Stormo

Quando voglio ascoltare qualcosa di nuovo basta che vado a cercare nella mia wishlist di Bandcamp. Come è successo altre volte, in quella sempre più lunga lista di album, trovo sempre qualcosa di buono. Come, ad esempio, From The Skein di Jenny Sturgeon, rimasto fin troppo tempo là dentro. Qualche settimana fa l’ho estratto dal mazzo, semplicemente affidandomi alla mia buona memoria in fatto di musica e forte del mio crescente interesse verso il folk tradizionale d’oltre Manica. From The Skein, uscito lo scorso anno, si è rivelato molto di più di un album folk nascondendo al suo interno suoni e idee davvero interessanti proposte da questa cantautrice scozzese.

Jenny Sturgeon
Jenny Sturgeon

Maiden Stone è ispirata alla leggenda legata ad una pietra che si trova nella regione scozzese Aberdeenshire. La storia è quella di una giovane donna che perde una scommessa con il diavolo. Per salvarsi scappa ma il diavolo quasi la raggiunge quando Dio la salva trasformandola in pietra, “In panic she ran for the hill / And in fury he turned her to stone / And she’s still there now, the Maiden Stone / At the back o’ Bennachie“. La successiva Raven è una delle più belle di questo album. Il ritmo sostiene la voce della Sturgeon, che si muove tra violini e chitarre. Una canzone folk ma dal piglio moderno, “The frost she settles on the web / The doe she shelters from the cruel, cruel wind / Roots find a home in the smallest gap / They grow and I carry them on my back“. Running Free è una delle canzoni che preferisco. Il suono della fisarmonica e il crescendo delle chitarre danno un fascino del tutto particolare ad una canzone che esprime libertà e voglia di vivere, “Wide eyes are looking high up where the branches sway / With dappled light upon your face / And touch is like a textbook of the things you learn / Absorb and nourish in your stride“. Selkie trae ispirazione alla leggende di queste creature fantastiche che la notte sono donne e di giorno foche. L’unico modo per non farle tornare nel mare e nascondere loro la pelle di foca. Interessante la scelta di inserire una seconda voce dai colori orientali, “Once my pelt was in your hands / And I a prisoner of the land / Until I stole my soul back from you / Now I have the ocean wide“. Nowhere Else I’d Rather Be è una canzone molto poetica. La voce della Sturgeon ferma ma morbida, dà un tratto particolare alle canzoni e a questa in modo particolare, “A meeting in the sun / On the meadows how the time goes fast / The past a tale of how we met / And look where we have come“. Il mare scozzese fa da sfondo a Honest Man. Una canzone che parla d’amore con semplicità e malinconia. Da ascoltare, “Down at the shore / He meets her once more / Searching her eyes / For a tell-tale sign / She smiles at him and his heart starts to sing“. Cùlan è una variazione di una canzone tradizione che racconta la storia di una sorella, promessa sposa di un uomo, che viene annegata per invidia dalla sorella maggiore. Il testo contiene una frase in gaelico che svela come la giovane, trasformatasi in un cormorano, sveli a tutti il crimine della sorella, “One sister she was dark of heart / The other she was full of grace / Seinn sgarbh le sgrios gu’n ribhinn ròn / de’n cràdh un cùlan gu dilinn ‘dàil“. Ancora influenze orientali in Linton, ispirata alla figura di Hercules Linton che progettò la Cutty Sark, una delle ultime navi veloci, “Sails like clouds pick up the wind / Heavin’, haulin’, bound away / ‘Weel done, Cutty-Sark’ he called out / To speed away, she’ll speed away“. Harbour Masters è un’istantanea delle coste della Scozia, tra gabbiani, porti e il lento andare e venire della marea, nella quale si può apprezzare tutta la sua abilità di cantautrice, “The chimney shrubs and the mossy gutters / The whirling swifts too high to see / Where nature meets the harbour master / On her own territory“. Tra le canzoni che preferisco di questo album c’è sicuramente JudgementSolo voce e nient’altro. Una canzone asciutta e diretta, di poco più di due minuti, “You make your judgements first / But you don’t hear me / All I want is to stand on my own two feet / These notes and letters / Support the words I speak / So read what’s on that page / Don’t write me off“. The Honours prende ispirazione dalla storia di due donne che falsificarono le Insegne di Scozia, ovvero i gioielli reali composti da una corona, uno scettro e una spada, “With honours three they made their flight / Bridgin’ the Fiddle Heid / Smuggled oot in broad daylight / To keep the honours three“. L’album si chiude con Fair Drawin’in. Una canzone che si rifà ad un detto locale ‘The nights are fair drawin in’, usato per descrivere le giornate che si accorciano sul finire dell’estate, “The sun sets on the hills of home / The nights are fair drawin’ in now / The leaves are turning, turning o’er / And like the swifts they’re gone now“.

From The Skein è qualcosa di più di un album folk.  Ci sono aspetti del folk tradizionale ma altri più moderni, ben mescolati con influenze di terre lontane. Jenny Sturgeon è un’abile cantautrice che trova i suoi punti di forza nei testi e nella musica. L’aspetto musicale resta uno degli aspetti più affascinanti, in grado di dare spessore e vita alle immagini evocate dalle parole. Alcuni brani hanno una copertina diversa che ritrae ciascuna un uccello, sottolineando la passione della Sturgeon per questi animali. Sono contento di aver recuperato questo album dalla mia lista e ancora una volta, mettermi a scriverne a riguardo, mi ha fatto conoscere qualcosa in più. Ogni volta che ascolterò una di queste canzoni non potrò fare a meno di pensare alla storia che si cela dietro al testo e alla musica.

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Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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Lungo la costa

Mi ero ripromesso che quest’anno avrei ascoltato qualche cantautore in più, nonostante prediliga, come testimonia questo blog, le cantautrici. Per cominciare ho scelto il cantautore britannico Ren, nome d’arte scelto da Conor Owen per presentare il suo EP di debutto A Calling From The Shore. Da più di un anno dal mio approdo su Twitter ho potuto conoscere diversi nuovi artisti tra i quali proprio Ren e la sua My Heart Belongs To Ireland che mi ha subito catturato. Lo scorso mese questa canzone più altre quattro sono state pubblicate in questo EP e io, come d’abitudine ormai, non mi sono lasciato scappare l’occasione di approfondire la musica di Ren.

Ren
Ren

Si inizia con The Coast una canzone malinconica che evoca le coste del mare del Nord. La voce di Ren è gentile e rassicurante, con una grande capacità di trasmettere le sue emozioni in modo sincero,”I had a calling from the shore / To pack up all my things / And head for the ocean / So I left / Set all my goodbyes / And dried some teary eyes / And set my feel emotions / To the coast, the coast I go“. La successiva è la bella My Heart Belongs To Ireland. Una dichiarazione d’amore all’Irlanda e al suo fascino incontaminato. Davvero emozionante. Questa canzone vale da sola l’intero EP, “Something’s changed. I’m not the same / No longer am I rootless. I’ve found a home / Where the wild Atlantic ocean is the final resting place / For a sunset that lasts forever. Burning bright against my face / Now my heart belongs to Ireland“. All That I Need è un’altra canzone folk pop con un ritornello accattivante e orecchiabile. Le sonorità ricordano quelle degli anni ’90 e per noi non più giovanissimi ricordano gli anni spensierati di bambini. Late Night Drive, come da titolo, è un lento viaggio nella notte durante il quale nella mente affiorano i pensieri della giornata. Ren riesce ad evocare in maniera nitida queste immagini ed è una qualità non sempre facile da trovare in un artista. Piece Of Your Heart è una sognante canzone d’amore. Mi ha fatto tornare alla mente un Bon Iver degli inizi, avvolgente e minimale. Come il buon Justin Vernon, Ren riesce ad affascinare con la semplicità del suono della chitarra e la sua voce, “Do you find yourself lost in her eyes / Does your world seem to stop when she smiles / I know she feels it too / So let her have a piece of your heart / Your heart, your heart

A Calling From The Shore è un EP che ci permette di conoscere questo cantautore attraverso cinque canzoni sincere e ispirate. Tutte le canzoni sono anche arricchite da una produzione attenta e mai eccessiva. Ren è sempre in primo piano nelle sue canzoni ma lascia l’ascoltatore la libertà di vagare con i pensieri lungo le spiagge dell’oceano. A Calling From The Shore cresce ascolto dopo ascolto, dando forma ad immagini chiare e nitide in più di un’occasione. Questo EP è un buon inizio per riprendere ad ascoltare qualche cantautore in più in attesa di altre canzoni di Ren e chissà magari un suo album.

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Mi ritorni in mente, ep. 42

L’anno musicale comincia a delinearsi, uscita dopo uscita, novità dopo novità. Tra vecchie e nuove conoscenze ci sono diversi appuntamenti da segnare sul calendario. Anche se ancora non c’è una data certa, il secondo album dei London Grammar vedrà la luce quest’anno ed è anticipato dal singolo Rooting For You. Il brano è accompagnato da una bella versione live nella quale si può apprezzare al meglio la straordinaria voce di Hannah Reid. La compagine inglese è chiamata a bissare l’ottimo esordio If You Wait del 2013.

Il gruppo olandese Mister And Mississippi dopo due album all’insegna del folk pop dal sapore americano, sono pronti a tornare il 6 Aprile con il nuovo Mirage. Il cambio di sonorità è evidente ma non è detto che sia un male. Il gruppo capitanato da Maxime Barlag svolta verso un alternative rock, un po’ elettronico, un po’ psichedelico. Sono già due i singoli in circolazione, HAL9000 e Lush Looms. Qui sotto il video originale quanto inquietante di HAL9000.

So di non sapere

Se c’è qualcosa che muove la mia personale ricerca di nuova musica è senza dubbio la curiosità. La maggior parte delle volte però preferisco rifugiarmi in generi e stili che conosco bene, dove trovo, seppur effimere, sicurezza e conforto. Talvolta però mi piace allontanarmi un po’ dalle strade che conosco e la musica di Jeni Magana, cantautrice di Brooklyn, è una di quelle volte nelle quali la deviazione è dolce e indolore. In realtà, il cantautorato femminile è sempre in cima alla lista delle mie preferenze ma questo EP d’esordio intitolato Golden Tongue mi ha affascinato fin dalle prime note di Inches Apart. Spiegarlo è difficile ma come sempre ci proverò.

Magana
Magana

Get It Right apre l’EP, una bella ballata dal sapore rock. La voce della Magana è dolce e amara, che cattura l’attenzione. Affascina per quella sua aura di tristezza che io trovo sempre irresistibile, facendomi tornare alla mente la migliore Angel Olsen, “If you could see what is in my mind / You would change before my eyes / You were red but my gold turned you green / So you stood there lying through your teeth“. Inches Apart è un’altra canzone triste e malinconica. Magana da prova di sensibilità e delicatezza, doti rare e ricercate. La migliore canzone dell’album per intensità, “When I’m cold / And I’m lonely / Hold me in your arms / We’ll grow old / We will only / Be inches apart“. The World Doesn’t Know è un bel pezzo indie rock tormentato. La voce della Magana è questa volta più ruvida e contribuisce, insieme alla chitarra, ha dare tensione al brano, soprattutto nel ritornello, “Because the world doesn’t know what the world doesn’t know / That it lives in my mind and so now I have total control / And nobody’s aware and so they don’t find it strange / Every cell in your body belongs to the thought in my brain“. Chiude la title track Golden Tongue. Questa volta i toni sono più scuri dove voce e musica di fondono, tirando fuori l’anima rock di questa cantautrice. Un finale intenso, carico di rabbia, “You colored my words with your golden tongue / And shifted and blurred what is in my heart / I am not sure why they call it love / Why does it feel like it’s so damn hard“.

Golden Tongue è un interessante EP d’esordio che si distingue da altri per la sua vocazione artistica. Jeni Magana sembra voler mescolare l’astrattezza dell’arte con la più concreta onestà della musica cantautorale. Il risultato è un EP breve ma che può diventare un ottimo biglietto da visita per un’artista che ha tutte le potenzialità per fare bene anche in un album. Arrivato in fondo a questo EP mi rendo conto di non essermi allontanato troppo dalla mia strada sicura. La musica mi chiama. Io rispondo sempre presente.

Caccia al tesoro

Sono passati più di due anni da quando mi sono avvicinato con riguardo alla musica di Justin Vernon e dei suo “gruppo” Bon Iver. Quel For Emma, Forever Ago è rimasto fino ad ora l’unico suo album nella mia collezione. Ciò non significa affatto che non mi fosse piaciuto ma semplicemente non ho avuto il piacere di ascoltare il successivo album omonimo pubblicato nel 2011. Si da il caso che Justin Vernon è tornato quest’anno, dopo 5 anni di silenzio, con l’enigmatico 22, A Million.  Io che ero rimasto all’indie folk dell’esordio ho provato un iniziale moto di repulsione di fronte ai primi ascolti dei singoli di questo nuovo lavoro. Credo di aver pensato: “Ma che cosa hai fatto, Justin!?”. Poi, quasi improvvisamente, 22, A Million doveva essere mio. Dovevo ascoltarlo assolutamente, affascinato da tutti quei simboli sulla copertina e gli strani titoli delle canzoni.

Justin Vernon
Justin Vernon

L’apertura è affidata alla poetica e distorta 22 (OVER S∞∞N), nella quale la voce caratteristica di Justin Vernon si eleva pulita e chiara tra suoni campionati in loop. Un inizio fulminante, per certi versi anche inquitante, “It might be over soon, soon, soon / Where you gonna look for confirmation? / And if it’s ever gonna happen / So as I’m standing at the station / It might be over soon“. Si continua con 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄, ancora più destrutturata e disturbante. Ma il caro vecchio Justin appare là in mezzo come unica certezza, unico punto fermo in quel frastuono, confuso tanto quanto affascinante, “I’m unorphaned in our northern lights / Dedicoding every daemon / Taken in the tall grass of the mountain cable / And I cannot seem to find I’m able“. Solo voce nella successiva 715 – CR∑∑KS. Sarebbe meglio dire solo tre voci. Lo stesso Vernon canta con versioni alterate della sua voce che contribuiscono al brano quasi fossero strumenti musicali. Questa è una delle canzoni più belle di questo album dove le parole fanno il gioco della musica, “Low moon don the yellow road / I remember something / That leaving wasn’t easing / All that heaving in my vines / And as certain it is evening ‘at is now is not the time / Ooh“. Il simbolismo di cui è carico questo album comincia da canzoni come 33 “GOD” che dura, guarda caso, esattamente 3 minuti e 33 secondi. Qui Justin Vernon somiglia tanto a quello al quale eravamo abituati, c’è anche un pianoforte, ma tra coretti e ritmi frammentati, il cantautore americano ci sorprende, “We find God and religions to / Staying at the Ace Hotel / If the calm would allow / Then I would just be floating to you now / It would make me pass to let it pass on / I’m climbing the dash, that skin“. La classica canzone in perfetto stile Bon Iver è nascosta sotto il titolo di 29 #Strafford APTS. Ci sono le atmosfere malinconiche e tristi che tanto abbiamo amato. Anche qui però c’è sempre qualche elemento di disturbo, quasi a voler rendere imperfetta una canzone che appare come consumata dall’ascolto. Jusin Vernon però riesce sempre a commuovere, “Fold the map and mend the gap / And I tow the word companion / And I make my self escape / Oh, the multitude of other / It comes always off the page“. Contrapposta alla canzone 33 “GOD” troviamo 666 ʇ. Ancora Vernon usa le sua armi migliori, senza eccedere nell’uso della tecnologia. Nonostante il titolo faccia presagire atmosfere infernali, siamo di fronte a tutt’altro, “And so it’s not in your clasp / What’s the function or the task / Well, I’d stun and I’d stammer / Help me reach the hammer / (For then what will I ask)“. Segue subito senza interruzioni la magica 21 M◊◊N WATER. La perfezione sognante del suo inizio lascia spazio, neanche troppo lentamente, a suoni sconnessi ed interrotti, frammenti di voci in loop che si disperdono nel finale. Il testo è criptico, come tutto il resto dell’album dopotutto, “The math ahead / The math behind / Moon water / Remomrize numb / And half the hum / For moon water / I’d hide Berlin / To run and find it / Moon water / The path ahead / The path behind it / It’s moon water“. L’ottava traccia è appunto 8 (circle), il cui simbolo è uguale a quello dell’infinito, solo rovesciato. Infinito come un cerchio, appunto. Qui Justin Vernon sembra dimenticarsi di sperimentare e torna ad essere quel cantautore solitario e carismatico. Anche se c’è sempre qualcosa che salta all’orecchio, un suono fuori posto e qualche alterazione ma va tutto bene, “I’m standing in your street now, no / And I carry his guitar / And I can’t recall it lightly at all / But I know I’m going in“. Il suono dei sassofoni apre la bella ____45_____  che è sorretta dal canto, questa volta non in falsetto, del nostro. Un’altra bella canzone, come sono i Bon Iver sanno fare, “Well I’ve been carved in fire / Well I’ve been caught in fire / I’ve been caught in fire, whaaaa / Well I’ve been caught in fire / I’ve been carved in fire / I’ve been caught in fire / What comes prior to?“. L’ultima traccia s’intitola 00000 Million che aggiungendoci davanti il numero di traccia, il 10, si ottiene un milione. Ecco che l’album che è iniziato con un 22 finisce con un milione, 22, A Million. Bon Iver nella sua massima espressione si contrappone alla sperimentazione e non convenzionalità delle tracce precedenti, “So I can depose this, partial to the bleeding vines / Suppose you can’t hold shit. how high I’ve been / What a river don’t know is: to climb out and heed a line / To slow among roses, or stay behind“.

22, A Million è un album ambizioso che solo Bon Iver poteva proporre e passarla liscia. Tutto è concesso al buon Justin Vernon e lui ripaga la fiducia con la spontaneità di un album che spontaneo non è. Gran parte delle tracce, se non tutte, sono state rimaneggiate, scomposte e ricomposte. Tutto è astratto in 22, A Million, dove anche i titoli, dai caratteri simbolici, sembrano avere poco a che fare con i testi delle canzoni. Testi che come sempre sono oscuri e criptici ma carichi di musicalità e tensione. Bon Iver o Justin Vernon che sia ha sfornato un album che provoca reazioni contrastanti ma che ha un fascino tutto suo. Ci troviamo di fronte, forse, ad un’opera irripetibile che si propone come uno dei migliori album di questo 2016. Dopo aver ascoltato queste dieci canzoni, non resta che divertirsi a decifrare simboli, numeri e suoni. Come in una caccia al tesoro.

L’ultima parola

Se c’è mai stata una colonna sonora delle mie ultime vacanze, questa potrebbe essere la musica dell’album d’esordio della giovane cantautrice inglese Bess Atwell, intitolato Hold Your Mind. Il singolo Cobbled Streets mi ha fin da subito catturato per il suo gusto pop folk etereo e affascinante. Nei momenti di relax estivi, la musica di Bess Atwell, è stata una compagna perfetta, un po’ triste ma capace di scavare a fondo nell’animo come pochi artisti sanno fare. Un viaggio nelle domande e nelle incertezze di una ragazza dei nostri tempi.

Bess Atwell
Bess Atwell

A Thousand Lovers apre l’album, portandoci dritto nel cuore della Atwell. Una canzone dai colori pop ma dall’anima folk, libera e carica di speranza. C’è un cuore spezzato là sotto e si sente. Washed & Dried è ricamata sulla voce melodiosa della Atwell. L’atmosfera è più luminosa della precedente ma c’è sempre una traccia di malinconia e tristezza della sua voce che caratterizza tutte le canzoni. Jesse ha un’impronta più folk ed è l’anima dell’album. Intensa ma delicata allo stesso tempo, cresce attimo dopo attimo, facendo crescere qualche brivido. Tutto il talento di questa cantautrice si più trovare in questa canzone. Candid è una delle più belle dell’album. La voce della Atwell è calda e rassicurante, anima di un ritornello memorabile. Le difficoltà dell’amore sono alla base di questo album. Help Me Believe è una canzone intima e accorata. Una supplica che si espande fino a riaggiungerci. Bess Atwell dimostra di avere nel suo arco numerose frecce e questa canzone mette in luce la sua abilità nello scrivere canzoni. Il singolo Cobbled Street è un brano etereo e affascinante. Colorate e luminosa, che trasmette tutta la positività della giovane età di questa cantautrice. Da ascoltare, “Out of the light in the kitchen / And out of the house / Now that I know what I’m missing / I’m not scared to go without / What’s that, I’ve been falling asleep at the table again / Well I’m afraid I’ve led you to believe I’m not what I am“. La title track Hold Your Mind è avvolgente e sincera. Una canzone che incarna lo sprito dell’album e il messaggio della sua interprete e autrice. Sicuramente da inserire tra le migliori e tra le più intense. Splendida la successiva Resolution, la più autobriografica dell’album. Tutto il fascino e le atmosfere malinconiche della musica di Bess Atwell trovano posto in questa manciata di minuti. Qui sta il suo fascino e lei lo ha compreso appieno. Torna un po’ di luce con Out Of Stock che vuole raccontare la semplicità di un amore. La Atwell non rimane vittima di una maliconia congenita ma è in grado di ritrovarsi in canzoni più positive e leggere come questa. Salt è la più romantica del gruppo e vede la defilata ma preziosa partecipazione del cantautore George Ogilvie. Un’interpretazione intensa da entrambi le parti che arrichisce di fascino e romanticismo il brano. One Last Word è una ballata delicata e sognante, dove la voce è al centro dell’attenzione. Si respira un senso di libertà e speranza che ci porta lontano. Si finisce con Punish You nella quale si sente un pianoforte in primo piano e la voce eterea della Atwell. Una canzone che incanta perchè ha un lato oscuro ma attraente. Diversa dai precedenti brani ma con tutto il talento di questa ragazza, che sembra non conoscere limiti.

Hold Your Mind è un esordio di tutto rispetto per Bess Atwell. Un album di canzoni d’amore ma avere ventuno anni e farne uno così non è cosa da tutti. La capacità di mettere in musica sentimenti ed emozioni di quest’artista, è la prima caratteristica che sorprende, al di là della sua voce. Un album che ha saputo essere orecchiabile in alcuni frangenti e in altri più profondo e meno immediato. Bess Atwell è una delle sorprese di quest’anno, un’artista da tenere d’occhio negli anni a venire. Il consiglio è quello di ascoltare Hold Your Mind e sono sicuro che troverete la canzone che fa per voi. Anche più di una.