Il vasetto del miele

A distanza di un anno dal debutto intitolato Please Be Mine, la cantautrice americana Molly Burch è tornata con First Flower. Il suo stile un po’ retrò aveva incantato critica e pubblico, facendosi apprezzare anche dal sottoscritto. Si dà il caso che Please Be Mine abbia avuto una vita piuttosto breve per quanto mi riguarda ed è finito presto nel mio personale dimenticatoio. Ma più per colpa mia che della giovane Molly Burch. Ho colto così l’occasione del secondo album per riscoprire la sua musica e provare di nuovo a vedere che sarebbe successo. La sensazione ascoltando i primi singoli era quella di un avvenuto cambio di sonorità, non troppo marcato ma comunque apprezzabile.

Molly Burch
Molly Burch

L’album inizia con Candy, un brano indie pop che anticipa le tematiche sentimentali dell’album. Le chitarre e la voce morbida della Burch, qui in bella mostra, saranno le colonne portanti di questo album, “Why do I care what you think? / You’re not my father / Don’t even bother, don’t bother me / Why do I like how you look? / You look like candy / You don’t understand me, don’t understand me“. Wild prosegue sulla stessa linea, affondando ancora di più le mani nel vasetto del miele. Il canto appare imperturbabile ma non freddo, avvicinandosi allo stile delle cantautrici di nuova generazione, “Wishful thinking’s got me blinded / Got me losing all control / It’s in my nature to be guarded / I wish I was a wilder soul / I wish I was a wilder soul“. Dangerous Place rispolvera il sound vintage pop dell’esordio. Molly Burch usa la voce con maestria, trasformandola in un vero e proprio strumento, trattando il tema dell’amore con intelligenza e creatività, “How did I not say it? / This is a dangerous place / How did I miss it? / This is a dangerous space / I hope I learn from my mistakes / I hope I forgive myself one day“. La title track First Flower richiama sonorità vagamente folk. Romanticismo e dichiarazioni d’amore si sprecano come nelle vecchie canzoni. L’approccio indie e moderno della Burch danno nuova linfa ad un altrimenti polveroso sound, “Just like the first flower that blooms in spring / To me you are, you are my everything / I like the way you hold me / Hold me, don’t let go / You don’t have to tell me, baby / I already know“. La successiva Next To Me è un lento, manco a dirlo, romantico. La chitarra resta la protagonista indiscussa insieme alla voce unica della Burch, “Love of mine / I kiss you goodnight / And then you turn over / Like it’s the end of your life / I just want to do everything with you / Is that so bad? / Honey, is that so bad?“. Good Behavior rallenta ancora, mettendo in luce le difficoltà nel portare avanti una relazione. La voce è guida la melodia di uno dei brani più orecchiabili di questo album, “How can I explain myself / When I can hardly control it well? / Do I need time, do I need a savior? / Will I ever know good behavior?“. Without You prova a mescolare le carte in tavola senza stravolgere il mood del disco. Molly Burch gioca con il suono delle parole e prova ad aggiungere un po’ di brio all’atmosfera, “You are my guiding light / How would I survive? / I don’t know what I would do without you by my side / You tell me what I don’t / I always want to know / I don’t know what I would do without you / I don’t know what I would do without you by my side“. Il singolo To The Boys vuole sottolineare la personalità dell’artista, come a voler dire ‘prendere o lasciare’. Un brano che segna una variazione sul tema principale dell’album, “I don’t need to scream to get my point across / I don’t need to yell to know that I’m the boss / That is my choice / And this is my voice / You can tell that to the boys / (You can tell that to the boys) / You can tell that to the boys“. True Love, come da titolo, riprende il discorso interrotto. Una vera e propria canzone d’amore, semplice e lineare, che vuole essere un piacevole ascolto, “Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby / Real love / It was true love / I never knew love before you, my baby“. La successiva Nothing To Say affronta la fine di un amore. Molly Burch canta con la sua consueta voce morbida, fatta di alti e bassi. Una bella canzone, tra le migliori di questo album, “I loved you in the morning / I loved you in the evening / The thought of you kept me going / Even when you were leaving / You left me high and dry / Didn’t even say goodbye / The worst part of it all / Was how hard I used to fall“. Every Little Thing chiude l’album. Una lunga ballata e forse la prima vera e propria canzone triste del disco. Molly Burch rimane sul classico e non rischia sperimentazioni indie. Con questa, si potrebbe dire che l’album è giunto al suo compimento definitivo, chiudendo un ipotetico cerchio, “All the days I do try to be good / And so kind / Sometimes it is hard to live / That is why we must forgive / Every little thing / Every little thing / For every little thing we’ve done“.

First Flower, come il suo predecessore, non è affatto un ascolto semplice. Non perché abbia testi o musiche particolarmente complesse o sperimentali, tutt’altro. I testi sono spesso retorici, volutamente scontati, che richiamano il passato. La musica fa altrettanto, anche se in maniera più contenuta. Si tratta della sua natura un po’ monotona e svogliata che rende l’album poco immediato per un orecchio distratto. Molly Burch non sembra voler catturare l’attenzione di chi ascolta ma piuttosto farlo perdere in un’atmosfera irreale ed eccessivamente romantica. First Flower si contrappone al precedente Please Be Mine, più triste e schivo, ma conserva appieno lo stile apparentemente immutabile della Burch, che però sta virando verso un cantautorato moderno non molto distante, ad esempio, da quello di Angel Olsen. In definitiva First Flower è un buon album che solo il tempo saprà dirci se sarà destinato anche lui al dimenticatoio oppure no.

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Cacciatore e preda

Rosso. Sembra non poter rinunciare a questo colore. Anna Calvi torna prepotentemente in scena dopo cinque anni dall’ultimo One Breath. Cinque anni passati a rincorrere un’ispirazione tanto intensa quanto tormentata. Un percorso personale che la portata a dare alla luce, quest’anno, il suo terzo album, intitolato Hunter. Quello che è rimasto in questi cinque anni è sicuramente il colore rosso. Ogni suo album ha un richiamo a colore del sangue, della passione, della vita. Non si può mai sapere cosa aspettarsi da questa cantautrice inglese che, con la sua chitarra e quella voce magnetica e sensuale, ha saputo conquistare nel corso degli anni, sia la critica che il pubblico. Compreso me, come ho più volte sottolineato in questo blog.

Anna Calvi
Anna Calvi

As A Man apre l’album anticipando il fil rouge che lega le sue canzoni. Un primo ritorno alle sonorità dell’esordio, dove protagonista resta il suono della chitarra elettrica. La Calvi usa la voce come uno strumento dalla quale emerge una certa urgenza artistica, “If I was a man in all but my body / Oh would I now understand you completely / If I was a man in all but my body / If I was walking and talking / As a man“. La title track Hunter è l’emblema di questo album. Ritmi lenti e voce sensuale, svelano una Calvi più libera che in passato. Il singolo è accompagnato da un video dai contenuti piuttosto espliciti, contenuti, peraltro, alla base del album, “I dressed myself in leather / With flowers in my hair / The red light of the window / Nothing can compare / One more taste / One more time / One more time / I open the door wide / I wanted to survive / Nothing lasts / Nothing lasts“. La successiva Don’t Beat The Girl Out Of My Boy convoglia più chiaramente il messaggio della Calvi. Lo scambio dei ruoli, uomo-donna, maschio-femmina come fondamento della libertà sia sessuale che espressiva, “You’re so fine / There’s no words, just you and I / So wild / Like the darkest waves at night / I shout out let us be us / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy / Don’t beat the girl / Out of my boy“. Indies Or Paradise il brano più ambizioso dell’album. Teatrale e animalesco, nel quale Anna Calvi canta sussurrando nervosamente, tra distorti assoli di chitarra e un celestiale ritornello. Un ritorno in gran forma, non c’è dubbio, “God? / Crawl down, down on my knees / Crawling through the trees, like an animal / I taste taste taste of the dirt / Taste the dirt of us / God I feel the rain rain rain on my back / Crawling through the trees, like an animal / I go…“. Swimming Pool ci riporta a quell’elegante e passionale musicalità per la quale la Calvi si è fatta apprezzare in passato. Un accompagnamento orchestrale dall’incedere lento e costante, luci notturne sulla superficie dell’acqua. Da ascoltare, “Shadows of light / Shadows divide on the earth / Come down to the swimming pool / Down we will dive / Down to the night of the earth / Come down to the swimming pool“. Alpha vuole ribaltare il concetto di maschio alfa. Qui la donna, o la parte maschile di essa, a dominare e dividere. Il potere è nelle sue mani. Tra più o meno espliciti riferimenti sessuali e sospiri, Anna Calvi si fa strada prepotentemente nella parte più animale di ognuno di noi, “The lights are on, the radio is on / My body is still on / The lights are on, the radio is on / My body is still on / Electrified / I wanna know if I can satisfy / I wanna know if I can pacify / I wanna know“. Chain contiene chiari riferimenti ad una relazione omosessuale dove, ancora una volta, i ruoli si scambiano. La voce selvaggia della Calvi è rapita da un turbinio di chitarre, a sottolineare una liberatoria promiscuità, “I’ll be the boy / You be the girl / I’ll be the girl / You be the boy / I’ll be the boy / (Wonderful feeling) / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me / Ch-ch-chain me“. Wish è una cavalcata rock, sensuale e, a tratti celestiale. Un saliscendi di emozioni, guidate da una Calvi a briglie sciolte, ancora una volta libera da qualsiasi vincolo, chiudendo con un assolo la tempesta sollevata da questo album, “I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me / I got one more wish before I die / So please don’t you stop me / No don’t you stop me“. Si sa che dopo la tempesta arriva la quiete e questa inizia con Away. Anna Calvi si spoglia di qualsiasi accompagnamento musicale e, sola con la sua chitarra, dimostra di non aver bisogno di altro che il suo talento, “You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it all / You know I ask no more of it / You know I ask, just take it all / And I will blow it away / Away, away, away, away, away“. Sulla sua scia, si arriva alla conclusiva Eden. Una delle più bella canzoni di questa artista, a mio papere. Quasi in contrasto con il resto dell’album, è un elegante poesia in musica. Speranza e solitudine si mescolano ed esprimono il lato debole dell’animo umano. Anna Calvi in precedenza ha espresso forza e sicurezza ma qui si rivela delicata e fragile più che mai, “I tell a lie / On your bed so small / With your heroes on the wall / In the fading light / Through the window I see / All your poplar trees“.

Come spesso succede in casi di questo tipo, ci si è soffermati troppo sul lato sessuale ed esplicito dell’album che al suo percorso all’interno di esso. Hunter si potrebbe definire un concept album dove i riferimenti alla cultura gender e le allusioni piuttosto esplicite al sesso ne sono solo una parte. Hunter è un percorso, prima di tutto mentale, affrontato dalla Calvi stessa, perennemente in bilico tra fragilità e forza. In questi cinque anni la cantautrice inglese ha affrontato il suo animo diviso, trovando così la sua strada. La sua strada è nessuna strada, è un indeterminato percorso, qui espresso attraverso la confusione tra ciò che è considerato maschile e femminile. Hunter è un album fatto di passione, insicurezza e sudore, dove il sangue, rosso, pulsa nelle vene significando vita e istinto animale. Hunter è meno celebrale e più selvaggio del suo predecessore ed eguaglia per eleganza e forza, l’esordio omonimo della cantautrice. Un album che si propone come uno dei migliori di questo 2018.

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Mi ritorni in mente, ep. 52

Il mio percorso di riscoperta dalla discografia degli Sherwater è continuato in queste settimane con l’album Animal Joy del 2012. Per la band texana capitanata dal carismatico Johnatan Meiburg si tratta del decimo album e precede l’uscita dell’ultimo (e ottimo) Jetplane And Oxbow del 2016. La voce unica di Meiburg e le atmosfere evocative della loro musica, fanno degli Shearwater uno dei gruppi indie rock che più amo in assoluto.

Questa Animal Life apre l’album e, a mio parere, è una delle più belle di questo gruppo. Il canto di Meiburg è senza respiro ed è la melodia sopra le chitarre. Ovviamente il resto dell’album non è da meno e non posso non consigliarne l’ascolto, per assaporare il fascino di una band sempre perfetta e affascinante.

Born inside the gates of the family
Hardened by a roman machinery
Cast among the building sites,
The coiling wires, the shots collected

 

Nessuna traccia

A distanza di tre anni dal suo primo album da solista, il cantautore svedese Kristoffer Bolander è tornato con What Never Was Will Always Be. Tempo fa era il leader della band Holmes che proponeva un folk americano influenzato dalle atmosfere del nord Europa, un progetto che sembra ormai accantonato dopo quattro album. Bolander però ha intrapreso una nuova carriera solista, permettendoci così di continuare ad ascoltare la sua voce magnetica. Il precedente I Forgive Nothing non era poi così lontano da quello che proponevano gli Holmes ma già si percepiva il lento distacco dalle sonorità folk. Questo nuovo album è un ulteriore passo in avanti in tale direzione.

Kristoffer Bolander
Kristoffer Bolander

L’album comincia con l’oscura Untraceable. Bolander con la sua musica ci trasporta di scenari epici e solitari. Il nuovo sound, più elettronico che in passato, fa emergere ancora di più le caratteristiche uniche della sua voce. Il singolo Cities è una delle più belle canzoni di questo cantautore. Come un volo sui tetti delle città del nord, la musica sostiene leggera il canto. Sono riconoscibili come sempre il piglio epico e quella venatura malinconica tipicamente sue. Heat affonda le sue radici in terreni più indie rock, dove le chitarre e i suoni elettronici si susseguono in un crescendo. La voce fredda di Bolander è una lama che fende il groviglio dei suoni. Le ballate non possono mancare e To Come Back è una di queste. Effetti sonori ed echi si vanno ad aggiungere alle chitarre dando forma ad una delle canzoni più magiche di questo album. La successiva The Liar si apre affidando quasi esclusivamente alla voce di Kristoffer. Una canzone che esplode poi nelle consuete architetture epiche e ampie. Questo è un ottimo esempio della musica del nostro Bolander. Animals va a toccare sonorità dance con l’aiuto dei synth, discostandosi ancora di più dalle consuete atmosfere del cantautore svedese. La sua voce rimane l’unico tratto immutabile nel turbine dei suoni. Unborn ritorna sui sentieri già battuti dal cantautore svedese ma che conservano il loro fascino solitario. Le chitarre trovano il loro spazio tra le melodie tessute dalla voce melodiosa di Bolander. Stråt è un crescente ed ipnotico indie rock sorretto dalla batteria e dalle chitarre. La voce distorta conferma la volontà di sperimentare nuove soluzioni con l’elettronica arrivando ad un finale liberatorio e grandioso. In soli due minuti, Bolander ci riporta alle sue consuete melodie, questa volta affidandosi sopratutto ai synth. Il risultato è notevole e sorprendente. A Massive Opiate ci fa sprofondare in un modo rallentato e indefinito. La voce di Bolander è ancora distorta, resa indefinita con un effetto sonoro. Anche la musica è ovattata e appare distante. La canzone più coraggiosa e sperimentale di questo album. Segue True Romance che, sorprendentemente, segna un ritorno al folk ed ad un suono più acustico. Kristoffer Bolander sfodera il lato più delicato della sua voce, apparendo meno freddo ma ugualmente malinconico, poggiandosi quasi esclusivamente sul suono della chitarra. Non poteva mancare un finale epico, ed ecco Florian’s Dream. Un brano per lunghi tratti unicamente strumentale che mette più in luce le doti di musicista di Bolander, dando il giusto spazio anche alla sua band.

What Never Was Will Always Be è un evidente cambio di sonorità per Kristoffer Bolander che riesce però a non snaturare la particolarità della sua voce. Una produzione attenta e mai sopra le righe la mette sempre al centro. In questo album la band che lo accompagna si dimostra più influente che nelle più recenti produzioni dando forma ad ogni brano. Anche se non avremo, molto probabilmente, la fortuna di ascoltare qualcosa di nuovo dagli Holmes e la loro scandinavian americana, Kristoffer Bolander sa riportarci laddove ci aveva portato in passato. La sua propensione alle atmosfere dark, non opprimenti ma di ampio respiro, e quella vena di malinconia inevitabilmente legata alla sua voce, sanno incantare come pochi altri artisti. What Never Was Will Always Be è un evoluzione del precedente album dove questo cantautore esplora nuovi spazi rimanendo sempre fedele a sé stesso e soddisfacendo appieno le aspettative.

 

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Il peso del mondo

Quando si tratta di cantautori, non so resistere alle voci profonde, baritonali. Come potevo, dunque, non concedere un ascolto a Louis Brennan? Cantautore di origini irlandesi al suo esordio con Dead Capital, Louis Brennan ha impiegato davvero poco per convincermi. Un aspetto da cantautore ribelle che con la sua voce sembra voler esprimere un senso di disagio (ricordando quella di Leonard Cohen). Di solito la mia attenzione ricade più spesso sulle voci femminili ma ultimamente mi capita sempre più spesso di trovare cantautori interessanti che, nonostante la giovane età, raggiungono livelli di espressività davvero notevoli. Insomma, non ho perso tempo e ho fatto mio questo album, addentrandomi nel tormentato animo dei Brennan.

Louis Brennan
Louis Brennan

L’album si apre con Airport Hotel. Subito si percepisce la centralità della voce di Brennan, che cresce di intensità con la canzone. Il testo è schietto, poco spazio ai giochi di parole, l’accompagnamento essenziale ma sorprendente. Da ascoltare, “On the bed at the airport hotel / You were curled up like a question mark / I buttoned my collar / My tie like a noose / As you emptied out the mini bar“. La successiva Bit Part Actor racconta il male di vivere di un uomo che ha perso la voglia di andare avanti. Brennan si dimostra un cantautore sincero, che non si risparmia e mette a nudo la sua anima, “And I am tired of listening / To the sound of your laughter / Let me deliver my lines and leave / Like a bit part actor / Pacing in the wings / Waiting for a cue / But no one ever comes / To usher you in / In the end it is down to you“. The Culture Of Resistance è una canzone sull’apatia che pervade la società moderna. Brennan si rivolge, con fare indifferente, a Jeremy Corbyn, ipotetico destinatario di riflessioni dure e nichiliste. Un testo che non si può fraintendere e nel quale non si intravede nessuna speranza, “Oh Jeremy / Mendacity’s the perfume of your peers / Ideology is bankrupt / It is decades in arrears / And there is no manifesto, no / Just the catalyst of fears / For an imperial monopoly / As it slowly disappears“. La monotonia della vita di tutti i giorni, che va svuotandosi sempre di più è il tema di London. A dispetto di una musica che richiama il classico rock americano, il testo è ancora una volta spietato, “But on the 277 I am starting to cry / With my head in my hands I am wondering why / I get up in the morning go to bed at night / When nothing ever happens in between“. Get On Top è una solitaria ballata dedicata ad un’amante. Qualche riflessione sull’amore e sulla giovinezza alleggeriscono i sentimenti, fin qui disperati, delle canzoni precedenti. Il finale strumentale contribuisce alla causa, “Let’s pretend we’re strangers / Like we just met in a bar / Undressing on the stairs / All tooth and nail and recency / Who cares for common decency / We know who we really are“. Con Silence, Louis Brenann torna a riflettere sulla società di oggi. La vacuità dei social network e l’ipocrisia sembrano invadere ogni aspetto della vita, “And there’s no future here / Amidst the waves of mediocrity / The uniform appearance / Of alternative consumer choice / When I open my mouth / There is only one voice“. Selfish Lover è un’altra cruda riflessione sulla vita. Una vita al limite, tra alcol e droghe, che tentano invano di colmare un vuoto più profondo. Luis Brennan non ci risparmia parole scomode e si esprime senza filtri, “Oh amazing grace / You left the most bitter taste / What a terrible waste / To pray for one that can’t be saved“. The Narrative Of Self Defeat è una bella canzone, un folk americano, che ci mostra un Brennan meno schietto e più poetico. La ricerca delle parole giuste sembra essere in questo caso più centrale che in precedenza, “It’s the oldest conceit / The narrative of self defeat / Washing the feet / Of every Mary you meet / Carrying that cross / A monument to what you’ve lost / C’mon Boss / Why don’t you give me a break?“. La successiva I Walk Away From A Glittering Career è autobiografica e affronta il rifiuto di seguire una carriera luminosa. Brennan ha scelto di rifiutare le opportunità che la vita gli ha offerto, cercando la libertà, “I walked away from a glittering career / Left my bourgeois affectations / On the baggage carousel / Of an Airport / In a distant destination / I wanted very badly to be free / Of the western existential malady“. Home Sweet Home è una malinconica ballata d’altri tempi. Si tratta del brano più luminoso dell’album, non allegro, solo più luminoso. Un coro di voci maschili amplifica il ritornello, quasi un coro di pazzi, “Oh home sweet home / How could you be so cruel / The culture of blame / The patriot game / And old men in cassocks / To keep down the masses / With guilt and and shame“.

Dead Capital non è un album leggero. Louis Brennan prende a molto cuore temi che non lo riguardano direttamente. La politica, la società, le convenzioni si trasformano in preoccupazioni concrete, fino a diventare personali. Li affronta senza peli sulla lingua, in un linguaggio che a volte può apparire sconveniente, eccessivo. Riferimenti espliciti al sesso, alla droga e all’alcol non mancano e scuotono la coscienza. Louis Brennan sembra quel genere di artisti che sentono il peso del mondo sulle loro spalle, un peso troppo grande da affrontare da soli. Scrivere canzoni è un buon modo per condividerlo e alleviare così il proprio fardello. Forse è inutile o forse no. Dead Capital è un album che non guarda all’intrattenimento ma alla trasmissione di un messaggio. Non c’è speranza nelle sue parole ma solo la consapevolezza che resistere è inutile ma bisogna provarci.

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Pugni chiusi

Anche se a me sono sembrati di meno, sono passati tre anni dall’ultimo In Dream, quinto album della band britannica Editors. Il gruppo guidato dal carismatico Tom Smith è tornato quest’anno con la sesta fatica intitolata Violence. Quando si affronta un loro nuovo album bisogna sempre prepararsi a trovarci dentro qualcosa di diverso dai precedenti. Gli Editors sono sempre stati in precario equilibrio tra una band da stadio e il gruppo alternativo poco mainstream. Se da una parte è un bene, il non essersi piegati a facili hit alla Coldplay, dall’altra Smith e soci sono spesso tenuti poco in considerazione quando si citano le migliori band degli anni ’00. Questo Violence è dunque l’ennesimo ritorno che dal quale non sai cosa aspettarti. O forse lo sai già.

Editors
Editors

Cold apre l’album, affidandosi alle sonorità tipiche della band, nella quale ritroviamo l’elettronica che torna a concedere spazio alle chitarre. Un brano pop rock dalle tinte scure e non può essere altrimenti quando si ha che fare con gli Editors, “It’s a lonely life, a long and lonely life / Stay with me and / Be a ghost tonight, be a ghost tonight / But don’t you be so cold“. Se c’è una canzone che avrei voluto sentir fare da anni a questo gruppo, questa potrebbe essere proprio Halleluia (So Low). Testo criptico ma soprattutto un piglio energico e distorto. Finalmente la band di Tom Smith ritrova la scossa giusta, esprimendosi in una delle migliori canzoni di questo album, “You sold me a second hand joke / Young man, where there’s fire there’s smoke / Your mouth is fire and smoke / Just don’t leave this old dog to go lame / This life requires another name“. La title track Violence permette al gruppo di tirare fuori di nuovo i synth e tornare ai sui standard volutamente più epici. Oltre sei minuti di canzone nella quale la tensione è costante senza picchi. Un finale strumentale arricchisce e completa il tutto, “Baby we’re nothing but violence / Desperate, so desperate and fearless / Mess me around until my heart breaks / I just need to feel it / Baby we’re nothing but violence / Desperate, so desperate and fearless / Desperate and fearless“. Darkness At The Door è un vibrante rock che da un po’ di luce all’album. Un ritorno prepotente delle chitarre scorre come sangue nelle vene della musica degli Editors. Un altro gran pezzo da ascoltare, “This old town still gets out of line / Darkness at the door to greet me / This old town still gets out of line / Darkness at the door to greet me“. Nothingness si affida alla voce magnetica di Smith, ricalcando le orme del precedente album. Gli Editors nuotano in acque sicure ma riescono comunque a mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore, “I’m not mining for gold / But insecurity / Fooled by a trick of the light / Are you there? / I’m not breaking the mould / I wouldn’t fill it / Hold my life in your hands / If you dare“. Il singolo Magazine è un’invettiva verso i potenti corretti. Ancora una volta la band di Birmingham dimostra di avere tanta energia da mettere in musica, mescolando con attenzione degli ingredienti, “Now talk the loudest with a clenched fist / Top of a hit list, gag a witness / It takes a fat lip to run a tight ship / Just talk the loudest with a clenched fist“. Nonostante sia da diversi anni che circola questa canzone, No Sound But The Wind, non era mai stata pubblicata in un album. Originariamente scritta per la colonna sonora per un film della saga di Twilight, trova finalmente il suo posto in questo album. Una ballata romantica al pianoforte che mancava da un po’ nella loro musica, “Help me to carry the fire / We will keep it alight together / Help me to carry the fire / It will light our way forever“. Counting Spooks ci riporta ai fasti di In This Light And On This Evening anche se meno oscura e opprimente. Un ritornello che spicca sul sottofondo musicale, che nel finale si trasforma in un ritmo disco, “It’s getting late / The skyline’s a state / This city’s tired like we are / We’re holding it together / Counting spooks forever / I’m just so tired of numbers“. Chiude l’album, Belong, dove gli Editors sfoderano un lato più poetico e solitario. Un aspetto inedito e poco sfruttato dalla band. Un brano allietato da un accompagnamento orchestrale, interrotto dai riff elettrici delle chitarre, “In this room / A wilderness / You’re the calm / In that dress / Circling birds / Spits of rain / Rest your head / On the windowpane“.

In Violence (in copertina le prime due lettere VI compongono il numero sei romano, ad indicare il sesto album) gli Editors sembrano fare pace con sé stessi. Limitandosi a proporre solo nove canzoni, sono riuscita a conciliare le diverse anime dei loro album precedenti. Non hanno rinunciato né alle chitarre né ai synth, dando così uniformità all’intero lavoro non solo al suo interno ma anche rapportato con il resto della loro produzione. Tom Smith e la sua band sono tornati con grande energia in quello che sembra essere una sorta di album di transizione dove la strada da intraprendere non è ancora stata decisa. Quando si parla degli Editors non si sa mai se ne troveranno una, ma non è detto che questo sia una cosa negativa. Violence si tratta, a mio parere, dell’album più convincente della band dai tempi di In This Light And On This Evening e fa ben sperare per il futuro di questo gruppo da sempre messo alla prova da pubblico e critica.

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Non mi giudicate – 2017

L’ultimo giorno è arrivato e come sono solito fare da tre anni, pubblico una lista dei migliori album di questo 2017 appena finito. Se devo essere sincero, questa volta ho fatto davvero fatica a scegliere. Non perché è stato un anno povero di buona musica, al contrario, ho dovuto “sacrificare” qualcuno che ha comunque trovato spazio per una menzione d’onore dopo gli album e gli artisti premiati. Per chi volesse avere una panoramica più completa di tutti i nuovi album che ho ascoltato quest’anno può trovarli tutti qui: 2017. In realtà, ci sono altri album che non hanno avuto spazio su questo blog, forse lo troveranno in futuro o forse no.

  • Most Valuable Player: Amy Macdonald
    Lasciatemi cominciare con il ritorno di Amy Macdonald e il suo nuovo Under Stars a cinque anni di distanza dall’ultimo album. Un ritorno che attendevo da tempo e non poteva mancare in questa rassegna di fine anno. Bentornata.
    Amy Macdonald – Down By The Water
  • Most Valuable Album: Semper Femina
    Laura Marling è sempre Laura Marling. Il suo Semper Femina è la dimostrazione che la Marling non può sbagliare, è più forte di lei. Ogni due anni lei ritorna e ci fa sentire di cosa è capace. Inimitabile.
    Laura Marling – Nouel
  • Best Pop Album: Lust For Life
    Non passano molti album pop da queste parti ma ogni volta che c’è Lana Del Rey non posso tirarmi indietro. Lust For Life è uno dei migliori della Del Rey che è riuscita a non cadere nella tentazione di essere una qualunque pop star. Stregata.
    Lana Del Rey – White Mustang
  • Best Folk Album: The Fairest Flower of Womankind
    La bravura di Lindsay Straw e la sua ricerca per questa sorta di concept album sono eccezionali. Un album folk nel vero senso del termine che mi ha fatto avvicinare come non mai alla canzone tradizionale d’oltre Manica. Appassionante.
    Lindsay Straw – Maid on the Shore
  • Best Country Album: All American Made
    Il secondo album di Margo Price la riconferma come una delle migliori cantautrici country in circolazione con uno stile inconfondibile. Non mancano le tematiche impegnate oltre alle storie di vita americana. Imperdibile.
    Margo Price – A Little Pain
  • Best Singer/Songwriter Album: The Weather Station
    Determinato e convincete il ritorno di Tamara Lindeman, sempre più a sua agio lontano delle sonorità folk. Il suo album omonimo è un flusso di coscienza ininterrotto nel quale viene a galla tutta la sua personalità. Profondo.
    The Weather Station – Kept It All to Myself
  • Rookie of the Year: Colter Wall
    Scelta difficilissima quest’anno. Voglio puntare sulla voce incredibile del giovane Colter Wall. Le sue ballate country tristi e nostalgiche sono da brividi. Serve solo un’ulteriore conferma e poi è fatta. Irreale.
    Colter Wall – Me and Big Dave
  • Sixth Man of the Year: Jeffrey Martin
    Forse la sorpresa più piacevole di quest’anno. Questo cantautore americano sforna un album eccellente. In One Go Around ogni canzone è un piccolo gioiello, una poesia che non risparmia temi importanti. Intenso.
    Jeffrey Martin – Poor Man
  • Defensive Player of the Year:  London Grammar
    Il trio inglese ritorna in scena con una album che riconferma tutto il loro talento. Con Truth Is A Beautiful Thing non rischiano ma vanno a rafforzare la loro influenza electropop lontano dalle classifiche. Notturni.
    London Grammar – Non Believer
  • Most Improved Player: Lucy Rose
    Con il suo nuovo Something’s Changing la cantautrice inglese Lucy Rose, si rialza dalle paludi in un insidioso pop che rischiava di andargli stretto. Un ritorno dove il cuore e le emozioni prendono il sopravvento. Sensibile.
    Lucy Rose – End Up Here
  • Throwback Album of the Year: New City Blues
    L’esordio di Aubrie Sellers è un album che ascolto sempre volentieri. Il country blues di questa figlia d’arte è orecchiabile e piacevole da ascoltare. Un’artista da tenere d’occhio il prossimo anno. Affascinante.
    Aubrie Sellers – Sit Here And Cry
  • Earworm of the Year: Church And State
    Non è stato l’anno dei ritornelli, almeno per me, ma non in questo post poteva mancare Evolutionary War, esordio di Ruby Force. La sua Church And State è una delle sue canzoni che preferisco e che mi capita spesso di canticchiare. Sorprendente.
    Ruby Force – Church and State
  • Best Extended Play: South Texas Suite
    Non potevo nemmeno escludere Whitney Rose. Il suo EP South Texas Suite ha anticipato il suo nuovo album Rule 62. Il fronte canadese del country avanza sempre di più e alla guida c’è anche lei. Brillante.
    Whitney Rose – Bluebonnets For My Baby
  • Most Valuable Book: Storia di re Artù e dei suoi cavalieri
    L’opera che raccoglie le avventure di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda mi ha fatto conoscere meglio i suoi personaggi. Scritto dal misterioso Thomas Malory e pubblicato nel 1485, questo libro è stato appassionante anche se non sempre di facile lettura.

Questi album hanno passato una “lunga” selezione ma non potevano mancare altre uscite, che ho escluso solo perché i posti erano limitati. Partendo dagli esordi folk di Emily Mae Winters (Siren Serenade), Rosie Hood (The Beautiful & The Actual) e dei Patch & The Giant (All That We Had, We Stole). Mi sento di consigliare a chi ha un’anima più country, due cantautrici come Jade Jackson (Gilded) e Jaime Wyatt (Felony Blues). Per chi preferisce un cantautorato più moderno e alternativo c’è Aldous Harding (Party). Chi invece preferisce qualcosa di più spensierato ci sono i Murder Murder (Wicked Lines & Veins). Questo 2017 è stato un album ricco di soddisfazioni e nuove scoperte. Spero che il prossimo si ancora così, se non migliore.

Buon 2018 a chi piace ascoltare musica e a chi no…

best-of-2017