve felt at home, or where I could belong, / And I haven’t met a single man who would put down his guns, / So, Jenny, would you write me a song? / David, David here I wrote you a song“. Hiding è accompagnata da un pianoforte e riprende le sonorità del precedente album. Un viaggio, fatto di immagini, nella Londra notturna, una poesia in musica. Una delle canzoni più belle di questo album, “But all I feel is you, / right up in the blue, / Hiding in the wind, / I see you still“. Wash It Away viene riproposta in una nuova versione meno marcatamente folk. Saskia arricchisce la sua tavolozza di colori grazie alla sua band. Un passo avanti davvero apprezzabile, “Like a flower that blooms once, in life’s enormous dace we will be washed away. / And once is all that’s needed on this joyus earth we’re breeded and then washed away“. La title track Night And Day è la canzone più oscura dell’album. Essenziale e sfuggente, sorretta dalla voce di Saskia che dà prova di maturità, “By your side or far away. / In dark of night or joyful day. / And even if you pass away. / I’m with you night and day“. La successiva After è un brillante folk dalle sfumature americane. Con questa canzone Saskia prova ad alzare l’asticella e il risultato è ottimo, “Purple clouds and rainbow skies. / This colourless place, free of time. / Let the shadows coming rolling on by. / And feel the power running deeply“. Anche In Time è riproposta in una versione completamente rinnovata. Inutile dire che la scelta è più che azzeccata. Saskia migliora sotto ogni aspetto, “Stop fooling child, you’ve many years before you / Many transitions to go through, / nothings the same don’t you know / That most of us here / have spent the whole of our lives / desperately trying to find / our ways back in time“. Joy Of Defeat è un melodioso folk pop carico di buone sensazioni. Un’altra canzone che definisce il nuovo corso di questa cantautrice, “Only you’ll know when you reach the end, / Still I don’t want to lose you my friend. / And I know that it’s not my place now to offer help, / But know that I would if I could untie your rope“. Con Falling, Saskia prova con un pop cantautorale elegante e misterioso. Si tratta di una delle canzoni più affascinanti di questo album, “What’s that on the table? Over there, by the door / Are you coming with me, or do I leave you here, burning by the door?“. Gone è un poetico folk con uno dei testi più belli dall’album. Una canzone ispirata che riscalda il cuore. Ogni cosa è al suo posto, tutto è perfetto, “And so they wail in despair! They cry ‘it’s utterly unfair’ / That one should leave this little town, but I can hardly hear them now. / Out and running with the wind I feel the rain over my skin. / It’s storms out in the wild. I feel I’m burning from inside“. Chiude l’album White Mountain Thyme è una canzone tradizionale scozzese. Saskia ne fa una versione delicata e malinconica davvero eccezionale, “Oh the summertime is coming / And the trees are sweetly blooming / And the wild mountain thyme / Grows around the purple heather / Will ye go, Laddie go?“.

Saskia Griffiths-Moore con Night And Day compie un importante passo in avanti nella direzione giusta. Una produzione più ricca dà maggiore risalto alle capacità di questa cantautrice, sia vocali che di scrittura. Night And Day porta Saskia verso un cantautorato folk più moderno, che unisce la tradizione all’accessibilità del pop. Le buone impressioni del suo esordio sono state nettamente superate da questo album, che mi ha sorpreso cogliendomi del tutto impreparato. Saskia ha una voce unica, del tutto particolare e questo album ne valorizza il talento, facendoci scoprire una cantautrice di sicuro interesse.

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Un buco nel petto

Quest’anno mi ero ripromesso di ascoltare qualche cantautore in più rispetto al passato e, se devo essere sincero, ho mantenuto la mia promessa. L’album di cui state per leggere però non è frutto di una ricerca ma del caso che ha voluto che ascoltassi la canzone What We’re Marching Toward. Come mi capita spesso, non ho voluto ascoltare altro di Jeffrey Martin prima di avere fra le mani il suo album One Go Around, uscito lo scorso Ottobre. Questo cantautore americano si è rivelato uno dei migliori artisti che abbia ascoltato quest’anno, una sorpresa vera e propria. Io, che credevo solo di aggiungere un altro cantautore alla mia collezione per mantenere una promessa, ho trovato invece qualcosa di eccezionale.

Jeffrey Martin
Jeffrey Martin

L’iniziale Poor Man è una commovente e triste dichiarazione di un uomo che è, sì povero ma una persona per bene, nonostante tutte le difficoltà della vita. La voce di Martin è toccante e profonda, “Oh Maggie, keep an eye on the water line / The car won’t start and the money never comes in on time / Oh Maggie, keep an eye on the water line / I feel it moving“. Long Gone Now è una canzone sincera su un’amore finito ma che sopravvive ancora nel cuore di un uomo. Ma il tempo passa e tutto finisce, Martin canta trasmettendo un’intensa sensazione di malinconia, “Sometimes I make love to other women / While thinking about you / And I listen to their talking / Like a TV on in the other room“. La successiva Golden Thread lascia da parte per un attimo la malinconia e celebra la bellezza della vita. Jeffrey Martin lo fa con una sensibilità e una poesia straordinarie, riuscendo ancora una volta a toccare nel profondo, “Lay me down and sing to me again / Shut my eyes with a song that will never end / Write it on my mind with that golden thread / There’s somethings you don’t forget“. Billy Burroughs ispira ad una sfortunata vicenda legata allo scrittore William Burroughs. Una delle canzoni più belle e commoventi dell’album. Martin con la sua voce evoca immagini nitide e forti, “I remember where I was when I first read / William Burroughs shot his lover dead / Put a highball glass on top of her head / And missed“. Sad Blue Eyes è una triste ballata, dove Martin mette in risalto tutte il suo talento come cantautore. Parola dopo parole si dispiega davanti a noi l’anima tormentata del protagonista, “He found work at the yard picking apart cars / Out on Springfield and Lariat / He likes a girl with scars on her arms / It proves she ain’t seen what she wants to yet / With her sad blue eyes“. Le commoventi vicende di Caroline in October Dark. Martin si affida quasi esclusivamente all’espressività della sua voce calda, attirando a sé tutta l’attenzione dell’ascoltatore, “Caroline buys a ticket for the last train / Out of Baltimore in the October dark / Smokes a cigarette and throws the pack away / So her daughter would never know / That she smokes / That she smokes / That she smokes“. Nostalgia di casa e tanta voglia di farvi ritorno in Time Away. Una canzone sincera, semplice ma in grado di andare a toccare le corde giuste. Si finisce per rimanerne incantati, “I know that time away is money in the bank / But I would give it all to hear you whispering my name / I’m coming home babe, I’m coming home / I’m coming home babe, I’m coming home“. Thrift Store Dress è una bellissima ballata country. Martin sa cogliere tutte le sfumature di questo genere, sapendo tirare fuori il meglio dall’ispirazione che gli arriva dai grandi cantautori, “Let that old time music burn a hole in my chest / Burn a hole in my chest / See you laying in the grass in that thrift store dress / In that thrift store dress“. La successiva Surprise, AZ è un altro pezzo country dove Martin ci mette tanto cuore, allontanando per un attimo la tristezza. C’è sempre un po’ di malinconia ma quella è nella sua voce, nella sua anima, “And you know about me at only 23 / You saw her come and go / As I went through everything I had / But mother did you see / What was gonna happen / She let me down so far / I never quite made it back“. Una delle canzoni più belle di questo album è sicuramente, What We’re Marching Toward. Tutto il dolore della guerra è riassunto in poche parole. La performance di Jeffrey Martin è straordinaria. Ascoltare per credere, “I saw a man on the news tonight / Crying for his child in the war / He looked at the camera and asked with his eyes / Do we know what we’re marching toward“. Hand On A Gun è una solitaria ballata, una riflessione sul male che ci circonda. Le parole sono dirette e la musica scarna, qui si bada più al contenuto che alla forma, “I didn’t want to believe / That there was such a thing / As a truly evil man / I like to go to sleep / Believing that we all can be redeemed / The devil is in the details / Doesn’t ring true for me / He is sunbathing on the shore“. Chiude l’album la title tack One Go Around, una ballata riflessiva. I pensieri di Martin sono liberi di uscire e diventare musica. Un gran finale, che va chiudere un album altrettanto grande, “Cut down a tree to build a cabin / Dig through the rocks to find a diamond / Work your hands till their bleeding / Then go and rest“.

One Go Around è un album davvero eccezionale. Jeffrey Martin si rivela un cantautore che, oltre ad avere una voce perfetta per fare questo mestiere, ha anche qualcosa dentro che non può non uscire. Ogni canzone è un brivido, un pugno nello stomaco che risveglia emozioni intense e profonde. Questo è uno dei migliori album dell’anno. Una sorpresa, almeno per me. Non potevo mancare di condividere questa scoperta con chiunque abbia voglia di ascoltare una bella canzone. Ancora una volta vi consiglio di ascoltare tutto l’album e non fermarvi alla canzone che trovate qui sotto.

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Buoni consigli

Quando ho ascoltato per la prima volta una canzone di questo duo canadese, mi hanno ricordato le Lily & Madeleine degli inizi. Per questo non ho esitato ad ascoltare il loro nuovo album. Hannah Walker e Jamie Eliot si presentano sotto il nome di Twin Bandit, il loro Full Circle è uscito il mese scorso. Si tratta del loro secondo album e sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla loro musica, che spazia dal country al folk con un approccio alternative fresco e positivo. Full Circle è un album che ho deciso di ascoltare quasi “alla cieca”, spinto dalla curiosità e dalla volontà di ritrovare quelle atmosfere che mi hanno fatto scoprire, più da vicino, il mondo della musica folk.

Twin Bandit
Twin Bandit

Everything Under The Sun apre l’album, introducendoci nelle sue atmosfere delicate guidate dalle voci morbide di queste due ragazze. Un folk americano caratterizzato da una sensibilità pop che porta con sé buone sensazioni. La successiva I Try è cantata a due voci, in perfetta sintonia tra loro. Qui le due ragazze si rifanno alle First Aid Kit, ripiegando però su tonalità più leggere e armoniose. Una canzone ispirata, tra le più belle dell’album. Con Never Quite The Same vira verso un folk più scuro e maturo. Questa è una delle canzoni che preferisco di questo album, per la sua intensità e per le emozioni che riesce ad esprimere. Da ascoltare. Segue Gotta Make Sure che riprende le sonorità più luminose dell’inizio dell’album. Il testo dimostra tutto il talento delle ragazze e il ritornello è semplice e si finisce per canticchiarlo in men che non si dica. Un ottimo lavoro, davvero. Little Big Lies prosegue sulla stessa strada, scegliendo sonorità più country. Le voci delle Twin Bandit cantano all’unisono, strette l’una all’altra in un legame profondo. Hard To Know è una di quelle canzoni che scaldano il cuore, capaci di sorprendere ad ogni ascolto. Una canzone sincera e luminosa, come il resto dell’album, capace di trasportati altrove, un posto sicuro e migliore. So Long è un poetico alternative folk, arricchito da una chitarra graffiante. Le voci delle due ragazze lavorano insieme, in una confortevole armonia. To Stay è tra le migliori canzoni di questo album. Tutto è in precario equilibrio. Voce e musica si sostengono l’una con l’altra, delicate ed eteree. Un ottimo esempio di come nella semplicità spesso si nasconda la bellezza. La successiva Spell It Out è una bella canzone dalle tinte indie pop. Anche questa volta ii ritornello è orecchiabile e l’accompagnamento musicale è molto piacevole. So That’s Just The Way è un gioiellino folk. Una canzone che più di tutte richiama le sonorità delle sorelle Jurkiewicz e le loro atmosfere distese e confortanti. Per chiudere c’è Six Days To Sunday un’evanescente poesia folk, essenziale in ogni suo aspetto. Un buon modo per concludere l’album.

Full Circle si va ad aggiungere alle sorprese di questo 2017 che deve ancora finire. Hannah Walker e Jamie Eliot dimostrano una complicità perfetta, canzone dopo canzone. Un album dove ogni singolo brano trasmette sicurezza e positività. Non c’è volontà di forzare troppo la mano sulla malinconia o su sentimenti contrastanti. Full Circle è un insieme di canzoni fatte per convivere, per essere ascoltate una accanto all’altra. Le Twin Bandit sembrano cantare con il sorriso, appena accennato, di una gioia sincera. Non è facile scegliere quale canzone farvi ascoltare per convincervi che questo Full Circle merita ben più di un passaggio durante la vostra giornata.

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Donna selvaggia

Dopo l’ottimo esordio dello scorso anno intitolato Midwest Farmer’s Daughter (La ragazza di campagna) è tornata qualche settimana fa, una delle più interessanti cantautrici country degli ultimi anni, Margo Price. Questa ragazza incarna un certo revival country che si vuole distinguere dal country commerciale che va per la maggiore. Un ritorno alle sonorità più tradizionali e la volontà di raccontare la vita, sono i semplici ingredienti della musica di Margo Price e di chi come lei vuole far riscoprire la forma più genuina di questo genere musicale. Nel nuovo album All American Made si cercano conferme delle buone impressioni del suo predecessore e se possibile, perché no, avere qualcosa di più.

Margo Price
Margo Price

L’album si apre con la trascinante Don’t Say It. Un country blues scandito dalla voce pulita, ma graffiante allo stesso tempo, della Price. Insieme alla sua band sa come far scaldare il suo pubblico, “Don’t call the preacher when your car won’t start / Don’t call the doctor with a broken heart / Don’t count your money til it hits the bank / Don’t say you love me when you treat me this way“. Weakness è un singolo che funziona, una canzone sincera che ha il pregio di essere orecchiabile. Ma non è solo questo, c’è anche una particolare cura nel cercare e trovare le parole giuste, “I’m running for no reason / I’m running and I’m blue / There’s no better cure for it / Than being next to you / I can’t hide what I am / I guess it’s plain to see / Sometimes my weakness is stronger than me“. Margo Price rallenta un po’ con A Little Pain. Un azzeccato blues accompagnato dalla sua voce energica che ripete una semplice frase: un po’ di dolore non ha mai fatto male a nessuno, “When I come I home, I’ve gotta leave / My reality is only make-believe / Someone said it’s one or the other / But I’m breaking my back and working like a mother / Who’s to say just how it’s done?“. Una lezione di vita con Learning To Lose in compagnia di un veterano del country come Willie Nelson. Non è facile coniugare la voce consumata e ruvida di Nelson con quella più fresca della Price ma in qualche modo ci sono riusciti, “How many trails have I gone down for no reason / Just to learn that I can’t leave myself behind / And the only devil I’ve ever seen was in the mirror / And the only enemy I know is in my mind“. In Pay Gap sotto l’apparenza innocua si cela un attacco alla disparità di trattamento tra uomini e donne sul lavoro. Un testo che solleva l’attenzione su un problema sociale non ancora del tutto risolto, “We are all the same in the eyes of God / But in the eyes of rich white men / No more than a maid to be owned like a dog / A second-class citizen“. Lo smorzato country rock di Nowhere Fast racconta un disperato senso di abbandono, che raggiunge l’apice in un finale musicale di grande impatto. Una Margo Price in gran forma. Da ascoltare, “Maybe I’m to blame for the shape that I’m in / Maybe I’m insane / But I’m leaving you again / Living in the present / Trying to forget the past / I’m going nowhere fast“. Cocaine Cowboys ci mette in guardia da questi individui che non hanno nulla a che fare con i veri cowboys ma si fingono tali e fanno uso di droghe, “Cocaine cowboys, they never get sleep / With their bloodshot eyes, their cigarette teeth / I wish that someone warned me / Stay away from them cocaine cowboys“. Con Wild Women l’attenzione si sposta sulle differenze tra gli artisti e le artiste nel mondo della musica, sulle difficoltà che queste ultime spesso incontrano nella loro carriera, “Wild women they don’t worry / They have no time for the blues / They kill the pain and beat the devil in a hurry / And wild women, no, they don’t worry“. Heart Of America è una canzone biografica carica di immagini familiari di una piccola città nel cuore degli Stati Uniti. Margo Price appare ispirata, accompagnandosi con una musica country dallo stampo tradizionale e nostalgico, “No one moves away with no money / They just do what they can / To live in the heart of America / Getting by on their own two hands / You can pray to anybody’s Jesus / And be a hardworking man / But at the end of the day, if the rain it don’t rain / We just do what we can“. Do Right By Me vira verso ritmi funky. Il ritornello è impreziosito dalla partecipazione del quartetto gospel The McCrary Sisters. Una canzone che parla di onestà e sincerità, due qualità sulle quali misurare il proprio successo nella vita, “Some people climb a ladder till the end up at the bottom / Spending up all their precious time on money, fame, and stardom / All I ever wanted is my own song to sing / If you don’t do right by yourself, do right by me / Do right by me“. L’unica canzone di cui la Price non ne è autrice è Loner. Una commovente ballata sulle difficoltà che una vita carica di aspettative ci costringe ad affrontare. Un’interpretazione intensa che mette in mostra tutte le doti vocali della cantautrice americana, “What’s the matter with being a loner / Even a nobody’s somebody, too / Even the bums on the street are just dreamers / A face in the crowd no different than you / Ooh no different than you / Ooh no different than you“. Si chiude con la title track All American Made. Una panoramica sulle cose belle e meno belle degli Stati Uniti del gli ultimi anni. Una canzone che non risparmia riferimenti a questioni politiche e sociali. Un finale che racchiude il senso dell’album, “And I wonder if the president gets much sleep at night / And if the folks on welfare are making it alright / I’m dreaming of that highway that stretches out of sight / And it’s all American made“.

Con All American Made, Margo Price si riconferma ai vertici, esprimendosi libera e incarnando i difetti e i pregi dell’America di oggi. La sua musica non va alla ricerca di qualcosa di nuovo ma si aggrappa al country più vero, ritornando a parlare alla gente, senza filtri. Margo Price ha in dono una voce che appare innocente ma che sa trasmettere, sotto traccia, un senso di rabbia trascinato dalla volontà di scuotere gli animi di chi ascolta. All American Made è un ottimo album, dove trovare il buon country che si sta risvegliando mosso anche dal momento storico che gli Stati Uniti stanno vivendo. Dove gli artisti hanno il diritto di far sentire la loro voce e prendere posizione, così come non hanno mai fatto negli ultimi anni.

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Nero su bianco

Il quarto album della cantautrice canadese Tamara Lindeman si presentava, fin dal primo singolo, come una svolta rispetto al folk minimalista degli esordi. Dopo il poetico All Of It Was Mine (Achillea e menta) e il successivo Loyalty (Eclissi personale), The Weather Station ha deciso di cambiare qualcosa nella sua musica. Ad ottobre è uscito infatti il nuovo album intitolato semplicemente The Weather Station. In Loyalty la Lindeman appariva di spalle con le mani dietro la schiena, quasi a voler nascondere sé stessa, ora in copertina c’è sempre lei ma la sua figura è intera e frontale, in contrasto con lo sfondo. Si può partire da qui per avvicinarsi a questo album che potrebbe rivelarsi come la definitiva consacrazione di un’artista unica.

Tamara Lindeman
Tamara Lindeman

Free inizia con un intro di chitarra subito interrotto dalla voce morbida e melodiosa della Lindeman. Quasi un dialogo tra chitarra e voce, dove ritroviamo tutta la sincerità dei precedenti lavori ma sotto una nuova forma, “You were always so adamant. You told me that the one thing I was missing—I didn’t know that I was free. Tonight, when I pulled the car around, I was alone under the sky“. Thirty è uno dei brani più affascinanti ed ispirati. Tutto gira intorno alla voce della Lindeman, un flusso di parole, ricordi e pensieri. Da ascoltare, “Oh, you got the kindest of eyes, I cannot help but notice sometimes, but you know as do I, I cannot look twice without falling right into the sweet and tender line between something that can and can never be“. You And I (On The Other Side Of The World) è una canzone intensa, fatta di immagini delicate tracciate dalla voce della Lindeman. Uno strumento vero e proprio il suo, che gioca con la musica, “But we never got better, we never got to talking, we never figured out the questions, we got good at walking; walking the streets, when it was too hot to eat, walking in step, we can’t help it“. La successiva Kept It All To My Self è un flusso di parole e musica unite in una cosa sola. L’interpretazione è senza fronzoli, quasi ininterrotta e distaccata, “I rode up past St Clair, same old city but it could have been anywhere. And the scent of the air so exotic, every thought like I never have thought it. Then I felt that confidence in me, like a child in a strange new body. I kept it all to myself“. Impossible è oscura, attraversata dai pensieri della Lindeman. Si riconosce il suo stile, la sua mano ma c’è come un’urgenza di fondo che emerge lentamente, “Oh, I guess I got the hang of it—the impossible. And I walk the endless boundaries of it, just to know what you can’t ever have—what is light, what shadow. I guess I always wanted the impossible“. Lo stesso succede in Power. Il canto etero e fragile è spezzato dal suono blues di una chitarra elettrica. Le parole continuano a scavare profonde nell’anima e nei ricordi, senza filtro, “I fell asleep on the plane, and I woke up strange, twisted in the pale blue seat, an hour gone by. The sun was rising again, keeping distant over the blackened blue rim of the sky. I spent my whole life thinking that I was some kind of coward“. Come in un flusso continuo, segue ComplicitSi compone così un trittico con le due precedenti, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di necessità e urgenza, di grande impatto, “I moved back to the city; I lost myself in you, or in some kind of fiction, or in some kind of truth. I let myself get cynical; I felt cold and bruised, and the facts never changed, and time only moves“. Black Flies ritorna su sonorità più vicine al folk americano. Un passo indietro nel tempo per Tamara. L’attenzione di sposta lontano da sé stessa, riuscendo in poco più di due minuti a fare qualcosa di straordinario, “Humid wood, you felt good, and you shook your tangled hair down. With the sweat in your eyes, and all the black flies. Under lidded skies you lie down there in the grasses“. La successiva I Don’t Know What To Say continua a viaggiare sulle strade già percorse in passato dalla Lindeman, facendosi però accompagnare questa volta dal suono di un’orchestra, “Just don’t go—stay—everything has changed a thousand times anyway. Like we had no power, like we had no sway; the heartbreak you know will find you either way“. In An Hour comferma la volontà della Lindeman di non tracciare un solco netto tra il suo passato e il futuro. La maggiore ricchezza di dettagli nella musica è l’unica cosa che la differenzia dalla produzione precedente, “I cannot tell us apart—your pain made free with my own heart. We laid out under the ceiling as though under the stars. As though this afternoon was the blackness from here to the moon, dizzied by distances within you“. La conclusiva The Most Dangerous Thing About You è una delle canzoni più belle mai scritte dalla Lindeman. Una canzone che si appoggia su un pianoforte, dove le parole così naturali, così commoventi escono spontanee e sincere, “The most dangerous thing about you is your pain—I know for me it is the same. It was restless; you felt it, but never could call it by name“.

The Weather Station è un album che ci fa scoprire una rinnovata Tamara Lindeman che, seppur non tagliando i ponti con il suo passato, si esprime sotto nuove forme. Il suo è un tentativo di provare qualcosa di più rock ma inevitabilmente smorzato dalla sua voce e dalla sua indole emotiva e sensibile. Il risultato è un sound unico che è pervaso da un’urgenza espressiva soprattutto nella prima parte dove le influenze rock si fanno più sentire. La seconda metà è più riflessiva, nella quale troviamo The Weather Station nella sua forma più abituale solo più estroversa e diretta. L’album è da intendersi come un flusso continuo di parole e musica che escono liberamente e si ricompongono in forme complesse ma tanto vicine a chi ascolta. Solo i grandi sanno cambiare senza snaturarsi e Tamara Lindeman ci è riuscita nel migliore dei modi.

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Spalle al muro

Dopo l’ottimo album From The Stillhouse (Fuori legge), che ho consumato a forza di ascoltarlo, la band canadese Murder Murder è tornata quest’anno con il suo seguito intitolato Wicked Lines & Veins. Questi sei ragazzi dell’Ontario sono pronti a raccontarci storie dove nessuno ha scampo e farci calare in un mondo elettrizzante. Nonostante avessi piena fiducia in questa band, ritenevo difficile bissare le atmosfere così lucide ed evocative di From The Stillhouse senza ripetersi. Invece i Murder Murder hanno saputo fare anche di meglio. Ora non resta che ascoltare il nuovo album e ancora una volta sperare di uscirne vivi.

Murder Murder
Murder Murder

Si comincia con Sharecropper’s Son, storia di un giovane che perde il suo lavoro come mezzadro. Un rabbioso bluegrass dove nel finale, per disperazione, il ragazzo sembra far fare una brutta fine al suo padrone, “A quarter pasture on a rich man’s farm / Turn the rich man’s soil / Six feet deep and six feet long / Turn the rich man’s soil / I turned a rich man’s soil“. La successiva Pale Rider Blues è una cavalcata veloce e senza sosta. Un ritmo sincopato fa da sfondo ad un scarica di parole, veloci come proiettili. I Murder Murder dimostrano di essere in splendida forma, “Mean mister called the marshal and he come for blood / That dirty old marshal, he come for blood / So they dam up creeks, and dry up the floods / ‘Til the hacks and the buggies wade in the mud“. Non possono mancare ballate come The Last Daughter. Una torbida storia di famiglia, che si srotola veloce fino al triste epilogo. I Muder Murder danno alla canzone la giusta tensione, senza fronzoli, “Old Mr. Baer and his mean old mare / And five of his pretty little daughters / Went down to the river while the sun burned high / To fill five barrels full of water“. Un’altra ballata, questa volta disperata e graffiante, è Reesor County Fugitive.  Cinque minuti intensi e un’interpretazione eccezionale dove il racconto prende il sopravvento sulla musica. Da ascoltare, “And if today the good lord’s burning hand / Should take me to the promised land / At least I know I’m going home / Either way I’m going home tonight“. La title track Wiked Lines & Veins è un accattivante blues, un viaggio in un mondo inospitale e spietato. Una delle canzoni più oscure e affascinanti di questo album, “Wicked lines and veins / Mark the north side of the plains / They’ve got nothing left to claim / Not even God, his eternal right“. Un amore al limite raccontato in Goodnight, Irene. Un vero e proprio outlaw country che viaggia sulle ali del banjo e del violino. Nel finale un omaggio al classico omonimo di Lead Belly, “Irene was hard, she packed a knife, / and she swore like a trucker / She ran the scams on all the boys in from the bay / She wore her hair in Monroe curls and boys she was a beauty / I could not look away“. Il singolo I’ve Always Been a Gambler racchiude dentro di sé tutte le caratteristiche di questa band. Un bel country accattivante, carico di immagini. Uno dei pezzi forti dell’album, “I’ve always been a gambler, I always play to win / And I’ll be sure to cut your throat if I see you again / Won’t you lay your money down, / now won’t you make peace with your sins / Cause I can tell that you’ve been ‘round too long“. The Death Of Waylon Green è l’ultimo canto di un condannato a morte. Voce graffiante e melodie rock scorrono come sangue in questa murder ballad, inquieta e vendicativa, “If I could bring that Waylon Green / back to life again / I’d do so just to kill him twice / And then I’d lay my head“. A tutta velocità con Cold Bartender’s Wife. Una spirale di follia e gelosia, nella quale le parole colpiscono veloci come una scarica di pugni. Senza pietà, “She held him up on a cool clear night / And she robbed him of his life / You may pass through town but don’t mess around / With the cold bartender’s wife“. Una donna si fa giustizia da sola in Shaking Off The Dust. I Murder Murder fanno un’altra vittima, raccontando la sua storia con spietata lucidità, “Cars rolling by / Young couples in love / The winds come blowing and they’re kicking up the dust / He wore a tattoo that read “hard as stone” / One day she woke up and found some fire of her own“. Si chiude con una bella ballata country intitolata Abilene. Una triste storia nonché una delle più belle ballate mai scritte da questo gruppo, “Once I had a darling wife / Her name was Abilene / She had hair like ravens’ feathers / And eyes of olive green / If she ever looked at me with sadness / Her sadness I would end / And if she’d cried for nothing / I’d fire into the wind“.

I Murder Murder ti inseguono e ti mettono con le spalle al muro. Con Wicked Lines & Veins si fanno strada a colpi di bajo e violino, colpendo ripetutamente, senza sosta. Che siano veloci cavalcate o lente ballate, i Murder Murder sanno come tenere banco, incantando l’ascoltatore con le loro storie dal finale tutt’altro che lieto. Wicked Lines & Veins è un grande ritorno che prosegue nel solco scavato dal precedente From The Stillhouse ma che è in grado di trascinare, con maggiore convinzione, chi ascolta in uno scenario tormentato e inquieto. Se avete quaranta minuti da concedere ai Murder Murder fatelo. Non ve ne pentirete. E visti i tipi, non lo prenderei solo come un consiglio.

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I texani non sanno ballare

Dopo l’ottimo Heartbreaker Of The Year (Il diavolo ha preso in prestito i miei stivali) la cantautrice canadese Whitney Rose è tornata quest’anno con il nuovo album Rule 62. La regola 62, nel gergo degli Alcolisti Anonimi, è “non prendersi troppo sul serio” e ascoltando lo stile musicale e l’approccio di Whitney Rose, questa definizione, è senza dubbio calzante. In questi tempi confusi, la sua musica dal fascino retrò, funziona meglio di qualsiasi sperimentazione lasciando dietro di sé un gusto del tutto particolare. Con Rule 62 si tenta il salto di qualità con un occhio al passato è uno sul presente.

Whitney Rose
Whitney Rose

Si comincia subito con I Don’t Want Half (I Just Want Out) che racconta l’addio di una donna al suo amante. C’è una donna di troppo e piuttosto che un amore a metà è meglio nessuno. Molto bello l’assolo di chitarra nel finale, “Here’s a goodbye kiss / Now, you’ll never touch these lips / And please tell your girlfriend / She can have all my clothes / I wanna make myself real clear, I won’t be roundabout / I don’t want half, I just want out“. Con Arizona si precipita in un godibile country rock, orecchiabile e spensierato. La voce della Rose è morbida e si muove sinuosa tra il ritmo della batteria e le chitarre, “Guess I should’ve known by the way you treat your mama / Guess I should’ve reckoned warning signs / Guess that I was blinded, guess that I was fool / Saw you and I had to make you mine“. Non può mancare una ballata come Better To My Baby. Lo struggente tentativo di ricominciare con un amore finito, raccontato su una musica senza tempo, “What I wouldn’t do to make us happy again / What I wouldn’t give to have him back here in my bed / You hold the world when you hold his hand / So don’t you break that heart of gold / Just be thankful every day that he’s your man“. You Never Cross My Mind è un’altra ballata ma più malinconica. Il testo è un gioiellino dove si arriva a negare l’evidenza pur di dimostrare che lei non pensa più lui, confermando, di fatto, il contrario, “No one ever needs romance / Texans don’t know how to dance / Truckers, they don’t know the road / Grown-ups never cry / You never cross my mind“. Una storia pericolosa quella in You Don’t Scare Me, una delle più belle canzoni di questo album. La voce innocente della Rose è nella sua espressione migliore, “I know you’ve broken up some hearts / Went and tossed ‘em to the sea / Well, someone beat you to the punch / You don’t scare me / There’s no damage you can do / Ain’t already done / Just look into my eyes, you’ll see / You don’t scare me“. Il singolo Can’t Stop Shakin’ è racchiuso nel titolo. Impossibile resistere al ritmo della musica e al carisma della Rose. Un brano vicino al sound del precedente album ma arricchito dai dettagli e dall’esperienza, “Come on, baby, hold me close / Don’t make me shake all alone / I can’t stop shakin’ / I can’t stop shakin’“. Tied To The Wheel è un altra ballata country malinconica al punto giusto. La dura vita da camionista, una vita in viaggio, sempre al volante. Un tema insolito per una donna ma Whitney Rose è convincente, “Yeah, I guess it’s my good luck / To make my living driving a truck / But it’s times like this that make me feel / That I’m tied to the wheel“. Ancora un camionista protagonista di Trucker’s Funeral. Questa volta è però il giorno del suo funerale nel quale la figlia scopre che suo padre ha due mogli, ciascuna in uno stato diverso. Il country racconta storie e questa è una bella storia, “At that trucker’s funeral / Two women buried wedding rings / If you’re at a trucker’s funeral / Be prepared for anything“. Wake Me In Wyoming è un altro bel brano in perfetto stile Whitney Rose. Il tema del viaggio e della lontananza funzionano sempre soprattutto cantati con voce morbida e malinconica, “Let me sleep / Just wake me in Wyoming / I don’t wanna feel how far away I’m going / Let me sleep / ‘Til we cross that state line / So I can’t change my mind and just go back home“. Un amore un po’ problematico quello di You’re A Mess. Un bel brano country dalle atmosfere romantiche con una Rose in totale controllo, “Sometimes I wanna punch you / I wanna slap your face / Make you feel all the marks and the scars you have placed“. Si chiude con un rock’n’roll vecchio stile intitolato Time To Cry. Whitney Rose è perfettamente calata nella parte, sfoderando tutta la sua voce, “And now you got the nerve to say you need me / To say you can’t believe I said goodbye / You watched me shed a thousand tears and then some / But now it’s your time to cry“.

Whitney Rose con Rule 62 si conferma una delle esponenti più talentuose di un certo revival country. Rispetto al suo predecessore, qui troviamo una maggiore ricchezza dal punto di vista musicale ma che non rappresenta certo nulla di innovativo. Ciò che è nuovo è piuttosto l’approccio più moderno nei testi e nel canto. Whitney Rose sa essere dolce e malinconica ma anche maliziosa e spensierata. Rule 62 è un album da ascoltare per intero in grado di trasportarci in un mondo dove il tempo sembra essersi fermato, ricco di sfumature e storie. L’invito è quello di non fermarvi alla sola canzone che potete ascoltare qui sotto e gustarvi uno degli album più piacevoli di quest’anno.

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