Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017

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Di legno e di pietra

Ci sono alcuni album che durante quest’anno ho ascoltato ma non ne ho scritto su questo blog. Ho dato priorità alle nuove uscite e così gli album usciti negli anni scorsi sono piano piano finiti in fondo alla lista. Prima di chiudere l’anno però mi sembra corretto dare spazio ad uno di questi album, uscito lo scorso anno ma che merita di essere condiviso con voi che state leggendo. Si tratta di Big Deal, terzo album della cantautrice canadese Kelly Sloan. Uscito nel Marzo dello scorso anno, era molto probabilmente finito nel raggio nel mio radar in quell’occasione, ma solo quest’anno l’ho riscoperto e ascoltato. Ed è stata davvero una fortuna.

Kelly Sloan
Kelly Sloan

Love Is Plenty apre l’album con il suo indie pop dalle sonorità americane. La voce della Sloan, calda ed educata, si muove tra le chitarre. Questo è solo l’inizio, un assaggio della varietà di quest’artista, “I am waking to the sun today / I know you’re far away / But do you know / If you’re looking up from where you are / We can’t be very far away“. La title track Big Deal vira verso un indie rock che ricorda quello di Angel Olsen. Una riflessione sulla vita da musicista e cantante, che assume i contorni del sogno tra i riverberi della chitarra, “I’m pretty big in a little town / My Mum’s friends know me / ‘cause I play around / I play the chords and I sing the words / And if they’re lucky I repeat the verse“. La successiva Made Of Wood è un brillante folk rock americano, sorretto dalla melodia tracciata dalla chitarra. Una poesia di immagini frutto del talento della Sloan, “I have come and I will stay / I threw my bones in that lake / And I’ll take my heart and go where I am from / I am made of wood and you are made of stone“. Annie Edson Taylor si ispira alla storia di questa donna che per evitare la miseria decise di compiere un’impresa. Nel 1901 si gettò dalle cascate del Niagara dentro un barile. Il gesto andò a buon fine ma, a causa di un tradimento, non le porto la fama sperata. Kelly Sloan ne fa un indie rock accattivante, “She is taking on water / A sinking family stone / She is going to leave it all / At Niagara Falls / It will all come tumbling down / All she had was gone / So she was going to the falls“. Be The Woman And The Man cambia registro e si porta verso una melodia country. La Sloan si dimostra a suo agio anche in questa ballata malinconica, “And then one day it rained / With the pain of yesterday / For forty nights she stayed / ‘til her dreams did go away / ‘cause a shadow never stays“. Di nuovo un ritorno a qualcosa di più rock con Tracers. Le chitarre suonano un beat anni ’60, la voce della Sloan è ferma ma dolce, “Sleeping in my room at night / Covered in your broken light / You’re a figment of someone passing by / And you’re coming to my door / Oh oh and I try“. Sulla stessa lunghezza d’onda anche To The Water. In primo piano le chitarre, la voce della Sloan è energica, rock. Una delle canzoni più belle dell’album, “Then something starts to take you down / And no one knows what’s going on / You were running / But now you’re crawling on all fours now“. O Brother è una splendida ballata country folk dalle atmosfere oscure. Kelly Sloan fa ancora centro, cambiando ma rimanendo fedele a sé stessa ed esprimendo tutta la sensibilità della sua musica, “Call me a cheater but there was no other way / To win a game no one’s playing / Some of us try and the rest never change / Now or then or whenever“. Your Only Ride è una delle mie preferite. Le parole scorrono veloci, cavalcando una melodia lenta e trascinante. Una canzone intensa e sincera che conquista al primo ascolto, “Then I hear a voice callin’, telling me to shut ‘er down, / Don’t worry about where you are, where you were and where you can’t be now / It’s all in your head and plus, it doesn’t even matter“. L’album si chiude con Turn To Me. Un orecchiabile indie pop, che pesca a piene mani dal cosiddetto french pop. Una canzone luminosa e avvolgente, “Turn to me, turn to me / You don’t know where you’re going / They’ll follow you and take you in / And I’ll live alone forever“.

Big Deal è un album nel quale troverete tutte le sfumature della musica cantautorale americana e le influenze dell’indie pop. Kelly Sloan, pur spostandosi su stili diversi, riesce a mantenere uno stile unico e coerente lungo tutta la durata dell’album. Proprio questa caratteristica è il punto di forza di un album nel quale ogni ascoltatore troverà almeno una canzone di suo gradimento. Personalmente mi piacciono tutte e Big Deal l’ho ascoltato più e più volte, cogliendone ogni volta nuove sfumature. Big Deal non meritava di rimanere in fondo a quella lista. Kelly Sloan si è guadagnata un posto di riguardo nella mia musica.

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Stormo

Quando voglio ascoltare qualcosa di nuovo basta che vado a cercare nella mia wishlist di Bandcamp. Come è successo altre volte, in quella sempre più lunga lista di album, trovo sempre qualcosa di buono. Come, ad esempio, From The Skein di Jenny Sturgeon, rimasto fin troppo tempo là dentro. Qualche settimana fa l’ho estratto dal mazzo, semplicemente affidandomi alla mia buona memoria in fatto di musica e forte del mio crescente interesse verso il folk tradizionale d’oltre Manica. From The Skein, uscito lo scorso anno, si è rivelato molto di più di un album folk nascondendo al suo interno suoni e idee davvero interessanti proposte da questa cantautrice scozzese.

Jenny Sturgeon
Jenny Sturgeon

Maiden Stone è ispirata alla leggenda legata ad una pietra che si trova nella regione scozzese Aberdeenshire. La storia è quella di una giovane donna che perde una scommessa con il diavolo. Per salvarsi scappa ma il diavolo quasi la raggiunge quando Dio la salva trasformandola in pietra, “In panic she ran for the hill / And in fury he turned her to stone / And she’s still there now, the Maiden Stone / At the back o’ Bennachie“. La successiva Raven è una delle più belle di questo album. Il ritmo sostiene la voce della Sturgeon, che si muove tra violini e chitarre. Una canzone folk ma dal piglio moderno, “The frost she settles on the web / The doe she shelters from the cruel, cruel wind / Roots find a home in the smallest gap / They grow and I carry them on my back“. Running Free è una delle canzoni che preferisco. Il suono della fisarmonica e il crescendo delle chitarre danno un fascino del tutto particolare ad una canzone che esprime libertà e voglia di vivere, “Wide eyes are looking high up where the branches sway / With dappled light upon your face / And touch is like a textbook of the things you learn / Absorb and nourish in your stride“. Selkie trae ispirazione alla leggende di queste creature fantastiche che la notte sono donne e di giorno foche. L’unico modo per non farle tornare nel mare e nascondere loro la pelle di foca. Interessante la scelta di inserire una seconda voce dai colori orientali, “Once my pelt was in your hands / And I a prisoner of the land / Until I stole my soul back from you / Now I have the ocean wide“. Nowhere Else I’d Rather Be è una canzone molto poetica. La voce della Sturgeon ferma ma morbida, dà un tratto particolare alle canzoni e a questa in modo particolare, “A meeting in the sun / On the meadows how the time goes fast / The past a tale of how we met / And look where we have come“. Il mare scozzese fa da sfondo a Honest Man. Una canzone che parla d’amore con semplicità e malinconia. Da ascoltare, “Down at the shore / He meets her once more / Searching her eyes / For a tell-tale sign / She smiles at him and his heart starts to sing“. Cùlan è una variazione di una canzone tradizione che racconta la storia di una sorella, promessa sposa di un uomo, che viene annegata per invidia dalla sorella maggiore. Il testo contiene una frase in gaelico che svela come la giovane, trasformatasi in un cormorano, sveli a tutti il crimine della sorella, “One sister she was dark of heart / The other she was full of grace / Seinn sgarbh le sgrios gu’n ribhinn ròn / de’n cràdh un cùlan gu dilinn ‘dàil“. Ancora influenze orientali in Linton, ispirata alla figura di Hercules Linton che progettò la Cutty Sark, una delle ultime navi veloci, “Sails like clouds pick up the wind / Heavin’, haulin’, bound away / ‘Weel done, Cutty-Sark’ he called out / To speed away, she’ll speed away“. Harbour Masters è un’istantanea delle coste della Scozia, tra gabbiani, porti e il lento andare e venire della marea, nella quale si può apprezzare tutta la sua abilità di cantautrice, “The chimney shrubs and the mossy gutters / The whirling swifts too high to see / Where nature meets the harbour master / On her own territory“. Tra le canzoni che preferisco di questo album c’è sicuramente JudgementSolo voce e nient’altro. Una canzone asciutta e diretta, di poco più di due minuti, “You make your judgements first / But you don’t hear me / All I want is to stand on my own two feet / These notes and letters / Support the words I speak / So read what’s on that page / Don’t write me off“. The Honours prende ispirazione dalla storia di due donne che falsificarono le Insegne di Scozia, ovvero i gioielli reali composti da una corona, uno scettro e una spada, “With honours three they made their flight / Bridgin’ the Fiddle Heid / Smuggled oot in broad daylight / To keep the honours three“. L’album si chiude con Fair Drawin’in. Una canzone che si rifà ad un detto locale ‘The nights are fair drawin in’, usato per descrivere le giornate che si accorciano sul finire dell’estate, “The sun sets on the hills of home / The nights are fair drawin’ in now / The leaves are turning, turning o’er / And like the swifts they’re gone now“.

From The Skein è qualcosa di più di un album folk.  Ci sono aspetti del folk tradizionale ma altri più moderni, ben mescolati con influenze di terre lontane. Jenny Sturgeon è un’abile cantautrice che trova i suoi punti di forza nei testi e nella musica. L’aspetto musicale resta uno degli aspetti più affascinanti, in grado di dare spessore e vita alle immagini evocate dalle parole. Alcuni brani hanno una copertina diversa che ritrae ciascuna un uccello, sottolineando la passione della Sturgeon per questi animali. Sono contento di aver recuperato questo album dalla mia lista e ancora una volta, mettermi a scriverne a riguardo, mi ha fatto conoscere qualcosa in più. Ogni volta che ascolterò una di queste canzoni non potrò fare a meno di pensare alla storia che si cela dietro al testo e alla musica.

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Il mondo ti sta cercando

Sono passati tre anni dal sorprendente debutto di Aldous Harding (Baudelaire nel pomeriggio) e lo scorso Maggio, la cantautrice neozelandese, al secolo Hanna Claynails Harding ha dato alla luce il seguito intitolato Party. Un album atteso, non tanto per cercare conferma del suo talento, ma più per la curiosità di conoscere quale fosse la strada intrapresa. Le sue performance eccentriche e allucinate, hanno plasmato l’immagine di una cantautrice libera da vincoli stilistici e questo suo Party è il risultato di una crescita artistica importante.

Aldous Harding
Aldous Harding

L’apertura con Blend ci guida nell’inquieto mondo della Harding. La sua voce distorta sembra voler confondere l’ascoltatore. Una canzone essenziale che fin dal primo ascolto attira l’attenzione, trascinandoci dolcemente ma senza via di scampo, “Hey, man / I really need you back again / The years are plenty / Somewhere / I have a watercolour you did / I saw you walking on the sand / In Thailand“. Il pianoforte di Imagining My Man è uno strumento musicale quanto la voce della Harding. Si trasforma e si fa profonda, quasi ad imitare quella di un uomo, creando una delle canzoni più belle dei questo album. Quella malinconia, quel malessere del suo esordio sembrano intatti, “I hope one dream will get that when we’re / Lucky to be given the chance / I do not have the answer / But I don’t have the wish to go back“. Living The Classics è un richiamo alle sonorità folk degli esordio. Aldous Harding richiama alla memoria piccoli desideri e volontà, usando quasi esclusivamente la voce. Un piccolo gioiellino di semplicità e magia, “Can’t fight the feeling / Gonna make it / I won’t stop turning / ‘Til I’m twisted / Come find me / Drag me back to hell / Living the classics“. La title track Party è un ritorno a quel folk del primo album, malinconico e triste. La Harding tira fuori la sua voce più innocente, quasi irreale ma di forte impatto. La sua essenza potrebbe essere racchiusa qui, in questa canzone, “I was as happy as I will ever be / Believe in me / I will never break from you / If there is a party, will you wait for me?“. Sincera e confidenziale, è così che appare la splendida I’m So Sorry. La Harding si trasforma ancora, cambia pelle, alla ricerca di un’espressività sempre migliore. Un brano ipnotico, “My body, grateful / Never really knew how to write / My body, grateful / I never knew how to write“. Quasi a contrastare quanto ascoltato finora, Horizon, apre scenari sconfinati e complessi. Una canzone oscura, affascinante. Un fascino magnetico, veicolato dalla performance sopra le righe della Harding. Basta un pianoforte appena accennato per mettere in piedi, con l’uso prezioso della voce, una delle canzoni più carismatiche dell’album, “I broke my neck / Dancing to the edge of the world, babe / My mouth is wet, don’t you forget it / Don’t you lose me / Here is your princess / And here is your horizon / Here is your princess / And here is your horizon“. Si sentono gli echi della musica di Agnes Obel in questa, What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming. Un brano che trasmette un senso profondo di tristezza, nonostante la melodia morbida del pianoforte, “I got high, I thought I saw an angel / But it was just a ghost heaving under his cloak / What if birds aren’t singing they’re screaming / What if birds aren’t singing they’re screaming“. The World Is Looking For You è un’altra delicata poesia nello stile della Harding. Tutto è etereo, leggero, la voce della Harding è sommessa. Inimitabile, “There is no end to the madness I feel / There is no end to the madness I feel / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay? / Yes, you found me / Yes, you love me but will you stay?“. L’ultima Swell Does The Skull è una canzone dal fascino misterioso d’altri tempi. Una canzone che avrebbe potuto far parte del disco d’esordio senza problemi. Ad arricchire il brano anche la voce unica di Perfume Genius (aka Mike Hadreas), “He comes home, out of the rain / I take his coat, and his walking cane / He can feel that I hold him tight / The day’s over / We belong by the fireside“.

Party vede abbandonare, almeno in parte, le sonorità folk di quattro anni fa, abbracciando un stile più vicino al cantautorato moderno. Aldous Harding appare libera di esprimersi, meticolosa nella ricerca della voce perfetta per ogni canzone. Questa ragazza è un’artista che si esprime al di là della sua musica, attraverso un’espressività data dal corpo e dalle espressioni del suo volto. Che sia tutto studiato a tavolino o frutto del suo cuore, questo solo il tempo sarà in grado di definirlo. L’unica cosa certa è che Aldous Harding ha fatto un altro album di rara intensità, forse a volte volutamente veicolata da un distacco più che apparente ma dal richiamo magnetico.

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Lungo la costa

Mi ero ripromesso che quest’anno avrei ascoltato qualche cantautore in più, nonostante prediliga, come testimonia questo blog, le cantautrici. Per cominciare ho scelto il cantautore britannico Ren, nome d’arte scelto da Conor Owen per presentare il suo EP di debutto A Calling From The Shore. Da più di un anno dal mio approdo su Twitter ho potuto conoscere diversi nuovi artisti tra i quali proprio Ren e la sua My Heart Belongs To Ireland che mi ha subito catturato. Lo scorso mese questa canzone più altre quattro sono state pubblicate in questo EP e io, come d’abitudine ormai, non mi sono lasciato scappare l’occasione di approfondire la musica di Ren.

Ren
Ren

Si inizia con The Coast una canzone malinconica che evoca le coste del mare del Nord. La voce di Ren è gentile e rassicurante, con una grande capacità di trasmettere le sue emozioni in modo sincero,”I had a calling from the shore / To pack up all my things / And head for the ocean / So I left / Set all my goodbyes / And dried some teary eyes / And set my feel emotions / To the coast, the coast I go“. La successiva è la bella My Heart Belongs To Ireland. Una dichiarazione d’amore all’Irlanda e al suo fascino incontaminato. Davvero emozionante. Questa canzone vale da sola l’intero EP, “Something’s changed. I’m not the same / No longer am I rootless. I’ve found a home / Where the wild Atlantic ocean is the final resting place / For a sunset that lasts forever. Burning bright against my face / Now my heart belongs to Ireland“. All That I Need è un’altra canzone folk pop con un ritornello accattivante e orecchiabile. Le sonorità ricordano quelle degli anni ’90 e per noi non più giovanissimi ricordano gli anni spensierati di bambini. Late Night Drive, come da titolo, è un lento viaggio nella notte durante il quale nella mente affiorano i pensieri della giornata. Ren riesce ad evocare in maniera nitida queste immagini ed è una qualità non sempre facile da trovare in un artista. Piece Of Your Heart è una sognante canzone d’amore. Mi ha fatto tornare alla mente un Bon Iver degli inizi, avvolgente e minimale. Come il buon Justin Vernon, Ren riesce ad affascinare con la semplicità del suono della chitarra e la sua voce, “Do you find yourself lost in her eyes / Does your world seem to stop when she smiles / I know she feels it too / So let her have a piece of your heart / Your heart, your heart

A Calling From The Shore è un EP che ci permette di conoscere questo cantautore attraverso cinque canzoni sincere e ispirate. Tutte le canzoni sono anche arricchite da una produzione attenta e mai eccessiva. Ren è sempre in primo piano nelle sue canzoni ma lascia l’ascoltatore la libertà di vagare con i pensieri lungo le spiagge dell’oceano. A Calling From The Shore cresce ascolto dopo ascolto, dando forma ad immagini chiare e nitide in più di un’occasione. Questo EP è un buon inizio per riprendere ad ascoltare qualche cantautore in più in attesa di altre canzoni di Ren e chissà magari un suo album.

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Mi ritorni in mente, ep. 42

L’anno musicale comincia a delinearsi, uscita dopo uscita, novità dopo novità. Tra vecchie e nuove conoscenze ci sono diversi appuntamenti da segnare sul calendario. Anche se ancora non c’è una data certa, il secondo album dei London Grammar vedrà la luce quest’anno ed è anticipato dal singolo Rooting For You. Il brano è accompagnato da una bella versione live nella quale si può apprezzare al meglio la straordinaria voce di Hannah Reid. La compagine inglese è chiamata a bissare l’ottimo esordio If You Wait del 2013.

Il gruppo olandese Mister And Mississippi dopo due album all’insegna del folk pop dal sapore americano, sono pronti a tornare il 6 Aprile con il nuovo Mirage. Il cambio di sonorità è evidente ma non è detto che sia un male. Il gruppo capitanato da Maxime Barlag svolta verso un alternative rock, un po’ elettronico, un po’ psichedelico. Sono già due i singoli in circolazione, HAL9000 e Lush Looms. Qui sotto il video originale quanto inquietante di HAL9000.

So di non sapere

Se c’è qualcosa che muove la mia personale ricerca di nuova musica è senza dubbio la curiosità. La maggior parte delle volte però preferisco rifugiarmi in generi e stili che conosco bene, dove trovo, seppur effimere, sicurezza e conforto. Talvolta però mi piace allontanarmi un po’ dalle strade che conosco e la musica di Jeni Magana, cantautrice di Brooklyn, è una di quelle volte nelle quali la deviazione è dolce e indolore. In realtà, il cantautorato femminile è sempre in cima alla lista delle mie preferenze ma questo EP d’esordio intitolato Golden Tongue mi ha affascinato fin dalle prime note di Inches Apart. Spiegarlo è difficile ma come sempre ci proverò.

Magana
Magana

Get It Right apre l’EP, una bella ballata dal sapore rock. La voce della Magana è dolce e amara, che cattura l’attenzione. Affascina per quella sua aura di tristezza che io trovo sempre irresistibile, facendomi tornare alla mente la migliore Angel Olsen, “If you could see what is in my mind / You would change before my eyes / You were red but my gold turned you green / So you stood there lying through your teeth“. Inches Apart è un’altra canzone triste e malinconica. Magana da prova di sensibilità e delicatezza, doti rare e ricercate. La migliore canzone dell’album per intensità, “When I’m cold / And I’m lonely / Hold me in your arms / We’ll grow old / We will only / Be inches apart“. The World Doesn’t Know è un bel pezzo indie rock tormentato. La voce della Magana è questa volta più ruvida e contribuisce, insieme alla chitarra, ha dare tensione al brano, soprattutto nel ritornello, “Because the world doesn’t know what the world doesn’t know / That it lives in my mind and so now I have total control / And nobody’s aware and so they don’t find it strange / Every cell in your body belongs to the thought in my brain“. Chiude la title track Golden Tongue. Questa volta i toni sono più scuri dove voce e musica di fondono, tirando fuori l’anima rock di questa cantautrice. Un finale intenso, carico di rabbia, “You colored my words with your golden tongue / And shifted and blurred what is in my heart / I am not sure why they call it love / Why does it feel like it’s so damn hard“.

Golden Tongue è un interessante EP d’esordio che si distingue da altri per la sua vocazione artistica. Jeni Magana sembra voler mescolare l’astrattezza dell’arte con la più concreta onestà della musica cantautorale. Il risultato è un EP breve ma che può diventare un ottimo biglietto da visita per un’artista che ha tutte le potenzialità per fare bene anche in un album. Arrivato in fondo a questo EP mi rendo conto di non essermi allontanato troppo dalla mia strada sicura. La musica mi chiama. Io rispondo sempre presente.