Mi ritorni in mente, ep. 20

Tra le nuove uscite del prossimo autunno ci sono anche due album non di inediti ma comuque altrettanto interessanti. Primo in ordine di tempo la versione deluxe di Aventine, il secondo album di Agnes Obel pubblicato un anno fa. L’uscita è prevista per il 6 di Ottobre. Cosa ha in più della versione originale? Tre canzoni inedite (Under Giant Trees, Arches, September Song), sei in versione live e due remix. Non capisco queste versioni deluxe pubblicate a distanza dall’uscita dell’album. Che senso ha riacquistare altre 11 canzoni che già si possiedono? Penso che mi limiterò alle tre inedite (anche se September Song era già disponibile nella versione per iTunes), forse anche alle versioni live ma sicuramente non ai remix.

L’altra uscita riguarda la cantautrice scozzese Rachel Sermanni che darà alle stampe (?) un album live, Live in Dawson City. Vorrei poterne fare a meno ma credo che non potrò farne a meno. Rachel è Rachel dopotutto. A proposito della Sermanni, proprio in questa piovosa estate del nord, è saltata fuori un bellissima cover di un classico della tradizione scozzese My Love is Like a Red, Red Rose trasmessa dalla BBC. Ad accompagnarla oltre alla sua fidata chitarra anche la Royal Scottish National Orchestra. Non aggiungerei altro se non il video della straordinaria interpretazione della ventiduenne cantautrice.

O my Luve’s like a red, red rose
That’s newly sprung in June;
O my Luve’s like the melodie
That’s sweetly play’d in tune.

Annunci

Corpo di mille balene!

Tra le novità musicali delle quali sono venuto a conoscenza quest’estate, quella dei Patch & The Giant è sicuramente una delle più interessanti e divertenti. Sotto questo nome si cela un gruppo di ragazzi inglesi che da qualche anno propone un folk vivo e pieno di energie. Sembrano trarre ispirazione dalle storie di pirati, esploratori dei sette mari e leggende perse nelle profondità dell’oceano. Il loro è un folk genuino, ruspante e senza limiti. Nonostante siano in attività dal 2011, i Patch & The Giant hanno pubblicato solo un EP nel 2013, intitolanto The Boatswain’s Refuge. Non nascondo che inizialmente non mi avevano convinto in modo particolare. Dopotutto il loro punto di forza non è certo l’originalità semmai è l’energia che trasudano le loro canzoni. Non molto tempo fa ho postato la loro canzone Daniel contenuta proprio in questo EP e da allora ho avuto modo di ascoltarlo per intero.

Patch & The Giant
Patch & The Giant

Proprio Daniel ci introduce nel burrascoso mondo dei Patch & The Giant. Un’intro di violino ci accopagna fino ad un’esplosione di musica e parole. Subito colpisce la voce del leader Luke Owen, ruvida, perfetta per queste canzoni. Impossibile limitarsi ad un solo ascolto di questa canzone senza che rimanga in testa per giorni. Provare per credere. Più poetica ma ugualmente intensa Love And War che sembra cullata dalle onde del mare. Un ritornello fermo e intenso seguito dalla fisarmonica dell’unica ragazza del gruppo Angie Rance. The Heretic And The Albatross vi strapperà un sorriso tanto è carica di energia e vitalità. Owen diventa quasi una voce narrante, incredibilmente poetica e caratteristica. Viene quasi voglia di cantarla squarciagola ma per quanto mi rigurda è meglio che mi astengo dal farlo. Gone è la più triste della tracklist di questo EP ma ugualmente forte quanto le precedenti. Gran parte del lavoro è fatto ancora una volta dall’incredibile voce di Luke Owen. Per finire non può mancare un chiaro riferimento al mare in Yourself Unto The Sea. Una magica ballata corale da battere le mani a tempo. Suona quasi come un invito ad aggregarsi al gruppo e godere della loro musica.

Sono sicuro che arrivati in fondo questo EP sarete più che soddisfatti di questa mezz’ora passata in compagnia dei Patch & The Giant. Se cinque canzoni sembrano poche il magico mondo di internet offre la possibilità di pescare altri brani come: The Ballad of Kelly Slade, Nowhere, Are You Listening?, Gold, Home, A Local Man, The Sleeping Boat, Another Day, America, House Of The Rising Sun. Sufficienti a mettere su un album come si deve. Scavando più a fondo nella loro pagina Facebook ho scoperto che nel 2011 la band era pronta a pubblicare l’album d’esordio dal titolo Where The Dragons Fly. Non so cosa sia successo poi, se non che poi sono passati all’etichetta discografica indipendente Folkroom Records con la quale hanno pubblicato The Boatswain’s Refuge lo scorso anno. Il gruppo è tuttora impegnato nei vari festival estivi e sarei molto contento se in autunno dovesse saltare fuori quanche novità riguardo l’album d’esordio. Poco tempo fa i Patch & The Giant hanno rilasciato una nuova canzone intitolata For Gabriel per farsi perdonare da Gabriel Merryfield, membro della band, per aver perso il suo violino. Spero di leggere notizie sull’esordio presto perchè questi Patch & The Giant mi stanno piacendo sempre di più.

Senza fretta

Tra i tanti nuovi album di cui ne avevo previsto l’uscita per questo 2014, quello nuovo di Lily & Madeleine non c’era. Sinceramente non mi aspettavo il loro secondo album ad un anno di distanza dall’esordio. Eppure è così. Forse averei dovuto immaginarlo. Dopotutto sono giovani e cariche di entusiasmo e perchè non sfruttare il momento? Sono contento che il loro nuovo album Fumes vedrà la luce il 28 Ottobre perchè potrebbe essere un autunno carico di novità. Prima delle vacanze ho fatto un po’ di scorta di musica e qualcosa potrebbe rimanere lì in attesa se delle nuove uscite più interessanti si affacciassero sul mercato. Ho messo l’occhio su diverse uscite ma senza fretta. Non mi piace accumulare troppo. Preferisco avere due o tre album in coda che un numero sconfinato di dischi che poi scalano fino a finire nel dimenticatoio. A dire la verità finora non ho mai dimenticato nessun album. Anzi questa estate ho riascoltato o per meglio dire “ascoltato tutto per la prima volta” Devil Winter dei Jus Post Bellum. Un album carino, fortemente caratterizzato da sonorità americane. Non mi ha impressionato se devo essere sincero, ma si tratta comunque di un piacevole ascolto estivo.

Tornando alle sorelle Jurkiewicz, si può già ascoltare il singolo The Wolf Is Free. Evidente è il passo avanti per quanto riguarda la musica. Più ricca e curata in questa canzone nella quale il modo di cantare e l’uso della voce di Lily & Madeleine rimangono pressochè invariati. Le due ragazze non sbagliano un colpo e sono sicuro che il prossimo album Fumes sarà ancora una volta un bel lavoro. L’attesa è ancora lunga e cercherò di riempirla nel migliore dei modi.

Mondo crudele

Non mi considero un suo fan ma è successo che nell’inverno a cavallo tra il 2012 e l’anno successivo ho ascoltato con curiosità il fenomeno Lana Del Rey (Million Dollar Bad Girl). Fu la prima volta che scrissi una recensione così come faccio tuttora, con un’introduzione, la recensione track-by-track con citazioni dai testi e infine alcune considerazioni personali. Devo ammettere che è una delle recensioni più lunghe che ho scritto finora. Forse questa sarà più lunga ma non posso saperlo dato che non l’ho ancora scritta. Se vi interessa sapere cosa pensavo allora di Lana Del Rey potete leggerlo al link qui sopra e sappiate che la mia opinione è essenzialmente la stessa. Come ho scritto precedentemente, non sono un fan di Elizabeth Woolridge Grant ma ascoltare la sua musica è comuque interessante. Il personaggio è innegabilmente affascinante e resta un personaggio. Forse è proprio questo che mi piace di Lana Del Rey. Sembra quasi che Elizabeth Grant stia a Lana Del Rey con Charlie Chaplin stava a Charlot. I due si confondo e sembrano la stessa cosa ma non lo sono. Questo nuovo album di Lana Del Rey intitolato Ultraviolence pubblicato lo scorso Giugno non ha catturato subito la mia attenzione, così quando mi sono trovato a corto di musica per l’estate, ho ripiegato di nuovo sulla cara vecchia Lana.

Lana Del Rey
Lana Del Rey

Si comincia con Cruel World che eredita le sonorità del precente Born To Die con quelche sfumatura più rock. Una dichiarazione d’amore di una bad girl, cos’altro aspettarsi, cantata con il solito tono lascivo che la caratterizza, “Got my little red party dress on / Everybody knows that I’m amazing / I’m crazy“. La successiva è la title-track Ultraviolence. Atmosfere ammaglianti e oscure, fumose. Lana canta quasi sottovoce senza, forse, convincere più di tanto o almeno non tanto da giustificare il fatto che il suo titolo sia anche quello dell’album, “I can hear sirens, sirens / He hit me and it felt like a kiss / I can hear violins, violins / Give me all of that ultraviolence“. Quasi una canzone d’altri tempi Shades Of Cool, voce suadente e melodiosa. Questa è una Lana Del Rey che mi piace, vintage e tutto sommato unica di questi tempi, “My baby lives in shades of blue / Blue eyes and jazz and attitude / He lives in California too / He drives a chevy Malibu“. La vera novità, nonchè il brano più orecchiabile è sicuramente Brooklyn Baby. Voce distorta e una chitarra inedita creano una delle canzoni più belle di questo album, “My boyfriend’s in the band / He plays guitar while I sing Lou Reed / I’ve got feathers in my hair / I get down to Beat poetry“. West Coast è la canzone scelta come primo singolo e forse un po’ debole per il suo scopo. La canzone scivola via come solo Lana Del Rey riesce a fare con i suoi modi lascivi e distratti, “You’re feelin’ hot at the show, I’m feelin’ hot to the touch / You say you’ll miss me the most, I say I’ll miss you so much“. Qualcosa di più convicente lo si può trovare in Sad Girl nella quale Elisabeth ritorna nei territori del precente album rispolverando, in modo più convinto di quanto fatto finora, la voce da ragazzina, “He’s got the fire and he walks with fame / He’s got the fire and he talks with fame / His Bonnie on the side, Bonnie on the side / Makes me so sad, girl“. Pretty When You Cry è quasi una supplica, la voce più sporca ma in sostanza è la Lana Del Rey di sempre. Niente di memorabile ma si lascia ascoltare grazie ad un finale rock che risolleva un po’ gli animi, “All the pretty stars shine for you, my love / Am I the girl that you dream of? / All those little times you said that I’m your girl“. Voce profonda e scura per Money Power Glory che compone una canzone dai toni epici già visti nell’edizione Paradise di Born To Die. Convince soprattutto per il ritornello martellante e quella voce (ah quella voce!), “You talk lots about God / Freedom comes from the call / But that’s not what this bitch wants / No what I want at all“. A partire dal titolo Fucked My Way Up To The Top non promette niente di particolarmente ispirato. Infatti questa, a mio parere è una delle canzoni più vuote dell’album nonchè una delle più banali. Ma anche questa è Lana Del Rey, prendere o lasciare, “Lay me down tonight in my linen and curls / Lay me down tonight, Riviera girls / I fucked my way up to the top / This is my show“. In Old Money trovo la Lana che mi piace. Probabilmente questa è una della sue canzoni più emozionanti. Un sapore ancora una volta d’altri tempi, una bella prova che questa cantante sa fare meglio di quanto sentito nella traccia precente, “Blue hydrangea, cold cash divine / Cashmere, cologne and white sunshine / Red racing cars, sunset and vine / The kids were young and pretty“. Ancora indietro nel tempo con The Other Woman, più evidente di prima. Un’altra bella canzone, una di quelle che la Del Rey dovrebbe fare più spesso, “The other woman finds time to manicure her nails / The other woman is perfect where her rival fails / And she’s never seen with pin curls in her hair anywhere“. Qui finisce la versione non deluxe dell’album. Le altre non le ho ascolatate. Lo farò magari su Spotify, prossimamente.

Come ho letto da più parti, e sono d’accordo, questo è l’album con il quale Lana Del Rey tenta la trasformazione da pop star (sempre ammesso chelo sia mai stata) a cantautrice. Una trasformazione non ancora completa ma direi che è sulla strada buona. C’è sopratutto una cosa della quale sono contento. Scrissi nella recensione di Born To Die: “Se non accetta compremessi con l’hip-hop, che ormai invade il mercato discografico, e il suo mondo dorato, Lana Del Rey portebbe rappresentare una delle novità discografiche pronte a far discutere i critici più rigidi e a far impazzire quelli più curiosi“. Detto, fatto. Lana Del Rey non si è piegata al facile hip-hop, come dimostra questo Ultraviolence, mi fa piacere e so di averci visto giusto. Le possibilità sono due: Lana Del Rey ha letto questo mio blog oppure è una coincidenza. Direi una coincidenza! Rispetto al predecessore questo album manca di singoloni e pezzi da novanta ma tutto sommato è un buon album che mette in evidenza una Lana più profonda e personale e un po’ meno personaggio, senza esagerare.

Aigor

Continua il mio percorso alla scoperta dei classici del mistero e dell’orrore. Come ho già raccontato tra le pagine di questo blog tutto iniziò con il maestro Edgar Allan Poe. Da quel momento in poi sono passato per H.P. Lovecraft e Bram Stoker. Ora è il turno di Mary Shelley e il suo immortale Frankenstein. Così come è successo per Dracula, il professor Frankenstein e la sua creatura sono state riproposte in differenti versioni e rivisitazioni, compresa la celebre parodia di Mel Brooks, Frankenstein Junior. Con il passare degli anni (e dei secoli) il mostro ha perso quella forza horror che aveva originariamente, fino a slegarsi dal romanzo e diventare un personaggio a sè stante. Tanto che, il nome Frankenstein richiama alla mente la mostruosa creatura più che il professore che gli diede la vita. Curioso anche notare che nel libro non viene rivelato come il professore riesca a dare vita ad un corpo inanimato, contrariamente a quanto succede nei film, nei quale il tutto è possibile grazie alla potenza di un fulmine. Il professor Frankenstein non rivela di dettagli del suo esperimento per evitare che qualcuno ci provi e subisca il suo stesso destino. Frankenstein è il primo libro scritto da una giovanissima Shelley e quello più noto di tutta la sua produzione.

L’immagine della creatura senza nome che emerge dalle pagine del romanzo originale è piuttosto diversa da quella che spesso ci viene proposta. Anch’essa deforme, enorme, orribile e senza pietà ma con un sensibiltà fuori dal comune. Sì, perchè in alcuni passaggi del libro, il mostro ci sembrerà un povera vittima ingiustamente abbandonata dal suo cretore. Proveremo pietà per lui. Brutto, solo e non accettato dagli uomini perchè lui non è come gli altri. Viene ritenuto pericoloso e malvagio a causa del suo aspetto ma in cuor suo non lo è o almeno non lo sarà fino a quando la sua disperazione non raggiugerà il culmine. Trova nella vendetta lo scopo della sua vita, nata in modo diverso, e il romanzo sarà un susseguirsi di scambi di ruolo, chi è cacciatore diventa preda e viceversa. Un finale teso reso alla perfezione dallo stile incalzante della Shelley. Stiamo pur sempre parlando di un romanzo di inizio ottocento e alle volte si vede. Spesso la narrazione di sofferma su dettagli e descrizioni che poco hanno a vedere con la storia e la trama ha alcune lacune piuttosto evidenti. Ad esempio la creatura acquisisce una proprietà di linguaggio invidiabile in un tempo relativamente breve, il tutto spiando una famiglia di ricchi decaduti che insegnavano ad un’ospite straniera la loro lingua. Non deve essere stato facile per la Shelley mettere insieme una storia credibile con dei presupposti come quelli dettati dalla storia della creatura di Frankenstein.

In definitiva se si è disposti a sopportare qualche espressione d’altri tempi e una visione del mondo poetica e disinicantata, Frankenstein si rivela una storia davvero inquitante e piena di spunti di riflessione. Non è una semplice storia horror ma una riflessione su ciò che ci rende uomini e ciò che ci rende bestie. La creatura sembra nascere uomo e trasformarsi in bestia quando scopre di essere sola e emarginata. La sua frustazione si abbatte sul povero professore che prova a fermare la sua stessa opera non senza subirne il fascino. Questo romanzo dunque ha dato spunto a storie più o meno semplificate rispetto all’originale e leggerlo ha un significato speciale. Lo consiglio ha chi non vuole fermarsi all’apparenza dell’orribile creatura e scoprire, ancora una volta, che l’aspetto esteriore non conta e se il professor Frankenstein avesse dato ascolto a questo consiglio non si sarebbe cacciato in questa sfortunata avventura e noi non avremmo avuto questo classico la leggere e apprezzare. Forse è meglio che sia andata diversamente.

Mary Shelley
Mary Shelley