La misteriosa

Il nome di Alexandra Savior mi è balzato all’occhio un po’ per caso e un po’ perché stavo cercando qualcosa di diverso da ascoltare. Il suo album d’esordio del 2017 intitolato Belladonna Of Sadness mi ha subito incuriosito per le sue atmosfere dark e quel sound alternative rock che stavo cercando. Spesso questa cantautrice americana la troverete associata al nome di Alex Turner, produttore dell’album, nonché suo mentore. Personalmente non scelto questo album per i nomi che si portava dietro ma semplicemente perché i suoi numerosi singoli tratti da esso mi aveva attratto, facendomi riscoprire un genere musicale che avevo ultimamente lasciato un po’ in disparte.

Alexandra Savior
Alexandra Savior

L’iniziale Mirage ci svela le oscure trame dell’album, scandite dalla voce distaccata della Savior. La protagonista Anna-Marie Mirage è una donna che si è ritrovata in un mondo, quello dello spettacolo, lasciandosi trascinare dagli eventi e nel quale deve fingere di essere ciò che non è, “Dress me like the front of a casino / Push me down another rabbit hole / Touch me like I’m gonna turn to gold / She’s almost like a million other people / That you’ll never really get to know / And it feels as if she’s swallowing me whole“. Bones è una canzone che parla di un amore appena sbocciato ma che affolla, fin da subito, i pensieri della protagonista. Scritta da Alex Turner, questo brano, scandito dalle chitarre è uno dei più orecchiabili dell’album, “In my bones, I can feel it in my bones / In a way that I’ve never felt before / I just can’t stop from wondering where you are / How’s it for you, baby?“. Shades vira verso sonorità più marcatamente alternative rock, senza abbandonare le atmosfere oscure e ossessive dell’album. Il suono del basso suonato dallo stesso Turner guida la canzone e la voce della Savior, “Like when you’re looking for your shades / Rifling through your pockets / And you find them on your face / Walking around in a daze / I don’t want to stop it / Baby let you trade“. La successiva Girlie prende di mira il modo distaccato e snob dello show-business. La voce della Savior si fa melensa come quella di Lana Del Rey, in una canzone ben confezionata ed elegante, Talk about Hollywood problems / She’s got ‘em / She’s always looking for a wilder ride / And she’ll be fuckin’ with her phone all night / She calls me ‘Girlie’“. Frankie è una torbida storia di amanti, carica del fascino della voce della Saviour. La presenza di Alex Turner si fa ancora sentire ma esalta le doti espressive della giovane cantautrice, “You got falling stars at your feet / You got stolen from next to me / And the moment’s gone back to sleep / You got stolen from next to me / You say you gotta go / To a place I don’t know / Well, the ace in the hole / Is I’ve got a friend called Frankie“. Il pezzo da novanta dell’album è M.T.M.E., tributo alle colonne sonore dei film di Dario Argento. Una relazione interrotta rivive attraverso una compilation di dieci brani, “Scribble down in pencil / Ten-track souvenir / Audio momento / Music to my ears / You questioned my credentials / You quoted Vladimir / You’re Dario Argento / Music to my ears / Music to my ears / Music to my ears / Music to my ears“. Audeline è un altro brano a tinte fosche e un testo criptico. Un brano vagamente ipnotico e percorso da un ritmo lento ma costante, “Far behind / I struggle to cast a line / Motorcycle leather alliance / Don’t leave me caught up / He spends his days / With what’s-her-face / The seven shades of Shaman / She’s being vague / He’s in that phase / I’m by your place“. L’amore può far male, lo sa bene la protagonista di Cupid. Un punto di vista più drammatico dell’operato del dio Cupido che ben si sposa con il mood dell’album, “There’s a mysterious force / It sinks in it’s claws / Pulls me closer to yours / Some cosmic business / Illuminating allure / What are we waiting for / Never hated you more / Why does nobody but you“. ‘Til Your Are Mine affonda ancora di più in una nebbia da film horror. Tutta l’ossessione di una donna per il suo amante che però si rivela un traditore. La Savior è perfettamente calata nel ruolo, tanto è dolce e romantica la sua voce quanto sinistro il suo intento, “Do you think she feels like she’s being watched? / Maybe not / But baby, when the music stops all you got / Is a risky photo / Bathroom mirror moment, bozo / Smoke show / She’s fine / Perfect kissing height / Yeah, she suits you alright / But I won’t stop until you’re mine“. Ancora una relazione difficile, in fuga da qualcosa o qualcuno, in Vanishing Point. Affascinante scelta musicale che riaccende l’album e arricchisce la voce della Savior, “You’re a thousand times mine / I’m a thousand times yours / A thousand times mine / And I want a thousand more / Oh, until the vanishing point / And baby, not a moment before / You’re a thousand times mine / And I am a thousand yours / A thousand yours“. L’album si conclude con la lunga Mistery Girl. Ancora un amore ossessionato dalla presenza di un’altra donna. Alexandra Saviour ancora una volta si affida, sempre con il benestare di Turner, ad atmosfera da film horror vecchia scuola, “Pardon me, baby / But who’s the mystery girl? / Don’t you try to calm me down / Don’t you try to calm me down / Pardon me, baby / But who’s the mystery girl? / Mystery girl“.

Belladonna Of Sadness è album affascinante sotto molti punti di vista e con una direzione stilistica ben definita. Forse proprio questa solidità, merito della presenza ingombrante di Alex Turner e James Ford, rende questo debutto fin troppo maturo per una ragazza che all’epoca aveva solo ventun anni. La strada tracciata dal leader degli Arctic Monkeys può essere di aiuto per la giovane Alexandra Savior in futuro ma è evidente che non potrà dipendere da lui molto a lungo. Belladonna Of Sadness è un album che non cattura al primo ascolto e le sue particolari sonorità potrebbero non piacere a tutti, nonostante rappresentino una novità, però ci fanno conoscere un’artista dalla grandi potenzialità che deve ancora svelarsi completamente in un prossimo futuro.

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Se solo ci fosse un fiume

Prima che le nuove uscite di questo 2019 invadano il blog, è giusto dare spazio ad alcuni album che, per ragioni di tempo, sono rimasti fuori dalle recensioni dello scorso anno. Uno di questi è If Only There Was A River della cantautrice americana Anna St. Louis al suo debutto, dopo un mini album di otto tracce intitolato First Songs. I primi ascolti mi hanno fatto inquadrare la giovane Anna nella categoria delle cantautrici indie folk contemporanee ma c’era qualcosa di diverso nella sua musica. Solo i ripetuti ascolti hanno saputo svelare quel tanto che basta a renderla più interessante di altre sue colleghe.

Anna St. Louis
Anna St. Louis

L’album si apre con Water, un brano vagamente psichedelico guidato dal suono della chitarra. La voce melodiosa e pungente della St. Louis è ipnotica. C’è una sorta di tensione fragile durante tutta la sua durata. Davvero eccezionale, “How deep is the water? / You say, “It’s not” / How long is it flowing? / You say, “It’s gone” / I guess I dreamt / Slow traveling in times / I guess it was a / A picture in my mind“. Il singolo Understand mette in luce l’importanza del ritmo nella sua musica. Senza sacrificare la melodia e afferrando tutto quanto c’è di buono in un certo cantautorato femminile di oggi, Anna St. Louis si può permettere di rallentare il ritmo sensibilmente, creando un atmosfera sognante e smorzata, “The blue blouse that I wore / Hardly fits anymore / Understand you, I don’t understand / The heat that we both felt / Faded out like a cigarette / Understand it, I don’t understand“. La successiva The Bells è più marcatemene folk e strizza l’occhio anche al country. Una ballata dallo stampo classico ma impreziosita da trovate più moderne ed un finale brillante, “So long honey, baby / You can’t set me free / So you must be going / But our time was sweet / Oh, there’s nothing left to do / Oh, there’s nowhere to be / ‘Cause the shadow is moving / Right next to me“. Paradise è ancora una ballata, questa volta più essenziale e poetica, dove spicca il calore nella voce della St. Louis. Una canzone per sognatori, dove emerge una buona dose di malinconia, “Loads of people / In this old world / And they’re dreamin’ / Just like me / How the days / Roll into nights / And it’s still so / Hard to see / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead / Where it’s gonna lead“. Daisy è una traccia quasi esclusivamente strumentale. Una musica ipnotica ci traghetta nella seconda metà dell’album. Desert viaggia lentamente, la voce della St. Louis appare distante. Le chitarre graffiano il denso tappeto sonoro in sottofondo, lasciando una sensazione di smarrimento,  “Nobody knows, nobody sees / That the back roads seem kinda wide / With the doves flowing round for miles / And the pilgrims are hoping to find / Their rivers had not run dry“. Tra le canzoni che preferisco c’è senza dubbio Hello. Faccio fatica a ricordare una canzone che riesca a mescolare ritmo e melodia in modo così perfetto. Le parole sono musica, sono ritmo. Da ascoltare, “And the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Oh, the dancing that you done / Has lost all its fun / Has lost all its fun“. Freedom apre verso un indie folk oscuro e minimale. Anna St. Louis si mantiene impassibile e continua ad usare la sua voce come un strumento musicale, senza fronzoli, stando attenta a mantenere sempre un ritmo lento e cadenzato, “Alone, alone / I walked alone / Alone, alone, alone / So why did you wait so long? / Why did you wait so long? / Oh, you’re right on my heels / And the sun’s in my eyes“. Lo stesso si può dire di Mean Love. Un delicata canzone d’amore, un po’ triste ma molto poetica e commovente. Questa cantautrice dà prova di talento anche nella scrittura e trovando nuovi spunti in un finale ancora una volta ipnotico e affascinante, “Well, I put on my dancing shoes / I got a right to / I got a right to / And I put on my favorite blues / I got a fire in me / I got a fire in me, too“. Wind si affida a qualcosa di più classico, un folk americano di vecchia scuola ma spogliato di qualsiasi cliché, rendendolo essenziale e moderno, “In the evergreens / I saw you roam / Like heaven / Descended down / You seemed to float / Beneath that western sky / On that strange night“. L’album si chiude con la title track If Only There Was A River nonché uno dei brani più belli di questo album. Una canzone che chiude idealmente il cerchio, una riflessione che incanta l’ascoltatore e lo trascina in questo fiume che scorre lento, “If only / There / Were a river / To drown out / My weeping / Cries / If only / There were a river / To drown out / My weeping / Cries“.

If Only There Was A River è un debutto che ricorda, per certi versi, altre due cantautrici come Angel Olsen o Molly Burch ma a differenza di loro Anna St. Louis riesce a mantenersi più fedele ad un certo tipo di folk americano, più classico e senza tempo. Quel tempo che in If Only There Was A River scorre lento e costante, scandito da un uso attento di ritmo e melodia. Non ci sono alti e bassi fatti per catturare l’orecchio di chi ascolta. Anna St. Louis non vuole attirare a sé l’ascoltatore  ma lo vuole trasportare, come farebbe la corrente di un fiume. Sì, avete capito, il fiume è la metafora dell’album e Anna St. Louis non è una traghettatrice bensì l’acqua, che scorre senza sosta, si apre e si chiude di fronte a qualsiasi ostacolo. Con questo album vi troverete sommersi dalle acque di questo fiume ed uscirne non sarà così semplice.

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Il vasetto del miele

A distanza di un anno dal debutto intitolato Please Be Mine, la cantautrice americana Molly Burch è tornata con First Flower. Il suo stile un po’ retrò aveva incantato critica e pubblico, facendosi apprezzare anche dal sottoscritto. Si dà il caso che Please Be Mine abbia avuto una vita piuttosto breve per quanto mi riguarda ed è finito presto nel mio personale dimenticatoio. Ma più per colpa mia che della giovane Molly Burch. Ho colto così l’occasione del secondo album per riscoprire la sua musica e provare di nuovo a vedere che sarebbe successo. La sensazione ascoltando i primi singoli era quella di un avvenuto cambio di sonorità, non troppo marcato ma comunque apprezzabile.

Molly Burch
Molly Burch

L’album inizia con Candy, un brano indie pop che anticipa le tematiche sentimentali dell’album. Le chitarre e la voce morbida della Burch, qui in bella mostra, saranno le colonne portanti di questo album, “Why do I care what you think? / You’re not my father / Don’t even bother, don’t bother me / Why do I like how you look? / You look like candy / You don’t understand me, don’t understand me“. Wild prosegue sulla stessa linea, affondando ancora di più le mani nel vasetto del miele. Il canto appare imperturbabile ma non freddo, avvicinandosi allo stile delle cantautrici di nuova generazione, “Wishful thinking’s got me blinded / Got me losing all control / It’s in my nature to be guarded / I wish I was a wilder soul / I wish I was a wilder soul“. Dangerous Place rispolvera il sound vintage pop dell’esordio. Molly Burch usa la voce con maestria, trasformandola in un vero e proprio strumento, trattando il tema dell’amore con intelligenza e creatività, “How did I not say it? / This is a dangerous place / How did I miss it? / This is a dangerous space / I hope I learn from my mistakes / I hope I forgive myself one day“. La title track First Flower richiama sonorità vagamente folk. Romanticismo e dichiarazioni d’amore si sprecano come nelle vecchie canzoni. L’approccio indie e moderno della Burch danno nuova linfa ad un altrimenti polveroso sound, “Just like the first flower that blooms in spring / To me you are, you are my everything / I like the way you hold me / Hold me, don’t let go / You don’t have to tell me, baby / I already know“. La successiva Next To Me è un lento, manco a dirlo, romantico. La chitarra resta la protagonista indiscussa insieme alla voce unica della Burch, “Love of mine / I kiss you goodnight / And then you turn over / Like it’s the end of your life / I just want to do everything with you / Is that so bad? / Honey, is that so bad?“. Good Behavior rallenta ancora, mettendo in luce le difficoltà nel portare avanti una relazione. La voce è guida la melodia di uno dei brani più orecchiabili di questo album, “How can I explain myself / When I can hardly control it well? / Do I need time, do I need a savior? / Will I ever know good behavior?“. Without You prova a mescolare le carte in tavola senza stravolgere il mood del disco. Molly Burch gioca con il suono delle parole e prova ad aggiungere un po’ di brio all’atmosfera, “You are my guiding light / How would I survive? / I don’t know what I would do without you by my side / You tell me what I don’t / I always want to know / I don’t know what I would do without you / I don’t know what I would do without you by my side“. Il singolo To The Boys vuole sottolineare la personalità dell’artista, come a voler dire ‘prendere o lasciare’. Un brano che segna una variazione sul tema principale dell’album, “I don’t need to scream to get my point across / I don’t need to yell to know that I’m the boss / That is my choice / And this is my voice / You can tell that to the boys / (You can tell that to the boys) / You can tell that to the boys“. True Love, come da titolo, riprende il discorso interrotto. Una vera e propria canzone d’amore, semplice e lineare, che vuole essere un piacevole ascolto, “Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby / Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby“. La successiva Nothing To Say affronta la fine di un amore. Molly Burch canta con la sua consueta voce morbida, fatta di alti e bassi. Una bella canzone, tra le migliori di questo album, “I loved you in the morning / I loved you in the evening / The thought of you kept me going / Even when you were leaving / You left me high and dry / Didn’t even say goodbye / The worst part of it all / Was how hard I used to fall“. Every Little Thing chiude l’album. Una lunga ballata e forse la prima vera e propria canzone triste del disco. Molly Burch rimane sul classico e non rischia sperimentazioni indie. Con questa, si potrebbe dire che l’album è giunto al suo compimento definitivo, chiudendo un ipotetico cerchio, “All the days I do try to be good / And so kind / Sometimes it is hard to live / That is why we must forgive / Every little thing / Every little thing / For every little thing we’ve done“.

First Flower, come il suo predecessore, non è affatto un ascolto semplice. Non perché abbia testi o musiche particolarmente complesse o sperimentali, tutt’altro. I testi sono spesso retorici, volutamente scontati, che richiamano il passato. La musica fa altrettanto, anche se in maniera più contenuta. Si tratta della sua natura un po’ monotona e svogliata che rende l’album poco immediato per un orecchio distratto. Molly Burch non sembra voler catturare l’attenzione di chi ascolta ma piuttosto farlo perdere in un’atmosfera irreale ed eccessivamente romantica. First Flower si contrappone al precedente Please Be Mine, più triste e schivo, ma conserva appieno lo stile apparentemente immutabile della Burch, che però sta virando verso un cantautorato moderno non molto distante, ad esempio, da quello di Angel Olsen. In definitiva First Flower è un buon album che solo il tempo saprà dirci se sarà destinato anche lui al dimenticatoio oppure no.

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Cacciatore e preda

Rosso. Sembra non poter rinunciare a questo colore. Anna Calvi torna prepotentemente in scena dopo cinque anni dall’ultimo One Breath. Cinque anni passati a rincorrere un’ispirazione tanto intensa quanto tormentata. Un percorso personale che la portata a dare alla luce, quest’anno, il suo terzo album, intitolato Hunter. Quello che è rimasto in questi cinque anni è sicuramente il colore rosso. Ogni suo album ha un richiamo a colore del sangue, della passione, della vita. Non si può mai sapere cosa aspettarsi da questa cantautrice inglese che, con la sua chitarra e quella voce magnetica e sensuale, ha saputo conquistare nel corso degli anni, sia la critica che il pubblico. Compreso me, come ho più volte sottolineato in questo blog.

Anna Calvi
Anna Calvi

As A Man apre l’album anticipando il fil rouge che lega le sue canzoni. Un primo ritorno alle sonorità dell’esordio, dove protagonista resta il suono della chitarra elettrica. La Calvi usa la voce come uno strumento dalla quale emerge una certa urgenza artistica, “If I was a man in all but my body / Oh would I now understand you completely / If I was a man in all but my body / If I was walking and talking / As a man“. La title track Hunter è l’emblema di questo album. Ritmi lenti e voce sensuale, svelano una Calvi più libera che in passato. Il singolo è accompagnato da un video dai contenuti piuttosto espliciti, contenuti, peraltro, alla base del album, “I dressed myself in leather / With flowers in my hair / The red light of the window / Nothing can compare / One more taste / One more time / One more time / I open the door wide / I wanted to survive / Nothing lasts / Nothing lasts“. La successiva Don’t Beat The Girl Out Of My Boy convoglia più chiaramente il messaggio della Calvi. Lo scambio dei ruoli, uomo-donna, maschio-femmina come fondamento della libertà sia sessuale che espressiva, “You’re so fine / There’s no words, just you and I / So wild / Like the darkest waves at night / I shout out let us be us / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy“. Indies Or Paradise il brano più ambizioso dell’album. Teatrale e animalesco, nel quale Anna Calvi canta sussurrando nervosamente, tra distorti assoli di chitarra e un celestiale ritornello. Un ritorno in gran forma, non c’è dubbio, “God? / Crawl down, down on my knees / Crawling through the trees, like an animal / I taste taste taste of the dirt / Taste the dirt of us / God I feel the rain rain rain on my back / Crawling through the trees, like an animal / I go…“. Swimming Pool ci riporta a quell’elegante e passionale musicalità per la quale la Calvi si è fatta apprezzare in passato. Un accompagnamento orchestrale dall’incedere lento e costante, luci notturne sulla superficie dell’acqua. Da ascoltare, “Shadows of light / Shadows divide on the earth / Come down to the swimming pool / Down we will dive / Down to the night of the earth / Come down to the swimming pool“. Alpha vuole ribaltare il concetto di maschio alfa. Qui la donna, o la parte maschile di essa, a dominare e dividere. Il potere è nelle sue mani. Tra più o meno espliciti riferimenti sessuali e sospiri, Anna Calvi si fa strada prepotentemente nella parte più animale di ognuno di noi, “The lights are on, the radio is on / My body is still on / The lights are on, the radio is on / My body is still on / Electrified / I wanna know if I can satisfy / I wanna know if I can pacify / I wanna know“. Chain contiene chiari riferimenti ad una relazione omosessuale dove, ancora una volta, i ruoli si scambiano. La voce selvaggia della Calvi è rapita da un turbinio di chitarre, a sottolineare una liberatoria promiscuità, “I’ll be the boy / You be the girl / I’ll be the girl / You be the boy / I’ll be the boy / (Wonderful feeling) / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me“. Wish è una cavalcata rock, sensuale e, a tratti celestiale. Un saliscendi di emozioni, guidate da una Calvi a briglie sciolte, ancora una volta libera da qualsiasi vincolo, chiudendo con un assolo la tempesta sollevata da questo album, “I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me / I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me“. Si sa che dopo la tempesta arriva la quiete e questa inizia con Away. Anna Calvi si spoglia di qualsiasi accompagnamento musicale e, sola con la sua chitarra, dimostra di non aver bisogno di altro che il suo talento, “You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it / You know I ask, just take it all / And I will blow it away / Away, away, away, away, away“. Sulla sua scia, si arriva alla conclusiva Eden. Una delle più bella canzoni di questa artista, a mio papere. Quasi in contrasto con il resto dell’album, è un elegante poesia in musica. Speranza e solitudine si mescolano ed esprimono il lato debole dell’animo umano. Anna Calvi in precedenza ha espresso forza e sicurezza ma qui si rivela delicata e fragile più che mai, “I tell a lie / On your bed so small / With your heroes on the wall / In the fading light / Through the window I see / All your poplar trees“.

Come spesso succede in casi di questo tipo, ci si è soffermati troppo sul lato sessuale ed esplicito dell’album che al suo percorso all’interno di esso. Hunter si potrebbe definire un concept album dove i riferimenti alla cultura gender e le allusioni piuttosto esplicite al sesso ne sono solo una parte. Hunter è un percorso, prima di tutto mentale, affrontato dalla Calvi stessa, perennemente in bilico tra fragilità e forza. In questi cinque anni la cantautrice inglese ha affrontato il suo animo diviso, trovando così la sua strada. La sua strada è nessuna strada, è un indeterminato percorso, qui espresso attraverso la confusione tra ciò che è considerato maschile e femminile. Hunter è un album fatto di passione, insicurezza e sudore, dove il sangue, rosso, pulsa nelle vene significando vita e istinto animale. Hunter è meno celebrale e più selvaggio del suo predecessore ed eguaglia per eleganza e forza, l’esordio omonimo della cantautrice. Un album che si propone come uno dei migliori di questo 2018.

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Mi ritorni in mente, ep. 52

Il mio percorso di riscoperta dalla discografia degli Sherwater è continuato in queste settimane con l’album Animal Joy del 2012. Per la band texana capitanata dal carismatico Johnatan Meiburg si tratta del decimo album e precede l’uscita dell’ultimo (e ottimo) Jetplane And Oxbow del 2016. La voce unica di Meiburg e le atmosfere evocative della loro musica, fanno degli Shearwater uno dei gruppi indie rock che più amo in assoluto.

Questa Animal Life apre l’album e, a mio parere, è una delle più belle di questo gruppo. Il canto di Meiburg è senza respiro ed è la melodia sopra le chitarre. Ovviamente il resto dell’album non è da meno e non posso non consigliarne l’ascolto, per assaporare il fascino di una band sempre perfetta e affascinante.

Born inside the gates of the family
Hardened by a roman machinery
Cast among the building sites,
The coiling wires, the shots collected

 

Nessuna traccia

A distanza di tre anni dal suo primo album da solista, il cantautore svedese Kristoffer Bolander è tornato con What Never Was Will Always Be. Tempo fa era il leader della band Holmes che proponeva un folk americano influenzato dalle atmosfere del nord Europa, un progetto che sembra ormai accantonato dopo quattro album. Bolander però ha intrapreso una nuova carriera solista, permettendoci così di continuare ad ascoltare la sua voce magnetica. Il precedente I Forgive Nothing non era poi così lontano da quello che proponevano gli Holmes ma già si percepiva il lento distacco dalle sonorità folk. Questo nuovo album è un ulteriore passo in avanti in tale direzione.

Kristoffer Bolander
Kristoffer Bolander

L’album comincia con l’oscura Untraceable. Bolander con la sua musica ci trasporta di scenari epici e solitari. Il nuovo sound, più elettronico che in passato, fa emergere ancora di più le caratteristiche uniche della sua voce. Il singolo Cities è una delle più belle canzoni di questo cantautore. Come un volo sui tetti delle città del nord, la musica sostiene leggera il canto. Sono riconoscibili come sempre il piglio epico e quella venatura malinconica tipicamente sue. Heat affonda le sue radici in terreni più indie rock, dove le chitarre e i suoni elettronici si susseguono in un crescendo. La voce fredda di Bolander è una lama che fende il groviglio dei suoni. Le ballate non possono mancare e To Come Back è una di queste. Effetti sonori ed echi si vanno ad aggiungere alle chitarre dando forma ad una delle canzoni più magiche di questo album. La successiva The Liar si apre affidando quasi esclusivamente alla voce di Kristoffer. Una canzone che esplode poi nelle consuete architetture epiche e ampie. Questo è un ottimo esempio della musica del nostro Bolander. Animals va a toccare sonorità dance con l’aiuto dei synth, discostandosi ancora di più dalle consuete atmosfere del cantautore svedese. La sua voce rimane l’unico tratto immutabile nel turbine dei suoni. Unborn ritorna sui sentieri già battuti dal cantautore svedese ma che conservano il loro fascino solitario. Le chitarre trovano il loro spazio tra le melodie tessute dalla voce melodiosa di Bolander. Stråt è un crescente ed ipnotico indie rock sorretto dalla batteria e dalle chitarre. La voce distorta conferma la volontà di sperimentare nuove soluzioni con l’elettronica arrivando ad un finale liberatorio e grandioso. In soli due minuti, Bolander ci riporta alle sue consuete melodie, questa volta affidandosi sopratutto ai synth. Il risultato è notevole e sorprendente. A Massive Opiate ci fa sprofondare in un modo rallentato e indefinito. La voce di Bolander è ancora distorta, resa indefinita con un effetto sonoro. Anche la musica è ovattata e appare distante. La canzone più coraggiosa e sperimentale di questo album. Segue True Romance che, sorprendentemente, segna un ritorno al folk ed ad un suono più acustico. Kristoffer Bolander sfodera il lato più delicato della sua voce, apparendo meno freddo ma ugualmente malinconico, poggiandosi quasi esclusivamente sul suono della chitarra. Non poteva mancare un finale epico, ed ecco Florian’s Dream. Un brano per lunghi tratti unicamente strumentale che mette più in luce le doti di musicista di Bolander, dando il giusto spazio anche alla sua band.

What Never Was Will Always Be è un evidente cambio di sonorità per Kristoffer Bolander che riesce però a non snaturare la particolarità della sua voce. Una produzione attenta e mai sopra le righe la mette sempre al centro. In questo album la band che lo accompagna si dimostra più influente che nelle più recenti produzioni dando forma ad ogni brano. Anche se non avremo, molto probabilmente, la fortuna di ascoltare qualcosa di nuovo dagli Holmes e la loro scandinavian americana, Kristoffer Bolander sa riportarci laddove ci aveva portato in passato. La sua propensione alle atmosfere dark, non opprimenti ma di ampio respiro, e quella vena di malinconia inevitabilmente legata alla sua voce, sanno incantare come pochi altri artisti. What Never Was Will Always Be è un evoluzione del precedente album dove questo cantautore esplora nuovi spazi rimanendo sempre fedele a sé stesso e soddisfacendo appieno le aspettative.

 

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Il peso del mondo

Quando si tratta di cantautori, non so resistere alle voci profonde, baritonali. Come potevo, dunque, non concedere un ascolto a Louis Brennan? Cantautore di origini irlandesi al suo esordio con Dead Capital, Louis Brennan ha impiegato davvero poco per convincermi. Un aspetto da cantautore ribelle che con la sua voce sembra voler esprimere un senso di disagio (ricordando quella di Leonard Cohen). Di solito la mia attenzione ricade più spesso sulle voci femminili ma ultimamente mi capita sempre più spesso di trovare cantautori interessanti che, nonostante la giovane età, raggiungono livelli di espressività davvero notevoli. Insomma, non ho perso tempo e ho fatto mio questo album, addentrandomi nel tormentato animo dei Brennan.

Louis Brennan
Louis Brennan

L’album si apre con Airport Hotel. Subito si percepisce la centralità della voce di Brennan, che cresce di intensità con la canzone. Il testo è schietto, poco spazio ai giochi di parole, l’accompagnamento essenziale ma sorprendente. Da ascoltare, “On the bed at the airport hotel / You were curled up like a question mark / I buttoned my collar / My tie like a noose / As you emptied out the mini bar“. La successiva Bit Part Actor racconta il male di vivere di un uomo che ha perso la voglia di andare avanti. Brennan si dimostra un cantautore sincero, che non si risparmia e mette a nudo la sua anima, “And I am tired of listening / To the sound of your laughter / Let me deliver my lines and leave / Like a bit part actor / Pacing in the wings / Waiting for a cue / But no one ever comes / To usher you in / In the end it is down to you“. The Culture Of Resistance è una canzone sull’apatia che pervade la società moderna. Brennan si rivolge, con fare indifferente, a Jeremy Corbyn, ipotetico destinatario di riflessioni dure e nichiliste. Un testo che non si può fraintendere e nel quale non si intravede nessuna speranza, “Oh Jeremy / Mendacity’s the perfume of your peers / Ideology is bankrupt / It is decades in arrears / And there is no manifesto, no / Just the catalyst of fears / For an imperial monopoly / As it slowly disappears“. La monotonia della vita di tutti i giorni, che va svuotandosi sempre di più è il tema di London. A dispetto di una musica che richiama il classico rock americano, il testo è ancora una volta spietato, “But on the 277 I am starting to cry / With my head in my hands I am wondering why / I get up in the morning go to bed at night / When nothing ever happens in between“. Get On Top è una solitaria ballata dedicata ad un’amante. Qualche riflessione sull’amore e sulla giovinezza alleggeriscono i sentimenti, fin qui disperati, delle canzoni precedenti. Il finale strumentale contribuisce alla causa, “Let’s pretend we’re strangers / Like we just met in a bar / Undressing on the stairs / All tooth and nail and recency / Who cares for common decency / We know who we really are“. Con Silence, Louis Brenann torna a riflettere sulla società di oggi. La vacuità dei social network e l’ipocrisia sembrano invadere ogni aspetto della vita, “And there’s no future here / Amidst the waves of mediocrity / The uniform appearance / Of alternative consumer choice / When I open my mouth / There is only one voice“. Selfish Lover è un’altra cruda riflessione sulla vita. Una vita al limite, tra alcol e droghe, che tentano invano di colmare un vuoto più profondo. Luis Brennan non ci risparmia parole scomode e si esprime senza filtri, “Oh amazing grace / You left the most bitter taste / What a terrible waste / To pray for one that can’t be saved“. The Narrative Of Self Defeat è una bella canzone, un folk americano, che ci mostra un Brennan meno schietto e più poetico. La ricerca delle parole giuste sembra essere in questo caso più centrale che in precedenza, “It’s the oldest conceit / The narrative of self defeat / Washing the feet / Of every Mary you meet / Carrying that cross / A monument to what you’ve lost / C’mon Boss / Why don’t you give me a break?“. La successiva I Walk Away From A Glittering Career è autobiografica e affronta il rifiuto di seguire una carriera luminosa. Brennan ha scelto di rifiutare le opportunità che la vita gli ha offerto, cercando la libertà, “I walked away from a glittering career / Left my bourgeois affectations / On the baggage carousel / Of an Airport / In a distant destination / I wanted very badly to be free / Of the western existential malady“. Home Sweet Home è una malinconica ballata d’altri tempi. Si tratta del brano più luminoso dell’album, non allegro, solo più luminoso. Un coro di voci maschili amplifica il ritornello, quasi un coro di pazzi, “Oh home sweet home / How could you be so cruel / The culture of blame / The patriot game / And old men in cassocks / To keep down the masses / With guilt and and shame“.

Dead Capital non è un album leggero. Louis Brennan prende a molto cuore temi che non lo riguardano direttamente. La politica, la società, le convenzioni si trasformano in preoccupazioni concrete, fino a diventare personali. Li affronta senza peli sulla lingua, in un linguaggio che a volte può apparire sconveniente, eccessivo. Riferimenti espliciti al sesso, alla droga e all’alcol non mancano e scuotono la coscienza. Louis Brennan sembra quel genere di artisti che sentono il peso del mondo sulle loro spalle, un peso troppo grande da affrontare da soli. Scrivere canzoni è un buon modo per condividerlo e alleviare così il proprio fardello. Forse è inutile o forse no. Dead Capital è un album che non guarda all’intrattenimento ma alla trasmissione di un messaggio. Non c’è speranza nelle sue parole ma solo la consapevolezza che resistere è inutile ma bisogna provarci.

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